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	<title>Prof 2.0</title>
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	<description>Il blog di Alessandro D&#039;Avenia</description>
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		<title>Il libro che mi ha cambiato la vita non l&#8217;ho mai letto</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 13:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentato nei giorni scorsi al Salone internazionale del Libro di Torino, «I libri ti cambiano la vita» (Longanesi, pagine 348, euro 14,90) nasce da un’intuizione di Romano Montroni, considerato il più esperto libraio d’Italia. Nel volume – il cui ricavato servirà alla ricostruzione della Biblioteca comunale di Aulla – cento autori si misurano con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/05/9788830433304_i_libri_ti_cambiano_la_vita_3da.png"><img class="alignleft size-full wp-image-9318" title="9788830433304_i_libri_ti_cambiano_la_vita_3da" src="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/05/9788830433304_i_libri_ti_cambiano_la_vita_3da.png" alt="" width="220" height="280" /></a></p>
<p>Presentato nei giorni scorsi al Salone internazionale del Libro di Torino, «I libri ti cambiano la vita» (Longanesi, pagine 348, euro 14,90) nasce da un’intuizione di Romano Montroni, considerato il più esperto libraio d’Italia. Nel volume – il cui ricavato servirà alla ricostruzione della Biblioteca comunale di Aulla – cento autori si misurano con il capolavoro che più di ogni altro si è dimostrato decisivo nella loro esperienza umana e letteraria. Ho partecipato a questo bel progetto e desidero condividere con voi in anteprima il capitolo che ho scritto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Deluderò chi cerca in queste righe il libro che mi ha squadernato le possibilità infinite del mondo, che ha reso il mio cuore un po’ più intelligente, che mi ha regalato ore di consapevole fuga dalla realtà per tornarvi con più fame, che mi ha insegnato a guardare tra le pieghe nascoste delle cose, tra le righe del mondo, che mi ha regalato un briciolo di empatia in più verso gli altri e un po’ di misericordia in più per i miei vicini di condominio. Insomma non racconterò di quel libro che mi ha fatto innamorare di più della vita e insegnato che le parole sono il modo per possedere le cose, anche quelle che ci portiamo dentro, anche quelle che si nascondono nei meandri più nascosti dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo farò, perché quel libro è un libro che non ho mai letto, un libro che non ho mai sopportato, un libro che non ho mai finito. Quel libro mi ha insegnato che c’erano cose noiose, persino nella mia magica infanzia e che io non avrei mai scritto una storia noiosa, né l’avrei mai raccontata. Le mie nonne, siciliane, mi riempivano le orecchie di storie vissute e io rimanevo ore ad ascoltare di tedeschi che entrano in casa minacciando la vita di mio padre neonato, di corriere da cui scendeva mio nonno per andare a trovare la sua bella in un paese lontano dal suo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle storie non mi annoiavano mai ed erano le mie storie, le storie della mia famiglia. Se io ero lì ad ascoltarle era perché erano vere. Anche se sono convinto che le mie nonne aggiustassero la realtà scantonando spesso nel verisimile, per rendere ancora più vera la loro narrazione&#8230; Quelle storie le ricordo ed entrano nei miei libri con una forza che non riesco a controllare. È il racconto orale che mi ha aperto le orecchie, il cuore e la testa, esattamente in quest’ordine, al desiderio di ascoltare il mondo e le persone, come si fa da bambini con le conchiglie. Tu poggi l’orecchio contro quel naufragio di madreperla e senti che contiene tutto il mare.</p>
<p style="text-align: justify;">A paragone di quelle storie il libro che non ho mai letto era insopportabile. Lo dovevo leggere perché è uno di quei libri che i bambini degli anni Ottanta dovevano leggere e perché l’avevano letto i miei due fratelli maggiori, che per me erano dei supereroi. Quel libro era I ragazzi della via Pál. Spero di non ferire nessuno di coloro che amano quella storia, ma io la trovavo noiosa. Non sapevo dove fosse Budapest e Nemecsek era un nome troppo complicato per la mia lingua. Ho provato a cominciare quel libro tante volte, forse dieci, ma non riuscivo mai a superare le prime pagine, mi piaceva soltanto la descrizione del ragazzino impaurito nascosto tra i rami degli alberi a spiare la banda avversaria, non ricordo perché e non ricordo neanche se la scena fosse esattamente così&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Io volevo le avventure dei miei nonni, delle mie nonne, la Guerra, i Tedeschi e gli Americani, la Sicilia e il Mare, i proverbi in dialetto e la continua minaccia del destino sulla mia vita che era legata a quelle storie.<br />
[...] Da quel fallimento, dalla mia impermeabilità a quelle pagine è nata la spinta a cercare storie diverse, storie che non mi annoiassero, storie che mi raccontassero il mondo in cui io vivevo dandogli un senso. Storie simili a quelle delle mie nonne, storie di cui ero il diretto o indiretto compimento. (Inoltre capii di essere diverso dai miei fratelli, e non è poco per uno che li considerava supereroi).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma mentre scrivo queste righe mi torna alla memoria un ricordo ancora precedente e più profondo. La memoria è fatta a stanze che immettono l’una dentro l’altra. Questo ricordo corregge il tiro del primo, forse lo amplia, forse lo rende più essenziale. Non è un libro che mi ha cambiato la vita, anche se alcuni sì lo hanno fatto, ma qui vado a caccia del peccato originale, non dei peccati di lettura successivi, innumerevoli e imperdonabili. Non è stato un libro a cambiarmi la vita, ma le lettere. Sì le lettere, le lettere in senso stretto, con la loro bella grafia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero all’asilo e giocavo. Avevo cinque anni ed ero in quel periodo scolastico, l’asilo appunto, che è l’unico che funziona davvero. Quello in cui sei talmente libero che imparare coincide con il creare. Giocavo, disegnavo, creavo. E così imparavo. Creavo soprattutto con il pongo: astronavi, con le quali affrontare quelle create dai miei amici. Sedevamo attorno a banchi disposti a quadrato e quindi ci guardavamo in faccia, ci passavamo le cose, litigavamo, ci sfidavamo, ridevamo. Creavamo insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad un tratto la maestra Gabriella mi chiamò. Dovevo cambiare classe. Io mi fidavo di lei e della sua voce sottile. Mi prese per mano e mi portò in prima elementare. Sì perché sembrava che io fossi pronto per affrontarla in anticipo. Quando entrai c’erano dei banchi disposti a file e non ci si guardava in faccia, ma si scorgeva solo la schiena di chi avevi di fronte e tutti fissavano la lavagna e la maestra, che spiegava una cosa orribile, astratta, senza mani, senza pongo, senza colori. Solo gesso bianco con cifre astratte. Spiegava le tabelline, porta infernale attraverso la quale abbandonavo il mondo incantato della creazione, per entrare in quello del far di conto, dell’utile. Mi sono seduto in fondo e mi sono sentito fuori posto. Non avevo niente in mano. E il pongo dov’era? Solo fogli, quaderni, e penne.</p>
<p style="text-align: justify;">E dovevo stare seduto sempre, solo col mio banco.<br />
Sarei voluto fuggire. Ma non potevo. Dovevo imparare e stare lì seduto. Cominciai a guardarmi intorno. Sulle pareti c’erano dei bizzarri cartelloni colorati con delle grandi figure associate a dei segni eleganti. Gn con uno Gnomo dal barbone bianco, F con una farfal la gialla a puntini neri, C con un bel coltello affilato come quello del macellaio, la C poi era ripetuta in un altro cartellone vicino a quelle del coltello, c’era una coppia di superbe ciliege. Non sapevo ancora che esistessero suoni affilati come un coltello e dolci come le ciliege, ma lo intuivo grazie a quelle immagini. Cominciai a fissare quei disegni perché le tabelline mi facevano paura, mi sembravano mostruose e noiose.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi estraniai da quel mondo triste che era la prima elementare, che indicava un destino già scritto: ti aspettano 13 anni così e altri 5 se farai l’università. Un percorso deciso, per anni dietro ad un banco di pochi centimetri, a imparare, senza creare. Per questo venivo buttato spesso fuori: mi giravo sempre a parlare e non stava bene, parlare. Eppure avevo un sacco di cose da dire, un mucchio di domande, ma non erano attinenti alla lezione, soprattutto quando era di matematica e di geografia. Chiacchierone e distratto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quei cartelloni mi salvarono perché cominciai a immaginarmi i rapporti invisibili tra quei personaggi fatti di lettere e immagini. Nascevano dentro la mia testa in fuga storie fatte di quelle relazioni invisibili, a cui io davo parole ed esistenza. Fu allora che nacque una delle mie prime storie: cosa facevo lo Gnomo alla Farfalla con il Coltello? Era un thriller, e non ricordo come finisse. Purtroppo. Se lo ricordassi guarirei da molte delle mie tare mentali&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle lettere mi cambiarono la vita. Erano i segni “calligraficamente” perfetti di un mondo da scoprire in ciò che ha di invisibile. Erano i fili e i nodi di una rete invisibile che sorreggeva lo scenario del mondo. C’era molto più sul muro bianco tra un cartellone e l’altro che in tutte le formule scritte e da imparare a memoria. C’era molto di più nel mondo che nella filosofia di qualsiasi maestra. Quei personaggi si muovevano nella mia testa e nel mio cuore. Erano vivi e io con le parole, prima raccontate e poi scritte, potevo dare vita a quelle relazioni invisibili, riempire di parole quella parete bianca e incantare i miei amici, come facevano le mie nonne con me. Così divenni un cantastorie dell’invisibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non un libro letto mi ha cambiato la vita. Ma uno mai letto.<br />
Non una storia in particolare, ma le lettere con cui si costruiscono le storie per rendere visibile ed eterno ciò che non deve andare assolutamente perduto o ciò che è andato perduto e disperatamente cerchiamo.</p>
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		<title>Il talento è nascosto in una buca di due metri</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 17:07:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cristopher Paolini, autore di libri dai titoli che a volte sono veri e propri sciogli-lingua, è stato oggi nella mia scuola e in un incontro di circa un&#8217;ora ha risposto alle domande dei ragazzi, molti dei quali avevano letto &#8211; chi più chi meno &#8211; i quattro libri della sua saga fantasy. Io sono tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" style="padding-right: 8px; padding-top: 8px; padding-bottom: 8px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-BQjIst-Bv4k/TuwEzhYFC_I/AAAAAAAAA9Q/MSJJpF4glP8/s1600/3263667_640px.jpg" alt="" width="480" height="639" />Cristopher Paolini, autore di libri dai titoli che a volte sono veri e propri sciogli-lingua, è stato oggi nella mia scuola e in un incontro di circa un&#8217;ora ha risposto alle domande dei ragazzi, molti dei quali avevano letto &#8211; chi più chi meno &#8211; i quattro libri della sua saga fantasy. Io sono tra quelli che non hanno letto nulla.</p>
<p>Ad un certo punto gli ho chiesto: Cristopher, quando sei diventato scrittore?</p>
<p>E lui, che ha scritto il suo primo romanzo (Eragon) a 16 anni, ha raccontato che aveva finito la scuola e si annoiava da morire. Siamo nel Montana e nel Montana c&#8217;è poco da fare, soprattutto se abiti lontano da tutto e tutti. Allora si è messo a scavare una buca nel giardino. Arrivato a due metri di profondità l&#8217;ha trasformata in un tunnel. La buca assomigliava ad un qualche rifugio di un romanzo fantasy. A quel punto Cristopher si è fermato e si è chiesto perché non inventare qualcosa di simile senza spezzarsi la schiena? Così ha cominciato a scrivere a mano le prima pagine di Eragon. Aveva solo 16 anni e da quei fogli stava per uscire un libro che avrebbe incantato milioni di ragazzi appassionati di fantasy.</p>
<p>Il racconto di Cristopher mi ha colpito.</p>
<p>Per due motivi.</p>
<p>1) Per trovare il proprio talento bisogna annoiarsi.</p>
<p>2) Per trovare il proprio talento bisogna scavare una buca e scoprire che non è quello il tuo talento, ma magari è la porta che immette sulla stanza che nasconde il tuo vero talento.</p>
<p>Lo dico per tutti quei ragazzi che spesso non sanno che farsene dei loro 16 anni. E hanno una paura terribile di annoiarsi.</p>
<p>ps. Alla domanda sui suoi libri di riferimento, Paolini ha esordito dicendo: tutto è cominciato con l&#8217;Iliade e l&#8217;Odissea.</p>
<p>Non avevo dubbi.</p>
<p><a href="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/05/foto.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-9310" title="foto" src="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/05/foto-460x343.jpg" alt="" width="460" height="343" /></a></p>
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		<title>Il futuro ha due domande per te</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 14:59:38 +0000</pubDate>
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		<title>Risu cognoscere matrem</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 12:57:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho appena festeggiato i miei 35 anni e mi sono ritrovato pieno di gratitudine. Il sorriso che spesso mi ritrovo sul volto lo devo al sorriso che mi ha generato e allevato. Ogni compleanno credo sia fare memoria di come siamo stati cresciuti da bambini. In coincidenza con questi pensieri, qualche giorno fa ho letto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho appena festeggiato i miei 35 anni e mi sono ritrovato pieno di gratitudine. Il sorriso che spesso mi ritrovo sul volto lo devo al sorriso che mi ha generato e allevato. Ogni compleanno credo sia fare memoria di come siamo stati cresciuti da bambini.</p>
<p>In coincidenza con questi pensieri, qualche giorno fa ho letto un interessante intervento su temi educativi, nel quale si citava un verso di Virgilio, tratto dalla IV Egloga:</p>
<blockquote><p>Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.</p>
<p>Comincia, bimbo, a riconoscere la madre dal sorriso.</p></blockquote>
<p>L&#8217;autore dell&#8217;intervento suggeriva questo verso come sintesi di tutto il processo educativo: il volto di una madre sorridente rende riconoscibile al bambino non solo la madre stessa, ma la propria vita. Il bambino<em> ri-conosce</em>  se stesso (cioè conosce attraverso una mediazione) nel volto felice di lei e sente la sua vita accolta e il mondo accogliente. Solo chi si riconosce nella fiducia originaria di qualcuno potrà poi essere riconoscente (capace di riconoscere a sua volta e di ringraziare).</p>
<p>Questo video credo lo dica meglio di ogni altra parola.</p>
<p>Lo dedico a mia madre e a tutte le madri che, con alterne vicende, cercano di donare ogni giorno quel sorriso ai loro figli. Anche quando quel sorriso è il frutto di lacrime, veglie, silenzi.</p>
<p><a href="http://www.profduepuntozero.it/2012/05/04/risu-cognoscere-matrem/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Come dice un proverbio che mi ha insegnato mia madre:</p>
<blockquote><p>Dio creò il mondo, poi quando si rese conto che non arrivava a tutto, fece le madri</p></blockquote>
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		<title>Figlio dello Scirocco</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 10:25:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Era d&#8217;estate. Nell&#8217;antica casa di Palermo in cui abitavo c&#8217;era una stanza, la più interna e fresca: un&#8217;alcova di muri spessi. Quando spira lo Scirocco e l&#8217;aria diventa gialla, si bagna il pavimento di quella stanza e ci si stende per terra, in mutande, la guancia e i polsi incollati a terra, in croce. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2011/08/vento-300x2251.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7985" title="vento-300x225" src="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2011/08/vento-300x2251.jpeg" alt="" width="240" height="180" /></a>Era d&#8217;estate. Nell&#8217;antica casa di Palermo in cui abitavo c&#8217;era una stanza, la più interna e fresca: un&#8217;alcova di muri spessi. Quando spira lo Scirocco e l&#8217;aria diventa gialla, si bagna il pavimento di quella stanza e ci si stende per terra, in mutande, la guancia e i polsi incollati a terra, in croce. Non ci sono finestre, lì lo Scirocco non può trovarti, perché lo Scirocco fa impazzire, ti viene “un colpo” se ti trova. È una belva che scioglie le ginocchia e quando si avvicina c&#8217;è quel silenzio che hanno le cose in equilibrio subito prima di crollare: un palazzo incendiato, prima di precipitare; un bosco, prima del temporale; la terra, prima di un terremoto. I miei avi hanno imparato a difendersi dalla bestia che soffia, nascondendosi in questa stanza irraggiungibile, come il cuore. Infatti se quel vento ti entra nella testa vedi miraggi, sei uno “sciroccato” si dice, però passa. Ma se ti entra nel cuore, sei fottuto: ti brucia da dentro e ti inaridisce, come fa con gli alberi di arance.<br />
Niente è più serio dello Scirocco nella mia terra. Nella stanza dello Scirocco non resta che fare i conti con quello che si ha e quello che non si ha. Non c&#8217;è altro. Quello che trovi in quella stanza, nudo, senza niente, ti salva. Forse per questo mia nonna diceva sempre: Tri sunnu li putenti: u papa, u re e cu&#8217; nun havi nenti. Ricordo i discorsi sussurrati in quella stanza, anzi sono gli unici che ricordo. Un giorno, mentre lo Scirocco mordeva l&#8217;aria estiva, screpolava le persiane, abbatteva i cani, parlai con mio padre. Ero solo un bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">“Arriva”<br />
“Chi?”<br />
“Lo Scirocco”<br />
“Come lo sai?”<br />
“Il mare. Lo senti?”<br />
“No”<br />
“Appunto. Quando il mare rallenta e respira piano, le cicale impazziscono di paura e lo richiamano a fare il suo dovere. Lui arriva”<br />
“Chi?”<br />
“Te l&#8217;ho detto, scimunito. Lo Scirocco”<br />
“E che si fa?”<br />
“Come il mare. Respira piano. Appoggia la guancia al pavimento: aspetta e ascolta”<br />
“Cosa?”<br />
“Storie”<br />
“Che storie?”<br />
“Storie d&#8217;amore”<br />
“E perché d&#8217;amore?”<br />
“Ne esistono altre?”<br />
“Che ne so, storie di avventura, di battaglie, di mistero&#8230;”<br />
“E per cos&#8217;altro si va all&#8217;avventura, si soffre e si risolvono indovinelli?”<br />
“E tu quali storie sai, papà&#8217;”<br />
“Una sola”<br />
“Solo una?”<br />
“Basta e avanza”<br />
“E come fa?”<br />
“C&#8217;è un ragazzo. Suo padre dice che sarebbe ora che si sposasse. Sua madre dice che sarebbe bello piuttosto che si innamorasse. Suo padre dice che non c&#8217;è differenza. Sua madre dice che la differenza c&#8217;è. Suo padre non dice più nulla, tanto sua moglie ha sempre ragione”<br />
“E poi?”<br />
“E poi s&#8217;innamora”<br />
“E finisce così?”<br />
“Perché c&#8217;è altro?”<br />
“Lei com&#8217;è? Cosa succede?”<br />
“Lei è tua madre. Lui le dice ti amo. Non c&#8217;è altro. I dolori, le cadute, le avventure, i misteri, le gioie si dimenticano.”<br />
“Ma di questo sono fatte le storie!”<br />
“Non quando c&#8217;è lo Scirocco”<br />
“Perché?”<br />
“Quando c&#8217;è lo Scirocco bisogna andare all&#8217;osso”<br />
“E qual è l&#8217;osso?”<br />
“Quello che resta. Il mare. Il vento. Le stelle. La sabbia”<br />
“E che fanno?”<br />
“Lo sfondo”<br />
“Lo sfondo?”<br />
“Della commedia”<br />
“Quale?”<br />
“Quella di chi è innamorato”<br />
“È una commedia?”<br />
“Sì”<br />
“Perché si ride?”<br />
“No”<br />
“E perché?”<br />
“Perché finisce bene”<br />
“E la tua storia come finisce?”<br />
“Bene”<br />
“E basta?”<br />
“Sì”<br />
“Neanche una lacrima?”<br />
“Continuamente”<br />
“Papà, ma che commedia è se si piange?”<br />
“Figlio mio, che commedia è se non si piange?”<br />
“Che cosa è questo rumore?”<br />
“Quale?”<br />
“Questo tum-tum. Sbattono le porte?”<br />
“No. È il cuore, scimunito”<br />
“Che ne so io che si sente il cuore nel pavimento&#8230;”<br />
“Il giorno che non lo senti, vuol dire che lo Scirocco te l&#8217;ha bruciato. Quella è una tragedia&#8230;”<br />
“Il mio è più veloce del tuo, papà, lo senti?”<br />
“Lo so”<br />
“Perché?”<br />
“Perché ama poco”<br />
“Perché quando ama rallenta?”<br />
“Certo”<br />
“E perché?”<br />
“Perché non ha fretta”<br />
“E poi?”<br />
“E poi si ferma”<br />
“Quando?”<br />
“Quando non ha più fretta per niente”<br />
“E quand&#8217;è?”<br />
“Quando finisce la commedia”<br />
“E che succede?”<br />
“Si ride”<br />
“Che è sto silenzio?”<br />
“È arrivato, se senti il silenzio&#8230;”<br />
“Beddamatri, fa scantari!”<br />
“Lascia stare mamma. E poi non è una disgrazia&#8230;”<br />
“Ma se bisogna nascondersi, parlare piano&#8230; Fa paura lo Scirocco”<br />
“Tu sei figlio dello Scirocco”<br />
“Io?”<br />
“Era un giorno di Scirocco terribile, i fiori e i cani fuori morivano, e tua madre e io eravamo qui per terra&#8230;”<br />
“E allora?”<br />
“Scimunito, a te lo Scirocco t&#8217;è rimasto in testa”</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="http://www.vanityfair.it/authorarticles?a=Alessandro%20D'Avenia">Vanity Fair, 24 agosto 2011</a></strong></span></p>
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		<title>Pensare l&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 09:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli & Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Colloqui con i genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri e Film]]></category>
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		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[paternità]]></category>

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		<description><![CDATA[“L&#8217;amore non è cosa che s&#8217;impara, e tuttavia non c&#8217;è cosa che sia così necessario imparare”. Così scriveva Giovanni Paolo II in Varcare la soglia della Speranza. Queste parole mi sono tornate in mente quando un papà di una bimba di sei anni, qualche giorno fa, davanti ad una pizza, mi confidava di essere un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/04/arminvit_92.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-9278" title="arminvit_92" src="http://www.profduepuntozero.it/wp-content/uploads/2012/04/arminvit_92.jpeg" alt="" width="500" height="500" /></a>“L&#8217;amore non è cosa che s&#8217;impara, e tuttavia non c&#8217;è cosa che sia così necessario imparare”. Così scriveva Giovanni Paolo II in <em>Varcare la soglia della Speranza</em>. Queste parole mi sono tornate in mente quando un papà di una bimba di sei anni, qualche giorno fa, davanti ad una pizza, mi confidava di essere un padre che non sa mai cosa sia giusto fare. Quello sguardo e quelle parole mi hanno fatto riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Educare richiede una continua creatività e capacità di invenzione nella mutevolezza del reale, delle persone, delle situazioni, ma allo stesso tempo la necessità di conoscere – come si fa nel jazz – quegli accordi di base su cui costruire l&#8217;improvvisazione non improvvisata a cui costringe ogni “sessione”: quella conoscenza irrinunciabile della natura umana alla quale improntare le concrete scelte educative. Ci prepariamo tutta la vita per un lavoro e siamo convinti che occorra studiare e fare esperienza per diventare bravi professionisti, invece ci siamo illusi che l&#8217;amore si improvvisi e che non ci sia bisogno di studio e preparazione. Invece proprio l&#8217;amore richiede continue messe a punto a partire da qualcosa che rimane fermo: la volontà di amare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo quando affronto un colloquio con i genitori di uno studente chiedo spesso: Su cosa state puntando? Quale punto di forza avete notato? Quale punto debole è emerso?</p>
<p style="text-align: justify;">Educare, che un modo di amare chi ci è in qualche modo affidato, richiede non solo affetto, ma anche e soprattutto studio, preparazione, riflessione. Non si può improvvisare del tutto, bisogna riflettere e preparare ricette adatte alla dieta della persona: cosa gli/le serve di più? Di cosa ha più bisogno per crescere in questo momento?<br />
Ma a che serve studiare? A che serve riflettere sull&#8217;amore?</p>
<p style="text-align: justify;">A diventare in qualche modo profeti dell&#8217;altro. A sapere come e cosa guardare, così che l&#8217;altro intraveda il meglio di se stesso negli occhi di chi lo ama e vi tenda, superandosi in compagnia dell&#8217;amato.<br />
A questo proposito voglio segnalare due libri sull&#8217;educazione e la famiglia. Credo che la famiglia sia la soluzione alla crisi della nostra società, crisi che emerge soprattutto in ambito educativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo testo è “Papà sei tu il mio eroe” di Meg Meeker, nel quale l&#8217;autrice, una psichiatra di grande esperienza, afferma con chiarezza che la persona più importante per una figlia femmina è suo padre. L&#8217;autrice rivolgendosi direttamente ad un padre gli suggerisce:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per proteggerla e darle insegnamenti su Dio, sesso e umiltà. Significa semplicemente essere un papà. Non ho scelto a casaccio alcune caratteristiche proprie del papà: ho osservato e ascoltato le figlie per molti anni e ho sentito quello che dicono di te. Ho parlato con una miriade di padri. Ho letto testi di psichiatria, ricerche scientifiche, riviste di psicologia. L’ho fatto per lavoro. Ma ti dirò che nessun articolo, né alcun manuale di patologia, né alcuna istruzione, può iniziare a cambiare la vita di una ragazza tanto quanto lo faccia una chiacchierata con suo padre. Dal punto di vista di tua figlia non è mai troppo tardi per rafforzare la relazione con te. Quindi, fatti furbo. Tua figlia vuole i tuoi consigli e il tuo sostegno; ha voglia e bisogno di un legame intenso con te. E, come sanno tutti i bravi papà, sei tu ad aver bisogno di una relazione profonda con lei. Questo libro ti mostrerà come rafforzare questo legame oppure come ricostruirlo e come sfruttarlo per migliorare la vita di tua figlia e la tua”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo libro è un vero e proprio gioiello per questi tempi in cui la famiglia è bersagliata invece di essere sostenuta e incoraggiata. Il titolo è “La coppia imperfetta” di Mariolina Ceriotti Migliarese, che spiega in poche, profonde e delicate pagine, perché i difetti sono un ingrediente indispensabile per l&#8217;amore. Vedo tanti ragazzi schiacciati dalla incapacità loro e dei loro genitori di accettare il fatto di avere difetti, di non essere perfetti. Una cultura che rimuove Dio non può permettersi il lusso della debolezza, e vuole che gli uomini siano dei. L&#8217;autrice, neuropsichiatra infantile e madre, afferma con chiarezza che la coppia ha tutte le risorse per reggere alle tempeste che tentano spazzare via la casa, le cui fondamenta sulla roccia sono la coppia stessa, paradossalmente con le annesse debolezze:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Incontrare Dio andando in un monastero è una cosa abbastanza ovvia. Ma incontrare Dio andando verso Micheline, proprio quella che ha appena bruciato l’arrosto, ecco una cosa alquanto inesplicabile. La trovo una frase perfetta per sintetizzare quello che è il cuore della sfida che il matrimonio rappresenta: unire gli aspetti più pratici e prosaici della nostra vita con quelli più elevati e spirituali, all’interno della quotidianità”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Magari nessuno dei consigli contenuti in queste pagine servirà al caso concreto in cui ci si trova, ma solo la riflessione può tradursi in amore in atto, perché l&#8217;amore pienamente umano non è solo affetto, ma anche pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Rubrica <em>Per chi suona la campanella</em>, aprile 2012</p>
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		<title>Edizioni turca e greca di Bianca come il latte&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 10:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bianca come il latte]]></category>

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		<description><![CDATA[Se volete imparare qualche lingua nuova&#8230; Leo, gitar çalan, motosikletiyle ve iPod&#8217;uyla yapışık yaşayan, ailesiyle ve ailesinin koyduğu kurallarla anlaşamayan, okuldan nefret eden 16 yaşında bir gençtir. Leo&#8217;nun eğlenceli yaşamı, okullarına gelen ve başta anlaşamadığı idealist öğretmen Hayalperest&#8217;le ve âşık olduğu Beatrice&#8217;nin lösemi olduğunu öğrenmesiyle birdenbire değişir. Artık Leo istese de istemese de büyümek zorundadır. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se volete imparare qualche lingua nuova&#8230;</p>
<p><a href="http://static.ideefixe.com/images/384/384511_2.jpg"><img id="TB_Image" src="http://static.ideefixe.com/images/384/384511_2.jpg" alt="Süt Gibi Beyaz Kan Gibi Kırmızı" width="270" height="427" /></a><br />
Leo, gitar çalan, motosikletiyle ve iPod&#8217;uyla yapışık yaşayan, ailesiyle ve ailesinin koyduğu kurallarla anlaşamayan, okuldan nefret eden 16 yaşında bir gençtir. Leo&#8217;nun eğlenceli yaşamı, okullarına gelen ve başta anlaşamadığı idealist öğretmen Hayalperest&#8217;le ve âşık olduğu Beatrice&#8217;nin lösemi olduğunu öğrenmesiyle birdenbire değişir. Artık Leo istese de istemese de büyümek zorundadır. İtalya&#8217;da haftalarca çok satanlar listesinde yer alan, birçok dile çevrilen yazarın ilk romanı Süt Gibi Beyaz Kan Gibi Kırmızı, hem hayatındaki her şeye esprili gözle bakan bir gencin komik günlüğü hem de her yaştan insanın okuyabileceği, ilk aşkın heyecanını yeniden duyuran, sevginin ve yaşamda geçen her dakikanın ne kadar önemli olduğunu hatırlatan bir aşk romanı.</p>
<p><a href="http://alisveris.turkuvazkitap.com.tr/tanim.asp?sid=LC33HA6RFG4BU1ZYX5JJ">http://alisveris.turkuvazkitap.com.tr/tanim.asp?sid=LC33HA6RFG4BU1ZYX5JJ</a></p>
<p><img id="caribbean" style="cursor: default;" title="Λευκή σαν το γάλα, κόκκινη σαν το αίμα" src="http://www.patakis.gr/Watermark.aspx?Image=Images/Products/8056.jpg&amp;Watermark=0&amp;WatermarkText=Patakis" alt="Λευκή σαν το γάλα, κόκκινη σαν το αίμα" border="0" /><br />
Ο Λέο είναι ένας δεκαεξάχρονος όπως όλοι: του αρέσει να φλυαρεί με τους φίλους του, να παίζει ποδόσφαιρο, να συμμετέχει σε κόντρες με το μηχανάκι του και ζει σε απόλυτη αρμονία με το iPod του. Οι ώρες που περνάει στο σχολείο είναι σκέτη πλήξη, οι καθηγητές ένα «προστατευόμενο είδος που ελπίζει να εκλείψει οριστικά». Έτσι, όταν έρχεται ένας καινούριος αναπληρωτής της φιλολόγου, ο Λέο ετοιμάζεται να τον υποδεχτεί με κυνισμό και σαλιωμένα χάρτινα μπαλάκια που εκτοξεύει με το φυσοκάλαμό του. Όμως αυτός ο καινούριος καθηγητής είναι διαφορετικός: ένα φως λάμπει στα μάτια του όταν παραδίδει το μάθημα, όταν παρακινεί τα παιδιά να ζήσουν έντονα τη ζωή τους, να κυνηγήσουν τα όνειρά τους.</p>
<p>Ο Λέο νιώθει δυνατός σαν λιοντάρι, όμως μέσα του κρύβεται κι ένας εχθρός που τον τρομοκρατεί: το λευκό. Το λευκό είναι η απουσία, όλα όσα στη ζωή του αφορούν την απουσία και την απώλεια είναι λευκά. Αντίθετα, το κόκκινο είναι το χρώμα της αγάπης, του πάθους, του αίματος· κόκκινο είναι το χρώμα των μαλλιών της Μπεατρίτσε. Γιατί ο Λέο έχει ένα όνειρο και το όνειρό του λέγεται Μπεατρίτσε, παρόλο που εκείνη δεν το ξέρει ακόμα. Ο Λέο έχει κι άλλη μία πραγματικότητα, πιο προσιτή, κι όπως συμβαίνει με όλες τις κοντινές παρουσίες, πιο δύσκολα τη διακρίνει:</p>
<p>είναι η αξιόπιστη και γαλήνια Σίλβια. Όταν ο Λέο μαθαίνει πως η Μπεατρίτσε είναι άρρωστη και πως η αρρώστια που έχει σχετίζεται μ’ εκείνο το λευκό που τόσο τον τρομάζει, βρίσκεται αναγκασμένος να σκάψει βαθιά μέσα του, να ματώσει και να ξαναγεννηθεί, για να καταλάβει πως τα όνειρα δε γίνεται να πεθάνουν και να βρει το θάρρος να πιστέψει σε κάτι πιο μεγάλο.</p>
<p>Το «Λευκή σαν το γάλα, κόκκινη σαν το αίμα» δεν είναι απλώς ένα μυθιστόρημα ενηλικίωσης, δεν είναι μόνο η αφήγηση μιας σχολικής χρονιάς, είναι ένα θαρραλέο κείμενο που, μέσα από τον μονόλογο του Λέο –άλλοτε ανέμελο και διασκεδαστικό, άλλοτε πιο εσωτερικό και βασανισμένο–, διηγείται αυτό που συμβαίνει τη στιγμή που εισβάλλει στη ζωή ενός εφήβου ο πόνος και η αγωνία, κι ο κόσμος των ενηλίκων φαίνεται ανήμπορος να προτείνει μια λύση.</p>
<p>Με μια φρέσκια ματιά, στα χνάρια της μεγάλης κλασικής παράδοσης, ο Ντ’ Αβένια, καθηγητής και ο ίδιος, συμμαχεί με τον νεαρό καθηγητή του λυκείου, για να προσφέρει στον νέο αλλά και λιγότερο νέο αναγνώστη απαντήσεις που ίσως να μην του λύνουν τα προβλήματα, του παρέχουν ωστόσο υλικό για στοχασμό και μια ελπίδα για το αύριο.</p>
<p><a href="http://www.patakis.gr/viewshopproduct.aspx?id=608617">http://www.patakis.gr/viewshopproduct.aspx?id=608617</a></p>
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		<title>Ho amato come mi è stato possibile</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:56:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
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		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[In occasione della festa di oggi mi è tornato in mente che qualche anno fa, perso tra i libri di una di quelle bancarelle dell&#8217;usato incastonate in una piazza romana, sono stato scelto da un libro che si intitola &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza europea&#8221; e raccoglie le ultime righe scritte da coloro che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.einaudi.it/media/img/978880613686GRA.jpg" alt="Lettere di condannati a morte della Resistenza europea" />In occasione della festa di oggi mi è tornato in mente che qualche anno fa, perso tra i libri di una di quelle bancarelle dell&#8217;usato incastonate in una piazza romana, sono stato scelto da un libro che si intitola &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza europea&#8221; e raccoglie le ultime righe scritte da coloro che si opposero al regime nazista e fascista. Quel libro mi affascinò non solo per il tema, ma perché mi interessava leggere cosa c&#8217;è nel cuore dell&#8217;uomo che sa di andare alla morte per una causa giusta, indipendentemente dal fatto che creda nella vita dopo la morte (paradossalmente in queste lettere coloro che non credono in Dio scrivono righe indimenticabili di fiducia nella sopravvivenza: &#8220;mi considero un un po&#8217; come una foglia che cade dall&#8217;albero per fare terriccio: la qualità del terriccio dipenderà da quella delle foglie&#8221; ). Per questo ho deciso di condividere con voi alcuni stralci di lettere.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Tra queste una di quelle che mi colpì in modo particolare è finita in una lezione del Sognatore in &#8220;Bianca come il latte, rossa come il sangue&#8221; (p.134). Di quella lettera ora voglio riportare qualche riga in più, in occasione della festa di oggi:</p>
<p style="text-align: justify;">4 agosto 1944</p>
<p style="text-align: justify;">Babbo e mamma, sono sereno in quest&#8217;ora solenne. In coscienza non ho commesso delitti. Solamente ho amato come mi è stato possibile. Condanna a morte. 1° per aver protetto e nascosto un giovane di cui volevo salva l&#8217;anima. 2° per aver amministrato i sacramenti ai partigiani, e cioè aver fatto il prete. Il terzo motivo non è nobile come i precedenti: aver nascosto la radio.</p>
<p style="text-align: justify;">Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio, io che non ho voluto vivere che per l’amore. Dio è amore e Dio non muore. Non muore l’Amore! Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono. Ho già sofferto un poco per loro&#8230; E&#8217; l&#8217;ora del grande perdono di Dio. Desidero avere misericordia; per questo abbraccio l&#8217;intero mondo rovinato dal peccato. Che il Signore accetti il sacrificio di questa piccola insignificante vita in riparazione di tanti peccati.</p>
<p style="text-align: justify;">Conservatevi tutti nella grazia del Signore Gesù Cristo &#8211; perchè questo solamente conta quando ci si trova davanti al maestoso passo della morte &#8211; e così tutti vogliamo rivederci e starcene indissolubilmente congiunti nella gioia vera e perfetta della unione eterna con Dio in cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Aldo Mei, 32 anni, sacerdote</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Mimma cara,</p>
<p style="text-align: justify;">la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre agli zii che t&#8217;allevano, amali come fossi io.</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una sola cosa: studia, io ti proteggerò dal cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">la tua infelice mamma</p>
<p style="text-align: justify;">Paola Garelli, 28 anni, parrucchiera</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Cari amici,</p>
<p style="text-align: justify;">dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo nei nostri mali. Qui sta la nostra colpa: come mai, noi Italiani, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo creduto? creduto grazie al cielo niente, ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato e questo è il lato più roseo io credo. Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi. Credetemi la &#8220;cosa pubblica&#8221; è noi stessi. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">E se ragioniamo il nostro interesse e quello della cosa pubblica finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perchè da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassioniamo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto più sapere!</p>
<p style="text-align: justify;">Giacomo Ulivi, 19 anni, studente di giurisprudenza.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Liana amatissima, mia gioia, mia vita,</p>
<p style="text-align: justify;">c&#8217;è una grande sete nel mio cuore, in questo momento, e una grande serenità. Non ti rivedrò più Liana, mi hanno preso, mi fucileranno. Scrivo queste parole sereno d&#8217;animo, e col cuore spezzato nel medesimo tempo per il dolore che proverai. Io riposerò vicino a te, sulla tua spalla, nel tuo animo, ogni notte per tutta l&#8217;eternità. Mio bene, tanto cara, ho mille scuse da chiederti per le gentilezze che non ho avuto per te, che meriti tanto per tutto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La mia ultima parola sarà il tuo nome, il nome inciso sulla fede che ti mando.</p>
<p style="text-align: justify;">Vieni soltanto ogni tanto sulla mia tomba a portarvi uno di quei mazzettini di fiori campestri che tu sapevi così ben combinare. Non m&#8217;importa di perdere la vita perchè ho avuto il tuo amore prezioso per quasi tre anni ed è stato un gran dono. Muoio contento per essermi sacrificato per un&#8217;idea di libertà che ho sempre tanto auspicata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuo per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Vincenzi, 36 anni, segretario comunale</p>
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		<title>Muore giovane chi è caro agli dei</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 11:06:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni civiltà costruisce la sua cultura per stanare o almeno frenare la silenziosa implacabile tarma che la svuota dal di dentro e ne corrode la sostanza vitale sino al collasso: la morte. I Greci antichi opposero le loro tombe ad argine dell’oblio di colei che tutto rapisce. Chi moriva senza sepoltura era costretto a vagare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img id="il_fi" style="padding-right: 8px; padding-top: 8px; padding-bottom: 8px;" src="http://sulfureo.files.wordpress.com/2012/03/af_cellini_perseo_medusa.jpg" alt="" width="614" height="461" />Ogni civiltà costruisce la sua cultura per stanare o almeno frenare la silenziosa implacabile tarma che la svuota dal di dentro e ne corrode la sostanza vitale sino al collasso: la morte. I Greci antichi opposero le loro tombe ad argine dell’oblio di colei che tutto rapisce. Chi moriva senza sepoltura era costretto a vagare in un crepuscolo incerto tra il buio e la luce, inquieto per il morto e inquietante per i vivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi rimaneva senza tomba cadeva definitivamente nel silenzio e non entrava neanche nel mondo dei ricordi, l’unica immortalità che consolava l’assenza. Ma per entrare nel ricordo bisognava aver lasciato il segno, per questo i Greci chiamavano la tomba «segno», unico baluardo capace di pietrificare colei che pietrifica la linfa della vita. Ma i Greci andarono oltre, e inventarono la poesia degli eroi. Anche la pietra delle tombe può sgretolarsi, ma non le parole, unico vero segno che non si sbriciola: chi entra nel canto per le sue gesta sul campo sarà ricordato per sempre. Così fu di Achille che preferì morire giovane ma ricordato piuttosto che vecchio e dimenticato. Il giovane eroe preferiva la sua bella morte, nel gesto estetico che riscattava l’orrore della fine prematura, per questo un poeta osò dire che muore giovane chi è caro agli dei. Era preferibile morire dando la vita sul campo ed entrare nella memoria sociale, contribuendo all’unità culturale del gruppo, che scivolare nel silenzio dei senza nome. Ma questo era privilegio di pochi, nell’aristocratica e greca sfida alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">La morte di Piermario Morosini ha scosso le fondamenta dei nostri corpi perché ha scosso le fondamenta stesse della nostra società senza argini alla morte, perché la sua è una morte ben più democratica. Come tutte le morti di giovani ci costringe infatti a ripartire da zero. È morto sul campo colpito da una divinità che sembra quasi essersi accanita contro di lui come gli irosi dei antichi: orfano dei genitori, con un fratello suicida e una sorella disabile. Tutti siamo rimasti inchiodati ad ascoltare le parole che ci hanno raccontato, in una specie di canto epico in prosa, il vivere e il morire di questo ragazzo, sempre sorridente e così simile a noi, sul campo verde della guerra stilizzata del calcio.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra società, se capace di affrancarsi del semplice voyeurismo a cui ci costringono alcuni media (che ripropongono la morte di un giovane alla moviola come fosse un gol), si ritrova unita e attonita di fronte all’unico grande mistero: che cosa ci riscatta dalla morte? Morosini, come già Simoncelli, ci ricordano che non siamo eterni &#8211; gli uomini sono come le foglie dice il poeta di Achille &#8211; e che saremo stati, se riusciremo a vincere la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi come ieri merita la tomba e il canto chi muore da eroe, chi muore sul campo, ma oggi diversamente da ieri può essere eroe chi muore sul campo della sua lotta quotidiana, nell’eroismo che non accetta il compromesso, la raccomandazione, la scorciatoia, la furbata, ma dà la vita onestamente, anche nel silenzio di un’officina, di un’aula, di una cucina, di un ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Morosini, liberato dalla sua morte spettacolare, ci sveglia tutti. Ci ricorda che ognuno dovrà affrontare Medusa e potrà sconfiggerla solo se sarà capace di sorriderle, come sapeva fare Piermario anche fuori dal campo. Di questo eroismo quotidiano e democratico, che il sacerdote del funerale ha chiamano santità, ha bisogno la nostra cultura imborghesita e stanca.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=10019">La Stampa, 20 aprile 2012</a></p>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 17:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof 2.0</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colloqui con i genitori]]></category>
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		<category><![CDATA[morte]]></category>
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		<description><![CDATA[Non ho guardato il video della morte di Morosini. Non ho guardato il video della morte di Bovolenta. Non ho guardato il video della morte di Simoncelli. Non ho guardato neanche il video della morte di Gheddafi. Non ci riesco proprio, non per ragioni morali, ma perché mi si ribella il sangue. Starei male, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho guardato il video della morte di Morosini.</p>
<p>Non ho guardato il video della morte di Bovolenta.</p>
<p>Non ho guardato il video della morte di Simoncelli.</p>
<p>Non ho guardato neanche il video della morte di Gheddafi.</p>
<p>Non ci riesco proprio, non per ragioni morali, ma perché mi si ribella il sangue. Starei male, come mangiare un cibo avvelenato: puro istinto di sopravvivenza.</p>
<p>Niente è più osceno della morte, perché niente è più sacro della morte.</p>
<p>Perché spegnere le partite anziché le telecamere?</p>
<p>Perché guardare la morte di un ragazzo alla moviola, come si guarda un goal?</p>
<p>Se ci riprendessimo il potere che abbiamo, basterebbe poco a fare la rivoluzione: basterebbe spegnere la tv per una sera, riducendo il dio <em>share</em> a una nullità.</p>
<p>Ma noi che cosa vogliamo?</p>
<p>Vogliamo ancora dare degli ordini alla mano che regge il telecomando o che clicca sul video?</p>
<p>O vogliamo vedere tutto, fino all&#8217;anestesia di non sentire più il dolore di chi muore?</p>
<p>Cavolo, ragazzi, ditemi che non sto esagerando&#8230;</p>
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