26 gennaio 2016

Zibaldino: il baco nella rosa, una lettera, George Gray, la Nera Signora

ph. particolare da Marta D’Avenia pagina FB

…pensieri sparsi di un prof scrittore… 

1.

Vedo anche il volto seduttivo della parola e della poesia: la si può coltivare e far fiorire come una lusinga perversa, una catena di promesse dolci e fasulle, una terra artificiale di latte e di miele. Perciò dico che c’è un baco nella rosa, anche se non sarà fatale. Però mi piacerebbe che mi fosse risparmiata questa visione di disastro e prego per questo, o quanto meno per una comprensione più piena e calma del fatto che la forza della vita è contrastata.

J.Cheever, Una specie di solitudine

2.

“Salve prof D’Avenia, é da un po’ che non le scrivo, non ho avuto molto tempo libero ultimamente, persino per me stessa. La chiusura del quadrimestre é impegnativa e per una maturanda, come me, avere una buona media é un dovere nei miei confronti e dei tanti sacrifici fatti in questi anni. Ho letto il post che ha pubblicato su facebook “Mai vorrei stancarmi di riparare cose fragili: alunni e parole”. Bene da alunna vedere un prof tanto dedito ai suoi alunni, non a verifiche interrogazioni voti ma ai SUOI ALUNNI é davvero una bella cosa. Ci sono prof che sanno leggere lo sguardo di uno studente, che riconoscono il malumore, la giornata no, la rabbia che magari tentano di nascondere. Io ho la fortuna di avere una prof che ha avuto il “coraggio” e la pazienza di entrare nella mia vita in punta di piedi e diventarne importante. Le parole di lei come le sue hanno quasi un potere curativo, calmante. É di persone come voi che noi, coriacei fuori e fragili dentro, abbiamo bisogno. Spero proprio di ricevere una sua risposta. Un caro saluto. F.”

Cara F., ho ricevuto la tua lettera tra le tante di ogni giorno e ho deciso di risponderti pubblicamente (previo tuo permesso). Non prendermi per un professore che si tira indietro di fronte a verifiche interrogazioni e voti. Si tratta proprio del contrario: proprio perché cerco di dare il massimo chiedo poi il massimo, convinto che solo chi si comporta in un certo modo può poi chiedere ad un altro di fare altrettanto. Non sempre ci riesco, ma ci provo. Le interrogazioni, le verifiche, i voti, sono il punto di arrivo di un percorso educativo molto più ampio. Anche se do un brutto voto, la mia relazione con l’alunno non si sposta, perché il voto riguarda il valore di una prestazione, non il valore di una persona. Di questo voi avete bisogno, di non essere identificati con le vostre prestazioni, ma percepire che quelle sono un pezzetto del necessario allenamento a imparare a stare al mondo, così come fa un giardiniere, che deve mettere il seme in condizione di morire per dare frutto. Ma solo se la relazione è coltivata con quella cura che hanno i giardinieri per le loro piante, solo allora le piante fioriscono. Il potere curativo di cui parli, non è altro che il potere curativo di chi, guardandoti negli occhi ti dice: vali tutti i miei sforzi, sono qui al servizio della tua fragilità, proprio perché essa è la tua preziosità che aspetta di compiersi. Un giardiniere potrebbe mai disprezzare la piccolezza e fragilità del seme? Sarebbe un pessimo giardiniere. Invece proprio in quella fragilità vede tutte le potenzialità e i limiti, che lo portano a servire il seme come deve essere servito: il suo sguardo è realistico proprio perché profetico. Il seme è coriaceo fuori, proprio come dici tu, perché ha paura di morire e dare frutto. Chi di noi vuole morire, chi di noi ha il coraggio di affrontare la vita a 16 anni? E il giardiniere che deve prestare al seme il coraggio e la fiducia in sé, perché decida di rompere la corazza e finalmente venire al mondo, con la sua rosa. “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me”, dice il poeta. Questo è quello che voglio i miei alunni percepiscano, così che non abbiano paura della loro fragilità e possano viverla come preziosità. Una scuola basata sulle sole prestazioni identifica fragilità con inadeguatezza, invece una scuola basata sulle relazioni la identifica con potenzialità. Che me ne faccio di uno studente perfetto nell’esecuzione di un compito, ma incapace di leggere la realtà propria e altrui e di inserire quella esecuzione in un percorso, che lo rende una persona migliore? Ed è ciò che dimostra il tuo impegno come maturanda: per dare frutto bisogna faticare. La tua sintesi finale (“É di persone come voi che noi, coriacei fuori e fragili dentro, abbiamo bisogno.”) è perfetta, per questo ho voluto che molti ti leggessero. E sappi che di questo non solo voi avete bisogno, ma anche io, e credo molti altri. Forse tutti. Grazie.

3.

GEORGE GRAY

Molte volte ho osservato
il marmo che hanno scolpito per la mia lapide:
una nave con la vela ammainata
alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io fuggii
il suo incanto;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità
mi terrorizzarono.
Eppure desiderai dare un senso alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque conducano la nave.
Dare il senso alla propria vita può finire in follia,
ma la vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del desiderio infecondo.
È un vascello che anela al mare ma ne ha paura.

E.L.Master, Antologia di Spoon River, 1915

 

4.

Mentre si è tutti catalizzati dalla lite da campetto di calcio tra due allenatori italioti, ero intento a considerare la reazione, giustamente costernata, dell’individuo globale, alla morte di alcune stelle del mondo artistico: Bowie, Rickman, Frey, Scola. Il ventaglio di reazioni tradisce un comune senso di orfanità: se vengono meno i padri fondatori dei simbolismi contemporanei ci sentiamo meno capaci di abitare il mondo. Allora cerchiamo di “immortalarli” a colpi di sentimentali resurrezioni digitali (sul twitter nostrano sembrava che tutti negli scorsi giorni fossero impegnati a vedere film di Scola). Ma come mai di fronte alle morti illustri siamo così sgomenti, e non ci siamo invece lasciati scalfire da altre morti quantitativamente ben più significative e ignorate dal cervello globale (vedi articolo sottostante dal Sole24ore)? In Italia nel 2015 si è verificato, per la prima volta dal 1917, un bilancio negativo tra nascite e morti, con una misteriosa impennata del numero dei deceduti (certo non saranno tutti bravi come Bowie, ma se li sommi, ad ascoltare bene, fanno più rumore). Motivi: crollo nascite, incapacità di far rimanere immigrati e giovani per mancanza di lavoro, impennata di morti (tutta ancora da spiegare).
L’Italia dal 2015 è ufficialmente un paese che muore. “I data sono tratti”, il Rubicone del cupio dissolvi è varcato. Non serve cominciare a enumerare le conseguenze di questa piramide rovesciata, in cui un Paese per vecchi graverà sulle spalle insufficienti di poche forze giovani (tra le quali mancano all’appello circa 100mila bambini abortiti ogni anno).
Sono dati simili a quelli delle guerre mondiali, ma li ignoriamo perché questa volta è tutto molto lieve e silenzioso, non c’è tutto quel rumore.
Eppur si muore.
http://www.ilsole24ore.com/…/la-caporetto-demografica-2015-… 

 

2 responses to “Zibaldino: il baco nella rosa, una lettera, George Gray, la Nera Signora”

  1. Silvia ha detto:

    Sono stata un’adolescente timidissima, un po’ balbuziente e convinta che la sua vocazione fosse fare il soprammobile. Oggi sono una tua quasi coetanea, ancora timida, ma che sa affrontare un pubblico, adora recitare e che cerca di lavorare sul suo modo di comunicare e di relazionarsi con gli altri, desiderosa di esprimersi e si esserci nel mondo e con gli altri. Chi ha posto il seme di questo cambiamento sono stati due professori non di liceo, ma di università. Uno ha seminato inconsapevolmente, capita anche questo.
    Letteratura artistica, il professore incentra il corso su Vasari, ci divide in gruppi, ogni gruppo esporrà agli altri un argomento a lui relativo. L’idea mi terrorizza, parlare e balbettare davanti a tutti, i giorni precedenti all’esposizione sono tormentati dalla tensione, dall’orticaria nervosa e addirittura dal vomito…il giorno fatidico arriva, come un condannato a morte mi avvio alla cattedra insieme ai miei compagni di sventura, inizio ad esporre la mia parte: balbetto, mi inceppo, tremo però mentre parlo mi accorgo che nel più profondo di me qualcosa si sta muovendo. La sensazione di quando in soffitta, sotto una montagna di oggetti, sommerso dai vecchiumi e dalla polvere trovi per esempio, il vestito da sposa della bisnonna e ti accorgi che è proprio bello e pensi quasi quasi lo metto al mio matrimonio! Così ho avuto la sensazione di riscoprire una parte di me sommersa e sepolta, ma viva e desiderosa di uscire, per la prima volta in vita mia percepisco che comunicare è bello e parlare anche. Quel professore non lo sa, ma da quel giorno la mia vita è stata diversa. Secondo seme. Storia del teatro nordamericano, il professore mi chiama nel suo studio, mi chiede come mai non intervengo mai durante le lezioni, gli rispondo che non ci riesco. Mi dice: “Ricordati che il giorno che ti butti cadi in piedi”. Anche se sono ancora in cammino posso dire che aveva ragione.

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