12 dicembre 2018

Letti da rifare 38. Regali, doni o presenti?

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La mattina di Natale aspettavo che i primi raggi di luce filtrassero nella mia stanza, vigile come una sentinella nel buio screziato dall’intermittenza delle luci dell’albero che si insinuavano per tutta la casa. Poi in silenzio uscivo dal letto e mi acquattavo nel soggiorno a fissare i regali, che aspettavo da settimane e di cui avevo immaginato il contenuto celato dalle forme dei pacchi e dalla carta colorata. A poco a poco arrivavano fratelli e sorelle, tutti ancora in pigiama, fino a che la presenza di papà e mamma dava il via alla febbrile distruzione degli involucri: ogni regalo era accompagnato da un coro di «oooooh». La luce usciva da ogni cosa, dalle carte dorate e dai volti: la luce potente di ciò che basta per essere pienamente felici. Al contrario del buio freddo che ho sentito penetrare tra le fessure del cappotto e raggiungere il cuore, qualche giorno fa, camminando per le strade della città in cui abito. Le luci non accarezzavano, ma sferzavano gli occhi: più che l’annuncio del Natale, erano il promemoria degli «inesorabili» acquisti. Come mai un gesto così bello si è saldato all’ansia? E soprattutto: che cosa significa, davvero, «scambiarsi» i regali a Natale?

L’antica radice della parola «dono» indicava l’istituzione di relazioni vantaggiose. Secondo i principi dell’economia classica un bene ha due valori: a) d’uso (soddisfa dei bisogni), b) di scambio (procura altri beni). Il dono aggiunge un terzo valore, il valore di legame: un bene donato crea legami nuovi, oltre a rafforzare quelli esistenti. Gli antropologi, osservando le società tradizionali, hanno scoperto che proprio attraverso i doni gli uomini creano e stabiliscono relazioni sociali, perché essi generano la necessità del contraccambio: chi dona si attende infatti un contro-dono. Che differenza c’è allora tra donare-contraccambiare e uno scambio mercantile? La libertà: non è richiesta un’immediata estinzione del debito. Infatti l’obbligo di restituire il dono è morale (non contrattuale): non ci sono modi e tempi rigidi o sanzionabili, ma solo fiducia. Ma perché si contraccambia o ci si sente obbligati a farlo? Ciò che si dona, ha spiegato Marcel Mauss, nel suo magistrale Saggio sul dono, acquisisce un’anima, prolungamento di chi dona: lo spirito nell’oggetto cerca quindi di tornare al luogo d’origine, il donante, alimentando una positiva spirale di riconoscenza. Il contro-dono, potendo avvenire con scadenze non codificate, trasforma il tempo in legame. Lo scambio mercantile si basa invece sull’abolizione immediata del debito (prendo le mele e pago), eliminando subito l’asimmetria e la relazione con l’altro. Pensate invece al debito che avete verso i vostri genitori (la vita): è inestinguibile e, proprio questa asimmetria, crea una relazione unica, che impegna tutto il tempo della vita. In una coppia o tra amici il donare è una variabile continua, costante e necessaria: quando si smette di donare, una relazione finisce. Infatti due fidanzati che si lasciano, restituiscono i doni ricevuti o li buttano via, perché l’oggetto non è solo un ricordo doloroso, ma è di fatto la relazione stessa. Il dono instaura uno squilibrio positivo, che crea e tiene vivo il legame, «garantisce» la relazione tra chi dona e chi riceve: donando impegniamo il tempo nostro e altrui perché vogliamo che la relazione (amicizia, amore, lavoro) continui. Il dono è sempre una richiesta di fedeltà, in cui però l’impegno (parola che ricorda appunto il «dare in pegno») a restituire è a scelta dell’altro, il dono «vincola» e «libera» al tempo stesso. A Natale il triangolo di donare, ricevere, contraccambiare, è un tutt’uno (chi dona riceve, chi riceve dona) a significare qualcosa di più: vogliamo «donare per donare». Lo «scambio di doni» mostra e celebra la relazione stessa. Per capire il perché bisogna fare un salto nel passato.

Tra il 17 e il 23 dicembre i Romani celebravano la loro festa principale: i Saturnali, in onore del dio dell’età dell’oro. Il progressivo prevalere della luce sulle tenebre, dopo il solstizio di inverno che cade in quei giorni, segnalava la rinascita lenta ma costante che avrebbe portato le spighe a maturazione. Si banchettava, ci si mascherava come nel nostro carnevale, ci si scambiava i doni e si azzeravano le differenze sociali: i padroni servivano e i servi comandavano. Il cristianesimo, con l’evento che divide la storia in due segmenti, la nascita del Dio-Bambino, assume l’aspetto cosmico della tradizione antica, ma la rinnova totalmente: la luce non è solo quella del Sole, ma di Dio che viene sulla Terra ad abitare in mezzo al buio degli uomini. Se Dio nasce, tutti meritano di nascere: il «Natale», appunto.

A Natale celebriamo che l’uomo è fatto per nascere, non certo per morire. Ci scambiamo i regali per rinnovare le relazioni e ribadire reciprocamente: è bello che tu sia nato. Così anche noi ci riceviamo in dono gli uni gli altri: la relazione stessa diventa visibile. Il compleanno di Dio permette a tutti di festeggiare il proprio: nascere è il dono più grande che un uomo e una donna possano fare alla Terra. Il Natale è in questo senso il «Compleanno di tutti», per questo ci scambiamo i regali: per ringraziare il nostro e altrui «venire alla luce» al fine di amare ed essere amati per come siamo. Possiamo celebrare il Natale, solo se è Natale per noi: chi è felice e grato di essere nato, può essere felice e grato della nascita degli altri. Lo scambio dei doni è così il modo tutto umano per rendere visibile, in tutta la sua verità, lo stato delle nostre relazioni: stiamo veramente rinnovando i nostri affetti più cari e affermando la bellezza della nascita nostra e altrui?

«L’ansia da regalo» sembra invece segnalare una necessità opposta, che si riduce spesso al mettersi la coscienza a posto di fronte all’ennesimo standard: sottoporsi al rito e non far brutta figura. Ripiegati su noi stessi non celebriamo il cosmo e i suoi doni, ma noi stessi, obbedendo al comandamento consumistico: si fa così e basta. A volte infatti sono proprio quei regali ad assolverci dal senso di colpa per non aver donato proprio ciò che il dono impegna: il tempo. Non abbiamo dato il tempo che gli altri meritavano e crediamo così di «comprarlo», facendo un regalo. Ma così non magnifichiamo l’altro, semplicemente lo controlliamo o ci illudiamo di farlo, oltre a cercare di lenire il senso di colpa. Oggi, sempre di corsa, sosteniamo che le relazioni richiedano «tempo di qualità», forse perché non riusciamo a donarne in «quantità»: ma sotto una certa soglia di quantità non esiste qualità. La qualità, per esseri fatti di corpo (e quindi di tempo), è donare tempo: amare è dare e impegnare il proprio tempo. Il Natale rende possibile proprio questo: spendere tempo (prima che soldi) per e con gli altri, a tavola, in giochi, chiacchiere, doni. Ma c’è di più. La logica strettamente umana del dono è riassunta e superata proprio dalle parole del festeggiato («Christmas» significa festa di Cristo) nel vangelo di Luca: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? E se fate del bene a chi vi fa del bene, che merito ne avrete? E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi». Natale è quindi anche un invito ad andare oltre il contraccambio «garantito», arrivando a donare a chi non può ricambiare, non solo perché magari non ha mezzi, ma semplicemente perché non lo amiamo o non ci ama, così il dono diventa «per-dono»: un super-dono. In questo caso l’unico contraccambio possibile è la relazione stessa e la gratitudine, il dono afferma la pura volontà di (ri-)costruire una relazione e lasciarsi alle spalle ogni divisione e differenza, come fa il Padre donando il Figlio agli uomini: li ama senza aspettarsi nulla e desidera che loro facciano altrettanto tra loro, partecipando alla sua misericordia.

Il letto da rifare oggi è allora quello ispirato dal modo in cui nella nostra lingua si indicavano un tempo i doni: «presenti». «Fare un presente» diventa quindi regalare una presenza nuova, che a volte è semplicemente il farsi vivi con qualcuno che trascuriamo o ignoriamo da tempo o riannodare una relazione rovinata. Il dono è una presenza che ribadisce: «è bello che tu ci sia, comunque sia andata, eccomi qui a dirtelo». Donare non è acquistare la propria pace, ma rinnovare, per quanto possiamo, la propria presenza e quindi il proprio impegno nel tempo a venire. Natale è sì dare e ricevere presenti, ma al fine di renderci di nuovo «presenti» agli altri e rendere gli altri di nuovo «presenti» a noi. Natale in fondo è per tutti, credenti o no, un aggettivo che significa «appartenente alla nascita», e quindi fare regali non è «fare acquisti», ma «fare luce»: venire noi alla luce e dare gli altri alla luce. La luce, che torna a vincere lentamente sulle tenebre del cosmo e rinnova i campi e la tavola degli uomini, chiede a noi di fare altrettanto nelle relazioni. Quest’anno non fate regali, scambiatevi doni, perché non sia la festa degli acquisti, ma dei «presenti». Solo così i ricordi dell’infanzia non saranno parte di un passato nostalgico o di una tradizione sentimentale, ma la vita vera a cui tutti aspiriamo.

Corriere della Sera, 10 settembre 2018 – Link all’articolo e ai precedenti

9 responses to “Letti da rifare 38. Regali, doni o presenti?”

  1. Carmen ha detto:

    Caro prof 2.0,
    quel bambino da te rappresentato, che la mattina di Natale si alzava prima degli altri e correva a scoprire i doni sotto l’albero, era stato probabilmente educato alla pazienza, all’attesa e quindi al desiderio. Il tuo ricordo è molto simile al mio: quella luce che tu scorgevi riflessa nei volti dei tuoi cari, io la vedevo nel corpicino di Gesù Bambino, quando finalmente la mattina di Natale potevo deporre la statuina sopra quella culla vuota che avevo fissato per giorni e giorni. Non è sentimentalismo o nostalgico ricordo, come ben dici alla fine del tuo articolo, è questione di come si è stati educati al Natale. E qui divento critica: mi sembra che nella nostra società liquida anche il Natale stia scivolando. Tu ben percepisci questa sensazione nel contrasto cromatico tra le luci sferzanti delle vetrine addobbate dei negozi e il freddo buio che penetra attraverso il tuo cappotto.
    Si sta diffondendo l’uso di fare l’albero di Natale già a metà novembre e i regali si comprano spesso in occasione del Black Friday,perché c’è più convenienza. Ma, vedi, per molti l’attesa del Natale è diventata un’offerta promozionale mancata e quasi ci si sente in colpa se non ci si mette a posto con i regali al più presto. Hai ragione a sostenerlo! È con la coscienza che bisogna mettersi a posto. Quale coscienza? Sì, proprio quella che viene dal latino “cum-scio”, ma ti risparmio la mia dissertazione filologico-letteraria perché tu la faresti meglio di me! Credimi, i bambini cominciano persino a pensare che Babbo Natale viva ad Amazon, perché è lì che vedono i genitori “andare” in cerca di regali. Tutto questo mi lascia pensare, non senza inquietudine, consapevole del cambiamento di usi e costumi che stiamo vivendo. Io resto ancorata al dono della parola, che mi piace scambiare a Natale sotto forma di auguri, quelli autentici e veri. Il dono è presente, legame o luce che si rinnova, l’augurio accompagna il presente e lo rimanda al futuro, in una dimensione di attesa e di speranza, da alimentare costantemente. Pensando questo, forse potremmo amare di più noi stessi, gli altri, la vita e le feste come il Natale. Colgo l’occasione per fare a tutti gli auguri di cuore e mi scuso se mi sono un po’ troppo dilungata, fermandomi a pensare.

  2. Adua ha detto:

    Caro Alessandro,

    Ho letto questo tuo articolo, importante più che mai oggi per le persone. O così dovrebbe essere. Ci ricordi sempre quanto l’amore sia la cosa più importante.
    Ho sempre considerato il dono come un tutt’uno, senza mai aspettarmi niente. Mi piace pensare che il dono sia ogni volta un ..un nuovo Natale. Sono sincera, se non fosse così, non mi riterrei una persona molto capace di volere bene. Neppure ho mai restituito i doni che altri mi hanno fatto, né in amore, né in amicizia, qualunque sia stato l’esito di quelle relazioni umane, che sempre hanno fatto parte della mia vita e quando non ci sono state più, ho comunque tenuto il ricordo.
    Il tempo è una grandissima cosa …forse per questo il tuo articolo sul tempo mi ha entusiasmata molto..è un qualcosa su cui rifletto ogni giorno.
    Sono d’accordo con te, quando dici che il dono instaura uno squilibrio positivo, che impegna il tempo, che tiene vivi i legami, che è richiesta di fedeltà, che vincola e libera. In ogni tua parola c’è la poesia che scorre, il senso della verità..del respiro.
    C’è il senso del Natale sempre per me, quando si dona.. forse per questo, è un po’ come morire… l’essere ignorata/i. Cose che accadono, certamente, soprattutto quando si vorrebbe donare davvero…Ma se quello che si prova è grande ed è vero, forse non si fa più caso neppure ad essere ignorati. Sarà che l’uomo ha in sé il senso di una …speranza?..anche quando tutto sembra inutile, deserto, silenzio… regalare un dono…resta pur sempre un atto di amore.

    Un caro saluto,
    Adua

  3. Claudio ha detto:

    Caro professore 2.0, l’attesa per il suo nuovo “letto da rifare” è stata premiata.
    Oggi la Chiesa ricorda la Santa e Martire Lucia, una donna della sua terra di Sicilia. Per non uscire dal tema, cosa che facevo sempre quando andavo a scuola, dobbiamo ricordare che nella Chiesa i Santi sono un dono per noi e per tutti. Per questo ci vengono indicati e quindi ri-donati ogni giorno.
    In questo nuovo “letto da rifare” ricorre molte volte la parola tempo e non posso fare a meno di ricollegare il pensiero al precedente “Tic tac tic tac” e ringraziarla per la sua gentile risposta. Oggi riprendo il suo passaggio “La qualità, per esseri fatti di corpo (e quindi di tempo), è donare tempo”. E grazie a questo passaggio vedo un legame tra queste parole: TEMPO – CORPO – DONO. Occorre Tempo e avere un Corpo per diventare un Dono.
    Chiudo con questo desiderio e augurio e cioè, che nonostante tutta la distrazione che un Natale passato nella corsa ai regali materiali, tra il chiasso della pubblicità ecc. ecc., che ancora oggi sia possibile vivere il presente come diceva Santa Lucia “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente”

    Buon Natale, Claudio.

  4. Claudio ha detto:

    Caro professore 2.0, l’attesa per il suo nuovo “letto da rifare” è stata premiata.
    Oggi la Chiesa ricorda la Santa e Martire Lucia, una donna della sua terra di Sicilia. Per non uscire dal tema, cosa che facevo sempre quando andavo a scuola, dobbiamo ricordare che nella Chiesa i Santi sono un dono per noi e per tutti. Per questo ci vengono indicati e quindi ri-donati ogni giorno.
    In questo nuovo “letto da rifare” ricorre molte volte la parola tempo e non posso fare a meno di ricollegare il pensiero al precedente “Tic tac tic tac” e ringraziarla per la sua gentile risposta. Riprendo il passaggio “La qualità, per esseri fatti di corpo (e quindi di tempo), è donare tempo”. E grazie a questo passaggio vedo un legame tra queste parole: TEMPO – CORPO – DONO. Occorre Tempo e avere un Corpo per diventare un Dono.
    Chiudo con questo desiderio e augurio e cioè, che nonostante tutta la distrazione che un Natale passato nella corsa ai regali materiali, al chiasso della pubblicità ecc. ecc., che ancora oggi sia possibile vivere il presente come diceva Santa Lucia “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente”

  5. Andrea ha detto:

    Grazie prof per questo letto da rifare, mi piace molto questa definizione del Natale come dono e perdono, e questo portare luce laddove il mondo ci offre ansia.
    Forse riamane un po’ utopica, ma avremmo bisogno di ri-illuminare quell’essenza che unisce cuore e mente, la nostra Anima.

  6. pieralba alessi ha detto:

    Questo articolo mi è piaciuto così tanto che ho “rubato” qualche parola e l’ho inserita nel mio tema in classe. Inoltre manderò questo articolo ai miei familiari in una lettera insieme agli auguri di Buon Natale.

  7. Silvia Pannocchia ha detto:

    Candida attesa,
    sono di vetro
    tutti i paesaggi
    e nemmeno una stilla di sangue
    attraversa la neve.
    Raccolti in grembo
    scorci di sogno
    vesto il cuore di stracci
    e torno bimba dentro
    il rosso gioco del Natale…
    in silenzio
    osservo ricordi
    farsi luce
    tra calore e legno cammino
    felice
    di questo mio sentirti,
    di questo dolce
    diventare Croce.

    In questa poesia sul Natale ho cercato di ricomporre la gioia candida dell’attesa che mi prendeva tutta da bimba, e una riflessione adulta su questa luce, che ogni anno ci invita ad un Incontro che ci rende croce, ci aiuta a vivere “sempre per”…
    Sono un’insegnante di religione alla scuola dell’infanzia, ovvero faccio il lavoro piú bello del mondo, a contatto con la categoria di umani piú belli del mondo.
    Sono felice ogni giorno di alzarmi e di andare incontro, pur nelle molte difficoltá di un mondo scolastico sempre piú impresa e sempre meno servizio vero alla Vita, a piccoli alunni che ancora credono e sperano e molto insegnano.
    Per Natale, il nostro lavoretto é stato ricavare un puzzle da un disegno di ogni bambino che aveva come protagonista la famiglia di Gesú e la stella cometa: quotidiano e trascendente. Abbiamo volutamente spezzato il disegno, e i piccoli lo hanno incartato e portato a casa come dono con un mesaggio: ” ci auguriamo tempo felice da passare insieme”.
    Si, tempo insieme.
    L’unica cosa di cui abbiamo bisogno. Tempo per raccontarci ancora storie, recuperare le nostre origini e magari ascoltarci e guardarci l’un l’altro, ricomponendo i pezzi di noi stessi nel cerchio perfetto dell’amore. Un caro abbraccio, ogni tuo libro é davvero ISPIRAZIONE! 😀

  8. SILVIA PANNOCCHIA ha detto:

    Candida attesa,
    sono di vetro
    tutti i paesaggi
    e nemmeno una stilla di sangue
    attraversa la neve.
    Raccolti in grembo
    scorci di sogno
    vesto il cuore di stracci
    e torno bimba dentro
    il rosso gioco del Natale…
    in silenzio
    osservo ricordi
    farsi luce
    tra calore e legno cammino
    felice
    di questo mio sentirti,
    di questo dolce
    diventare croce.

    Con questa poesia tentavo l’anno scorso di descrivere cos’é per me il Natale. Natale per me é ritornare ad avere uno sguardo bambino sulle cose, ripulito dal superfluo, attento all’essenziale della nostra umanitá.
    Sentire Gesú che si incarna, Re, nelle nostre vite e viene a nascere nelle nostre misere capanne significa saper attendere, tendere l’orecchio all’infinito, pur restando all’interno della nostra carne fragile e del nostro limite strutturale.
    Senza questo limite, la vita non sarebbe vita, ma un’infinita corsa all’oro effemiro del qui e ora, senza attesa e senza preziositá degli attimi e nemmeno degli affetti.
    Lavoro alla scuola dell’infanzia, insegno religione ( ma tanta piú ne insegnano i miei alunni a me) e come lavoretto di Natale quest’anno ogni bambino ha trasformato un proprio disegno in puzzle, da ricomporre a casa coi genitori.
    L’augurio che ha accompagnato questi doni é stato un augurio di tempo felice da passare insieme. Una qualitá di tempo da vivere che diventi tempo verticale e si incarni nell’amore. Tantissimi auguri a te Alessandro, sempre capace di ispirare grandi sogni e riflessioni e offrire vita. Grazie!

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