Le mie parole di plastilina

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Avevo cinque anni, ero all’asilo, il periodo in cui creare significa conoscere. Soprattutto con il pongo: vere e proprie epopee di plastilina.

Poi la maestra Gabriella mi chiamò: dovevo cambiare classe. Mi fidavo di lei e della sua voce sottile, così mi lasciai condurre in prima elementare. C’erano banchi-trincea, non ci si guardava in faccia, ma si scorgeva solo la schiena delle linee amiche contro il nemico, la maestra, che mitragliava le tabelline: avevo abbandonato il mondo incantato della creazione per entrare in quello cruento del far di conto. Il corpo non poté fuggire, l’immaginazione sì. Infatti sulle pareti c’erano bizzarre figure associate a segni eleganti: “Gn” con uno Gnomo di verde vestito, “F” con una farfalla in giallo, “C” con un coltello. Ma la “C” appariva anche in un altro cartellone con le ciliegie: la stessa lettera aveva suoni affilati come coltelli e dolci come ciliegie. Quei disegni mi salvarono dalle tabelline (lutto mai elaborato), perché cominciai a immaginarmi le vite invisibili di quei personaggi quando la scuola era vuota: non volevo far di conto, ma di racconto. Così nacque la mia prima storia, fatta di parole, non di pongo, ma forse più duttili della plastilina, se ben usate: che cosa faceva lo Gnomo alla Farfalla con un Coltello? Un racconto di sangue, non ricordo il finale, forse lo sto ancora cercando in ogni libro che scrivo.

Le lettere divennero la “calligrafia” dell’ignoto, i fili di una trama invisibile che sorreggeva lo scenario dichiarato ma insufficiente del mondo. C’era molto da trovare sul muro bianco tra un cartellone e l’altro, così come in una pagina bianca. Quei personaggi scalciavano nella mia testa e nel mio cuore, come un grembo, chiedendo di esistere un po’ di più. Con le parole potevo partorire storie con cui cantare le cose e incantare gli amici. Così mi scoprii cantastorie dell’invisibile attraverso il visibile e potevo continuare a conoscere creando. Le lettere avrebbero costruito le storie per cantare ciò che era evidente e salvare ciò che sarebbe altrimenti rimasto celato. Per questo sono insegnante, per questo sono scrittore: ascoltare persone, ascoltare personaggi. Esistenze che chiedono di esistere un po’ di più, e mi piace “vivere la vita” al loro servizio. Così combatto la morte, e l’ho imparato il primo giorno di prima elementare.

Repubblica, 8 aprile 2017 – Link

9 aprile 2017 | 2

2 responses to “Le mie parole di plastilina”

  1. Serena ha detto:

    È fantastico come tu riesca ad esprimere al meglio quello che provi. Fin da bambino hai sentito accendersi forte dentro di te il fuoco dell’amore per la scrittura. È una cosa meravigliosa. Questo significa avere una vocazione, anche se il momento cruciale nel quale hai sentito di nuovo questo fuoco e è stato quando quella sera hai acceso la TV, sperando di trovare una scusa per non aver svolto i compiti e c’era “L’attimo fuggente”, con il fantastico Robin. La tua anima è limpidissima, e posso affermare che ancora oggi, dopo 34 anni da quel giorno, io nei tuoi occhi vedo ancora risplendere quella luce, più forte di prima, più forte che mai. Grazie, grazie di tutto.

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