15 settembre 2014

La lezione frontale non basta più

creative-envirSe sapessi di avere una classe di 30 e più ragazzi prima mi dispererei poi mi rimboccherei le maniche, come mi è capitato. Se il lavoro dell’insegnante fosse quello di “erogare” lezioni i numeri non conterebbero, caricheremmo le nostre lezioni sulla rete e ci risparmieremmo l’odore della classe. Se teniamo in piedi il sistema “analogico” è perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nel dinamismo della vita e delle vite, qualsiasi odore abbiano. In classi fatiscenti o belle, sovraffollate o ordinate, abbiamo sempre tre compiti dettati dalla professione: amore per ciò che si insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia: non sentimentalismo né psicologismo d’accatto, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un “inedito stare al mondo” e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si insegna (creatività didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto: metodo).

Ma perché il lavoro in classe sia efficace occorre essere messi nelle condizioni di poter curare queste tre dimensioni: avere troppi studenti mina (oltre che la pazienza) l’efficacia del lavoro. Ho sempre contato le mie ore di insegnamento non sulla base delle ore in classe (le famose 18 ore), ma delle ore che richiede il numero di alunni: interrogazioni, colloqui con i genitori e con lo studente, programmi mirati, correzione compiti, attività di potenziamento fragilità e di sviluppo talenti. Aggiungerei al dibattito sulla buona scuola (anche se sarebbe tempo di agire più che discutere su problemi evidenti da anni) di considerare la possibilità di aggiungere un coefficiente correttivo del numero di ore in cattedra, basato sul numero di alunni per classe. Conterei quasi come doppie le ore in una classe da 30 e più alunni, considerato 15 il numero ideale. Con tutti i precari in cerca di ruolo è proprio necessario mortificare insegnanti già oberati e stanchi, invece di investire in modo coraggioso su nuove leve?

Ma mentre si dibatte noi entriamo in classe lo stesso: proprio per quei 30 e più. Si può insegnare in una classe così? Forse sì a fronte del correttivo proposto sopra, ma non solo.

Siamo tuttora ancorati ad un tipo di lezione frontale in cui i ragazzi sono oggetto del nostro sapere da conferenzieri: la disposizione dei banchi lo dimostra. Tutto il contrario del cosiddetto “apprendimento cooperativo”: attività, sperimentate da anni, che permettono al docente di essere meno protagonista in classe e più nella preparazione della lezione (obiettivi, strategie, tempi, verifiche molto chiari e dichiarati: non si fa così sul lavoro?). L’insegnante diventa orientatore e i ragazzi soggetti dinamici e protagonisti dell’apprendimento.

In una cultura dal sapere sempre più reticolare, collaborativo, induttivo ed euristico, è necessario rinnovare una scuola ancora basata quasi del tutto su processi di apprendimento frontali e generici (ognuno prende quello che può dalla stessa conferenza), individualistici (attività svolte quasi del tutto singolarmente, soprattutto in fase di verifica), deduttivi e ripetitivi (nozioni da applicare in esercizi e interrogazioni, addestramento e non scoperta sollecitata da motivazioni interne).

Metodi collaborativi liberano dall’angoscia dei grandi numeri, delle scadenze, dell’improvvisazione. Chi li usa lo sa: la classe diventa un insieme di gruppi di scopo, connessi in un tipo di apprendimento attivo e responsabile anche verso gli altri, senza per questo abbassare l’asticella dell’impegno, anzi la si alza. L’apprendimento solipsistico ci rende insensibili alle difficoltà degli altri e insensatamente conflittuali, al contrario di quando bisogna occuparsi e poter contare sul sapere altrui: conosco una classe in cui la presenza di un disabile ha reso il gruppo unito, collaborativo, aperto e più impegnato. Presi da narcisismo auto-affermativo e da guicciardiniano interesse per il nostro “particulare”, molta della nostra italica difficoltà a occuparci del bene comune trova in classe le sue radici e, in una scuola rinnovata, la sua possibile cura.

La Stampa, 15 settembre 2014 

***

Oggi è stato il primo giorno di scuola dell’anno. In questo stesso giorno, 21 anni fa, veniva ucciso 3P, padre Pino Puglisi, professore di religione del mio liceo, quando io cominciavo il quarto anno. Grazie a lui sono insegnante e mi piace ricordarlo col suo sorriso sempre contagioso e con una scena del bellissimo film “Alla luce del sole”.

puglisi-foto

 

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17 responses to “La lezione frontale non basta più”

  1. Beatrice M. ha detto:

    Che la scuola vada rivoluzionata completamente si sa. Si può discuterne all’infinito, ma se non si fa qualcosa di concreto non cambierà mai niente. Quello che si può fare fin da subito credo sia far capire agli studenti di essere tutti dalla stessa parte. Alunni e insegnanti non sono da vedersi come due schieramenti opposti, ma come uno unico, con uno scopo comune. In realtà gli studenti non odiano la scuola, odiano il sistema. Odiamo il fatto che conti di più un numero da mettere sul registro che quello che veramente è stato imparato. Odiamo sentir parlare gli insegnanti senza che loro stessi siano convinti dell’importanza di quel che stanno dicendo. Odiamo il muro che spesso viene costruito per “tenere la separazione dei ruoli”, col risultato che ragazzi ed insegnanti non parlano quasi mai. Il dialogo è importantissimo e dovrebbe essere cosa normale. Invece sarebbe la prima vera e grande rivoluzione.

  2. Cristina Z. ha detto:

    Ricevere una tua risposta a domande rimaste in sospeso da giorni, quando già la sensazione di essere stata inopportuna sopravanza la rassegnazione, beh …non ha prezzo!
    Se poi aggiungiamo la qualità delle risposte, il cerchio si chiude.
    Sarà magari anche stato involontario, ma grazie lo stesso.
    La speranza infusa aiuta ad essere meno soli ed oltretutto è contagiosa.

  3. Lena ha detto:

    Stamattina sono entrata in classe e ho detto ai miei bambini che non devono aver paura di essere se stessi: che dite, sono sulla buona strada?
    P.S. Questo articolo lo regalo al mio dirigente!
    P.P.S. Buon anno scolastico a tutti!!!!

    • Angela ha detto:

      Il tuo discorso mi ha veramente inspirato!! Il mio modo di insegnare credo sia già un pochino
      Meno tradizionale ma non abbastanza. Mi sento ancora troppo legata alla lezione frontale che, con tutte le originalità improvvisate, sempre lezione frontale resta. La verità’ e’ che in tutti i corsi di aggiornamento ci dicono di non restare ancorati ai programmi ministeriali, poi pero succede che se non termini il libro di storia o di grammatica non dormi la notte. Forse hai dato ai tuoi ragazzi strumenti migliori di quelli che da’ l’analisi logica, ma i genitori vedranno solo un testo non terminato! E’ un piacere seguire i tuoi consigli!

  4. Chiara ha detto:

    Parole sante, prof! Se tutti I prodessori fossero come lei, la scuola non sarebbe più un obbligo, ma un piacere..

  5. antonio ha detto:

    difficile, davvero difficile un cambiamento del genere perchè mette in discussione tutti noi, insegnanti o genitori, studenti e impiegati. L’appendimento cooperativo è alla base dell’organizzazione del lavoro nelle aziende “grandi” e comunque incontra continuamente ostacoli e personalismi. ma credo che davvero tutto debba partire dall’impegno e la passione che ognuno mette in quello che fa. Anche coi figli ci vuole un “metodo” che metta insieme cuore e fantasia e pazienza …anche dai figli mi continuo ad aspettare “prestazioni” obbedienza…se queste righe mi mettono così in discussione, forse sono sulla buona strada !

  6. loredana ha detto:

    Buongiorno Prof, solo due osservazioni:
    cosa possiamo fare noi genitori per aiutare gli insegnanti a motivarsi e a motivare i nostri ragazzi?
    Parlando di metodo, mi sembra prezioso ricordare l’esempio educativo di Danilo Dolci, personaggio che ho conosciuto solo tramite letture ma di grande umanità e concretezza. Teniamo alto lo sguardo!

  7. Rita Qualtieri ha detto:

    Sono perplessa davanti ad alcune considerazioni circa l’insegnamento frontale e la necessità di operare nella scuola utilizzando i metodi cooperativi e collaborativi.
    Nella scuola odierna, la lezione frontale è guardata con orrore e disappunto e l’insegnante che se ne serve viene considerato un operatore pigro e riluttante al progresso e all’aggiornamento. La lezione frontale, in realtà, è una fase necessaria del processo apprenditivo: lezione frontale e attività di gruppo coesistono e la loro integrazione consente lo sviluppo completo di un percorso di conoscenza.
    Esplicitare una lezione frontale non rende l’insegnante un conferenziere poichè il conferenziere elenca contenuti, espone informazioni, l’insegnante, invece, traccia un cammino di scoperta e conoscenza insieme alla Persona-alunno.
    Circa l’apprendimento individuale, i moderni orientamenti didattici dovrebbero concedere ampio respiro anche al modello di “apprendimento per solitudine” che esalta la riflessione e genera creatività così come esposto da Susan Cain nel suo celebre libro “Quiet” edito da Bompiani. L’insensibilità non può essere ricondotta con tanta ovvietà al solipsismo. Anzi: lo stile collaborativo nell’insegnamento è “lo specchio del mondo degli affari […]dove la stima altrui deriva dalle capacità verbali e non dall’acume o dall’originalità. Devi essere qualcuno che parla bene e richiama l’attenzione su di sè. È una meritocrazia non basata sul merito. Oggi il mondo del business lavora in gruppo e perciò lo fanno anche i ragazzi a scuola.” (S. Cain, Quiet, Bompiani, 2013, pag. 106)
    Nella scuola attuale e, consentitemi, nella scuola esteriormente buona, il potere creativo dell’individualismo è confuso con il concetto descritto nell’articolo come “narcisismo auto-affermativo”. Ancora una volta, concordo con la Cain quando nel suo libro afferma che “in molti campi, come mi ha detto lo stesso Ericsson, soltanto quando sei da solo puoi esercitarti con rigorosa applicazione, quello che Ericsson chiama deliberate practice e nel quale ritiene di poter individuare la chiave dell’eccellenza. Chi si esercita in solitudine, riesce a individuare quali sono i limiti che può superare, si impegna a migliorare la prestazione, verifica i progressi e interviene di conseguenza.” (Pag. 111)
    Le radici di tanto ingiustificato entusiasmo nei confronti dei progetti collaborativi risiedono nell’idea che ha trasformato la scuola in azienda. La scuola è un luogo sacro: essa accoglie e ospita l’incontro conoscitivo. In essa, la convivenza è già conoscenza dell’Altro e di altro, altro da Sè, altro intorno a Sè cioè il Mondo stesso.
    L’ invito condizionato ovvero l’ imposizione dei progetti collaborativi, dei gruppi di livello, di pari, di mutuo soccorso, elettivi, cooperativi ed altri ancora non conduce forse ad una forzatura della personalità e del temperamento dell’individuo mite, riservato, timido, introverso?
    La scuola non può porsi come ambiente caotico con l’insegnante-satellite. Egli non è e non deve diventare consulente, nè protagonista. Egli è e deve restare attore. Egli è cassa di risonanza di uno strumento e dà voce alla coscienza della Persona. Al centro della scuola si colloca la relazione insegnante-alunno: è questa relazione l’unica protagonista autentica del processo di apprendimento.
    La questione non è, dunque, incentrata su quale sia il metodo da preferire e quali siano le strategie più efficaci, bensì su quale e quanta energia creativa e produttiva si generi all’interno di tale relazione.
    Forse, nell’era dei talk show abbiamo ceduto alla tentazione di spettacolarizzare il processo di insegnamento-apprendimento che invece richiede, a mio parere, una terapia disintossicante in grado di depurare la Scuola da metodi approssimativi dei quali conosceremo gli esiti nel prossimo ventennio.
    Rita Qualtieri

    • Prof 2.0 ha detto:

      Ti ringrazio, Rita, per l’ottimo contributo. Nel mio articolo lungi da me osannare tecniche avventate. Queste cose si usano dagli anni 70 e funzionano. Inoltre la mia è solo una proposta che va ad integrare il tipo di lezione unica e prevalente nella scuola italiana, che poi magari fosse veramente frontale (lezione indispensabile proprio per i motivi da te asseriti), purtroppo si tratta di conferenza senza referenti. Quello distrugge la relazione perché la relazione non è cercata. La lezione frontale è ipso facto partecipativa, e va integrata con lavori di gruppo e lavori in gruppo: insomma metodo duttile al servizio del tipo di alunni e di classe. L’insegnante non è mai un satellite, è un maestro d’orchestra a servizio degli strumenti e della musica. Li dirige per il bene dello spartito.

  8. sara ha detto:

    Buongiorno prof
    Questo articolo è molto ineteressante e leggendolo non ho potuto far a meno di pensare a un tipo di scuola che si sta diffondendo in tutto I’ll mondo e arriva dagli Stati Uniti, ma affonda le sue radici in anni di studi pedagogici europei e non. Questa scuola si chiama Big Picture Learning e I miei professori stanno cercando di importarla in Italia, con tutte le difficoltà del caso! Sono convinta che protrebbe interessarle davvero molto e per questo sarebbe fantastico se venisse alla conferenza che stiamo organizzando nella nostra città, dove sarà presente il co-fondatore di questa scuola! Visiti il sito ufficiale http://www.bigpicturelearning.org
    il blog delle nostre attività http://www.bigpicturelearning.it e la pagina dell’evento https://m.facebook.com/?_rdr#!/profile.php?id=296786757185100

  9. una mamma ha detto:

    Grazie per le sue parole! Grazie anche per alimentare il dibattito sulla scuola. Si dice sempre che la scuola è importante. La si nomina sempre, (in fase elettorale magari) ma non si dibatte mai, si dice che è importante, ma non si sperimenta e non si cambia. Invece noi ci stiamo provando: siamo un gruppo di genitori e insegnanti che a Treviso hanno messo in piedi una nuova realtà. Si chiama Scuola di Titù, materna ed elementare. Vuole essere un laboratorio didattico. E di questo articolo una sua frase – “i ragazzi soggetti dinamici e protagonisti dell’apprendimento” – è esattamente uno dei nostri obiettivi. Cerchiamo di porre le basi per appassionare i bambini alla conoscenza perché poi da lei, al liceo, arrivino non ragazzi svogliati e giudicati solo in base a un numero, ma persone i cui talenti sono stati sviluppati, persone serene che hanno imparato con gioia, con un senso critico e la voglia di apprendere e collaborare. E’ un progetto impegnativo e ambizioso, per questo abbiamo bisogno di riscontri e nelle sue parole, nella sua esperienza troviamo conferme importanti 🙂

    • Prof 2.0 ha detto:

      Così si fa: o le famiglie diventano di nuovo esigenti con ciò che gli spetta, magari creandolo con l’aiuto di altri, o non ci resta che andare alla deriva…

  10. Loredana ha detto:

    Ciao, sto leggendo da poco questo tuo blog, sono anche io insegnante, ma senza lavoro stabile, con vari mesi di affiancamento alla docenza in un liceo linguistico. Dalla mia esperienza posso dire che il metodo anglosassone di insegnamento, dove la centralità del ruolo dell’insegnante tende a scomparire, non è un buon metodo. La lezione frontale è quella che più può dare ad un ragazzo: loro non sono li solo a prendere appunti e ad immagazzinare notizie e nozioni, loro ti guardano, come parli, come ti poni, cosa dici, percepiscono il tuo modo di essere e il tuo comportamento che in quel momento è una sintesi del tuo comportamento quotidiano, assimilano un esempio. Se in una classe c’è antagonismo, ambizione e individualismo, la colpa non è della metodologia di insegnamento, che anzi è la metodologia migliore di insegnamento nel momento in cui parliamo di discenti, ma la colpa è di quello che il prof suggerisce con il suo stesso esempio in classe, con quello che dice e quello che fa. Basta pensare ai ricordi degli studenti di Chiara Lubich: Chiara insegnava come sempre si è insegnato durante secoli, ma attraverso il suo modo di porsi, i suoi gesti, l’affetto e la cura per i ragazzi che traspariva dalla sua stessa presenza e non solo dalle parole durante la lezione, faceva sì che i ragazzi si aiutassero tra loro e partecipassero attivamente alla lezione, senza competitività e senza narcisimo, ma con semplicità, diligenza, senza paura e ansie, e con rispetto gli uni verso gli altri. E’ sicuramente la cosa più difficile da fare essere quello che dobbiamo essere secondo la volontà di Dio e la nostra vocazione, ma le scorciatoie non sono spesso inutili ma anche dannose. I ragazzi fino ad una certa età, e oserei dire persino all’università, hanno bisogno di sentirsi guidati da degli esempi, che nella lezione frontale sono sottaciuti, ma limpidissimi: non dimenticherò mai la portata educativa di un mio professore del liceo, o di altri all’università, che solo “facendo lezione” mi hanno educato e fatto crescere tantissimo senza aggiungere ulteriori parole o gesti a quelli necessari per spiegare l’argomento del giorno. Ciao!

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie Loredana, lungi da me buttare a mare metodi che uso tutti i giorni. Il mio è un invito alla creatività didattica, a modulare i modi di far lezione. Un unico modo non basta più.

  11. Daniela ha detto:

    La penso come te … e ci credo fortemente!

  12. Alex ha detto:

    Articolo veramente interessante, grazie di cuore! Tantissimi spunti interessantissimi!

    Io insegno in una scuola a Londra. Qui non si può insegnare frontalmente, verresti licenziato in tronco, nessuno lo fa!! Qui i ragazzi devono sempre essere i protagonisti, cooperano per accedere al sapere, alla regola di grammatica, al pattern misterioso. Una lezione ‘pupil-led’ necessita un lavoro enorme da parte dell’insegnate, ma sicuramente motiva diverse tipologie di learners.
    Detto così sembra tutto perfetto, ma purtroppo a volte come conseguenza c’è l’aberrazione dello studente per la fatica, per l’ammettere che per capire una cosa fino in fondo bisogna sbatterci la testa contro.

    Sarebbe bellissimo se ci potessi fare un esempio di approccio cooperativo che hai usato in una tua lezione!! Please?!
    Questo era il motto attaccato nella mia scuola in sala professori:

    Tell me, I’ll forget
    Show me, I’ll remember
    Involve me, I’ll understand

    (Traduzione improvvisata da me:
    Dimmi, mi dimenticherò
    Mostrami, mi ricorderò
    Coinvolgimi, capirò)

    Sei d’accordo?

    Grazie

    • Prof 2.0 ha detto:

      D’accordo. I metodi vanno alternati e adattati al tipo di classe. Io spesso uso questo metodo per le analisi del testo e per la lettura integrale dell’Odissea.

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