20 gennaio 2026

Ultimo banco 272. Blue Monday

Quando il timer suonò, Bruno Grigiotti alzò gli occhi dalla tastiera. La sua routine di lavoro era precisa: 55 minuti di dati senza interruzioni, 5 minuti di aria. Sopravviveva ai 55 grazie a quei 5. L’aria che si concedeva non era fuori dal suo spazioso ufficio al 63° piano della torre di vetro con vista sulla city che da lì, in quel terzo lunedì di gennaio, sembrava un film muto e sbiadito, quell’aria l’avrebbe respirata alle 20, dopo 12 ore di lavoro filate, come chi si scalza di scarpe rigide. L’aria di quei 5 minuti era dedicata alle news: navigazione nei pixel di quello stesso schermo sui siti di informazione. Si rese conto che invece di dargliela, quel lunedì, i pixel l’aria gliela toglievano: guerre, pubblicità, omicidi, pubblicità, truffe, pubblicità, violenze, pubblicità… L’ossigeno gli mancò: niente che gli desse la forza per affrontare altri 55 minuti di apnea. Sollevò lo sguardo sopra il monitor e vide l’acquario tropicale. Non ci faceva caso come ci accade con tutti gli oggetti che subiamo. Gli architetti lo avevano inserito nell’ambiente minimalista della sede centrale dell’agenzia leader nell’AI: «Onlife». Fu allora che Bruno Grigiotti, data analyst tra i migliori nel suo campo, vide Dio. Si aggirava nel grande acquario 2×1,5×1, tra alghe fluttuanti, rocce violacee e nere poggiate su un fondo sabbioso da cui salivano sinuose bolle. Come ci era finito là dentro?

Era un pesce.

Si alzò per studiarlo da vicino: pinne blu elettrico, coda acquamarina, la parte superiore del tronco di un nero assoluto a pois fosforescenti e quella inferiore a cerchi bianchi leggermente sfrangiati, la bocca arancione e sotto l’occhio una striscia gialla, come una pennellata finale, quasi una firma. Non immaginava che Dio avesse tutti quei colori, mentre si aggirava nella vasca tra placide volute e improvvisi scarti. Quei colori lo ipnotizzarono: danzavano in un oceano compresso in tre metri cubi d’acqua. Non ne conosceva il nome, ma d’altronde chi conosceva il nome di Dio, eppure era lì, davanti a lui, ineffabile e muto.

Vide i colori della sua infanzia: la spiaggia che raggiungevano con la macchina rossa dei genitori con uno strano cambio vicino al volante. Lui le comprava solo grigie o nere, con il cambio automatico. E così era anche sulle strade della città sotto di lui, un film in bianco e nero: le auto avevano perso i colori. E così anche edifici e oggetti: bianco, grigio, nero, beige. Dove erano finiti gialli, rossi, arancioni, verdi, azzurri? Perché c’era così poco colore nelle nostre invenzioni: macchine del caffè, pc, lampade, telefoni? Tornò a seguire i movimenti del pesce che mescolavano frequenze di un mondo perduto.

Riemersero ricordi di scuola: la professoressa di scienze aveva detto che il manto degli animali serve loro per sopravvivere o riprodursi, nascondersi o sedurre. Il pesce scartò, sostenendo un altro livello di verità: «Le cose non sono tenute a esserlo, eppure lottano per essere belle», lo diceva il verso di un poeta di cui non ricordava il nome ma che gli era venuto in mente. Chi aveva ragione? I colori del pesce. Non erano così per soddisfare il suo metabolismo, ma il metabolismo per realizzare i suoi colori. E lui? Guardò i suoi vestiti: abitudini più che abiti, uniformi più che forme, senza colori, come se lui alla luce avesse smesso di credere. Da quanto? Da quando aveva preso a vestirsi pronto per la bara?

Il pesce pascolava la superficie di una roccia porosa, mentre un cespuglio di alghe smeraldine gli solleticava il ventre maculato. Si ricordò allora di quando si era innamorato, stregato dalla leggerezza di una ragazza che correva nel corridoio della scuola, in ritardo come lui, in un fine settembre in cui l’estate non voleva saperne di andarsene. Quel giorno di tanti anni fa aveva creduto che il mondo fosse fatto per la bellezza, ma poi se n’era dimenticato e si era adattato: conservarsi, come i prodotti a scadenza, e riprodursi, come le fotocopie. Questa era la vita di un lunedì del secolo più progredito della storia umana: il XXI. Eppure c’era più originalità in quel pesce che nel suo lunedì, il terzo di gennaio, che lo psico-marketing aveva battezzato «blue monday», il più triste dell’anno, per spingere i sempre insoddisfatti a fare acquisti a causa della somma di fine delle feste, carenza di vitamina D e mancanza di forze per affrontare il gennaio dell’anima che dura almeno tre mesi.

Avrebbe voluto anche solo un sorso della gioia di cui era capace il pesce che, senza saperlo e senza dire una parola, univa oceani lontani e fotoni, vulcani estinti e coralli. Si ricordò del suo viaggio di nozze, quando si crede nei colori, si sceglie un luogo all’altezza di un amore e ci si tiene ancora per mano. Poi tutto s’era scolorito. Immerse la mano nell’acqua che un termometro segnalava oscillare tra i 26.5 e i 27 gradi. Bolle salivano regolari e al tempo stesso negligenti, ricordandogli che anche lui respirava ma non ci faceva più caso, lo dava per scontato. Lasciò la mano inerte e quando il pesce si avvicinò, lo afferrò. Voleva fargliela pagare perché gli aveva ricordato di aver perso l’anima: gli si era sbiadita non per mancanza di meraviglie ma di meraviglia… Ma il pesce gli diede un morso sul dito e fuggì, rintanandosi tra le rocce e la sabbia.

La ferita sanguinò e lui si succhiò il dito. Era vivo! E così alle 21, Pablo Gimenez, addetto alle pulizie della Onlife entrò nella stanza al 63° piano e urlò. Il famoso dottor Grigiotti, era disteso nell’acquario, nudo, solo la testa sopra la superficie, gli occhi chiusi. Immobile. Morto? Ucciso? Suicidato? Gli sfiorò il capo con il bastone della scopa e Grigiotti aprì gli occhi placidamente con un sorriso. «Sta bene, dottore?». «Mai stato meglio». «Cosa fa lì?». «I colori», sorrideva inebetito. «Dottore, è ubriaco?». «Sì», rispose indicandogli il pesce tropicale che nuotava placidamente nella vasca, inafferrabile.

Il giorno dopo l’ufficio del personale obbligò Grigiotti a rimanere a casa per godere le ferie a cui rinunciava da troppo tempo. Lui partì con la moglie. Tornarono nei luoghi del viaggio di nozze. E la tenne di nuovo per mano.

Corriere della Sera, 19 gennaio 2025 – Link all’articolo e ai precedenti

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