Prof 2.0

Il blog di Alessandro D'Avenia

La classe √®… acqua

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5Ho scritto queste righe per l’inserto La Lettura del Corriere della Sera, nell’ambito del dibattito sulla scuola affrontato dal giornale nelle ultime settimane.

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Le parole abusate sono segnaletica della nostalgia, fosforescenze di ciò che perdiamo. Scuola: tutti ne parlano, mentre rantola.

Se dovessi distillare il succo di 14 anni di insegnamento, di incontri in ogni tipo di scuola e di migliaia di lettere di studenti, docenti e genitori, dovuti ai libri che ho scritto, direi con E.Canetti: “Ogni cosa che ho imparato dalla viva voce dei miei insegnanti ha conservato la fisionomia di colui che me l’ha spiegata e nel ricordo √® rimasta legata alla sua immagine. √ą questa la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo”. Cos√¨ ne La lingua salvata definiva l’essenza della scuola: la viva voce e l’immagine dell’insegnante. Solo una discontinuit√† antropologica (e quindi economica) potr√† cambiare la scuola, non belletti organizzativi spacciati per riforme. Una rivoluzione copernicana che ponga nell’ordine giusto conoscenza e amore: ogni crescita in estensione e profondit√† della nostra conoscenza del mondo presuppone un’estensione della nostra sfera di inter-esse, cio√® d’amore.

Perch√© non chiudiamo le scuole e non carichiamo le lezioni su youtube risparmiando tempo e fatica? Perch√© siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nell’irripetibile dinamismo della vita e delle vite.

Se un ragazzo esteriormente somiglia pi√Ļ al padre o alla madre, interiormente (sguardo sul mondo, fiducia nella vita) corrisponde alla qualit√† della relazione tra i genitori. Cos√¨ l’insegnamento, parte dell’educazione, si d√† nella triplice relazione professore-studente, professore-genitori, professore-colleghi. Classe e studente somigliano alla qualit√† di queste tre relazioni. Posso soffermarmi solo sulla prima.

La qualit√† della relazione docente-studente determina l’apertura conoscitiva, a meno di non illudersi che istruzione ed educazione siano separabili. Si conosce soltanto ci√≤ a cui la nostra intelligenza ri-conosce un valore (il cuore intelligente di Finkielkraut) segnalato da tutto l’essere dell’in-segnante. Non ci pu√≤ essere educazione (n√© insegnamento) in differita, perch√© la relazione coinvolge tutti i livelli della persona (corporeo, intellettivo, spirituale). Il moscone del cogito cartesiano continua a sbattere contro il vetro che non vede: cervelli riempiti di nozioni, addestramento pavloviano a ripetere, miglioramento solo con la sanzione dell’errore. L’insegnamento invece avviene solo in atto, perch√© solo la vita integrale educa. Si insegna con tutto: sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi, brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento… e parole. Una relazione funziona quando genera i beni specifici per cui la si instaura, se quella scolastica non genera attenzione, motivazione, curiosit√†, non √® solo per carenza di stipendio, mura scorticate, vuota burocrazia, giovani e famiglie d’oggi, ma per carenza di relazione. Che cosa √® necessario perch√© essa sia e sia generativa?

La molecola d’acqua √® relazione tra due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno, uno d√† all’altro ci√≤ di cui l’altro ha bisogno. Anche a scuola √® cos√¨: la classe √® acqua!

Nella relazione scolastica tre sono gli elementi indispensabili: amore per ci√≤ che si insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia: non sentimentalismo, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un ‚Äúinedito stare al mondo‚ÄĚ e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si insegna (creativit√† didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto: metodo). Senza questi tre elementi la relazione non si d√† e genera contro-effetti: noia, avversione, disinteresse. Per questo credo in una personalissima trinit√† di professori.

Uno. I docenti in atto. Curando faticosamente i tre elementi, trasformano il loro ‚Äúd√¨cere‚ÄĚ(dire) in ‚Äúdoc√®re‚ÄĚ(mostrare): pongono le condizioni dell’imparare non lo pretendono e i ragazzi sono pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone divertimento, ma interesse) e a diventare teste fredde e cuori caldi (al contrario di come sono oggi). Generano il desiderio mimetico di raggiungere autonomamente la Luna che il dito mostra, svincolano il sapere dalla pur necessaria prestazione e lo orientano a diventare vita: la cultura come strumento per leggere la realt√† con totale apertura, senza subire luoghi comuni e ideologie. Generano simbolicamente, fanno venire alla luce i ragazzi, per ciascuno dei quali hanno una pagina del registro con i punti di forza, non smettono di studiare, prestano libri, offrono un caff√® ad uno studente in crisi, fanno una lezione fuori dal programma, dedicano tempo fuori dalla lezione… Tengono il filo come Arianna (amano e sono presenti a distanza) mentre lo studente si addentra nel labirinto e lo decodifica grazie alla cultura che si confronta con la svolte della vita e le sue forme a volte spaventose come il Minotauro. Aiutano i ragazzi a trasformare il loro destino in destinazione: ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna (Dante a Brunetto). La loro classe √® convivio, hanno l’autorit√† di chi assapora la vita e la porge.

Due. Gli ‚Äúin-docenti‚ÄĚ. Per vari motivi (stanchezza, difficolt√† relazionali, equilibrio personale, stipendio…), pur avendo competenza nella materia, non riescono a trasmetterla. Mancano due terzi della relazione (empatia e metodo), somigliano ad un postino che consegna lettere senza busta e/o destinatario. Non propongo disastrose simbiosi o voti politici, ma asimmetria relazionale (non √® distacco: emblematico il recente Detachment), in cui la materia √® terreno comune di ricerca, non trincea: ‚Äúla fiducia non si guadagna se ci sforza di guadagnarla, ma se si partecipa alla vita degli allievi, in modo immediato e naturale e se si prende su di s√© la responsabilit√† che da ci√≤ deriva‚ÄĚ (Buber). L’indocente non insegna, perch√© non impara dai ragazzi, la sua classe si appiattisce sulla prestazione (programma ed esame diventano l’orizzonte di autorit√†).

Tre. Gli ‚Äúin-decenti‚ÄĚ. Non conoscono ci√≤ che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.

Ogni discorso sulla scuola √® secondario senza i docenti in atto. Non basta l’anzianit√† come criterio esclusivo di merito nelle graduatorie, ma i tre elementi segnalati e trasversali (docenti, indocenti, indecenti hanno tutte le et√†). La scuola si liberi degli indecenti; aiuti gli indocenti a (ri)diventare se stessi; punti sui docenti, che ne sono le mura di carne e sangue: ce n’√® almeno uno nella nostra vita e gli dovremmo, se non il doppio dello stipendio, almeno un grazie.

La Lettura del Corriere della Sera, 25 maggio 2014 (link) 

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PS. grazie per l’entusiasmo con cui avete accolto questo video segnalato nel precedente post.

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