29 marzo 2016

Zibaldino: una Lettera di oggi e una di ieri

1.

12795571_10153822422501438_6338633051463256742_n“Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportar fuori di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d’anni per darmi alla poesia” (G.Leopardi, Lettera a Giordani, aprile 1817 – 19 anni quasi compiuti).

Mi sembra una piccola perla sul talento, il cui fuoco s’accende a contatto con la realtà, che esercita sui sensi, e poi sul cuore e la mente di un ragazzo, una pressione dolce, un rapimento (con ciò che ha di violenza e fatica), che lo spinge a diventare non prosatore, come gli suggeriva il suo amico di corrispondenza e maestro di lettere ma – osando di più – poeta, cioè un modo di prendersi “cura” della natura della sua terra, trasformandola in parole adatte. Fare altrimenti sarebbe stato “peccato mortale”, come lo è ogni volta che un ragazzo rinuncia al richiamo di questa terra che gli è data, non solo la terra nostra geografica, ma la terra della realtà, a contatto con la quale, se il contatto è vero e profondo, scopre svegliarsi dentro di sé la misura del suo stare al mondo. E più non vi rinuncia. Ma questo contatto, io vi chiedo, su internet, terra quasi senza terra, si dà?

2.

Carissimo prof (é bellissimo dirlo),

Sono una matricola dell’Uni di ***, che ti segue da quando hai pubblicato il primo libro. Mi hai sempre affascinato con le tue teorie, storie, personaggi, conferenze… e chi più ne ha più ne metta (forse anche lo charme del siciliano). Solo che ora mi hai stancato: hai sempre parlato di cose bellissime, che ora non sento più nel cuore. Ho perso la retta via direbbe qualcuno.

Ho iniziato l’università da qualche mese e visto che ho passato i miei 5 anni di superiori peggio dell’Inferno dantesco tra prof senza un briciolo di amore per gli studenti e per la loro materia e compagni dediti ai pettegolezzi e allo “studio come gara”, mi ero fatta un’idea bellissima dell’università. Il problema é che i primi due mesi di lezioni sono stati

topici (letteratura italiana: il prof era meraviglioso), poi quando ho capito che era peggio che le superiori sono andata – e sono tutt’ora – nel panico.

Nessuno mi ha mai detto che la vita era tutta così; speravo di avere almeno una “pausa” prima di lavorare. Poi ho capito che nessuno, ma proprio nessuno mi ha insegnato ad amare lo studio. É faticoso, richiede tempo, ti fa perdere

i momenti più belli e importanti della vita e purtroppo in 5 anni ho assorbito solo questo. Quello che nessuno -e nemmeno tu- mi ha ancora detto é come tornare ad amare lo studio, il sapere ‘sudato’.

Il mio problema più grande è che vedo lo studio come una reclusione: non riesco più ad assaporare nemmeno Dante! Mi sale l’ansia (per il pensiero dell’esame e del fatto che mi sento imprigionata) e comincio a pensare come fuggire e perdo le giornate a non vedere l’ora che arrivi la notte, in cui cerco di non pensare, perché sono stravolta da me

stessa.

La verità é che mi sono fatta dei castelli belli solidi del ‘mondo dei grandi’ talmente belli e rassicuranti, ma soprattutto poco faticosi che ora non vedo più una meta, una luce. In casa mi dicono che l’autocommiserazione é il mio talento. Ma secondo me c’é qualcosa di più. L’autocommiserazione passa, questa malinconia-panico-grigiore della vita no. E sono preoccupata perché io sono convinta che l’università che ho scelto (lettere) mi piace, ma lo studio mi blocca.

Ti chiedo se puoi suggerirmi un ‘metodo’; so che il grande lavoro deve farlo la mia volontà ma ho bisogno di aiuto, di sapere che non sono stupida a pensare troppo, che il mondo post-scuola non é così tragico, che la vita é una bellissima mongolfiera che sale leggera e felice verso le nuvole.

Per questo mi hai stancato; parli di vita, amore, cultura, educazione ma dove le trovo nella mia reclusione?

Cordiali saluti

C.

Cara C.

grazie per le tue righe provocatorie, perché sono le pro-vocazioni a costringerci alla verità (pro-vocare vuol dire chiamare a difendersi in prima persona).

Non so chi ti avesse raccontato di un’università “fatata”, l’Università è esattamente come la scuola, si salvano un 20% di insegnanti che devi andarti a cercare e che ti insegneranno un metodo (proprio quello che invochi) che ti servirà per tutta la vita, anche se insegnano una materia piccola piccola. Ogni frammento di mondo lo contiene tutto intero se è un Maestro a mostrartelo. Il resto è resistenza. Ma una cosa è cambiata rispetto alla scuola: hai scelto tu. Questa è la tua facoltà. Il principio di ispirazione scardina due principi di corto respiro: il principio dell’obbligo e quello del piacere. Il primo è ciò che detta quasi ogni ora di scuola (dell’obbligo per l’appunto), il secondo guida le scelte sulla semplice attrazione emotiva. Il principio di ispirazione invece unisce insieme libertà, intelligenza e volontà, continuamente rinnovate dal fatto di sapersi “a casa” in un certo ambito. Da lì origina la forza per vincere ogni durezza degli obblighi e ogni frivolezza delle emozioni passeggere. Quella che stai attraversando è una benedizione: la maturità è proprio questo, uscire dal mondo immaginario dell’infanzia e dell’adolescenza, che ancora crede di poter ottenere qualsiasi cosa semplicemente desiderandola o immaginandola, e scegliere la propria vocazione. Questa è la chiamata alla cura di te attraverso la cura di quella parte di mondo che ti fa sentire a casa (per te le lettere), costruendo giorno dopo giorno un deposito da cui poter sempre attingere, senza che la fatica, che tutto ciò comporta, ti faccia perdere quello slancio che caratterizza la ricerca dell’assoluto di un giovane. Maturità è rendere compatibile il sogno con le resistenze, oggettive o soggettive, così un sogno si trasforma gradualmente in un progetto. Il desiderio se non si scontra con il divieto della realtà non è costretto a uscire fuori, a trovare i materiali per farsi esso stesso realtà, e personificarsi. Rimane nell’anonimato: quanti incontrano le stesse difficoltà che incontri tu, C? Tutti. Ma non tutti sono disposti a imparare il mestiere di vivere proprio da questa fatica, che renderà la gioia della tua ispirazione ancora più profonda. Maturità è cominciare a fare i conti con la morte, che si mostra con altri nomi: resistenza, fatica, ostacoli, disillusioni, fallimenti… Tutti nomi che chiedono la risposta forte della vita, che di fronte a queste morti prenderà il nome di: pazienza, costanza, lotta, ispirazione… E continua riparazione. Se un giorno sarai madre sperimenterai la gioia del concepimento e della nascita, ma che mi dici di quei nove mesi in cui il tuo corpo si modellerà attorno alla nuova vita con fatica, nausea, stanchezza e limitazioni? Eppure mi diresti: è mio figlio, per lui sono pronta a tutto. Ecco il principio di ispirazione che ho visto sui volti di moltissime madri, trasformate dalla loro maternità in donne bellissime, proprio perché quel principio vinceva ogni ostacolo. Il mondo dopo scuola non è tragico, è semplicemente drammatico, perché dramma è la vita: dramma è parola che viene dal greco e indica il “decidersi a fare”. La vita è drammatica perché chiede di prendere posizione sul palco e decidersi a “farla” la propria parte, diventandone prot-agonisti (cioè primi combattenti). Il dramma sarà a volte giocoso a volte doloroso. Tragico no, perché la tragedia appartiene ad un mondo privo di libertà e tu non mi sembra che ne sia stata privata. Sempre c’è spazio di libertà, anche nelle situazioni più “drammatiche”, sempre si può “decidersi a fare”. La tua reclusione è esattamente ciò che devi spezzare con i tuoi progetti: quali sono? Che cosa ti guida? Che cosa saresti disposta a fare per un amore?

Questo è l’unico metodo che funziona: trovare dove ci sentiamo a casa nel mondo e poi lottare per ampliare questa bellezza, verità, bene che abbiamo scorto, costi quel che costi e non conta il successo, perché il successo è essere dentro di sé come a casa, sempre. Guarda lo spezzone del bellissimo film che aggiungo a queste righe e quando sentirai “C’era il signor Mozart a tenermi compagnia”, capirai a cosa mi riferisco. Dove è il tuo Mozart, anche in prigione? Perché hai fatto questa scelta universitaria? Che cosa ti ha spinto? Qual è il tuo talento? Ritorna alla sorgente e solo da lì che sgorga l’acqua pura che poi disseta, a valle, molti altri. Il metodo che vuoi che io ti confidi è la vita stessa, così com’è. Troverai qualche buono spunto in un piccolo libro di R.M.Rilke, Lettere ad un giovane poeta. Non lo leggere, meditalo. Ti abbraccio.

ps. mi rimane una domanda, ma nessuno in 13 anni di scuola ti ha insegnato ad amare lo studio? E che cosa facevate in classe? Se ti avessi avuta come alunna ti avrei aggiustato io il cuore e la testa, altro che stancarti…

2 responses to “Zibaldino: una Lettera di oggi e una di ieri”

  1. Micaela Bozzetti ha detto:

    Ho aperto casualmente la mail, prima di recitare la compieta (cioè ho aperto la mail “sbagliata”). E, sentendo gli occhi sul punto di chiudersi, ho dovuto lasciare a metà e completerò dopo aver scritto questo messaggio …
    Sto lavorando alla mia tesi e ho pensato: ma io, al posto dei ringraziamenti, potrò citare questo post di Alessandro d’Avenia per lasciar intendere che devo ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato a credere al mio sogno/progetto, ben oltre le dinamiche variamente definibili dell’università?

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