7 febbraio 2016

Zibaldino: una Lettera, un Racconto, un Posto dove portare una Ragazza

foto di Alessandro D'Avenia.1.

Caro prof D’Avenia, sono una studentessa qualunque di diciotto anni di un paesino in provincia di ***. Quest’anno, se Dio vuole, affronterò l’esame di maturità classica. I miei cinque anni di liceo sono stati abbastanza tormentati perché benché io sia una ragazza fortunatissima soffro di un’emicrania cronica farmacoresistente definita intrattabile. Probabilmente lei si starà chiedendo perché le sto spiegando tutto questo. Lei per me è stato fondamentale, i suoi libri mi hanno letta, mi hanno ferita e mi hanno curata. Perché ogni mia soddisfazione in questi cinque anni di dolore cronico è nata dai limiti ed è stata bella; perché ho provato ad essere una funambola, ho tentato di trasformare la forza che mi fa cadere ogni santo giorno nella spinta che mi salva. Non sono molto soddisfatta di me

stessa, avrei voluto dare e fare di più e anche ora vorrei ma il dolore quotidiano me lo impedisce. Mi chiedo spesso se la vita si sarebbe aspettata di più da me… Lei cosa ne pensa? Continuo a lottare per sostenere un esame almeno dignitoso, anche se sono costretta ad assentarmi molto spesso e la concentrazione per studiare è molto scarsa perché l’intensità del dolore varia, ma esso non scompare mai. Eppure io amo studiare ed ho sete di cultura

perché credo che sia l’unica arma capace di renderci liberi. Ci tenevo a scriverle perché avrei tanto voluto un prof come lei. Grazie di tutto, eternamente grazie. M.

Cara M.,

ti ringrazio per le tue righe accorate e generose. Sono felice che le parole delle mie storie siano state in qualche modo capaci di accompagnarti e farti “abitare” la tua condizione di fragilità, in una cultura in cui i fragili vengono spesso derisi, scartati, dimenticati. Fragile viene da frangibilis, ciò che si può spezzare. A me viene subito in mente il pane: fragile proprio perché si può spezzare e condividere, generando quindi sazietà e gratitudine. Nessuno sopporta il pane duro: non si può spezzare. Io credo, visto che me lo chiedi, che queste tue righe, la tua passione per lo studio, la tua gratitudine, siano la risposta alla tua domanda: la vita si aspetta esattamente questo da te, il coraggio di abitare la tua condizione accettandola e trasformandola in qualcosa di bello, costi quel che costi. Leopardi trasformò la sua fragilità in canto, immaginandosi ginestra, fiore che spande il suo profumo e dona i suoi fiori, proprio dove non c’è nulla da aspettarsi. Senza la sua fragilità (del poeta) non avremmo i suoi canti, non avremmo il poeta italiano più importante della modernità. Senza fragilità nella mia vita non avrei maturato l’ascolto e la comprensione per i ragazzi ai quali provo a porgere i frutti del mio studio. Senza fragilità non avrei mai potuto raccontare le storie che ho raccontato, che parlano proprio di personaggi che la vita “spezza”, e proprio in quell’essere spezzati trovano la loro rinascita, imparano a stare al mondo: Leo, Margherita, Federico, sono forti perché sono fragili, perché comprendono per cosa valga la pena morire, che poi è lo stesso di scoprire per cosa valga la pena vivere. Riesco solo un poco ad accostarmi al tuo dolore e immaginare il senso di impotenza che ti afferra, quando l’emicrania non ti lascia scampo e devi rimanere immobile e al buio, con la nausea, aspettando che passi, incapace di fare qualsiasi cosa. Spero tu possa trovare una cura, consultando qualche altro specialista, o che tutto finisca con il compiersi della tua crescita. Posso anche dirti che uno dei miei autori preferiti, Dostoevskij, senza le sue crisi epilettiche non sarebbe stato lo scrittore che è stato e si trattava di vere e proprie esperienze di morte. La vita quando ci toglie qualcosa ci dà qualcos’altro, lo so per esperienza, e ti auguro che tu possa scoprirlo giorno dopo giorno, soprattutto in quei momenti in cui la disperazione prende il sopravvento. La tua maturità è già arrivata, cara M, quella che affronterai davanti ad una commissione sarà solo un corollario. Il tuo esame è già superato. Cerca sempre qualcuno che sappia accompagnarti quando non ce la fai da sola, senza amici è inutile essere fragili: per chi altrimenti dovremmo spezzarci? E che lezione per chi ha la fortuna di poter usare la sua testa senza emicrania, perché dopo averti letto, e io sono il primo, può chiedersi: e io che ne sto facendo della mia testa ben funzionante?

Un abbraccio e grazie

A.

2.

Due anni fa accompagnavo un gruppo di ragazzi durante una vacanza studio in Inghilterra. Tra loro c’era un sedicenne, che mi confidò il suo sogno di scrivere. Sono molti i ragazzi che mi dichiarano questo desiderio, spesso scambiando per talento la loro mera necessità di raggiungersi e afferrarsi nel caos informe della loro crescita e comunicarsi al mondo, attraverso quello che resta uno strumento formidabile (la scrittura). Non scoraggio questo slancio in nessuno di loro, proprio perché voglio che siano loro a rendersi conto della realtà e, comunque vada, scrivere sarà servito a conoscersi. Rari sono quelli che hanno poi vero talento “narrativo”, infatti la scrittura dei più si esaurisce in ritratti psicologici, pagine di diario, sfoghi emotivi o poco più. Li sfido tutti a mettersi alla prova, a porre la parola “fine” alle righe a cui stanno lavorando, racconto o romanzo che sia, così che imparino a distinguere tra il “voler dirsi scrittori”, mito romantico e accattivante, e l’aver scritto qualcosa fino alla fine, impegno tutt’altro che romantico. Solo se ho scritto qualcosa che abbia un inizio uno sviluppo e una fine, da poter far leggere ad un estraneo (non a mia nonna o a mia sorella, magari sotto tortura), comincio a confrontarmi con la realtà della scrittura: l’importante non è voler dirsi scrittori, ma scrivere e farsi leggere. E scrivere e farsi leggere è fatica. A quel ragazzo chiesi di farmi leggere qualcosa, mi diede l’inizio di un romanzo fantasy. Aveva talento. Lo sfidai: mandami a scadenze fisse i nuovi capitoli. Crollò. Si scontrò con la fatica della costanza, del lavoro quotidiano. Baudelaire diceva che l’ispirazione è la sorella minore del lavoro quotidiano e aveva ragione. Ma non si scoraggiò, perché gli avevo detto che aveva talento e perché la necessità di scrivere si imponeva ancora e non solo per comprendere se stesso, ma proprio per la gioia di raccontare. Ci siamo rivisti recentemente, sta affrontando l’anno di maturità e si è innamorato della scrittura di Fitzgerald e Čhecov: ha capito che l’unico trucco per scrivere è leggere leggere leggere e rubare ai grandi i loro segreti, e ha così deciso di scrivere racconti, coinvolgendo in questa avventura la sua insegnante di italiano, che lo segue da vicino (viva gli insegnanti svegli!). Mi ha detto che riesce a sostenere la forma breve, perché non si lascia fregare da indolenza, pigrizia, o altre distrazioni tipiche della sua età e temperamento. Ha cominciato a raccogliere i suoi racconti in un blog e me ne ha sottoposto uno, che condivido con voi. Sarà un’occasione per mettersi alla prova con un pubblico di sconosciuti.

Il Racconto: A Marsiglia la speranza non muore, di Sebastiano Colaluce

3.


12662714_10153778032786438_3576352368512281263_n“L’aria odora di sale. C’è una montagna – un vulcano spento, credo, a giudicare dagli scogli sulla spiaggia – e in lontananza una collina con una torre o un castello, come denti rotti. E mi manca di nuovo il fatto che non sono giovane e innamorato, perché questi sono luoghi e paesaggi per giovani innamorati. Tutta la scena si mostra come tale. Una così ampia parte del mondo mi sembra un posto dove un ragazzo porta una ragazza.” J.Cheever, Una specie di solitudine

Credo che bisognerebbe invertire la prospettiva: essere di giorno in giorno innamorati di chi si ama, allora si diventa giovani e il mondo si mostra come un grande dono da fare a qualcuno.

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