1 marzo 2018

Letti da rifare 6. Io voto Socrate

Immagine correlata«Molte volte, conoscere se stessi, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti. Molte volte, invece, assai difficile». Così Alcibiade manifestava al maestro la sua preoccupazione di fronte alla fatica che comporta crescere. Socrate gli rispose: «Alcibiade, che sia facile oppure no, conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere».

Qualsiasi riforma della scuola dovrebbe partire dall’affermazione di Socrate, che pone come fine della conoscenza la cura di se stessi e quindi del mondo. Nei fatti, però, il sapere al servizio della cura dell’uomo è oggi quasi impossibile in una scuola immobilizzata dalla burocrazia, corrosa dal precariato dei docenti giovani e dal cosiddetto burn-out, in italiano «bruciare completamente», dei meno giovani, «bruciati, scoppiati», potremmo dire, non per l’ordinario stress da lavoro, ma a causa di un vero e proprio esaurimento emotivo, figlio della mancanza di senso e riconoscimento per ciò che si fa. La demotivazione degli insegnanti, in un sistema che ne trascura la dignità, genera la corrispondente apatia nei ragazzi, privati così dell’essenza della scuola: l’orientamento, cioè l’aiuto prestato a un giovane in formazione per intercettare la parte di realtà in cui riuscirà a mettere in gioco il meglio di sé. Ed è proprio perché manca l’orientamento che troppi studenti lasciano la scuola, ritirandosi o anche solo arrendendosi mentalmente, incapaci di cogliere il proprio futuro: la formazione, senza orientamento, è sterile, non serve alla vita, alla presa sulla vita. Si sentono oggetti da prestazione e non soggetti di possibilità, atomi isolati e non storie che portano il nuovo nel mondo. E non possiamo stupirci se la naturale tensione al compimento di sé, quando non trova una meta, si corrompe in apatia o in violenza.

«Frequento la quinta superiore e non ho la più pallida idea di cosa voglio fare della mia vita (che cosa hanno fatto fino ad adesso gli insegnanti con me?). Come faccio a capire qual è la mia vocazione? Non mi aspetto una soluzione al problema, però ti chiedo se puoi aiutarmi a capire quali possono essere i criteri e i modi per scoprire ciò a cui sono chiamata». Ricevo da tantissimi studenti lettere come questa, a conferma che l’essere umano si definisce come tale solo se riesce a dar senso, significato e direzione, alla propria vita nel mondo che lo circonda: cioè impara ad abitarlo anziché subirlo. In questo senso i docenti sono mentori, guide per temporanei «non vedenti»: i ragazzi, con la vista ancora un po’ annebbiata, imparano passo passo ad orientarsi arrivando poi a «vedere» davvero.

Alla fine di 13 anni di scuola sono tantissimi i ragazzi che non sanno molto di sé. Per questo sono paralizzati dalla paura, come mostra il crescente fenomeno dei cosiddetti Neet (acronimo inglese di «not in education, employment or training»), cioè giovani che non studiano né lavorano, in Italia più di 2 milioni, di cui si è occupato Alessandro Rosina nel libro dedicato al nostro potenziale perduto proprio per l’inefficienza nella transizione scuola-lavoro. E questo dipende in gran parte dal fatto che la scuola non aiuta a scovare le proprie attitudini. Molti dopo le medie non sanno che strada intraprendere: liceo (quale?), formazione professionale, tecnica? Ricevono consigli approssimativi e, nei casi virtuosi, qualche test attitudinale. Spesso si finisce così per scegliere «cosa fanno gli amici» o «cosa dicono i genitori». Lo stesso accade alla fine delle superiori: fare o no l’università? Quale facoltà? Quale lavoro? Troppi sbagliano percorso, arrancano, cambiano, magari per scelte basate su copioni rassicuranti ma poco rispondenti alle reali attitudini. Il futuro si apre solo quando sboccia da dentro, non quando è mero contagio esteriore. L’orientamento all’ultimo anno si riduce a un catalogo di open-day; l’obiettivo delle università è attirare i ragazzi, spesso anticipando i test per vincolarli all’iscrizione preventiva, ignorando il peso del percorso di studi e dell’esame di maturità: in altre parole, ignorando la loro storia.

Nella scuola attuale l’orientamento è affidato al «volontariato» dei professori, quasi fosse una missione umanitaria e non un atto professionale richiesto dall’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L’assenza di orientamento a scuola è causa di ingiustizia sociale, come spiegano due libri recentissimi che, partendo da impostazioni molto diverse, arrivano alla stessa conclusione: Federico Fubini, «La maestra e la camorrista – Perché in Italia resti quello che nasci» e Christian Raimo, «Tutti i banchi sono uguali – La scuola e l’uguaglianza che non c’è». I due autori mostrano che la scuola italiana invece di essere un ascensore sociale è, al meglio, un adattatore sociale, al peggio, causa e conferma delle disuguaglianze di partenza: non porta novità, ma tacito adeguamento. L’alternanza scuola-lavoro si sta dimostrando, soprattutto nei licei, un’illusione di orientamento, che spesso catapulta i ragazzi in realtà inadatte alle loro attitudini o avulse dal lavoro reale. Mandarli a «lavorare» senza prima aver capito qual è la «bottega» in cui mettere a frutto i propri talenti, rende il lavoro una finzione che di orientativo e formativo ha poco.

Per queste ragioni a metà maggio cerco di concludere lezioni e verifiche per dedicarmi all’esplorazione dei talenti, coinvolgendo genitori e colleghi. È risultato efficace un percorso di scrittura autobiografica. Attraverso le tecniche del genere i ragazzi provano a scrivere la loro autobiografia, cosa che li costringe alla riflessività: oggi è il punto nevralgico della conoscenza di sé, ostacolata dallo stile cognitivo frammentario tipico della rete. I ragazzi si sorprendono del potere esplorativo della scrittura, della propria grafia su un foglio bianco che somiglia alla loro anima, su cui hanno finalmente presa. Garantendo la continuità didattica (avere la classe per un ciclo intero dovrebbe essere la normalità), si potrebbero dedicare di anno in anno, letture, incontri e test mirati a scovare e coltivare gli interessi di ciascuno. Sogno una scuola così perché è stato fatto così con me e questo mi ha portato a scelte tanto difficili quanto felici. Un professore-mentore, quando ero combattuto tra seguire le orme paterne come dentista, con uno studio già pronto, e intraprendere l’ardua strada dell’insegnamento («sarai un morto di fame, sii realista» mi dicevano in tanti), mi chiese: hai 40 anni, cosa fai? Vai in studio a curare denti o in classe a raccontare storie? L’immagine fu risolutiva, ridimensionai molte paure per abbracciare più avvincenti incertezze, lasciando la mia città per studiare lettere classiche in un’altra che offriva corsi più adeguati. Ora che ho 40 anni ripenso a quella frase con grata commozione.

Solo chi ha vocazione provoca vocazioni, cioè nuove coraggiose esplorazioni del mondo. Il passo successivo è infatti scegliere «la bottega» dove imparare. Quando la madre di un dodicenne di provincia chiese al figlio che cosa volesse fare da grande e lui rispose con sicurezza: il pittore, lei lo prese sul serio e impegnò tutti i risparmi per mandarlo a Milano a bottega da un maestro. Il dodicenne, scrive un biografo, «studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni, con diligenza ancorché di quando in quando facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande». E divenne Caravaggio.

Non riuscirei a fare l’insegnante senza prendere sul serio la vita futura dei ragazzi e credo sia questo il letto da rifare oggi, come richiesto dalla lettera riportata sopra. Socrate fu condannato a morte perché insegnava «nuove divinità e corrompeva i giovani», quando semplicemente li portava a riconoscere il proprio daimon, una forza interiore, a metà tra cielo e terra, che spinge al compimento di sé trasformando un destino in destinazione: «è qualcosa che è cominciato da bambino, come una specie di voce», così la definisce nella sua vana autodifesa. Potremmo per questo chiamarla: vocazione. Finché la scuola non rimetterà al centro la storia intera di un ragazzo, la sua voce, egli penserà che formarsi non serva a una vita migliore. I numeri della nostra dispersione scolastica (quintultimi in Europa, il 14% abbandona gli studi) confermano un sistema che fatica a mostrare che conoscere è prendersi cura di sé, e poi del mondo attraverso un lavoro.

Basterebbe dedicare le 200 (licei) o 400 (tecnici e professionali) ore dell’alternanza scuola-lavoro a un orientamento ben fatto per salvare tante voci, tante vocazioni. Cominciamo?

Corriere della Sera, 26 febbraio 2018 – link all’articolo e ai precedenti

16 responses to “Letti da rifare 6. Io voto Socrate”

  1. Alessandra ha detto:

    Cominciamo!
    Tanti sono gli spunti interessantissimi per una nuova scuola, uno sguardo nuovo verso i nostri studenti di tutte le età. E tante di queste idee compaiono proprio tra queste pagine da parte di ragazzi, insegnanti, genitori e da te! Possiamo cominciare a raccoglierle e a mettere insieme; chissà che possa sorgere qualcosa, chissà se questi sassolini costruiranno una strada gioiosa, che prenderà una direzione…

    • Anna Guida ha detto:

      Grazie per questa opportunità, è da tempo che vado considerando l’ inutilità delle tante prove cui è sottoposto un docente prima di diventare tale. Sono alla fine della carriera e molti sono stati i colleghi che ho conosciuto, per nulla portati per questo che non chiamo lavoro, ma vocazione. Non sarebbe più opportuno ‘sperimentare’ la predisposizione del futuro docente visto che per conseguire il titolo previsto ha già superato varie prove di esame? Buon lavoro.

    • Annamaria ha detto:

      Salve, Prof. Alessandro D’Avenia,
      ci siamo già scambiati opinioni in passato. Sono una collega di Lettere che insegna alla scuola media.
      Concordo con quanto hai scritto in questi ultimi tuoi”letti da rifare” ed a riprova di ciò, dedico un mese ( Gennaio o Febbraio) di ogni anno scolastico all’orientamento alla ricerca-azione dei talenti di ogni studente. Con non pochi problemi logistici, riesco a far emergere inclinazioni e “sogni nel cassetto” di ognuno di loro….. ed è un’esperienza emozionante ogni anno, sempre di più.
      La dimensione del sogno, l’amicizia, la famiglia attraverso le letture dei classici assurgono a modelli di conoscenza del se’!!
      Si riconosce ciò di cui si ha esperienza e conoscenza; si ha paura (aggressività) di ciò che non si conosce poiché assente il modello di riferimento. Ai prossimi “Letti da rifare”. Buona domenica

    • mery loddo ha detto:

      Mi sembra scontato quello che scrive. Il mondo cambia, la scuola no. Ma …se tutti fossero come lei, facilitatore del mondo che cambia, la spinta gentile delle scelte, stimolatore di speranze e sogni, cercando di togliere peso al mondo, parlando ai giovani con quella leggerezza pensosa, con l’esatezza, visionario di mondi possibili. Oggi non esiste l’orientamento scolastico. Oggi ad ogni età è lecita la domanda cosa farò da grande?. E’ un continuo rinveintarsi, ricostruirsi. E’ importante partire dalla materne, stimolare nei ragazzi la creatività, la curiosità, indossare nuove vesti , perchè da grandi avremo a che fare con tanti lavori, con tante persone, con tanti contesti. Insomma la molteplicità che è la realtà . Insomma Italo Calvino. AD MAIORA . LODDO

  2. Egle Marzotto ha detto:

    Caro Alessandro,
    ti leggo sempre con grande piacere!
    Questa volta hai toccato un tasto che mi interessa molto in quanto mamma di una studentessa, che si avvicina al momento di decidere cosa fare dopo il liceo, e in quanto grafologa.

    Quando parli di orientamento poco efficace nelle scuole, dici il vero, a dispetto degli innumerevoli sforzi che ogni Istituto fa per inserire quanti più incontri possibile con le Università, quanti più contatti per l’alternanza scuola-lavoro …

    Forse è proprio qui la causa del problema: possiamo dire che anche la Scuola, in linea coi tempi, viva una sua ansia da prestazione?
    Come una madre ansiosa, che cerca di placare il pianto del figlioletto distraendolo con tutto ciò che trova alla portata, così la Scuola oggi si sente in dovere di rispondere ai bisogni dei ragazzi promuovendo tante e diverse attività di collegamento studente/università/mondo del lavoro.
    La proposta legislativa, nata buona nelle sue intenzioni di offrire un aggancio al mondo delle professioni e una panoramica sui percorsi per intraprenderle, di fatto rischia il fallimento perché non supportata da una valida e altrettanto ricca azione finalizzata al lavoro di ricerca interiore, a tutte quelle attività che scavano in profondità alla ricerca dell’animo umano, dei suoi desideri più autentici, delle sue potenzialità … che aiutano il ragazzo, in definitiva, a ritrovarsi nella sua unicità, a vedersi per quello che veramente è, e che gli consentano di affrontare il passo per diventare uomo in una dinamica armonia tra un prima e un poi.

    Concordo dunque con il succo del tuo ragionare: prima di proporre allo studente “altro fuori da Sé”, è il caso di illuminarlo su “altro dentro di Sé”.
    Mi è piaciuto molto il passo in cui scrivi così: “I ragazzi si sorprendono del potere esplorativo della scrittura, della propria grafia su un foglio bianco che somiglia alla loro anima, su cui hanno finalmente presa.”

    Permettimi però una piccola correzione: la grafia non “somiglia all’anima”, è piuttosto la traccia stessa da cui promana l’anima dell’individuo!
    Nel suo personalissimo procedere, nelle sue curve, nei suoi spigoli, nel suo fluido scorrere o nel suo tormentato ritrarsi, nei suoi movimenti spavaldi o nei suoi faticosi viluppi, nei suoi ricci, nel suo ritmo di bianchi e neri, nel suo disordine, nelle sue confusioni o nella sua composta organizzazione … lì tutto ci parla del cuore, dell’intelligenza, delle tendenze, delle attitudini proprie dell’autore che ha srotolato il suo filo!

    La preside del liceo di mia figlia, donna illuminata e sensibile oltre che intraprendente dirigente scolastica, ha compreso il valore della disciplina grafologica e nel 2015, sfidando la cecità e il pregiudizio di molti membri del consiglio d’istituto, ha ottenuto di inserire la Grafologia tra le attività a supporto dell’orientamento in uscita.

    Il progetto pilota che coordino, studiato in collaborazione con un team di colleghi grafologi e supportato da AGI* Lombardia, mira proprio ad offrire un servizio alla persona, ponendosi l’obiettivo di aiutare lo studente a maturare una scelta consapevole partendo da una previa consapevolezza di sé. In un’età in cui gli ormoni la fanno da padrone e talora sballottano e ammaccano il senso di sé, raggiungere l’autoconsapevolezza è sempre una grande fatica, che gli adulti non solo possono ma devono cogliere, accogliere e aiutare a maturare.
    L’indagine condotta sulla grafia spontanea consente di portare alla luce le dinamiche interiori che vivacemente si agitano o che attendono di essere svegliate o che, mute, aspettano qualcuno che parli per loro! E’ sempre una soddisfazione, al momento della restituzione di un profilo, agganciare lo sguardo meravigliato di chi si è sentito ritratto nei particolari che lo contraddistinguono, nella sua unicità. L’immagine offerta dal ritratto permette al ragazzo di avere conferme su di sé, anzi, talvolta aggiusta il tiro rispetto ad una percezione distorta di sé. Certo, non manca di segnalare le aree che aspirano ad essere migliorate e sempre comunque mette in primo piano i punti di forza e i talenti su cui investire.

    Questo significa, per un ragazzo, ricevere davvero un aiuto per la propria emancipazione: liberato dai lacci di una cecità interiore può finalmente sentirsi padrone di una scelta più consapevole sul proprio futuro e, in definitiva, padrone di vivere una vita ricca di senso!

    L’inserimento della grafologia è quanto di più opportuno si possa fare oggi nel mondo della scuola, a favore degli studenti e a supporto degli insegnanti. Quante dinamiche contorte nella relazione insegnante/studente potrebbero trovare soluzione, o almeno spiegazione, attraverso la grafologia!

    Stiamo parlando di una disciplina giovane, in Italia è stata messa in luce solo nel Novecento da Padre Moretti, caposcuola del metodo grafologico italiano che da lui prende nome. Non vanta dunque una lunga tradizione nel percorso culturale della nostra società ma da molti anni sta lavorando per affermarsi nell’ambito delle Scienze Umane e per offrire un contributo verace e fattivo alla formazione e alla realizzazione della persona.

    Ci siamo accorti, anche nel nostro progetto pilota, che il maggiore ostacolo all’approccio grafologico è la scarsa conoscenza sulla materia, se non il pregiudizio, da parte di molti insegnanti.
    Abbiamo riscontrato che l’ottusità e la chiusura aprioristica di certi insegnanti di fronte alla novità grafologica ha condizionato parecchio la risposta degli studenti alla nostra proposta. Al contrario, laddove c’è stata apertura e sincera volontà di aiutare i ragazzi, di pari passo è stata effettuata un’azione di stimolo a lasciarsi coinvolgere e ad affrontare il viaggio verso il futuro in modo diverso da quello istituzionalmente proposto.

    Ecco allora l’appello che vorrei fare: la Scuola (e i suoi insegnanti) cominci ad avvicinarsi con maggior fiducia a questa disciplina, dia modo alla Grafologia di farsi conoscere e di sperimentarsi sul campo, permetta di farsi coadiuvare nella formazione e nell’arricchimento interiore dei ragazzi, che saranno gli uomini di domani!
    La scuola, per essere Scuola e per espletare all’ennesima potenza la sua vocazione di formazione nel rispetto della complessità dell’individuo, ha tutto l’interesse di stringere un connubio con la Grafologia.
    Perché di questo, in definitiva, si parla: di preservare e stimolare la crescita intellettiva, culturale e spirituale della persona!

    Caro Alessandro, per come ti conosco attraverso la lettura dei tuoi scritti, so che sei uomo, prima ancora che insegnante, dalla mentalità aperta e dal cuore appassionato. Non so se hai mai avuto l’occasione di approcciare la grafologia e di verificare la veridicità delle mie parole, tuttavia vorresti dare risonanza, nei tuoi interventi, a questa materia e alle sue feconde possibilità di conoscenza dell’uomo?

    Un abbraccio e l’augurio di continuare a fare sempre Buona Scuola
    Egle Marzotto

    * Associazione Grafologica Italiana

    http://www.a-g-i.it/
    http://www.agilombardia.it/

    • Prof 2.0 ha detto:

      Cara Egle, ti ringrazio per questo bellissimo intervento che condivido in pieno. Ho studiato due manuali di grafologia da perfetto dilettante proprio per avere degli orientamenti di massima sui miei ragazzi ed è uno studio che mi è tornato molto utile, per questo ho aggiunto quella frase che ti ha colpito. La grafia mi sembra un modo molto semplice per affrontare quel lavoro dall’interno di cui parliamo. Grazie per i suggerimenti e spero molti ti leggano.

    • Alessandra ha detto:

      Ciao Egle, interessantissimo quanto scrivi! Grazie! Avrei bisogno di chiederti se la Grafologia abbia delle chiavi di lettura anche circa le difficoltà di apprendimento, sempre più frequenti, quali disgrafia e disortografia. Ci suggeriresti un testo che sia utile ad avvicinarci efficacemente a questa disciplina così poco conosciuta? Un caro saluto

      • Egle Marzotto ha detto:

        Ciao Alessandra, rispondo ai tuoi quesiti nei seguenti punti:

        1) La disgrafia è una difficoltà legata alla conduzione del gesto grafico e caratterizza il tracciato per illeggibilità o eccessiva lentezza. Le ultime ricerche segnalano che ne soffre circa il 20% dei ragazzi in età scolare. Le cause della disgrafia sono numerose e possono essere individuate con l’osservazione clinica, una serie di esami e la somministrazione di test; questa prima ricognizione e l’eventuale accertamento devono essere eseguiti necessariamente da un’équipe di neuropsichiatria infantile.
        La grafologia può offrire un notevole contributo poiché permette di individuare il livello grafomotorio della scrittura rapportato all’età del bambino/ragazzo e il grado di personalizzazione del tracciato; se vi sono campanelli d’allarme, il grafologo è in grado di segnalarli. La grafologia inoltre, rilevando le caratteristiche affettive, intellettive e temperamentali del ragazzo, può suggerire i punti sui quali far leva durante il percorso individuale di “riappropriazione” del gesto grafo-motorio. Esiste infatti una figura professionale, il grafologo educatore del gesto grafico, che – in forma autonoma – favorisce, sostiene ed integra i processi di apprendimento dell’espressione del gesto grafico e della scrittura manuale.

        2) Per un primo avvicinamento alla grafologia, suggerisco due testi redatti con finalità divulgative:
        – Iride Conficoni, Caratteri fra le righe. La personalità dalla scrittura, Edizioni Dehoniane, Bologna
        – Pacifico Cristofanelli, Grafologia. Dalla scrittura alla personalità, Edizioni Messaggero Padova
        Buona lettura!

  3. Marcello ha detto:

    Ad oggi la nostra scuola non è strutturata per valorizzare i talenti o semplicemente ad appassionare i ragazzi. Purtroppo fin quando parliamo solo di competenze e conoscenze come se fossero delle scarpe da calzare della stessa misura per tutti uguali non vedo grandi speranze per il futuro. Ogni governo lascia la sua “riforma” (un eufemismo) ma nessuno arriva al cuore della questione. Soliti problemi : scuole disuguali, (statali e paritari, ancora non c’è una parità degna del nome sia per gli studenti che per i docenti che vi lavorano) docenti poco pagati, troppo sindacalizzati e soprattutto demotivati. il tutto si ripercuote sui ragazzi, già da i primi anni di scuola. E’ vero non sono tutti uguali, ci sono tanti giovani docenti pieni d’entusiasmo, ma li vedo come un’auto: poco carburante -l’entusiasmo- e tanta strada – anni da passare in classe.
    Forse basterebbe un semplice segreto: trasmettere l’importanza di “imparare a imparare” in modo che il giovane di oggi l’adulto di domani, rimanga sempre aperto alla realtà. Questo lo insegnava un grande maestro che era un prete, don Lorenzo Milani.
    (grazie un genitore)

  4. Matteo ha detto:

    Bellissimo intervento, e assolutamente veritiero.
    Io stesso posso confermare questa “confusione interna” negli adolescenti e i terribili effetti che può avere se sommata al contatto con insegnanti poco interessati alle vicende degli alunni. L’ho vissuta sulla mia pelle e l’ho anche pagata cara, perdendo anni preziosi di formazione per inseguire un obiettivo che non era il mio.
    Per fortuna, col supporto costante della famiglia e una maggiore consapevolezza del mio sé interiore, ho seguito (senza saperlo) il consiglio di Socrate, finendo su quella strada che era sempre stata mia.
    Ora, nonostante i 32 anni suonati, sto inseguendo il mio vero obiettivo che, guardacaso, è quello di insegnare a scuola. Mi piacerebbe diventare uno di quei professori che ascoltano davvero i ragazzi in classe, fornendo quell’orientamento di cui hai parlato nell’articolo.
    Grazie per lo spunto, continuo a seguirti con interesse e stima.

  5. Paola ha detto:

    Alcibiade caro, ho paura che la conoscenza non sia un interrogativo ricorrente oggi. Tanto meno la conoscenza di se stessi. La conoscenza degli altri non la citiamo proprio. Mi chiedo dove siano finiti i punti di domanda. I punti interrogativi ????
    Non va più di moda chiedersi: chi sono? Cosa sto facendo? Dove sto andando?
    Come possiamo prenderci cura degli altri se non sappiamo cosa necessita a noi stessi?
    Scusa la vena polemica Alcibiade, ma se per te conoscere se stessi è alla portata di tutti, noi del XXI secolo ingnoriamo totalmente questo risvolto estremamente (troppo) profondo dell’esistenza umana (siamo sicuri che sia umana?).
    Cosa significa Umano? Imparare ad abitare il mondo, scrive il Prof 2.0. Dare un senso, un significato ed una direzione alla propria vita. Difficilissimo! Ma credo che sia ancora più complesso di questo.
    Cerco di spiegarti. Durente le vacanze di Natale vidi un servizio a Striscia la Notizia: in un paesino collinare della provincia di Avellino hanno consegnato delle case popolari senza il gas metano. Sono dotate di tutti i comfort, termosifoni e fornello compresi, ma ahimè.. anzi ahi-loro.. poveri! Il tubo del gas dal pian terreno non arriva all’entrata delle abitazioni, non è proprio presente. Come mai? Boh, non lo sa neanche il sindaco (siamo sicuri che non lo sappia?). Comunque da più di un anno intere famiglie (alcune con persone con disabilità) vivono al freddo senza poter godere delle comodità che potrebbero avere. Che cosa assurda! Anche a scriverla è contorta.
    Dopo aver ascoltato l’inviato dal paesello ho pensato: chi è il responsabile? Chi potrebbe e dovrebbe sistemare le cose? Chi ha la possibilità, se non il potere, di rendere migliore la vita di intere famiglie? Dove sono queste persone? Cosa fanno? Cosa pensano? Ma pensano? Hanno una famiglia? Se ne prendono cura?
    I responsabili sicuramente hanno dato un senso, un significato e una direzione alla loro vita, ma quale? Quello sbagliato! Le loro direzioni sono le tenebre, il baratro, la tristezza e la solitudine.
    Si può dare un significato alla propria vita senza considerare l’altro? La sua vita? Il suo benessere? Assolutamente sì. È all’ordine del giorno purtroppo.
    Ma se siamo umani, come possiamo essere sprovvisti di umanità?
    L’umanità è di serie nell’uomo!!
    O hanno trovato l’interruttore per switchare l’umano nell’uomo?
    L’antidoto, la pozione dell’antiveleno si può creare solo con la PASSIONE. Il sacro fuoco che, guardandoti allo specchio, ti fa riconoscere come unico ed irripetibile, con un nome ed un talento, che hai dentro e che devi far uscire, perché oltre a scaldare te, questo fuoco porta calore al mondo intero.
    Amo il nostro lavoro Prof2.0, andiamo avanti, accendiamo fuochi, sempre di più. Sempre più caldi. 💪💪💪 😀😀😀

     

  6. Claudio ha detto:

    Gent.mo prof. D’Avenia,
    Le scrivo qui il testo della mail che le ho inoltrato due mesi fa, a seguito del suo articolo, a cui non ho ricevuto risposta.
    Mi auguro possa trovare “un attimo per me”…
    Cordialmente,
    Claudio Fumaroli

    Gent.mo prof. D’Avenia,
    La contatto a seguito del Suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 26 febbraio scorso, in cui, giustamente, denunciava il deficit orientativo della Scuola e al contempo proponeva un miglior utilizzo dello ore previste dall’Alternanza.
    Mi chiamo Claudio Fumaroli, ho 30anni e da più di 5 lavoro nelle Risorse Umane in un’azienda di Grugliasco come HR Generalist. Parallelamente alla mia attività, ho pensato e sviluppato un Progetto chiamato Labor, che si prefigge l’obiettivo di parlare di lavoro in termini seri, collegiali e proattivi. Per ragioni anagrafiche, i Millennials e la Z-generation rappresentano i primi e più importanti destinatari di questo percorso.
    Tornando al Suo articolo, volevo rispondere “presente” all’appello fatto in chiusura dell’articolo:
    mi piacerebbe collaborare in qualità di professionista del settore, avendo “messo a terra” in questi anni alcuni percorsi di supporto all’orientamento e all’occupazione presso scuole e in coordinamento con Amministrazioni Comunali del Territorio, tra cui Grugliasco e Torino (vedasi allegati). Sono inoltre Trainer certificato del Progetto Job Club, il quale rappresenta un approccio innovativo ed efficace nella ricerca attiva del lavoro (inteso come realizzazione soggettiva e non mera alienazione economica!).
    Spero pertanto che la mia “risposta” sia presa in considerazione, in quanto rappresenterebbe per me un’importante stimolo professionale e una sfida in un settore che ritengo profondamente avvincente.
    Nell’augurarLe un buon lavoro, rimango in attesa di un Suo cortese riscontro e a disposizione per un eventuale incontro conoscitivo.
    Cordialmente,
    Claudio

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