31 gennaio 2018

Letti da rifare 2. 35 minuti per crescere

Sullo schermo del tablet scorrono le immagini di ciò che tua figlia sta guardando in questo istante. Lo schermo è l’occhio della tua bambina. Non solo, il software è in grado di creare un filtro che le offusca la vista quando il livello di stress emotivo diventa eccessivo (un cane che le abbaia, il nonno che ha un malore). È ciò che ha immaginato l’autore di «Arkangel», la più significativa delle puntate della quarta stagione della serie tv Black Mirror, narrazioni di un futuro che è già adesso. Quello che spinge la protagonista, un’ansiosa madre single, a inserire un chip nell’inconsapevole testolina bionda di sua figlia, è il desiderio di protezione totale. Le conseguenze sulla crescita saranno coerenti: a eccessiva paura e smodato controllo corrispondono distruzione o apatia. Mai come oggi l’educazione dispone di così tanti studi e mezzi, eppure mai come oggi educare sembra esser diventato difficile. Un paradosso che ricorda un apologo di Borges.

Un re, nel suo delirio di potenza, vuole dominare in un colpo d’occhio la vastità del suo impero, così incarica i suoi cartografi di disegnare una mappa dettagliata, ma non è mai soddisfatto, tanto da arrivare, pena la morte, a chiedere loro una carta in scala uno a uno. I cartografi riescono nell’impresa, ma la carta è inservibile e anche l’impero va in rovina. Esiste una preoccupante somiglianza tra noi e il re: abbiamo strumenti e informazioni in scala uno a uno, ma non sappiamo come muoverci e finiamo con l’improvvisare sotto la pressione delle nostre paure proiettandole sui ragazzi. Manca una mappa in scala utile per poter leggere i fenomeni nella giusta proporzione, manca l’essenziale: educare significa generare il nuovo, continuare a dare alla luce, aiutare a crescere. E si aiuta a crescere nella misura in cui si rende la persona autonoma, cioè capace di dare un giudizio sulla realtà. Quando i miei alunni, educatamente, cominciano a dissentire, so di aver lavorato nella giusta e paradossale direzione: liberarsi di me.

L’educazione non si riduce a un mero adattamento o addestramento alla realtà, significa piuttosto incoraggiare, aiutando a eliminare le illusioni della conoscenza di sé che portano un adolescente a sottovalutarsi o sopravvalutarsi, a portare nella realtà qualcosa di nuovo, con tutti i rischi di fallire che questo comporta. L’adattamento alla realtà fine a se stesso ingabbia i ragazzi in una selva di regole che recintano la vita e da cui, così facendo, si libereranno acriticamente e violentemente o di cui diverranno prigionieri apatici. Aiutare a crescere vuol dire indicare perché vivere, per poter abbandonare la comoda posizione fetale e assumere quella eretta di chi esplora: chi di noi non ha almeno una piccola cicatrice generata dagli «spigoli» incontrati in giovane età? Come diceva Nietzsche: «Un uomo dotato di un perché può affrontare quasi qualsiasi come». Ma dove è il perché? Perché vivo? Per chi vivo? In assenza di un progetto riempiamo la loro vita di regole senza un gioco, o li illudiamo di potere giocare senza che ci siano regole.

Il letto che questo lunedì vorrei rifare con voi è quello della fiducia, il primo elemento capace di mettere in moto la libertà come esplorazione del reale, di aprire lo spazio del desiderio e del coraggio. Ma a cosa dare fiducia? Alle potenzialità interne al soggetto (figlio o studente), proprie della natura umana e specifiche dell’individuo in quella fase della crescita, cioè al nuovo che il ragazzo è e può fare. Soltanto così l’educazione si svincola dalla paura, dal controllo, e si apre alla chiamata per nome. Perché mai dovrebbe uscire di casa chi non sa che cosa portare oltre l’uscio? Educare è mettere le persone a rischio, non proteggerle da ogni caduta, non sostituirsi a loro, ma introdurle nel campo di battaglia da protagonisti (parola che indica colui che combatte in prima linea, non un narciso in cerca di applausi). Ma quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra controllare e lasciar andare, quanti dubbi, quanti errori, tutti patimenti comunque preferibili ad adolescenze protratte sine die o orfani senza direzione. In fondo quello che la mamma protagonista di «Arkangel» vorrebbe evitare alla figlia (e a se stessa) sono le delusioni, i dolori e i fallimenti, vorrebbe cioè tenerla ancora in grembo. Invece la vita, là fuori, è fatta di limiti ed è proprio scontrandosi con quei limiti (delusioni, dolori, fallimenti) che un infante abbandona il pensiero magico e diventa un fante: cioè colui che va alla guerra della vita con la propria testa e il proprio corpo, con la mappa che i genitori gli hanno fornito per orientarsi al buio, nelle intemperie dei giorni. Il nostro compito è quello di dare un senso (significato e direzione) alle loro frustrazioni e contenerle, non eliminarle. Riuscite a immaginare un quadro fatto di sola luce, senza ombre?

Forse possiamo provare a rifare il letto delle piccole e progressive responsabilità da affidare a bambini, adolescenti, giovani perché conoscano i propri limiti e qualità. Quante cose affidiamo loro nella vita familiare? Quali compiti specifici? A scuola vale lo stesso: dando a tutti la stessa minestra, purtroppo non c’è tempo e spazio per sviluppare talenti specifici e interessi particolari, non c’è traccia di opzione interna ai percorsi. Mi ricordo di una ragazza stufa delle approssimative lezioni di italiano di una docente svogliata e che recuperava ponendo domande a un professore di un’altra classe, durante l’intervallo. Decise di cambiare sezione, benché fosse al quarto anno di superiori. Tutti gli adulti di riferimento (genitori, preside, altri docenti) privilegiavano la via della sicurezza: sei alla fine, lascia perdere, tieni duro. Lei invece perseguiva la via della salvezza, perché voleva coltivare la sua passione. La incoraggiai a fare il grande passo. Mi scrisse alla fine dell’anno successivo, felice, per l’esito brillante della maturità e per il senso di efficacia, autonomia, sfida che quell’avventura le aveva dato. La vita era nelle sue mani e non poteva rovinare i suoi talenti per quieto e disperato vivere. Aveva affrontato la paura (altrui prima che sua): per questo era maturata davvero, non certo per l’esame.

«Racconta di quella volta che hai ricevuto un dono che ti ha fatto felice»: così recitava il titolo di un tema assegnato a un dodicenne qualche settimana fa. Che cosa vi aspettereste? Quale oggetto? Quale videogioco? Queste le sue parole: «Mi ricordo un fatto avvenuto cinque anni fa. Era sera e stava piovendo, mia madre e mio padre dovevano uscire, mio fratello era a un allenamento e non sarebbe tornato prima delle 21.15. Dato che erano le 20.40 ho pensato che avrebbero chiamato qualcuno per tenermi tranquillo e mettermi a letto, invece mio padre mi ha comunicato che, a parer suo, io fossi abbastanza grande da poter passare un pezzo di serata da solo. La mamma non era molto d’accordo ma poi acconsentì. Questo è stato uno dei regali più belli della mia vita e quei 35 minuti mi hanno fatto sentire importante e mi hanno fatto capire il senso della fiducia e il fatto che le persone accanto a me si accorgessero che stavo diventando autonomo».

Forse bastano 35 minuti per sapere ciò che diceva un personaggio shakespeariano: «se l’anima è pronta allora anche le cose sono pronte» e non il contrario. Se provassimo, a casa, a scuola, a incoraggiare questa autonomia con piccoli o grandi responsabilità che diano ai ragazzi senso di autonomia, efficacia e accettazione degli eventuali fallimenti? Se invece di riempire le loro tasche di oggetti rassicuranti, riempissimo le loro vite di progetti rischiosi?

Corriere della Sera, 29 gennaio 2018 – Link all’articolo

10 responses to “Letti da rifare 2. 35 minuti per crescere”

  1. Giuseppe Terruzzi ha detto:

    Grazie delle riflessioni, stimolanti. Vorrei riprendere un passaggio verso la fine: “A scuola vale lo stesso: dando a tutti la stessa minestra, purtroppo non c’è tempo e spazio per sviluppare talenti specifici e interessi particolari, non c’è traccia di opzione interna ai percorsi”. Vero. Ma la mia lunga esperienza di insegnante nelle scuole superiori mi ha portato a concludere che non bisogna fermarsi alla constatazione della difficoltà: bisogna immaginare e chiedere che la scuola italiana cambi con un mutamento vero e cioè rendendo i curricoli flessibili, con spazi per scelte autonome. Oggi che si iscrive deve sottoporsi a tutte le materie scelte da altri e deve sottostare a un esame finale anche su ciò che non ha amato e che probabilmente non coltiverà nella sua vita. Un curricolo flessibile simile a quello anglosassone sarebbe uno strumento educativo formidabile. Gentilissimo prof. D’Avenia, provi a spendere anche una sua parola in tal senso. Grazie ancora.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie, Giuseppe. Tema che mi sta molto a cuore.

    • Erika Morandi ha detto:

      Salve, io invece sono una studentessa di quinta superiore. Concordo pienamente sul fatto del “rendere capaci i ragazzi di fare scelte autonome”, ma mi rendo conto che molti di questi ragazzi non sono capaci di fare scelte autonome perché sempre condizionati dagli ideali familiari, scolastici o altro. Spesso vedo che si limitano a prendere le cose come sono senza apporci significati propri. Penso dovrebbero esserci più professori come il prof 2.0 e come Lei. Io purtroppo ho avuto brutte esperienze, con una persona che è dalla prima superiore che cerca di fermarmi, di svogliarmi e demoralizzarmi, dandomi valutazioni e giudizi che non mi spettano, solo perché io ,come ha detto la professoressa stessa ai miei genitori, “le sto antipatica e le dà fastidio la mia voce.” Italia è ora di svegliarsi.

  2. Natascia Silvestri Jones ha detto:

    Caro Alessandro, sono un’italiana residente all’estero dal 2003; mi rincuora moltississimo leggere pezzi come questo (che ho trovato sul Corriere on line e poi, mi ha portato a te), per due motivi: scoprire menti e penne come le tue e, non solo, il coraggio di scrivere di questi argomenti, di prendere posizione!
    Ottimo articolo, che ho condiviso con parecchi altri genitori e psicoterapeuti che lavorano con famiglie e ragazzi. Se noi genitori ci impegnamo e ci responsabilizziamo, regaliamo ai nostri ragazzi una vita molto piu’ semplice di quella che invece pensiamo di creargli “in totale protezione e distacco dall’esperienza”. Grazie e buon lavoro!

    • Prof 2.0 ha detto:

      Ne sono felice, cara Natascia, perché il mio intento è esclusivamente quello di mettere in movimento pensieri troppo spesso paralizzati dalla paura, senza sollevare inutili sensi di colpa, ma fecondi sensi di responsabilità. Buon lavoro

  3. Maria ha detto:

    Grazie ancora Alessandro come genitore mi sono sempre sentita al fianco dei miei figli e insieme abbiamo scoperto il mondo con tutte le sue gioie e dolori ora mi accorgo che sono due ragazzi autonomi e sono rallegrata da questo ma la nostalgia rimane di quando erano piccoli quindi ora sono io a vivere nel magico mondo dell’infante …

  4. Valeria ha detto:

    È davvero difficile affiancarli nelle loro scelte di vita ,soprattutto quando li vedi tentennare e non vuoi condizionarli ma vedi che la paura li blocca. Come deve agire allora un genitore?

    • Prof 2.0 ha detto:

      Cara Valeria, non credo esistano risposte generali e sicure, è un gioco che si fa giorno per giorno con la collaborazione di marito e moglie in primis, e poi con gli insegnanti. A poco a poco si raccolgono i segnali di futuro nei punti forti e nei punti deboli e si incoraggia a esplorare i territori che corrispondono a quei talenti. Si sbaglia, si torna indietro, si fa esperienza.

  5. Paola ha detto:

    Caro Alessandro, “le orecchie” di questo articolo per me sono 4. 4 passaggi che mi hanno colpito e in cui mi sono ritrovata come insegnante.
    (1°) Il desiderio di protezione totale. I genitori oggi sembrano avere questo “istinto”. Come se all’innato e genetico istinto materno-genitoriale si opponesse questo istinto negativo contro natura.
    Ma i miei bambini sono piccoli, è normale che i genitori siano protettivi. No, non lo credo assolutamente. Ciò da cui dovrebbero essere protetti li colpisce violentemente e al contrario vengono privati di ciò che potrebbero e dovrebbero affrontare da soli: attività e frustrazioni. Nel bene e nel male vengono eliminate totalmente occasioni che alimenterebbero l’identità del bambino, la fiducia in sé stesso e quindi l’autonomia (2°)
    L’autonomia nel movimento, nel linguaggio, nella vita pratica, sono i primi step che il bambino affronta dalla nascita ai primi anni di vita. Questa autonomia può portare all’autonomia di pensiero. Per carità, non sia mai, formiamo dei sovversivi!
    La pedagogia di Maria Montessori si può riassumere in 5 semplici parole “Aiutami a fare da solo”. È questo che vuole il bimbo, essere aiutato a crescere. Da solo, ma con l’aiuto dell’altro. Prima solo il genitore e poi anche l’insegnante devono supportare, essere presenti, ma non ingombranti, stimolare e non sedare.
    Gli adulti di riferimento sono tali? Rappresentano la fiducia? (3°) La fede?
    Di chi hanno fiducia i bimbi? In chi ripongono la loro fede?
    Spesso i bimbi ci amano anche se non li rispettiamo, se sbagliamo, se li umiliamo. Ma sono convinta che abbiano un sesto senso che li guida a fidarsi di (ad andare verso) chi è in grado di individuare i loro bisogni interni e di risponderne aiutandoli ad individuarli e riconoscerli, chi li aiuta a crescere.
    Quant’è difficile! Sarò mai in grado? 28 volti, 28 cuori, 28 menti, tante esigenze e bisogni diversi. Aiutarli a crescere secondo le proprie inclinazioni e propensioni significa anche insegnargli a vivere frustrazioni, limiti e responsabilità. (4°) Gestirle, elaborarle e viverle. Oggi sembrano delle parolacce. Scusa il mio cinismo Alessandro, ma vedo ogni giorno situazioni difficili a cui cerco disperatamente di porre rimedio ascoltando, dando indicazioni. Vorrei aiutare tanti bimbi, ma mi sembra di non arrivare a niente.

    Ciao Alessandro

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *