Prof 2.0

Il blog di Alessandro D'Avenia

Natale a Brancaccio… e un po’ dovunque

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Nativita_con_i_santi_Francesco_e_LorenzoAlla fine delle Città Invisibili di Calvino il Kublai Khan si confida malinconico con Marco Polo: le città degli uomini sono destinate all’inferno, a causa della violenza degli uomini e della decadenza delle cose umane. Le costruirono per strappare alla natura il suo dominio e si ritrovarono dominati da se stessi, in un infernale al di qua urbano. Marco Polo, viaggiatore e mercante, le ha viste quelle città e potrebbe dar ragione al Khan, ma egli è anche scrittore e quindi non può fare a meno di sperare, perché sa che l’uomo è capace di aprire spazi sacri in mezzo all’inferno, elevarsi sulla natura e costruire una storia non infernale. Così gli confida la sua filosofia della storia o etica politica: ci sono due modi di affrontare l’inferno, uno è farne talmente parte da non vederlo più, l’altro richiede fatica e apprendimento continui, e consiste nello scorgere chi e cosa nell’inferno non è inferno farlo durare e dargli spazio. A partire da questa pagina e dalla storia che volevo raccontare, ho deciso di intitolare il mio recente romanzo Ciò che inferno non è, che sta suscitando tante reazioni coerenti con la proposta di Marco Polo: teatri pieni di persone, soprattutto ragazzi in orario non scolastico con un carico di inferno da corrodere a colpi di speranze non illusorie. Ricevo lettere di tanti che decidono, nel loro piccolo, di ampliare il raggio d’azione di ciò che inferno non è nella e con la loro vita, lasciandosi complicare testa, cuore e mani da questa speranza. In questo romanzo ciò che inferno non è è l’azione di un uomo ucciso dalla mafia, costretto a morire pur di “far durare e dare spazio” a ciò che non è infernale nel quartiere di una città come Palermo nel 1993. Cosa è cambiato da allora a Brancaccio mi chiedono in molti, per sapere se val la pena cambiare le cose partendo da se stessi, se gli effetti sono duraturi, se non si tratta dell’ennesima illusione. Non è cambiato niente ed è cambiato tutto. L’inferno e ciò che non lo è continuano a mescolarsi e moltiplicarsi senza soluzione di continuità. Qualche settimana fa hanno arrestato 18 mafiosi in quel quartiere, eredi dei Graviano, che controllavano il mandamento nel 1993 e decisero di eliminare don Puglisi (il vero “don” del quartiere, che al controllo sostituiva la libertà). Sono tornato a Brancaccio a vedere se l’unica notizia da dare era quella dei 18 arrestati. E non era l’unica, ci sono altri numeri da citare: non fanno cronaca e rumore come gli altri. Si tratta dei volontari (una dozzina di ragazzi dai 15 ai 30 anni) del centro Padre Nostro e del lavoro di don Maurizio, eredi di ciò che don Pino aveva cominciato. Ragazzi delle superiori e universitari, che mettono in circolo i talenti propri e di chi ha qualcosa da dare anche di piccolissimo, per far crescere i ragazzini del quartiere (e in particolare quelli della zona più difficile, i cosiddetti Stati Uniti) a “testa alta” come voleva Puglisi, perché la loro dignità non fosse un lusso concesso da altri uomini, ma un dato di partenza. Recentemente questi ragazzi hanno organizzano per i bambini il cinema all’aperto nel cortile del centro, con tanto di biglietto e popcorn: “Diventano bambini in pochi secondi, eppure un attimo prima sulla strada si comportavano da adulti abituati ad un codice imparato proprio in strada”. Ho visto il volto stanco e sorridente di quei volontari e di quel sacerdote. Continuano quel sorriso indomabile anche se segnato dalla fatica, che ho conosciuto nei corridoi del mio liceo a Palermo, in quegli anni in cui don Pino insegnava a scuola, e portava i ragazzi del liceo a dare una mano al suo lavoro a Brancaccio. Ma poi non tornò più a scuola perché, in quel quartiere, gli avevano sparato.

Che Natale sarà a Brancaccio? Il natale come lo racconta Caravaggio in un famoso quadro (nella foto) che un tempo era a Palermo: una Natività con santi e pastori di cui ci resta solo qualche foto. Perché? La risposta è il simbolo di Palermo e di ogni città di questo nostro benedetto Paese dalla bellezza sfregiata da organizzazioni mafiose, che ormai permeano il quotidiano vivere senza essere fatte soltanto da criminali efferati, ma da un impasto inestricabile e infernale di società civile, politica, economia. Quel quadro, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, sotto uno sferzante temporale, fu trafugato dalla chiesa in cui si trovava. Chi lo aveva rubato? Mafiosi che, non potendo rivenderlo, lo appendevano, in una specie di farsa tragica (il Dio-bambino, fragile e impotente in una stalla), nelle grandi riunioni della cupola, come simbolo di potere. Ad un certo punto però, di questo quadro si persero le tracce. Fu trovato da alcuni mafiosi, ormai distrutto, roso da maiali e topi, proprio in una stalla, e per questo fu bruciato. Infernale suicidio della bellezza. Come lo sappiamo? Lo ha rivelato Gaspare Spatuzza, uno dei due assassini a cui Padre Puglisi sorrise quando gli spararono e che, insieme all’altro assassino, Salvatore Grigoli, a causa di quel sorriso, ha cambiato vita. Glielo aveva confidato proprio Graviano, confinato al carcere di rigore. Sembra anzi che il quadro fosse oggetto di riscatto proprio nella trattativa Stato mafia sul 41 bis.

Troppe linee si intrecciano: arte, bellezza, politica, criminalità, gente comune. Come nei quadri di Caravaggio in cui un fascio di luce, la cui provenienza rimane sempre misteriosa, investe la storia dell’uomo: alcuni li risveglia dalla loro tenebra, altri ci restano nella tenebra. Dipende da come ciascuno si relaziona a quella luce imprevista e improvvisa. La luce squarcia l’inferno e illumina ciò che inferno non è. Sta a ciascuno scegliere se farla durare e dargli spazio, come fece Puglisi 21 anni fa, fino a morirne. Come stanno facendo quei volontari a San Gaetano e al centro Padre Nostro: per il giorno di Natale hanno raccolto i regali da persone di tutta la città, così da poterne dare uno a ciascun bambino girando per le case il 25 mattina presto. Stanno cercando una psicologa che li possa affiancare, gratuitamente, per alcuni interventi più specifici nell’ambito del recupero scolastico che offrono ai bambini: chiedono a chi può di dare qualcosa, ciascuno nella sua professione, a volte solo un po’ di tempo. Ricordo quando nel centro c’erano a terra dei pacchi di mattonelle: “ce le ha regalate una ditta, prima o poi serviranno. Come quella volta che avevamo bisogno di una lavatrice industriale e puntualmente è arrivata una signora a regalarcela, senza sapere che avevamo bisogno proprio di quel tipo”. Tutto questo in un quartiere in cui di gratuito non c’è nulla: “Un ragazzino di sette anni che partecipava alla Messa domenicale si è presentato a ricevere l’Eucarestia e ha detto che gliela dovevano dare, perché aveva messo i soldi nel cestino delle offerte”.

Ciò che inferno non è creare una socialità basata sul dono che ciascuno può fare, più o meno piccolo che sia, nel loro lavoro quotidiano onesto e portato a termine con cura. La criminalità non è soltanto armata, è quotidiana. Ed è ogni diminuzione, distruzione, sottrazione di luce, di pulizia, di servizio agli altri con il proprio lavoro. Questo è l’inferno che attraversa in queste settimane Roma e ogni altra città in cui ancora la luce non ha evidenziato le tenebre. Ma quella luce c’è. Io a Brancaccio l’ho vista “esplodere” nel 1993, la trovo moltiplicata nel 2014. Si sono moltiplicate anche le tenebre, è vero, ma il loro spazio di azione adesso è più limitato e più si scontra con questa luce più emerge il suo limite di tenebra. Questa Italia ha bisogno di una decina di Puglisi e di centinaia di cittadini che ne raccolgano il testimone come gli abitanti di Brancaccio, perché parlare di quel quartiere è parlare di ogni quartiere, di ogni cuore, di questo Paese abbandonato ad una china infernale e riscattato da pazienti, ordinari, silenziosi moltiplicatori di luce e acceleratori di bellezza.

Se c’è stato un uomo capace di sperare in un quartiere in cui i ragazzi inneggiavano “abbiamo vinto” alla morte di Falcone, nessuno di noi ha un alibi per essere cinico e disperato nel Paese di adesso. Niente è mai stato come Brancaccio nel 1993. Adesso ci sono la scuola che don Pino anelava per i bambini delle medie (era lui a spingere la società civile a chiedere ciò che le spettava e a volte la società civile dorme, consentendo all’inferno di farsi largo); sono stati bonificati gli scantinati di cui chiedeva l’uso per i ragazzi e in cui avvenivano spaccio, prostituzione, guerre tra cani e in cui sostò il tritolo per Borsellino; c’è il centro Padre Nostro ed è pieno di volontari. Ho scritto questo libro perché stavo perdendo la speranza, la memoria corta è la causa della disperazione. La memoria di chi faceva bene il suo mestiere, da prete, da insegnante, da magistrato, è far durare e dare spazio a ciò che inferno non è. E chiunque questo lo può fare, senza essere un eroe da mettere su un piedistallo che lo rende inservibile nell’agire quotidiano, come quella signora che in un giorno di pioggia ho visto chinarsi su una mendicante prostrata a terra e dirle, dandole tre mandarini: “Questi non li dia ai cattivi, li mangi lei”. Dipende tutto da cosa ci facciamo con gli occhi per strada, se guardiamo solo il nostro schermo o se “a testa alta” ci prendiamo la responsabilità di ciò che ci circonda. La scelta è sempre tra ampliare, come questa signora, o diminuire, come quell’insegnante che entrò in classe il primo giorno di scuola e trovandosi davanti 30 ragazzi, senza neanche averli mai visti, disse: “Siete troppi vi diminuiremo”.

E questi teatri pieni, proprio di quei ragazzi in giro per tutta Italia, assetati di essere sfidati, ampliati, affamati non di oggetti ma di progetti, mi confermano che ne vale la pena: disperarsi è solo un alibi per non darsi una mossa. Quando ho chiesto alla volontaria che coordina gli altri quale fosse stato per lei il cambiamento più grande in un bambino mi ha risposto: “quando ha detto grazie per la prima volta”. Un grazie è l’altra faccia della medaglia di un dono, di un di più, di un gratis. Chi impara a dire grazie, forse un giorno non diminuirà il mondo, ma cercherà di ampliarlo. Questo è ciò che inferno non è.

La Stampa, 21 dicembre 2014

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In questo video l’intervista di Rai Radio3 FAHRENHEIT – Libro del giorno del 17/12/2014 – intervista di Loredana Lipperini

Ciò che inferno non è – Dettaglio incontri del 2014

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GENERALE   DETTAGLIO        

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Ciò che inferno non è – varie ed eventuali

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Booktrailer Calendario incontri con i lettori 2014: nel 2015 ce ne saranno altri. Dietro le quinte Rassegna Stampa on-line (provvisoria) Servizio del Tg2 sera Recensione del Corriere della Sera di A.Arslan Recensione TUTTOLIBRI inserto della Stampa di A.Iadicicco Intervista su Libero di A.Rivali Intervista su Io Donna inserto del Corriere di R.Carretta Reportage su Famiglia Cristiana di F.Anfossi Articolo sul Il Secolo XIX di G.Manganelli Anticipazione su Avvenire e Recensione di A.Zaccuri […]

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Ciò che inferno non è – In libreria da martedì 28 ottobre

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dall’aletta di copertina: “Federico ha diciassette anni e il cuore pieno di domande alle quali la vita non ha ancora risposto. La scuola è finita, l’estate gli si apre davanti come la sua città abbagliante e misteriosa, Palermo. Mentre si prepara a partire per una vacanza-studio a Oxford, Federico incontra “3P”, il prof di religione: […]

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Pur faticando, non mi stanco

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C’è un quadro di Boccioni di cui mi sono innamorato. Si intitola “La strada entra nella casa”, dipinto nel 1911. Una donna, le cui fattezze sono della madre del pittore, affacciata al balcone guarda la città dall’alto e, in un movimento a spirale di edifici e uomini dediti a diverse attività, la strada sembra riversarsi […]

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Colpa delle stelle: affrontare la morte per fregarla, da Omero a oggi

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In prima superiore ho chiesto di portare i libri letti durante l’estate. Sul banco di una studentessa c’era “Colpa delle stelle”, uno dei libri che ha infuocato le classifiche di libri e i cuori di molti ragazzi, anche grazie al film adesso nelle sale: una storia in cui due sedicenni per vivere il loro amore […]

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La lezione frontale non basta più

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Se sapessi di avere una classe di 30 e più ragazzi prima mi dispererei poi mi rimboccherei le maniche, come mi è capitato. Se il lavoro dell’insegnante fosse quello di “erogare” lezioni i numeri non conterebbero, caricheremmo le nostre lezioni sulla rete e ci risparmieremmo l’odore della classe. Se teniamo in piedi il sistema “analogico” […]

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Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia

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L’alternativa ad una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire coinvolgimento con […]

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Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza

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Ho scritto un articolo in vista dell’inizio della scuola. Si tratta di una modestissima riforma alla portata di tutti, perché non è di sistema, ma di testa e cuore del singolo. Per il resto vi rimando a quest’altro articolo del Corriere. *** La società della stanchezza. Così un filosofo ha definito il nostro tempo. Una cultura […]

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Arrivederci, Robin, grazie per il tuo verso

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C’è un tempo della vita in cui la pelle e la carne si slabbrano per poter coprire lo spirito che finalmente si stira, all’alba della consapevolezza della propria libertà e unicità (checché ne dicano i minimalisti dell’esistenza, nessuno ha mai avuto né mai avrà le impronte digitali uguali alle mie). Quel tempo, d’ebbrezza e dramma […]

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