24 dicembre 2010

La rabbia dei figli rimasti senza padri

Nella città in cui vivo alla velocità di una bicicletta incontri segni che allo sguardo a motore sfuggono. Così su un ponte costellato da scritte murali, tumulto di amori, rabbie o vandalismo espressivo, ho letto: “il futuro non è più quello di una volta”. Ho immaginato il/la giovane che, complice la notte, ha verniciato il suo tormento, come nelle innumerevoli email di persone che hanno letto il mio romanzo: in cosa posso credere e giocarmi la vita?

Il presente, che è l’unica cosa che ci è dato vivere in spirito e carne, è in realtà il luogo in cui si realizza ciò che ci rappresentiamo come futuro. Se il futuro sparisce, evapora anche il presente. Un bambino senza l’abbraccio e la cura dei genitori non interiorizza mai il futuro come promessa: il mondo per lui sarà una selva oscura senza uscita, il tempo un sicario pronto a eliminarti. Lo stesso accade con i ragazzi, con i quali sto in classe, e in generale con i giovani. Solo se percepiscono lo sguardo promettente di qualcuno che, appartenendo alla generazione precedente, fa da mediatore tra il futuro e il presente fragile in cui si trovano, sono disposti a mettere in gioco la loro libertà sulle rotte della vita e navigare lontano dai porti sicuri delle mura casalinghe, affrontando la tempesta e la bonaccia, alla ricerca di quel porto segnalato sulle carte geografiche del desiderio: l’immagine di futuro interiorizzata. Ma se il futuro non ha immagine, se sparisce lo spazio ideale in cui i sogni si possono realizzare, svanisce l’aspetto sognante della realtà, necessario ad affrontare fatiche e ombre del presente quotidiano.

Non sto parlando delle illusioni in cui ci rifugiamo per vincere la frustrazione dei nostri limiti e sconfitte, ma di quella reale possibilità di sognare, cioè di sperare nel futuro, per il semplice fatto che ognuno di noi c’è ed è il sogno di qualcun altro. La libertà è rendersi consapevoli del fatto che ogni uomo è creato per essere un nuovo inizio. Di cosa? Lo si scopre solo strada facendo. Viviamo nella storia e solo il presente, passo dopo passo, ci dirà quale è stato il nuovo inizio a cui abbiamo dato corso. Solo se so che sono già adesso il nuovo inizio di qualcosa che avverrà domani, tirerò fuori le risorse che solo il futuro sa evocare e provocare al presente. Altrimenti mi accontenterò di una vita in difesa, in cerca di sicurezze individualistiche, a costo di calpestare altri disillusi.

I ragazzi manifestano, alla ricerca del futuro perduto e lo cercano anche quelli che non manifestano. I ragazzi rispondono a Saviano come ad un salvatore (“Siamo ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia”, “Daccela tu l’alternativa, scendi in politica e dimostraci che il miracolo di cambiare davvero questo Paese è possibile”). I ragazzi ringraziano il mite Napolitano che li ascolta nel suo studio (“è l’unico che parla con noi”). I ragazzi cercano ciò che la generazione che li precede non offre: la mediazione di un padre. Così emergono padri incerti e provvisori, prometei simbolici più o meno pittoreschi che rubano il fuoco del futuro agli dei: da Assange a Mourinho, e quel che sta in mezzo.

Il futuro non esiste più perché i padri si soni nascosti. Il padre è il mediatore del futuro, colui che è capace di provocare la nostalgia di futuro di cui ogni giovane ha bisogno per affrontare il presente. Padri sono i padri di famiglia, spesso assenti; padri sono i maestri a scuola e all’università, spesso padrini; padri sono i politici, spesso padroni; padri sono gli uomini delle agenzie educative (dalla chiesa alla tv), spesso patrigni. Padri sono tutti coloro a cui sono affidate le vite di altri, che padri diventano se si pongono al servizio di quella vita che non è loro, ma è loro affidata e di cui dovranno rendere conto alla storia. Se i padri non servono le vite dei figli, ma le divorano come Cronos, cioè le controllano o ignorano, i figli diventano burattini o orfani. Che futuro ha un burattino? I fili. Un orfano? La fuga.

Quando mio padre mi lanciava in aria da bambino, mia madre, impaurita, gli chiedeva di mettermi giù. Lui la rassicurava e continuava. La madre ha il compito di tenere ancorato il figlio alla terra, il padre invece lo lancia verso le stelle, verso l’ignoto, verso la paura di cadere, ma le sue braccia lo aspettano per ricordargli che il futuro è un’incognita, ma si cade tra braccia sicure, e la paura della vertigine si muta in risata. Ma se il padre sparisce, il duro suolo fermerà la caduta dei figli e non resterà che il pianto inconsolabile di un inizio fallito. I ragazzi manifestano perchè i padri si manifestino e liberino il futuro e i sogni che contiene. Ogni ragazzo può sognare perché è sognato. Ogni uomo può sperare perché è atteso.

Ho la fortuna di avere un padre: mio padre. Ho avuto la fortuna di avere grandi padri: Mario Franchina, professore di lettere, Padre Pino Puglisi, professore di religione del mio liceo, Paolo Borsellino, vicino di quartiere. Da loro ho ricevuto il futuro e quindi il presente.

Abbiamo bisogno di padri che facciano più strada di quanta possiamo farne noi per raggiungerli.
Padri tornate, noi non smetteremo di cercarvi e di darci da fare per essere un nuovo inizio.

LA STAMPA, 24 dicembre 2010

7 responses to “La rabbia dei figli rimasti senza padri”

  1. Eugenio ha detto:

    Caro Alessandro,
    ho letto con immenso piacere il tuo articolo sulla stampa ed è stato illuminante. Illuminante perchè ho capito che forse quei padri che stiamo cercando non li troveremo mai. Piuttosto dobbiamo cominciare ad essere noi i padri che avremmo voluto avere, perchè mai incominciamo ad esserlo mai i nostri figli ne avranno.
    Buon Natale
    Eugenio

  2. Claudia ha detto:

    Devo proprio farlo leggere a mio padre quest’articolo… Descrive ciò di cui noi giovani abbiamo bisogno… E che purtroppo ci manca. Per quanto possa essere difficile noi, io voglio sognare, voglio pensare che c’è un motivo per cui sono al mondo, voglio vivere per quello che sono chiamata a fare. Anche se nel mondo di oggi è un po’ più complicato. Ma è questo il bello: le cose per le quali si deve combattere di più sono sempre le migliori da ottenere. Però qualcuno deve appoggiarmi, credere nel mio sogno quanto ci credo io, mostrarmi la luce alla fine della galleria…

    Buon Natale!

  3. noemi ha detto:

    Grazie… ha messo le parole sul mio pensiero… questa lettera sarebbe da fare studiare a i nostri padri, se ci fosse una scuola per genitori… io ringrazio i miei per le opportunità che mi hanno proposto, perché secondo il loro pensiero i figli devono essere liberi nelle loro scelte e il loro ruolo era di stare attenti sul margine dei nostri cammini. non assenti ma in ritiro… non sono cresciuta in italia, purtroppo in questo paese si crescono i bambini come principi, facendo credere che l’immagine e il possesso sono la riuscita sociale, e il conformismo e l’unica identità, e la conseguenza sono Uomini adulti frustrati di non potere possedere tutto…
    speriamo nel futuro e riprendiamo in mano il nostro ruolo di genitori,
    Noemi

  4. Marta ha detto:

    Anche questa volta hai rappresentato un pensiero che condivido in pieno!…Non ci sono più i padri di una volta. Gli uomini di una volta oramai sono delle rare eccezioni. Devo ringraziare qualcuno lassù perchè ha fatto sì che mio padre rientrasse in quelle particolarità. Una persona di poche parole, ma che quando parla sa aprirti il cuore e, soprattutto, è in grado di costruire un ponte virtuale tra il passato e il presente, e tra la realtà quotidiana e il futuro.
    Ancora una volta, Grazie Alessandro! E Buone Feste!

  5. Lolly ha detto:

    Sono padre e queste parole sono una bellissima sfida che accetto con grande volontà, consapevole che la bellezza dei giovani deve essere curata, coltivata e “liberata” perché se ne possa gustare adesso e in futuro la sua pienezza.
    Io sono pronto ad iniziare!

  6. Afavordialibi ha detto:

    “Non sono i padri a generare i figli ma i figli che generano i propri padri.
    Non è il passato a produrre il presente ma il presente che modella il passato”
    Gèrard Lenclud
    Ecco:questo solo per accennare al fatto che “i padri” non sono scomparsi causa difficoltà impellenti o che non sono più quelli di una volta.
    Ci sono e lavorano come sempre e sempre perchè si possa scorgere la rotta;la loro voce,semplicemente,è più flebile perchè trova il muro dei tempi difficili,il contenuto di ciò che spiegano,oggi come ieri,trova animi restii ad accoglierlo esacerbati da tutto ciò che quotidianamente respinge le nuove generazioni.E’ un periodo per gente forte dentro.
    Se non c’è apertura all’ascolto,chiunque incrociamo non lo riconosceremo,avremo sempre un passato vuoto a cui pensare e nessun padre da ringraziare.

    • marco t ha detto:

      E’ vero: speravo che qualcuno lo dicesse! D’accordo che non ci sono più i padri di una volta, ma ci sono o no?
      Dire che non ci sono più, e fatevi vedere, che abbiamo bisogno di voi, non mi basta! Se la questione resta questa diventa una scusa, per la propria pigrizia o chissà per cos’altro. Io invece mi sono posto la domanda: ho incontrato uno di questi padri? Sì. Posso dirlo, a partire da mio padre, per poi pensare a tutti gli altri.
      Ma ho avvertito uno scarto, tra questo ideale e la mia vita: io quanto li ho seguiti? Quanto nella mia vita hanno inciso, lo decide anche una mia scelta, personale, di lasciarmi incidere da loro. Per questo la cosa veramente bella di questo articolo è che mi ha fatto scoprire il desiderio di prendere il cellulare e chiamare a quella persona, o a quell’altra (del resto sono poche…) perché ho bisogno di vedere più in là, e ho bisogno di riempirmi della loro presenza.

      Grazie alla semplicità con cui hai scritto, afavordialibi. Grazie, di aver scritto tutto quello che hai scritto, alessandro d’avenia.

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