10 marzo 2016

Zibaldino: una Lettera & la Felicità

1.

12742028_10153815231051438_8500301425852449215_nCaro Alessandro, sono una ragazza di 16 anni e dopo una lunga riflessione ho deciso e capito che mai e poi mai farò l’insegnante. Il perché lo potrai capire dalle righe qui sotto. Ti chiedo di potermi dare, magari, qualche risposta.

Cari professori…

anzi no, cari non lo siete affatto.

Professori.

Sì, solo professori può andare.

Voi siete quelle persone che mi farebbe piacere vedere solo da lontano, a debita distanza, e se proprio non se ne può fare a meno.

Se odiare è vietato, lasciatemi almeno affermare che sicuramente vi sopporto quanto il gatto sopporta l’acqua, quanto una ballerina classica l’ hip hop o quanto un atleta può sopportare una storta alla caviglia il giorno di una maratona.

Ho sempre pensato che Dante avrebbe dovuto dedicare un girone dell’inferno solo a voi, e se possibile vicino a Lucifero, anzi, nella bocca di Lucifero assieme a Cassio, Bruto e Giuda.

Siete la categoria di persone che più mi irrita, mi infastidisce e mi innervosisce. So già cosa state pensando: “I soliti adolescenti”, “Questi giovani di oggi”, “Non ci ascoltate mai”.

Fermatevi. Capovolgete la situazione. Arrendetevi al fatto che siamo noi ragazzi a pensare “I soliti insegnanti”, “Questi frustrati di oggi”, “Non ci ascoltano mai”.

La realtà è questa. Agite di conseguenza, noi vi seguiremo.

La passione che ci trasmettete è pari ad uno schiaffo doloroso o ad un gatto morto nel marciapiede. Dico sul serio.

E non venite a dirmi che sono esagerata o che non tutti sono così (si salva l’1 %, esagerando) perché non ho più voglia di ascoltare moralismi e falsità.

Ho sperimentato che spesso siamo lo specchio di noi stessi. Se non riesci ad avere pazienza, perché hai scelto di fare l’insegnante? Se non ami la materia che ci “insegni”, come puoi pretendere che noi non lanciamo il libro a terra alla prima occasione? Se la tua vita non ha un senso, chi sei tu per venire a dirmi che neppure la mia lo deve avere? Forse è come una strana legge del contrappasso. Magari voi siete stati delusi dai vostri insegnanti e ora vi volete vendicare su di noi. Non è forse così?

Magari alcuni professori vi hanno rovinato in qualche modo la vita, vi hanno ferito, annoiato a morte e non lo avete accettato. Posso capirlo bene.

Perché allora non attuare questa legge del contrappasso per contrasto? Trasmetteteci tutta la passione che voi avreste voluto ricevere, ma che vi è mancata. Guardateci negli occhi e scovate al loro interno quelle scintille di vita e di talento nascoste. Sfidateci. Siete padri e madri. Semplicemente siate.

Cercate di capire i nostri comportamenti, le nostre risposte, la nostra individualità e la nostra diversità. Non è vero che gli adolescenti sono tutti uguali.

Sembra che vi urti il fatto che qualcuno di noi continui ad avere un sogno e a coltivarlo nonostante il mondo, nonostante la vita.

Non sprecate energie nel tarparci le ali o nel dirci che non ne vale la pena, perché altrimenti penseremo che VOI non ne valete la pena.

Mentre spiegate, fate in modo che non desideriamo di essere in nessun altro luogo, accendete il nostro interesse, non il nostro istinto omicida che ci suggerisce di spararvi e di spararci in testa per mettere fine alla nostra agonia.

Non farò mai l’insegnante. Non seguirò mai le vostre orme, anzi, andrò proprio dalla parte opposta. Questa è l’unica certezza che mi avete dato.

Dateci, è un imperativo, forza e speranza. Donateci la gioia vera, il fascino della storia, della filosofia, della matematica, del greco (possibile che preferiamo farci levare un dente?) o del latino e chi più ne ha più ne metta.

È inutile che perdiate fiato nel dirci che per Achille l’onore, e quindi l’essere ricordato, fosse l’elemento più importante, se noi vi ricorderemo come si ricorda un braccio rotto, una ferita o un’ansia terribile.

La buona notizia però è che siete ancora in tempo per cambiare, per cambiarvi, per cambiarci. In meglio.

Se così farete verrete ricompensati.

Ve lo prometto.

E.

Cara E.,

la tua età non conosce mezzi termini, età fatta per l’assoluto, diapason sensibilissimo a ciò che è vero, bello, buono. Senza mezzi termini, senza sfumature, come le tue righe dimostrano. Senza pietà (al netto di uno sfogo) verso le umane debolezze. La vita ti porterà ad essere più comprensiva (ci manderai in purgatorio e non all’inferno, magari), perché si incaricherà di dimostrarti che siamo tutti un po’ “difettosi” o a volte semplicemente stanchi, saprai scorgere dietro un professore una storia che a qualche bivio si è persa, un fuoco originario spento da fatica e insoddisfazione per un mondo della scuola che tratta gli insegnanti come servi. Non che questo giustifichi la mancanza di professionalità: sarebbe come accettare un piatto avariato in un ristorante, perché lo chef quel giorno è nervoso. Ma come dici tu, tutto può cambiare e dipende proprio da voi, non solo da noi. Potreste alzarvi in piedi e rimanere un minuto in silenzio di fronte ad una lezione insopportabile, non preparata, dedicata a parlare di problemi personali o a sparlare dei colleghi. Così come potreste ringraziare per una ben fatta, che lascia il segno, che desta curiosità e studio (a volte la nostra stanchezza dipende dal vostro menefreghismo). Richiamateci voi alla grandezza del nostro mestiere. Non adattatevi alle nostre debolezze, alle nostre ritirate, alle nostre mancanze. Non fatevi rubare la libertà e la sete dalla nostra grettezza. Non ci schioderete mai dalle nostre cattedre, dalle quali possiamo fare tutto quello che vogliamo senza subire – o quasi – conseguenze. Abbiamo un po’ di potere ed è a voi che lo faremo scontare, a voi faremo scontare le nostre sconfitte e frustrazioni. Non lo volete? Richiamateci all’ordine, pretendete qualità. Fate la rivoluzione della qualità, “occupate” la lezione (non la scuola) e pretendete che sia bella, solo questo, bella: cioè vera e interessante, anche se impegnativa. Se non siamo all’altezza richiamateci alla nostra altezza. Lo avete questo coraggio? Non lo avete capito che questa è l’Italia in cui in un posto pubblico, se non lavori come si deve, sono i cittadini che devono puntare i piedi e pretendere un cambiamento? Non lo avete ancora capito che questa è l’epoca in cui sono i figli a dover richiamare i padri alla loro identità? Sarete capaci di sopportare questo fardello? O vi accomoderete nella facile complicità di chi così può starsene tranquillo, perché tanto il professore è il primo a non far nulla? Cercate gli insegnanti che ci mettono anima e corpo, ci sono. Chiedete a loro di fare lezione, oppure andate nelle loro classi ad ascoltare, come faceva quella studentessa che all’intervallo si faceva rispiegare gli argomenti da un professore della stessa scuola disposto a dedicarle quei 15 minuti di qualità. Rivoluzionateci, con rispetto, ma con forza. Perdonate le nostre umane debolezze, soprattutto se sono solo contingenti. Questo mi piace della tua rivoluzione, E., che non vuoi eliminarci, ma ripararci. La buona notizia è che tu vuoi “cambiarci” perché noi possiamo “cambiarvi”.

Un abbraccio

A.

2.

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4 responses to “Zibaldino: una Lettera & la Felicità”

  1. Daniela ha detto:

    Carissimi E. ed Alessandro, sono una mamma dello scorso secolo, con due figli adolescenti che potrebbero esservi fratelli o alunni. Guardando loro penso alla mia scuola …. Non avuto la fortuna di aver un professor Davenia e nemmeno quella di poter studiare filosofia con un insegnante mediocre.
    La mia professoressa di tedesco entrava un classe sibilando con un ghigno beffardo “sto dando le mie perle si porci! Vediamo a chi metto quattro oggi!”
    Eppure, a distanza di anni, posso dire che anche questo mi è servito.
    Ho imparato il valore della fatica e dell’impegno, ho cercato di essere più dura di chi avevo davanti, ho sempre tentato di reagire mettendo in campo forza e determinazione. Quel luogo severo ed autoritario mi è stato maestro di vita.
    Tutto è perfettibile, ma prendiamo da ogni cosa il meglio per noi, ancorché non perfetto, ed impariamo a non arrenderci davanti a nessuna sfida.
    Cara E., come fossi una figlia, ti dico che gli anni ti insegneranno ad essere più clemente nei giudizi ma nel frattempo non lasciare che quanto non é perfetto diventi alibi per fermarti davanti alla fatica.
    Caro Alessandro, proviamo insieme, genitori ed insegnanti, a costruire una rete educativa che faccia dei nostri ragazzi persone forti perché capaci di affrontare le tempeste della vita.
    Con stima e gratitudine.

    Daniela

  2. paola ha detto:

    caro Alessandro… secondo me questa lettera l’hai scritta tu….. comunque hai fatto bene!!!!!

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