11 maggio 2016

Modesto manifesto per una scuola del senso

IMG_0029C’è bisogno di una “paidéia” (istruzione ed educazione insieme: la prima ha come fine la conoscenza, la seconda l’autonomia. Insieme potremmo chiamarle “cultura” se oggi non avesse un significato riduttivo, mentre cultura è tutto ciò che rende più umano l’uomo e più vivo lo spazio-tempo in cui l’uomo vive) capace di dare ai ragazzi strumenti conoscitivi (niente a che vedere con l’obbligo e la rigidezza dei percorsi attuali) e occasioni vitali (niente a che vedere con l’improvvisata alternanza scuola-lavoro e altre mille educazioni che hanno intasato il curriculum scolastico) per aver presa su se stessi, così da fiorire e far fiorire, così da star bene e far star bene.

Disordini e fragilità dei ragazzi non ci toccano? Anoressia, bulimia, dipendenze di vario genere, disturbi di concentrazione, tentati e riusciti suicidi, autolesionismo… non sono tutti segnali di un’angoscia profonda non risolvibile con i farmaci, ma radicata in un territorio più nascosto ma raggiungibile che si chiama la vita della vita?

Continuiamo a improvvisare pedagogie inefficaci, a causa di antropologie povere: l’uomo non è solo mente, l’uomo non è solo corpo, l’uomo non è solo spirito, ma a livelli differenti mente, corpo, spirito, situati in modo irripetibile in una storia personale, familiare, sociale, contesti in cui le tre dimensioni (mente, corpo, spirito) possono fiorire più o meno armonicamente, solo se specificamente e contemporaneamente curate. O curiamo la tridimensionalità umana nella vita quotidiana o avremo persone sempre più fragili e annoiate, controllabili e assetate di consumi, ripiegate su stesse e impaurite.

La scuola di oggi è basata su una visione menomata dell’uomo, basti analizzare la qualità delle relazioni e del lavoro in ambito scolastico, sia tra colleghi, sia tra docenti e studenti, sia tra docenti e genitori.

Dobbiamo ritrovare il senso della scuola (in crisi e quindi soggetta a diventare contenitore di cose vecchie o nuovissime, senza criterio se non quello dell’indolenza o della moda) grazie ad una scuola del senso (per l’appunto una “paidéia” integrale), che riguarda non solo i ragazzi, ma in primo luogo i genitori e gli insegnanti.

Secondo voi che cosa serve? Che cosa manca? Che cosa di nuovo può nascere o è già nato?

Sono graditi interventi costruttivi.

44 responses to “Modesto manifesto per una scuola del senso”

  1. Federica ha detto:

    Sono d’accordo con lei. Inoltre secondo me(parlando da studente) alla scuola di oggi manca la comunicazione. Non esiste comunicazione fra alunno e insegnante, sembra che a nessuno interessi veramente della nostra vita, a cosa c’è dietro a un voto. Avremmo bisogno di sentirci come a casa. Sarebbe bello se ci fosse, come materia, un’ora in cui discutere(o se non è possibile, che a volte, i prof mettano a disposizione una loro ora per parlare con noi) in modo da avere un dibattito e unire di piú la classe.

  2. Stefania ha detto:

    Caro prof,
    io da ragazza di 18 anni che certe cose le ho vissute e le vivo in prima persona posso dire che, bisogna essere Maestri prima di diventare Insegnanti…
    (l’interpretazione di questa frase la lascio come personale)… Se più insegnanti fossero anche maestri, magari non cambierebbe moltissimo, ma sicuramente qualcosa sì.

  3. Katia Carbone ha detto:

    Ciao Prof!

    La scuola dovrebbe essere il luogo in cui crescere culturalmente e umanamente. Luogo in cui non vi è necessario l’obbligatorietà per recarvi, ma anzi dovrebbe essere per bambini e ragazzi naturale andarci gioiosamente!

    A mio modesto parere il testo, i contenuti e le idee sono perfetti! Però dovresti indicare anche le soluzioni concrete, per raggiungere poi gli obiettivi da te indicati!

    Buon lavoro!

    Katia

  4. Isabella ha detto:

    Ciao Alessandro, sono educatrice in una scuola media, mi occupo di assistenza scolastica lavorando con due ragazzi con diagnosi e bisogni particolari. Vivo quotidianamente nelle loro classi e vedo tutti i giorni il fallimento di una didattica e di un’istruzione che, sempre più, sembra non essere in grado di intercettare gli interessi e i bisogni dei ragazzi. Sembrano “piccoli adulti” disillusi dall’istruzione, dalle relazioni coi pari e con i grandi…C’è una classe, in particolare, che sta attraversando un pesante momento di crisi. Si vive in essa in uno stato di perenne tensione e malumore che sfociano in comportamenti aggressivi e offensivi. Oggi, confrontandoci con i ragazzi su queste difficoltà, mi ha profondamente colpito sentire le loro parole di disillusione e arrendevolezza sulla possibilità di cambiare e mostrare il proprio lato più bello. Da anni, dalle scuole elementari, sono vittime di una tipizzazione secondo cui la loro classe è la peggiore che sia mai esistita, a detta di maestre e professori. Mi rammarica e mi tocca nel profondo del cuore che anche i più motivati si siano arresi a questo giudizio e non abbiamo più voglia di combattere per riscattarsi. Credo che a questa classe, per ripartire, servano tanti “sguardi di bene” da parte dei loro professori, che devono imparare a metterne in luce le capacità, non solo i limiti. Serve un consiglio di classe che costruisca su di loro, che se lo meritano più di tutti gli altri, un progetto educativo con azioni pedagogiche pensate, motivate e verificate! La scuola deve riappropriarsi del proprio ruolo educativo nella concretezza della quotidianità, perché solo da una relazione educativa coi ragazzi, può passare un’istruzione profonda e significativa.Credo che oggi solo la scuola possa operare questo cambiamento, questa presa in carico dell’educazione. Lo deve alla società, alle famiglie che lo chiedono e soprattutto a quelle che non lo chiedono. Grazie della provocazione!Isabella

  5. Assunta ha detto:

    In questi mesi da educatrice su vari fronti lavoro molto sulle emozioni e sul cuore, sull’importanza della sua educazione e tutto dentro e fuori intorno a me sta prendendo forma e colore.
    Ho capito che prima di qualsiasi contenuto è necessario dar vita al contenitore, dargli un nome, un senso. In primis noi siamo un nome, siano persone poi solo successivamente ricopriamo un ruolo.

  6. Nicoletta Bernardelli ha detto:

    credo che serva una formazione al ben- essere a più livelli. docenti- docenti, docenti-allievi tra le varie componenti del sistema- che non è un ingranaggio di meccano- ma insieme di umanità, prima che essere luogo di “cultura”: un’ educazione al dialogo,reciproco.

    l’educazione alla salute comincia con creare un clima di relazione di ascolto “attivo” in classe,.
    vorre una formazione sulla gesione gruppo classi, sull’autostima, sulla gestione dei conflitti.
    insomma , non solo 2.0, come il P.N.S.D. asssurda formazione dall’altro( su strumenti digitali per marziani, ho seguito 16 ore, due corsi fuori dal reale…davvero….ma sia qualcosa serve sempre…)
    la vorrei nelle scuole, ma sentita come un’esigenza e non un obbligo, per mgliorare l’efficienza da un lato e far e farci sorridere di più.
    L’educazione alla salute inizia dalla causa non dall’effetto: che fumino,assumano sostanze, bevano o abbiano rapporti come viene è segno di fragilità, di realtà familiari e sociali sempre più inesistenti , di assenze di prospettive.
    quello che è peggio,, è la presenza di adulti demotivati e stanchi, ciechi/sordi al disagio adolescenziale,per i quali “far scuola” è trasmettere contenuti, impermeabili al resto.
    Non so, visto che saremo tutti sempre più vecchi, mi piacerebbe che si intervenisse motivandoci anche a lavorare meglio, e di certo diversamente da oggi, per una scuola dove , un po di più,, ci si va volentieri. the dreamer, after 30 years, Nicoletta

  7. Barbara ha detto:

    Senso e buon senso ??! Cercare e trovare punti comuni nella interdi sciplinarietà..ovvero il senso al livello della programmazione nei punti che intersecano fra loro argomenti che apparentemente hanno poco in comune, potrebbe aiutare il discente a trovare motivazioni nell’ apprendere, trovando connessioni ! E poi mi piacerebbe una scuola dell’agorà.. Tutti intorno a discutere intorno ad un argomento comune nella condivisione ..è troppo ?? Si !

  8. carolina bianchi ha detto:

    Caro professor D’Avenia,
    la “scuola del senso” ha bisogno di Maestri, con i quali gli alunni possano instaurare un rapporto che li accompagni nel loro processo di crescita.
    In questa lettera indirizzata a mia figlia, in cerca di Maestri con cui stabilire quello che, a suo parere è il rapporto perfetto, le parlavo della mia esperienza di insegnante e le facevo conoscere il Sognatore di “Bianca come il latte”…

    Lettera 23/3/2013
    Quando un ragazzino l’altro giorno si è avvicinato alla cattedra e mi ha detto: “Lei è scaltra! Dice di non influenzarci, ma lei ci influenza eccome! Lei sta mettendo un semino dentro di noi e sta piacendo a tanti in questa classe….”. E subito dopo ha aggiunto che non era d’accordo su molte cose che dicevo….. Gli ho risposto che ero pronta ad un confronto e lui ha ribattuto che non era tenuto a farlo…. Ho sentito un brivido dentro di me: mi ha preso la stessa vertigine di quando ho iniziato a insegnare. Che poi è il vero motivo per cui questo lavoro mi stressa tanto…… Da sessattontina sono consapevole dei rischi che si corrono nel condizionare le menti, anche se qualcuno di altro orientamento direbbe “nel formare le menti”. Poi il mio pensiero si rivolto a te, che vai in cerca di maestri e di alunni che incarnino quello che ritieni il rapporto perfetto….. Sono andata allora a ripescare il romanzo “Bianca come il latte”, in cui l’autore, Alessandro D’Avenia, affida al protagonista un giudizio impietoso sui professori: li associa al colore nero e li definisce succhiasangue e adulti falliti, senza una vita fuori dalla scuola. Ad essi contrappone la figura del supplente, chiamato il Sognatore. Questo prof. è diverso dagli altri, è normale ed invita gli alunni a cercare nella vita un sogno. “Gli brillano gli occhi. Quando lo saluto, mi sbaglio e lo chiamo Sognatore. Ride e aggiunge che lo sa che lo chiamo così. Se ne va e io mi mordo le labbra perché al Sognatore va bene tutto, anche i soprannomi. Chi l’ha detto che per avere autorità bisogna essere antipatici? La visita del prof mi ha messo di buonumore: ho voglia di uscire da qui, di cenare con mamma e papà, portare Terminator a pisciare, suonare con Niko, studiare con Silvia, baciare Beatrice … Ma in fondo in fondo il Sognatore mi fa anche un po’ incazzare perché … mi fa rabbia ammetterlo … io voglio essere come un supplente sfigato di storia e filo.” pg. 92 Il supplente racconta una fiaba delle Mille e una notte, narratagli dal nonno, che ha determinato il percorso scolastico e professionale del professore. Il nonno gli spiega che l’uomo a differenza dell’animale è libero. Il nonno lo invita a sognare e a non rinunciare mai ai propri sogni, nonostante la derisione degli altri, perché se un uomo rinuncia ai sogni rinuncia anche ad essere sè stesso. Il Sognatore, congedandosi da Leo, lo chiama amico e Leo vorrebbe rincorrerlo per chiedergli chiarimenti, ma…..”ci sono cose che è meglio che restino nell’incertezza….A volte basta la parola di qualcuno che crede in te per rimetterti al mondo.” pg. 150 “Il Sognatore sorride e mi dice che questo fa parte dei sogni veri. «I sogni veri si costruiscono con gli ostacoli. Altrimenti non si trasformano in progetti, ma restano sogni. La differenza fra un sogno e un progetto è proprio questa: le bastonate, come nella storia di mio nonno. I sogni non sono già, si rivelano a poco a poco, magari in modo diverso da come li avevamo sognati … » Il prof va a trovare l’alunno che ha fatto un incidente in motorino e lo consola così “Il Sognatore sta dicendo che sono fortunato a stare a letto con la schiena rotta! Non gli credo e glielo dico. «Non avevo dubbi.» Ridiamo. Però lui mi spiega che se sto in quel letto è perché stavo facendo qualcosa di speciale, stavo realizzando il mio sogno portando la lettera. E se un sogno ha così tanti ostacoli vuol dire che è quello giusto.” pg. 92

    Lettera 8/1/2014
    Stamattina un ragazzo indiano, che non voleva più saperne della scuola perché nonostante i 17 anni non aveva preso la licenza media, mi ha chiamato a voce alta dall’altro lato della strada per dirmi che aveva ripreso a studiare. Due anni fa durante l’ora alternativa di religione abbiamo confrontato le nostre tradizioni religiose…..Mi aveva confidato di avere una grande fede nelle divinità della sua religione. Mi diceva che gli mancava molto la sua terra, dove avrebbe voluto restare per fare il contadino…… Gli piaceva raccontare le leggende del suo paese e non capiva perché lo obbligavano a studiare Cavour e Crispi…. Il suo saluto, il suo sguardo affettuoso, il suo entusiasmo nel dirmi che andava alle serali per prendere la licenza media, come lo avevo consigliato, mi sono sembrati “una risposta ventosa, poetica, possente ai demoni del nulla, oggi vestiti da minimalismi depressivi: «And, out of nothing,/ a breathing», l’intraducibile (per il soffio che sente chi conosce un po’ l’inglese) verso di Ezra Pound: «E, dal nulla,/ un respiro». Lo spirito, pacificante e ardente, che con potenza inaudita si manifesta e ci gonfia il petto”. Roberto Mussapi da Avvenire 8 gennaio 2014
    “A volte basta la parola di qualcuno che crede in te per rimetterti al mondo.” Ecco come lo Spirito manifesta la sua bellezza e grandezza nel creato.

    Profinpensione

  9. Francesca ha detto:

    Ciao caro Prof
    Il disagio che descrivi è un po’ “da liceo”.
    Dovresti provare il clima del Tecnico o del Professionale dove disordini e fragilità hanno radici molto più concrete dell’ansia da prestazione generata da genitori e insegnanti di “alto livello”.
    Per molti ragazzi la Scuola rappresenta davvero una possibilità di crescita e di riscatto e davvero fornisce gli strumenti conoscitivi e le occasioni vitali per tentare di raggiungere la tridimensionalità di cui parli.
    O almeno uscire dalla monodimensionalità.
    Il Senso della Scuola dalle mie parti è piuttosto chiaro.
    Forse non sempre la Scuola di Senso si fa sui banchi…
    Ti seguo da tempo con affetto, stima e …un pizzico di invidia!

  10. mirko ha detto:

    Buona sera professore.
    Da genitore sono stracontento che le mie figlie abbiano terminato la scuola, che è stata un calvario. La mia prima figlia al Liceo Scientifico l’hanno massacrata: non aveva il pedigree, essendo figlia di un perito elettronico e di una perito commerciale, mentre chi ce l’aveva era quasi tutelato. Le uniche soddisfazioni che ha ricevuto sono state dai proff. di Educazione Fisica e Arte che hanno avuto la “bella idea” di conoscerla e di farla crescere. La seconda figlia invece ha scelto un Istituto Tecnico Commerciale, dove tutti gli anni la classe veniva messa sotto ferro e fuoco salvo poi promuovere tutti (tralasciamo l’esame di maturità o di stato, perchè tanto non cambia nulla): evviva l’incoerenza! Sono stato rappresentente di classe per 21 anni, 6 come rappresentante d’Istituto (Giunta Esecutiva e Vice Presidente del Consiglio d’Istituto) e ho assistito al declino della scuola, perchè la maggior parte degli insegnanti purtroppo aspettano solo il classico 27 del mese; dove gli insegnanti bravi e severi venivano isolati dai colleghi; dove ognuno pensava alla propria materia senza interfacciarsi con gli altri; dove era più interessante e doveroso consultare quel stramaledetto “registro elettronico” anzichè contiunare ad avere dialogo con i figli (in 10 anni non ho mai attivita l’accesso nè consultato quel registro, non ne ho avuto bisogno, visto che in casa esiste sia il dialogo sia la discussione, anche animata). Ecco perdoni per sfogo…ma magari ci fossero prof come LEI!!! Che cosa propongo io? RISPETTO per RAGAZZI/E, FAMIGLIE e INSEGNANTI – COERENZA – ESEMPIO – AUTOREVOLEZZA – EDUCAZIONE – MENO POF IRREALIZZABILI (sono specchietti per le allodole) – TRASPARENZA – UMILTA’- MENO OBIETTIVI PERSONALI e PIU’ COORDINAZIONE, INTEGRAZIONE, COLLEGAMENTI tra MATERIE.
    Concludo dicendo che oggi le “mie” due ragazze frequentano l’Università con buoni risultati perchè hanno un carattere forte, forse perchè hanno sempre avuto la meglio su quei “prof” che con i loro voti volevano stroncarle.
    La saluto cordialmente e se fossi il Capo del Governo (a prescindere dal colore) la farei immediatamente MINISTRO del MIUR, dandole carta bianca!

  11. Marisa ha detto:

    Sono responsabile dello sportello d’ascolto del liceo in cui insegno e recentemente ho organizzato – su pressione della D.S. … io non sono tanto portata per queste cose! – un incontro con esperti, rivolto ai genitori, dal titolo: “Come affrontare le problematiche dei nostri figli migliorando noi stessi”. In sostanza abbiamo parlato di ansia, presente molto più nei genitori che negli studenti, a mio parere, e del disagio di dover far fronte alle problematiche, non solo scolastiche, tipiche degli adolescenti di oggi. I genitori presenti non erano tantissimi, considerando il numero degli allievi iscritti, ma erano sicuramente motivati e hanno accettato di buon grado – non tutti ma molti – di mettere a nudo le proprie insicurezze e debolezze. Anche se si è trattato di un incontro con esperti, grazie anche alla disponibilità dei conduttori, si è creata una buona sinergia, tanto da farmi pensare a quei gruppi di auto-aiuto che spesso si formano per affrontare certi tipi di problematiche (dipendenze da sostanze, alcolismo…). Personalmente all’inizio ho letto negli sguardi dei genitori presenti molta apprensione, ma alla fine li ho visti alzarsi dalle loro poltrone con un aspetto diverso, più rilassato, quasi leggeri. Certo, si tratta di un peso che per un paio d’ore hanno deposto e che molto probabilmente hanno ritrovato una volta entrati nelle loro case. Questo perché nessuno può offrire ricette magiche, soluzioni che possano portare in fretta alla risoluzione dei problemi. Ma in qualche modo è stato bello, almeno per me che sentivo anche il peso della responsabilità del buon esito dell’iniziativa, pensare di aver dato un piccolo contributo per il benessere di madri e padri che mi sono sembrati molto fragili e disorientati di fronte a delle aspettative deluse (è ovvio che i presenti non hanno figli bravissimi!) o alle difficoltà di comunicazione con dei ragazzi che a me paiono sempre più chiusi in sé stessi. Un piccolo passo, una mano tesa, un’attenzione nei confronti delle famiglie che non è così scontata nella scuola di oggi, una fiducia reciproca che, almeno in parte, fa pensare che i rapporti scuola-famiglia non siano solo conflittuali come sembra. Una bella esperienza che sicuramente avrà un seguito.

  12. Milena ha detto:

    Caro prof, condivido e apprezzo ogni sua riflessione e vorrei esprimerle il mio pensiero. Valeria Parrella nel suo libro Antigone ha scritto: “la giustizia si fonda sulla verità, ma la verità va cercata”. Ecco oggi ci si accontenta della verità visibile, talvolta superficiale, e non si cerca di andare oltre. Sono solo una diciottenne qualunque ma assisto quotidianamente a scene che mi fanno rabbrividire. Oggi per esistere bisogna apparire, chi non appare non esiste. Come lei stesso sostiene, si preferisce regalare oggetti anziché progetti, porre interrogazioni anziché interrogativi. E così noi ragazzi perdiamo fiducia in noi stessi e nel mondo intero. Io provo a non smettere di cercare e apprezzare la bellezza, che esiste e attende solo di essere valorizzata. Ma invece di valorizzarla si tende a “celebrare” e a dare merito ad esempi sbagliatissimi, che finiscono per contaminare le fragili vite dei giovani. Il compito di un insegnante per me dovrebbe essere quello di insegnare agli alunni a sognare, a credere nei sogni, a contemplare la bellezza, con “l’aiuto” di coloro che hanno reso il mondo un posto migliore. Leopardi, Ungaretti, Montale,Pasolini, erano tutti uomini che nonostante la sofferenza, imparavano a costruirsi un mondo proprio, in cui esprimere ogni sensazione. Non dovrebbe essere concesso a tutti il diritto di esprimersi senza paura? E la scuola non dovrebbe servire soprattutto a questo? “È solo da un sogno nuovo che può principiare il futuro”. Perché invece di essere incoraggiati i sogni vengono demonizzati e sottovalutati? Quando tutto ciò verrà compreso, credo che la sacralità della scuola verrà riconosciuta da tutti. Immenso merito ai prof come lei e tanti altri, che con coraggio e impegno remano contro questo sistema malato. Continui così prof. Una sua ammiratrice.

  13. stefania ha detto:

    Carissimo Alessandro, da tempo ti seguo e ogni volta, nelle tue parole, trovo me stessa.
    Insegno italiano e storia in una scuola professionale da circa 25 anni e ogni giorno cerco di gettare piccoli semi nella testa e nel cuore dei ragazzi che incontro. La gente li chiama “ragazzi difficili” perché provengono da famiglie disagiate economicamente, spesso smembrate, da contesti sociali e culturali che sicuramente non li aiutano a crescere. Molti di loro hanno vissuto l’esperienza dell’abbandono, della solitudine, dello sradicamento dal proprio Paese di origine, dai propri affetti, dai propri funti fermi.
    Spesso, quando entro in classe, prima di iniziare la mia lezione devo guardarli negli occhi perché possano avere la certezza che io so e credo che ce la possono fare. Ad amare quella scuola che spesso li ha fatti sentire inadeguati, ad appassionarsi a una lezione di italiano o storia che hanno sempre mal digerito, a stupirsi davanti alla bellezza delle parole.
    E loro non mi deludono mai. Quei “ragazzi difficili” hanno una capacità di scendere nel profondo che spesso noi adulti abbia perduto, sanno commuoversi ed emozionarsi, sanno commuovermi ed emozionarmi e quando trovi l’appiglio, quando sanno che il tuo sguardo su di loro sa cogliere il positivo, sono capaci di grande generosità, sanno spendersi per una causa, sanno cogliere l’infinito anche dietro un piccolo gesto.
    Ho appena terminato 24 ore di convivenza con loro. Momenti di allegria, giocosità e responsabilità. Ma anche momenti di riflessione. “Non importa dove ti trovi in questo momento, ciò che conta è dove stai guardando…”.
    Su questo ci siamo confrontati e loro sono stati capaci di riflessione vere. Ma noi adulti sappiamo fare lo stesso? Sappiamo veramente dove stiamo guardando? E noi insegnanti siamo capaci di testimonianze che parlino di verità, di passione, di amore per la vita e per il nostro lavoro?
    Solo se sapremo far appassionare i ragazzi perché noi siamo appassionati di ciò che facciamo avremo raggiunto l’obiettivo. Vorrei che i miei ragazzi ricordassero di me non solo i contenuti che ho tentato di trasmettere loro ma soprattutto la passione con cui l’ho fatto. Perché che cos’è vivere se non appassionarsi a ogni cosa che ti capita, sia essa piacevole o difficile da affrontare?
    Un abbraccio e un grazie speciale

  14. susanna ha detto:

    Io ho visto figli venire a casa sconcertati da professori che
    chiedono si impari il pensiero degli stessi ritenendo inutile l’utilizzo dei testi scolastici.
    Ho ascoltato discorsi identici su come i professori ti “fotografino” al primo voto che ti terrai per tutti i 5 anni!
    Magari aprire le porte delle aule durante le lezioni e chiedere ai professori di alternarsi nelle varie aule presenziando insieme e partecipando alle lezioni aggiungendo ad ogni ora qualcosa di personale forse potrebbe arrichire i ragazzi..forse qualcuno non avrebbe la stessa idea di loro..
    forse…

  15. Roberto ha detto:

    Ciao Alessandro. Secondo me hai centrato perfettamente la questione. Anche se non lavoro nella Scuola è già un po’ di tempo che penso che la Scuola, cosi com’è, non sia concepita per educare i ragazzi.
    Se penso a un’alternativa valida, mi vengono in mente gli antichi greci, ad esempio Socrate, che stimolavano gli allievi con domande continue e li portavano a conoscere il mondo. Oppure a Don Milani che, a Barbiana, ha cercato di concepire una scuola che uscisse dagli schemi rigidi di quel tempo. Molti di quelli schemi esistono anche adesso e sono duri a morire. Come dici tu, non serve fare tante cose, come fanno i nostri ragazzi, ma mettere in pratica la paidéia di cui tu parli. Per fare questo ci vogliono insegnanti appassionati, come te, ma questo non si insegna, e preparati, ma questo dipende dalla Scuola, la quale non mi sembra che occupi i primi posti nella nostra società, nella classifica delle preoccupazioni di cui dovremmo occuparci. Forse ha ragione la ragazza che dice che ci dovrebbero essere più Maestri che insegnanti, questo però vale anche in tutti i campi, non solo nella Scuola. Forse bisognerebbe abbandonare gli stereotipi e le tipizzazioni segnalate negli altri commenti, ad esempio distinguere tra ragzzi bravissimi e non, oppure definire una classe come la peggiore mai esistita. Scusa per la lunga riflessione che non mi sembra sia stata molto costruttiva e complimenti per quanto scrivi e quanto fai e per gli stimoli che ci dai con le tue riflessioni.

  16. Monica ha detto:

    Anche io penso che la scuola debba essere profondamente ripensata. E anche io come te penso che l’apertura al mondo e all’altro sia quel che possa fare la differenza.
    Come qualcuno ti ha già suggerito, appena posso cerco di costruire lezioni con gli altri prof (il Clil, secondo me, ha più senso proprio in questi termini…). Oppure propongo ai miei studenti uscite pensate proprio insieme a loro, o la partecipazione a concorsi di respiro internazionale (e queste sono sempre ottime occasioni per “fare insieme a” i colleghi: i Colloqui Fiorentini per me sono stati un’ottima chance negli ultimi anni).
    Ma anche occasioni più estemporanee a volte sono utili: una pizzata di inizio anno con gli studenti, una gita a fine estate tra soli docenti, scoprire che uno studente più grande ha una passione per il teatro, e chiedergli di affiancarti in classe per coinvolgere i più piccoli… A volte basta ricommettere sul fatto che tutti abbiamo qualcosa di bello da trasmettere agli altri, e chiedergli di coinvolgersi con noi…

  17. Elisabetta ha detto:

    Servirebbe più amore:per gli alunni,per la professione di insegnante,per la materia che si insegna,per i colleghi.Quell’amore che ti fa brillare gli occhi di una luce diversa,da dare ed esser pronti a ricambiare.Servirebbe più fiducia nei ragazzi e nelle loro capacità,in modo da responsabilizzarli e farli sentire speciali.Servirebbe più speranza da trasmettere agli alunni,per evitare che si lascino abbattere da una società sempre più ripiegata su se stessa.Servirebbero più sogni,non per illuderli ma per aiutarli ad avere ambizioni e trovare la motivazione giusta per realizzarle con impegno e dedizione.Io ci sto provando,ogni giorno.Provo a trasmettere questo amore,questa fiducia,questa speranza e questi sogni nelle mie classi ma anche nei corridoi,ogni qual volta incontro gli occhi smarriti di un adolescente che non è mio alunno,ma il cui sguardo arriva dritto al cuore,in cerca di aiuto,di attenzione,o più semplicemente di affetto.Torno a casa con un fardello carico di pensieri e di preoccupazioni,per i loro dispiaceri e le loro fragilità,per i guai in cui si cacciano,per le famiglie assenti o inesistenti…Ma ripensare al sorriso che si apre sui loro visi dopo aver scambiato qualche parola di incoraggiamento mi rincuora e mi fa tornare la speranza.Quelle parole,quei gesti,quegli sguardi e quel tempo che noi insegnanti possiamo dedicare ad ogni singolo alunno,individualmente,possono fare la differenza..

  18. Anna ha detto:

    Questo che riporto l’ho scritto qualche giorno fa e non ho voluto modificarne il contenuto.. non so se ho centrato il tema, ma ci provo..

    Rimango incantata dopo una lettura di un libro sia per il contenuto ma soprattutto per la scrittura.. e subito mi chiedo: ma io perché non sono neanche in grado di scrivere due parole in una maniera comprensibile?
    Forse avrò altre qualità, ma non è questo il punto. Io voglio scrivere, e voglio scrivere di quell’edificio grigio che purtroppo (mi vien da dire)è stato il mio compagno di avventura in questi miei primi anni.. la scuola!
    Ora che sono arrivata agli ultimi giorni, è come se in me nascesse un grido represso, una piccola voce che vuole farsi sentire, perché davvero un’ istituzione così importante non può rovinare l’adolescenza(e non solo) di ragazzi. Momenti che tra l’altro ti dicono essere i migliori.. e qui iniziano i dubbi..
    È vero è il periodo in cui si sta tutti insieme in una classe, si sopravvive insieme, ci si diverte, ci si conosce.. ma poi?
    Quello che mi chiedo è perché nessuno fin dall’inizio non mi abbia mai spiegato che il viaggio che stavo per iniziare sarebbe stato un viaggio magari a volte difficile ma da far sfruttare bene.. ma dal momento in cui arrivi in una classe in cui il professore inizia a spiegare a raffica qualsiasi tema solo perché deve finire il programma e senza preoccuparsi di procurare un po’ di interesse negli alunni e oltretutto senza instaurare una relazione con questi, come si fa a vivere la scuola con felicità? Si trascorrono 250 giorni più o meno con persone che non ti conoscono, per loro sei solo un numero, un cognome ma loro saranno sempre i tuoi compagni di avventura, coloro che vogliono educarti.. ma si può definire educazione quando una persona di età maggiore della tua entra in classe e con tono autoritario inizia a spiegarti delle crisi di Zeno senza pensare che magari quegli stessi sentimenti del personaggio di Svevo sei tu a viverli in prima persona? Ma no, non c è tempo per il confronto di idee, bisogna semplicemente studiare solo per prendere un bel voto e stop.. ma cosa me ne faccio se di tutte queste cose non ne ho una relazione personale? purtroppo lo so, nel giro di una settimana ho già scordato tutto perché alla fine non erano cose che potevano farmi crescere. O forse si ma non mi sono state presentate in un modo tale che io potessi “affezionarmi”.
    Ok è vero non è solo colpa degli insegnanti ma anche mia che mi lascio scorrere tutto addosso senza riflettere, ma dato che l adolescenza è un periodo difficile ( e non lo dico perché si dice), in cui ognuno cerca di capire se stesso, è un periodo un po’ criptico, venire aiutati o in qualche modo compresi dai propri insegnanti così da vivere al meglio questi anni sarebbe cosa molto gradita a me e non solo. Sono gli anni della creatività, in cui si allena la mente, e allora perché qualche volta non si entra in classe rivoluzionando la lezione, facendo qualcosa di nuovo, entrando in contatto fra di noi e voi, smetterla di nascondersi dietro a quei banchi e a quella cattedra, insegnandoci così a non essere statici ma ad avere la mente aperta. Senza darci subito la soluzione di un problema o di una poesia e piuttosto farci ragionare e avere una propria interpretazione.. altrimenti ci abituiamo ad avere tutto pronto e a non dover sforzare neanche un po’ la mente per arrivare a un risultato, ma sapete meglio voi di me che il mondo fuori da quell’edificio chiede sacrificio e non ci fa trovare già la soluzione scritta per strada.
    Voi ci date già l’interpretazione di una poesia perché altrimenti si perderebbe troppo a far riflettere e non si finirebbe tutto il programma.. ma è meglio aver fatto un programma lungo senza ricordarsi nulla, oppure uno più limitato ma che ti tieni dentro perché all’origine TU avevi riflettuto, TU avevi trovato una possibile soluzione.
    Ho come l’impressione che conta di più la quantità che la qualità vedendo i programmi che fate firmare a fine anno.
    E purtroppo solo pochi di voi mi trasmettono la loro passione che hanno per l’insegnamento, per la disciplina, altri invece ho come l’impressione che entrino in classe solamente perché lo devono fare e non perché ci credono davvero..
    Ora,un’ ultima cosa.. il periodo scolastico per ognuno di noi( più o meno) caratterizza la giovinezza della nostra vita.. e allora perché non far prevalere tra gli insegnanti i più giovani, i più attivi, quelli che potrebbero sembrare capirci meglio dato gli anni, e non quei professori ormai di elevata età che entrano in classe sbuffando, aspettando la pensione e incavolandosi con i politici che la posticipano sempre più. (Ammetto però che ci sono professori “anziani” che nel loro lavoro mettono passione più di un ragazzo di 30 anni)Questo non è colpa vostra, ma ancora una cosa da dire a voi ce l ho..
    Dopo tutto questo scritto, potreste dire che il cambiamento potrebbe arrivare anche da noi studenti e che magari anche voi a volte trovate difficile insegnare in una classe con alunni casinisti e disattenti, ma forse siete voi che dovete farci davvero capire il valore della scuola, siete voi che dovete farcela amare, perché ormai voi siete maturi, ormai voi potreste avere già capito quello che io credo di aver capito solo ora.. e ci sarà un motivo per cui tutto mi sembra chiaro solo ora, perché forse certe cose prima non si capiscono e quindi ancora una volta spero che questo passo venga da voi.
    Detto questo, io spero in una scuola futura migliore, e mi dispiace solamente di aver ormai 19 anni e di aver capito di aver sprecato purtroppo una grande opportunità.. Sarà per la prossima volta, ah no non ci sarà.. vi prego quindi cari insegnanti che non esistano più persone come me che realizzano questi concetti solo alla fine di questo ciclo, metteteli davanti alla realtà e fatelo con passione, creatività e giovinezza perché è questo che noi alunni cerchiamo..

  19. ILARIA ha detto:

    Caro professore, quello che manca nella scuola è come hai detto già una visione dell’uomo. Chi è il bambino, ragazzo? Come cresce un essere umano? La scuola non può che essere come è se dall’alto viene calata una visione della persona completamente materialista, una visione di crescita meccanicistica e una pedagogia performante, nozionistica…in tutto questo dov’è la vita? C’è solo morte… nella mia ricerca come madre ho incontrato la pedagogia steineriana che mi ha aperto un mondo, il maestro come educatore artista, ascoltatore attento del bambino/fanciullo. L’essere umano finalmente considerato nella sua tripartizione di corpo anima e spirito, le facoltà dell’animo nel pensare, agire e volere accompagnate e curate con attenzione differente secondo le età. Peccato che purtroppo anche in questi contesti “alternativi” ci si scontra con i limiti dell’interpretazione di un pensiero rivoluzionario, come fu anche quello della nostra Montessori. in conclusione io sogno una scuola composta da maesttri che riscoprano una pedagogia, che la realizzino personalizzandola al contesto…non dobbiamo inventarci nulla, ci vuole passione, ci vuole amore e studio, ci vuole una politica dall’alto che valorizzi i grandi pensatori della pedagogia mondiale e attui una vera ri-forma su spazi, luoghi e persone che operaqno nella scuola

  20. Silvia ha detto:

    Di sicuro non è questione di lavagne interattive. Ma prima di tutto di materia umana: vita e vivacità. Vorrei scrivere a tutti gli insegnanti che leggono… Noi studenti spesso ci lamentiamo di voi, commettiamo l’errore di dimenticare che svolgere la vostra professione nel nostro paese non è facile. In molti fra voi notiamo stanchezza, noia, arrivate tardi, non ci guardate dritti negli occhi, dimenticate che vorremmo esser messi in gioco, insieme a voi. È come se preferiste trovarvi altrove. È facile affermare che tutto questo è in contraddizione con il ruolo che svolgete. Ma non è tutta colpa vostra. Io capisco la vostra stanchezza.  Mi rifiuto di credere che gli insegnanti veramente appassionati siano pochi, perché chi segue questa strada lo fa per qualcosa di grande che vibra nelle vene (ostinata e meravigliosa convinzione nel potere della forza delle idee, della paidéia, e aspirazione alla bellezza, soprattutto bellezza), di certo non per soldi. Non in Italia. Cum pathos: anche noi ragazzi possiamo identificarci in ciò che vivete. Sappiamo bene cosa significa quando qualcuno strappa via l’entusiasmo con la forza. Fa male. Si finisce per usare parole come “realismo”, nascondendoci dietro cinismo e disillusione. Fa male.
    C’è una cosa però, che nemmeno voi dovreste dimenticare. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Credo sia una frase dell’Uomo Ragno. Il fatto è che quella che i greci definivano paidéia, la cultura nel senso più ampio, è un potere grandissimo. Ma ciò che con tutta me stessa sogno che vi resti fra i pensieri almeno fino a un giorno prima del pensionamento, è che l’insegnamento è un superpotere immenso. Da cui deriva una responsabilità immensa. Avete una responsabilità immensa.
    Non è di certo colpa vostra se il sistema di istruzione in Italia è questo. Ma ogni anno vengono affidati a voi centinaia di studenti (quanti nel corso di un’intera carriera?), e non è di certo colpa nostra se siamo nati in quest’epoca poco fortunata per la scuola. Troppo spesso mi è capitato di constatare che le mie ore in classe sono un’inutile perdita di tempo. Rimanendo a casa avrei già finito il programma, avrei scoperto molte più cose, e invece sono costretta a stare seduta lì, a subire la stanchezza di alcuni che si rifiutano di regalarci la loro conoscenza, intelligenza, passione, dedizione. E sapete cosa mi fa arrabbiare più di ogni cosa? Lo spreco. Avete qualità straordinarie, ma in questo modo lasciate che si ricoprano di polvere.
    …Da grandi poteri derivano grandi responsabilità… Tra le vostre mani c’è il nostro futuro. Siamo ancora argilla, dovete plasmarci l’animo. Con il vostro lavoro, in ogni attimo cambiate il corso della giornata, e della vita, di tantissimi ragazzi. E quando la stanchezza sembra vincere sulla vostra forza, pensate a quanti ragazzi più che brillanti desidererebbero la vostra cattedra. Lottano per ciò in cui credono, esattamente come avete fatto voi, ma oggi la maggior parte di loro non otterrà ciò per cui ha investito energie, tempo oltre che denaro. Anche io vorrei tanto diventare un’insegnante, ma so già che sicuramente non accadrà. È da folli, oggi, imbarcarsi in un’impresa simile. Però, come Livio scrisse nella praefatio dell’Ab Urbe Condita Libri (“se in una così gran folla di storici la mia fama fosse oscurata, mi consolerei con la nobiltà e la grandezza di quelli che metteranno in ombra il mio nome”) mi rincuora la speranza che al posto mio ci sarà qualcuno pieno di vita, che insegni la vita. …Comportatevi come l’insegnante che avreste voluto avere. Preparate spiegazioni all’altezza dello studente più curioso…
    E quanto a noi studenti, invece: teniamo sempre bene a mente che anche lo studio è un superpotere infinito, che va onorato, rispettato, alimentato, costantemente. Con sudore e passione.
    Solo così possiamo cambiare la storia.
    Vi prego… Tutti quanti crediamo nel valore dell’educazione, della formazione, della cultura… della bellezza…, alleiamoci, subito…

    Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur…

  21. marika ha detto:

    Ciao Alessandro, mi ha molto colpito il tuo post ed il tuo invito alla riflessione. Io non vivo il mondo della scuola. L’ho amato alla follia perché è il mondo in cui mi sono sentita più me stessa ma oggi ne sono fuori. Ho 41 anni, non ho figli e lavoro, tanto. Vivo il mondo della scuola di riflesso perché, coordinando un settore tecnico di un’azienda, io i giovani me li ritrovo come colleghi e li seguo nel tempo facendoli crescere con l’obiettivo di farli diventare eccellenti tecnici nel mio settore. Li cerco e li seleziono ricercando quelli più talentuosi nell’animo, quelli più veri e frizzanti. Li accolgo a braccia aperte vivendo con loro ogni giorno in azienda. Come li trovo dopo la scuola? Molto spesso spenti, con un atteggiamento “passivo”, poco ricettivi agli stimoli, solitari e molto spesso incapaci di comunicare e di esprimersi. Moltissimi sono così. Vorrei che la scuola e poi l’università facesse entrare nel loro dna di uomini la curiosità di imparare e scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Vorrei che la scuola li stimolasse a parlare fra di loro guardandosi negli occhi, non solo scambiandosi sterili messaggi fatti ormai solo di faccine ed abbreviazioni e sempre meno di parole. Vorrei che assorbissero l’amore per la cultura e la lettura, l’arte, la fotografia, il cinema, interessandoli a mostre, festival, eventi. Coinvolgendoli nell’organizzarli in prima persona. Anche eventi semplici ma facendoglieli organizzare insieme. Per stimolarli a lavorare in gruppo. Un gruppo con uno scopo, non un gruppo Whatsapp. Un gruppo con un disegno finale e magari tanti piccoli traguardi intermedi in cui il disegno d’insieme può essere scomposto. Per aiutarli ad apprendere il metodo di scomporre obiettivi che sembrano irraggiungibili in traguardi successivi raggiungibili. Vorrei che la scuola desse loro la scintilla di luce negli occhi, la vivacità. Togliendo loro la paura che hanno di affrontare le cose nuove. Spingendoli con stimoli e pungoli per fare uscire tutto il bello che si tengono dentro. Dentro rimane a volte inespresso. Va tirato fuori. Con pinze e tenaglie e nello stesso tempo dolcemente. Per il loro bene. Per la loro vita.

  22. Paolo ha detto:

    Io credo che la scuola la facciano gli insegnanti e che il punto centrale sia chi e come arriva a fare quello che è uno dei mestieri piú belli del mondo.
    La mia esperienza mi dice che nelle scuole di solito non trovi persone animate da particolari passioni educative o istruttive. In sei anni di liceo ho conosciuto dietro la cattedra simpatici insegnanti che nella quasi totalità dei casi si trovavano lí per una scelta di ripiego, tra questi i migliori ci provano pure a istruire ma tanti altri rubano letteralmente lo stipendio, non essendo sottoposti a valutazioni, una volta assunti di fatto possono anche passare le ore a sbucciare mandarini o giocare al computer (gli esempi non sono casuali), e nulla gli impedisce di fare anche peggio magari complicando sadicamente la vita degli adolescenti loro affidati.
    C’è quindi a monte un fondamentale problema di mercato del lavoro: fare in modo che la scuola non appaia come l’unico sbocco possibile per campare dignitosamente è un sacrosanto obiettivo.
    Detto questo la scuola può e deve cambiare.
    Si tratta di dare a chi questo lavoro lo vuol fare davvero la possibilità di valorizzare le vite dei ragazzi che gli passano tra le mani.

    Come?
    – Gli insegnati vengono assunti sulla base di una valutazione tecnica delle loro conoscenze e su una umana fatta dal dirigente scolastico in primis.
    – Gli insegnanti sono periodicamente sottoposti alla valutazione dei loro studenti.
    – Le scuole (e quindi il lavoro dei presidi) vengono valutate in base ai frutti che danno, i frutti della conoscenza si vedono con gli esami ma i ben piú importanti frutti dell’educazione forse i genitori possono valutarli al meglio, io credo che una madre e un padre davvero percepiscano quando un professore, la scuola aiuta loro figlio a crescere. Molto in questa valutazione possono ad esempio contare molto anche le testimonianze degli ex-alunni.
    – Tutti devono poter sapere la valutazione di una scuola, cosí da poter premiare le migliori con la loro scelta.
    – Infine il meccanismo piú delicato e importante: la premialità e il ricambio. Un preside che non da buoni frutti può anche cambiare lavoro, i presidi che invece si sono distinti devono essere premiati ed essere attratti con forti incentivi a trasferirsi dove i risultati non sono altrettanto buoni. Gli stessi premi devono essere offerti agli insegnanti migliori, cosí come gli incentivi a trasferirsi in scuole che hanno bisogno delle loro capacità (provo ad immaginare cosa significherebbe applicare questo schema a realtà disagiate, abbandonate, periferiche… significherebbe cambiare i destini di tante persone, creare opportunità di felicità, ridare fecondità là dove i territori sono piú martoriati)

    Capovolgere tutto quindi: passare da una scuola che ha a cuore le esigenze dei professori a una che esiste per le esigenze dei ragazzi; passare da professori valutanti a professori valutati per il lavoro che svolgono; da scuole in cui i presidi non contano quasi nulla a scuole in cui su di loro gravano responsabilità vere, concrete e misurabili.
    Le famiglie sono fondamentali (nel senso proprio di fondamenta). Ma sono gli insegnanti che hanno il vero potere di permettere ad una vita di realizzarsi. La politica deve solo preparare loro il campo e mantenerlo curato.

  23. Daniele ha detto:

    Manca qualcosa che nella scuola purtroppo non si può creare con nessuna legge, poiché sta fuori dalla scuola, nell’esperienza umana. Il problema é come si diventa uomini. Da lì si può ripartire

  24. Alessandra ha detto:

    La risposta è sempre una sola.

    Secondo voi che cosa serve? la fede in Dio
    Che cosa manca? La fede in Dio
    Che cosa di nuovo può nascere: la fede in Dio (magari)
    o è già nato? in pochissimi.

  25. Sara ha detto:

    Caro Alessandro,
    ho letto il tuo manifesto e l’ho trovato molto esaustivo, benchè breve. Sono un’insegnante, ma lavoro in una realtà diversa dalla scuola italiana. L’istituto in cui insegno è una scuola internazionale che fa capo al circuito IBO. I programmi che vengono proposti nelle varie realtà seguono gli stessi principi per metodologia e contenuto. Personalmente mi occupo di Lingua e Letteratura italiana e benchè mi manchi la nostra storia della letteratura (che non svolgiamo) ho trovato molto interessante l’approccio del corso che ha come obiettivo la persona, al punto che i programmi possono essere modificati in base agli utenti che ovviamente cambiano di anno in anno, proprio per offrire un qualcosa che oltre a perfezionare l’uso della lingua e a dare una certa conoscenza della letteratura serva anche a formare la persona. L’istruzione si basa non sulla quantità dei contenuti, ma sulla metodologia nell’affrontare i testi. Nel tempo mi sono resa conto di quanta autonomia e spirito di iniziativa promuova tale sistema. Inoltre la valutazione del percorso formativo (che segue un sistema che tende a superare le parzialità nel giudizio)prende in considerazione una serie di elementi che risultano a vantaggio degli studenti, in quanto chi magari è debole in un aspetto, può far leva su un altro per raggiungere un risultato che lo renda soddisfatto, ne rafforzi l’autostima e faccia nascere il desiderio di conoscenza. Uno degli elementi che gli studenti notano come fattore positivo di questo approccio allo studio è proprio la collaborazione fra studenti e insegnanti, oltre al desiderio dei ragazzi di fare bene, di imparare e alla motivazione allo studio. Credo che sarebbe bello poter intervenire sul sistema scuola italiano che purtroppo limita incredibilmente lo studente e l’insegnante, fino a demotivarlo, e sarebbe interessante operare una “crasi” fra i due sistemi, puntando alla persona piuttosto che ai programmi. Purtroppo la politica è l’ostacolo che blocca anche solo l’idea del cambiamento.

  26. Silvia Mangano ha detto:

    Caro prof,
    sono una ex-studentessa di Storia (scrivo “ex” perchè ormai mi sono laureata e perchè, dopo lunga riflessione, ho deciso di prendere una pausa dalla ricerca). Sono mesi che rifletto sul tema del “senso”, turbata positivamente dalla domanda di senso (chiedo venia per il gioco di parole) che gli studi umanistici dovrebbero imporre a ogni amico della natura umana. Dopo lungo pensare, ho preso la ferma decisione di non proseguire con il dottorato ma di dedicarmi alla didattica e, in contemporanea, all’approfondimento della filosofia. Tutto questo discorso introduttivo non è fine a se stesso. La ricerca esistenziale non può essere slegata dalla vocazione relazionale dell’uomo e dal desiderio di percorrere un cammino sapienziale. Insegnare materie (e non scienze!) umanistiche significa ricordare ai ragazzi che prima del “come?” esiste la domanda fondamentale del “perchè?”. Nell’imperante epoca della tecnica, TUTTO è diventato un bidimensionale “come” e TUTTO viene appiattito a un semplice susseguirsi di eventi necessari e immodificabili: il mondo diventa il palcoscenico del truce spettacolo che ha per protagonista una società che fagocita i suoi figli. Di fronte all’ineluttabilità del fato, Edipo si sfregia gli occhi; di fronte a una vita cui sembra impossibile poter domandare “perchè?” e poter ricevere una risposta di senso, i ragazzi ricorrono all’autolesionismo, alla pratica dell’indifferenza come dimenticanza di sè, ecc. Se la vita è un mobile dell’Ikea e io non conosco lo svedese per leggere il foglietto delle istruzioni, allora rinuncerò ad avere una casa ammobiliata. Se non posso adeguarmi al “come”, ricorro all’unico, tragico, modo che ho per protestare contro il mondo… in fondo, non è lo stesso ritornello della tragedia greca?
    Caro prof, tu chiedi”che cosa serve? Che cosa manca?”. Ebbene, serve che i docenti smettano di atteggiarsi a piccole enciclopedie ambulanti e ritornino a essere umanizzatori. Serve che la scuola si ricordi che formiamo persone e non macchine. Serve che gli studenti imparino che intorno a loro e alle loro spalle hanno un’intera umanità che ha vissuto le stesse emozioni, ha provato la stessa paura, ha cercato di dare una risposta alle stesse domande che ogni uomo si è sempre posto e che possono essere ricondotte a una sola: “perchè?”.
    Bisogna insegnare ai ragazzi che non c’è una risposta pronta, che non c’è un foglietto delle istruzioni, ma che anche solo ponendosi una domanda semplice e complessa qual è “perchè?”, si possono cambiare la propria vita e il mondo intero. E allora scopri che la vita non è una tragedia dal canovaccio bell’e pronto, ma è più simile a un piatto di carbonara che puoi scegliere come mangiare: chi è, allora, che si rifiuterà di mangiarlo e, magari, di fare anche la scarpetta?! 😉

  27. antonella ha detto:

    Caro professore, non sono un’insegnante, sono una madre di due figli adolescenti. Il primo frequenta con grande sofferenza il liceo scientifico della nostra città. Vive nell’incomprensione e nella freddezza della maggior parte dei suoi insegnanti. Per questo motivo abbiamo deciso di mandare la nostra scondogenita ad un liceo Waldorf, dove la tripartizione di cui Lei parla è elemento fondamentale, dove gli insegnanti hanno luce negli occhi e tanta vera passione pedagogica. Io stessa stò frequentando la Libera Accademia per insegnanti Waldorf. Così per passione. Comprendo con questi studi che in questo momento in Italia gli insegnanti non sono più educatori. Sono ISTRUTTORI. Non possiamo insegnare nulla se non partiamo dalla conoscenza dell’uomo.
    Peccato però che nel nostro paese (a differenza dei paesi del nord europa) queste scuole siano private e che questa meravigliosa padagogia sia ancora compresa da poche persone.
    Invito gli insegnanti ad approfondirla, per il bene di tutti.
    AT

  28. Ilaria ha detto:

    Secondo me servono più insegnanti capaci di “relazione orizzontale”, cioè di quell’empatia necessaria per intraprendere un percorso con un altro. Molti psicologi sostengono che se manca questa orizzontalità, qualsiasi tipo di relazione (da quella madre-figlio a quella medico-paziente) non porta frutto, resta sterile. In una relazione orizzontale non c’è nessuno superiore all’altro, ognuno necessita dell’altro per crescere e migliorarsi. E ognuno crescerà nella stessa misura in cui l’altro é disposto a modificarsi, a farsi plasmare dalla relazione. Perché questo non dovrebbe valere per la relazione professore-alunni? Ma dove gli studenti sanno di aver bisogno del professore, anche solo per arrivare alla fine dell’anno, il professore ritiene i suoi studenti per lui necessari, per il suo cammino, il suo percorso, la sua crescita ed evoluzione? Oppure sale in cattedra, sentendosi molto di più di loro, pontifica e non crede di poter aggiungere altro a sé e alla sua esperienza? Non credo che sia possibile richiedere ai docenti questo tipo di visione e di modalità, ma sarebbe augurabile poterla quantomeno indicare come necessaria, attraverso una formazione seria e sostanziosa tanto dei professori già radicati quanto delle nuove leve, mostrando esempi concreti e risultati, valutando costantemente l’operato e le azioni, evidenziando chiaramente le differenze negli esiti. Un rapporto orizzontale con gli studenti porterà sicuramente anche il docente ad avere un approccio diverso alla didattica, più umile, più orientato verso gli studenti e le loro esigenze, i loro interessi. Il professore potrebbe anche organizzare in aula diverse attività laboratoriali, dove le cose studiate diventino materia di approfondimenti e di sperimentazione attiva: per me e le mie scelte é stato fondamentale un laboratorio, di durata relativamente breve, in parte curricolare e in parte extra, ideato, studiato, strutturato, messo in piedi e proposto dalla mia professoressa di latino e greco.
    In quel laboratorio si trovarono a convergere gli interessi e gli studi della professoressa, argomenti inerenti alla didattica, stimoli pratici, domande e proposte degli studenti, il desiderio di condividere le idee di una studiosa con dei ragazzi piuttosto inesperti ma ritenuti all’altezza di quel lavoro… L’adesione a quell’attività é stata massiccia. Quella parte di didattica ha preso vita, ha orientato scelte e lasciato qualcosa di concreto e denso di significato in tutti.

  29. filomena ha detto:

    Caro prof.
    Vorrei, prima di iniziare a dare il mio modesto contributo costruttivo, fare una personalissima constatazione.
    Io credo che la dispersione scolastica (disamorameto per la scuola) inizi alle elementari, anche se diventa evidente, con l’autonomia decisionale del ragazzo, alle superiori.
    La mia esperienza di 10 anni di insegnamento in un istituto professionale è questa: ogni anno tutte le volte che mi capita una supplenza in una prima, mi diverto a chiedere ai ragazzi le motivazioni che li hanno spinti a scegliere una scuola professionale.
    Il 90% delle risposte è: ‘ Boh! Perché non si fa niente… io sono costretto a venire perché mi ci manda mia madre’
    Il 5% ‘ non sapevo cosa scegliere’ l’altro 5% ‘ vorrei fare il mestiere per cui sto studiando’
    Pertanto il 95% dei ragazzi, dopo 8 anni di scuola (elementari e medie), non sa che istituto superiore scegliere, perché non ha idea di chi è e quindi cosa vuole fare da grande. La percentuale, oserei dire, viene quasi confermata alla fine dei 5 anni delle superiori, dove il 80% dei ragazzi non sa cosa fare (ogni lavoro va bene), ma sa che non vuole fare il mestiere per il quale ha studiato per 5 anni, il 5% vorrebbe invece fare il mestiere per il quale ha studiato e il 15% nel frattempo ha trovato altri interessi, iniziato a lavorare da qualche parte e continuerà per quella strada senza porsi troppe domande.
    Mi chiedo come mai io e molti dei miei coetanei, alle medie, avevamo le idee molto chiare su quello che avremmo voluto fare da grandi (oserei dire, per molti, sulla nostra vocazione) e oggi invece ci sia la convinzione, da parte degli adulti, che in terza media un ragazzo sia ‘troppo piccolo’ per decidere cosa fare della sua vita, rimandando la scelta non si sa a quando.
    Credo che gli adulti non siano più in grado di fare gli educatori e orientare… forse perché loro stessi hanno perso l’orientamento… visto che ormai non esistono più punti di riferimento per nessuno.
    Tu ci chiedi un aiuto, un contributo costruttivo, per un modesto manifesto e io, molto umilmente, vorrei dare il mio modesto contributo partendo proprio da qui, anzi da lui: l’educatore.
    Perché se arriviamo ad affermare che la scuola italiana ha perso un senso, è evidente che, dobbiamo andare a cercarne le motivazioni, non nell’essenza intrinseca del ragazzo, che non è cambiata nei decenni, ma nella natura e nel ruolo degli adulti ed educatori nella società di oggi, che, se osserviamo bene, si discostano parecchio da una visione utopistica .
    L’educatore è, come lo definiva don Bosco, ‘un individuo consacrato al bene dei suoi allievi’ che perciò ‘deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi’.
    Secondo me ‘il fatto educativo’ è affascinante ed allo stesso tempo complesso. È affascinante la contemplazione di una persona umana orientata verso una maturazione; è complesso perché la riuscita dipende da una molteplicità di fattori, non è direttamente proporzionale all’impegno che ci metti e non è neanche scontata e immediata. Si tratta di una impresa che coglie la realtà umana in tutti i suoi aspetti: fisico, sociale, spirituale, presente, passato, futuro.
    L’educazione della persona comporta il passaggio di essa da uno stato di «immaturità» a quello di «maturità». Pertanto al centro ci sta il ragazzo e intorno ci sono gli educatori con valori e strumenti, che agiscono per far si che il ragazzo trovi quel terreno fertile per realizzare il passaggio verso la maturazione e, come direbbe don Bosco, per diventare “Buoni cristiani e onesti cittadini”…
    Gli educatori fanno opera di moderazione, di guida, incoraggiamento, orientamento, insegnano la temperanza e l’equilibrio nelle relazioni con gli altri e nell’agire quotidiano.
    Orientare, formare i ragazzi… che non vuol dire imporre delle scelte, plasmarli a propria immagine e somiglianza (perché questo già si fa, e gli effetti disastrosi sono sotto gli occhi di tutti) ma dare gli strumenti, un equilibrio (la Virtù = prudenza, saggezza pratica) al ragazzo per capire se stesso e scegliere la strada da percorrere. La Virtù garantisce la presenza della ragione, preserva l’uomo da possibili squilibri, facilita la tensione verso il bene e permette l’uso sereno, equilibrato della sua libertà.
    Un educatore non decide tutto al posto del ragazzo, non gli impone nulla con la violenza, ma lo aiuta a prendere personalmente in mano la propria esistenza: educazione è aiuto nella liberazione di un altro essere umano.
    L’incontro armonioso tra i valori che presenta l’educatore e le energie insite nel ragazzo, fa scaturire la realizzazione della personalità. “La Ragione, la Religione, la Amorevolezza” appellano direttamente alla coscienza ed attendono la risposta libera e personale di ognuno.
    Chiarito ciò, vorrei schematicamente dire quali dovrebbero essere secondo me alcune delle qualità, priorità ecc… necessarie per ridare senso alla scuola, chiedo scusa se lo schema è molto riduttivo…

    Il ragazzo ha diritto
     ad avere per docenti persone che scelgono di esserlo e non che lo sono per ripiego.
     ad avere docenti motivati e non frustrati che hanno capito l’importanza e la delicatezza del lavoro che fanno
     ad avere la giusta attenzione da parte del docente e il docente ha il diritto di poter dedicare il giusto tempo a ciascun ragazzo in base alle proprie esigenze
     di avere docenti che entrano in classe con il sorriso e non con le proprie frustrazioni personali
     di vivere in un ambiente confortevole e dignitoso, e non in posti che sembrano delle carceri
     ad avere come professori dei testimoni di vita (i ragazzi ci osservano, non ci ascoltano)

    Il docente ha il diritto/ dovere di
     avere il tempo necessario per conoscere le situazioni personali di ciascun ragazzo a lui affidato (i ragazzi non sono numeri per fare le classi, ma persone)
     conoscere la realtà sociale nella quale sta operando
     collaborare con la famiglia (e viceversa) per una completa educazione del ragazzo (oggi invece si instaura una vera e propria guerra, in cui spesso i docenti sono minacciati di denunce)
     trovare la strada giusta per arrivare al cuore del ragazzo (‘ l’educazione è cosa di cuore’)
     dare testimonianza con la propria condotta (se quello che si predica a parole non è seguito dai fatti è come se non l’avessimo mai detto)
     passare con i ragazzi il tempo non strettamente didattico (ricreazione, momenti di svago, uscite culturali…) è negli ambienti informali e quando il ragazzo è libero di esprimere se stesso che riusciamo a cogliere la sua vera personalità e trovare quindi la strada giusta per arrivare a lui
     non essere oppresso dalla burocrazia, da faldoni da compilare, visti da ottenere, prima di ogni iniziativa
     far capire al ragazzo che ogni correzione o intervento nei suoi confronti è fatto per il suo bene
     portare gli alunni fuori in giardino o in gita scolastica, senza avere il timore che se qualcuno si dovesse fare male, non gli basterebbero gli stipendi di una vita come risarcimento danni richiesto dai genitori
     fare in modo che i ragazzi si sentano amati, seguiti, accompagnati nel loro percorso di crescita
     scoprire nei ragazzi i germi delle loro buone disposizioni e cercare di svilupparli.

  30. Laura ha detto:

    Caro prof 2.0,
    Sono una studentessa al secondo anno della facoltà di lettere classiche. Sono anche io in cammino con il sogno di diventare “portatrice di questa Paideia”. Ho sempre pensato che un insegnante, un vero maestro di vita, potesse sapere una “nozione scolastica” in meno, ma si dovesse sentire chiamato ad amare di più, più di quanto c’è fuori dalle mura della scuola. Confesso che anche a me questa cosa spaventa, ma sento che essere responsabili della “Paideia” dei giovani, significa prendersi a cuore le loro vite. Mi piace pensare alla scuola come un luogo dove ci sono tante “pietre” e non “mattoni”. I ragazzi non sono dei “pezzi di fabbrica”, ma sono delle persone che custodiscono sogni e hanno una grande ricchezza nella loro diversità. Per questo, come le pietre quando in passato servivano a costruire una casa,
    bisogna fare attenzione alle loro dimensioni e alla loro forma, consapevoli che c’è un posto per tutte, meglio ancora, ciascuna ha il suo posto per rendere migliore tutto.Quando penso ad un insegnante gli associo anche io la responsabilità dell’educatore. Qua e là, in qualche momento libero, leggo le “epistulae” che Seneca ha scritto per Lucilio. Ecco, lì, si capisce bene, a mio modestissimo parere, che l’educazione di una persona passa soprattutto attraverso la sua conoscenza e il suo volergli bene, stimolandolo poi a pensare e a vivere in un determinato modo. Come fare tutto questo tra i muri di scuola?!
    La chiave di tutto credo sia l’amore per il ruolo che un insegnante è chiamato a ricoprire e prendersi a cuore la ricchezza che trova davanti ogni giorno nei volti dei suoi studenti. Un insegnate dovrebbe essere in grado di ascoltare, non solo le interrogazioni, ma le storie che si intrecciano negli sguardi, nelle parole, nei gesti dei suoi alunni. Un insegnate è responsabile anche della bellezza, racconta ai ragazzi quel qualcosa che gli “ha acceso la vita”, che gli ha illuminato la strada, quando nel percorso universitario si è formato per questo. Ed è inevitabile che questa bellezza brilli nei suoi occhi quando parli di questo, un po’ come quando guarda negli occhi la persona amata prima di un bacio. I ragazzi di questa bellezza se ne accorgono e hanno una motivazione in più per mettersi in gioco anche loro. Un insegnante è anche responsabile della formazione di un giovane, dove la formazione non sta nel far imparare a memoria formule o date, come mera conoscenza fine a se stessa, ma prima di insegnare deve far sgorgare dei “perché?!”. Quando una persona si fa domande e cerca le risposte, allora vive. Per questo le mura scolastiche non devono trasformarsi in quelle di una prigione, ma in un nido, dove si riceve, ma ad un certo punto si parte. Detto ciò, penso che se la scuola volesse ritrovare la dimensione di “scholé” (tempo libero) che le appartiene, non deve essere un posto in cui “timbrare il cartellino” e alle 13.00 o alle 14.00 tutti fuori, ma, perché no?!, durante le ore pomeridiane si puó lasciare spazio alla creatività e alla progettualità degli studenti. Ovviamente gli insegnanti in tutto questo sono spettatori, ma partecipi!
    E poi chi ha detto che si può fare lezione sono dietro a dei banchi e non seduti in cerchio, così da vedersi tutti e stare tutti allo stesso livello, insegnanti compresi?!
    Sono delle semplici riflessioni, ma, caro prof 2.0, io nella scuola ci credo, perché penso che sia un luogo di incontro e di formazione formidabile. La scuola non solo prepara alla vita, ma è essa stessa vita.
    Grazie per aver suscitato questi pensieri.
    Buona “Scuola”, prof 2.0!
    Laura

  31. luca ha detto:

    Ciao prof!

    A volte è difficile rendersi conto della situazione nel suo senso più ampio. Ad esempio, qui ti scrive un universitario e non c’è nulla di più disconnesso che la scuola superiore e l’università. Credo che ogni livello educativo si concentri solo e sempre su stesso: al mio professore di lettere cosa interessava che io avrei passato tre mesi da solo in camera a cercare conferma di quale percorso universitario seguire perché in cinque anni di lezione egli non si è preoccupato di altro se non che del programma? D’altronde da un anno all’altro poteva ritrovarsi in un’altra scuola essendo precario… Perché costruire una relazione stretta e confidenziale con un ragazzo che gli è capitato per una scelta di esclusione effettuata presso l’ex ufficio del provveditorato?
    Chiunque si trovi in ruoli cardine, in posizioni decisionali e può segnare la svolta per mezzo di sue indicazioni credo debba comprendere quale sia lo scopo ultimo del suo essere qui, su questo pianeta e in questo momento, e quale sia il fuoco centrale della sua esistenza. Supponiamo egli abbia come scopo la crescita della società in senso lato, il miglioramento delle condizioni di vita e la voglia di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato, con al centro l’uomo, allora non ha altra possibilità se non quella di provocare una rivoluzione nell’attuale sistema. Infatti come può una persona al potere ripartire dall’uomo e porre un fine ultimo alla sua esistenza in un contesto dove a fare notizia sono più le statistiche che la realtà tangibile vera e propria?
    Ripartire dall’uomo richiede tempo e in una frenesia quotidiana solo un rivoluzionario può prenderselo. Ripartire dall’uomo significa accompagnare i ragazzi nelle loro scelte, lasciando alle cose il tempo naturale che spetta loro (in un giorno non posso scegliere della mia vita, magari devo ascoltarmi, conoscermi,…)e permettendo ai ragazzi di sbagliare, sbattere la testa ma con la certezza di avere a fianco un professore accompagnatore per la vita.
    Credo che introdurre in ogni scuola superiore mezz’ora di silenzio a settimana possa essere un percorso rivoluzionario: lasciare la quiete invadere l’animo dello studente, quella quiete che in città diventa difficile trovare a meno che non si esca alle 4 di notte o si vada in Chiesa. Perché di tutti questi input nei ragazzi non resta che confusione i cui output sono fiamme non durature nel tempo. Sono stimoli che si spengono ben presto.
    Penso a una scuola in cui i progetti pomeridiani sono portati avanti con la gioia che anche essi siano formazione e vita: il teatro, il coro e il giornalino del liceo sono davvero progetti formativi, non possono solo essere considerati passatempi vani e pronti al taglio non appena finiscono i soldi per pagare gli straordinari ai professori.
    Sogno una scuola in cui sono promosse attività serali, non una scuola edificio che apra alle 8 e chiuda alle 13.
    Penso che la scuola superiore debba collaborare di più con l’università e sogno un’università dove non sono solo una matricola, ma un ragazzo che sogna di fare degli studi da portare avanti per una vita. Sogno uffici dei professori sempre aperti, non prenotabili con una mail. Sogno una conoscenza del sistema universitario dai prof delle scuole superiori, non un mero ricordo di quello che fu il loro percorso.
    Penso a una scuola superiore non azienda, dove il bilancio non è in costi e guadagni, ma è in vite realizzate e in conoscenza per capire se stessi. Perché anche la matematica aiuta a conoscere se stessi, anche l’economia che è una scienza più che sociale nata nel momento in cui Abramo si è trovato a scegliere se prendere la mela dall’albero o meno. Perché siamo giovani, ma non possiamo solo e sempre ricevere botte sulla testa. Non tutti siamo geni, ma tutti abbiamo sogni. Sbagliamo, ma proviamo a metterci in gioco, sempre. Se però nessuno si prende cura di noi o ci sostiene, ma porta avanti solo i propri interessi, per forza che la dispersione è maggiore.
    C’è un ritorno, il ritorno all’uomo. Ecco, questa è una rivoluzione.
    Perché vale di più il parametro europeo dello studente, vale di più un bilancio che un ragazzo abbandonato nella droga. Chi siamo? Uomini o agenti dei soldi.
    Sarò un mero sognatore, ma credo nel romanticismo di ognuno. Ma si vergognano ad ammetterlo nei luoghi democratici in cui si può segnare la svolta?
    Forse coloro che hanno davvero il coraggio ad essere romantici sono i giovani, finché le delusioni di un’indifferenza continua non diventano troppe

    • filomena ha detto:

      Caro Luca, tu hai perfettamente ragione!!!
      Da insegnante ti chiedo scusa per tutti i miei colleghi che sono più impegnati a organizzare progetti e convegni che a stare in classe, ti chiedo scusa per tutte le volte che non capiamo i drammi che vi stanno attraversando perché c’è chi deve scappare via verso un secondo lavoro, scusa se i vostri sogni e aspirazioni non arrivano al nostro cuore perché siamo più depressi di voi e non sappiamo più cosa significhi sognare…
      Ti invito a non perdere la speranza, come non la perdo io e, con me, tanti altri colleghi che con caparbietà, fatica, con piccoli gesti di coraggio, nonostante l’ostruzionismo di presidi e colleghi, proviamo a costruire una scuola migliore partendo dall’incontro con il ragazzo… non è facile neanche per noi te lo posso garantire…
      Non mollare Luca, non smettere di sognare e sperare e quando trovi qualcuno che come te sogna e spera, costruisci e realizza insieme a lui i tuoi sogni, mostrando la bellezza della vita, così da attirare altrettanta bellezza. Coraggio!!!

  32. Anna ha detto:

    Ciao prof 🙂
    Sono una studentessa di seconda scientifico, ormai terza e oggi mi è successo un fatto che spiega appunto come la scuola sia luogo di istruzione, ma non di educazione all’umanità (ci tengo a specificare che per quanto mi riguarda è un caso isolato). Ora di italiano: la mia insegnante doveva interrogare, invece ha deciso di iniziare l’ora consegnando i compiti di grammatica. Quando è arrivato il mio ho pensato: “wow… 7.5 quest’anno ho il 7 assicurato in italiano”.
    Poi una mia compagna controllando il punteggio e il voto ha scoperto che i conti non tornavano: l’insegnante aveva sbagliato il conteggio. Mentre rifaceva i calcoli, io e il mio compagno di banco abbiamo deciso di fare la lista dei partecipanti alla cena di classe. Non l’avessi mai fatto! Quando la prof ha visto il foglietto mentre riconsegna il compito è saltata dsu tutte le furie e mi ha scritto una nota. Pur essendo indecisa sul come comportarmi a tal proposito, dato che mi sembra una situazione assurda, penso che domani porterò il libretto firmato e che incasserò il colpo senza lamentarmi.
    Dopo questo fatto accadutomi, però, mi chiedo: come speriamo che la scuola insegni l’umanità a noi ragazzi quando gli insegnanti pretendono degli automi come studenti e non accettano che guardino fuori dalla finestra o si distraggono per un minuto, anche durante i momenti in cui la lezione non si sta svolgendo? Come speriamo che la scuola ci insegni a essere umani se gli insegnanti non accettano che è quasi estate e, fra lo stress delle ultime verifiche e gli scrutini alle porte, che noi ragazzi ne abbiamo fin sopra i capelli? Come può la scuola pretendere di formare ragazzi empatici verso il prossimo,se di empatia i ragazzi dai professori non ne ricevono?
    Come può la scuola sperare di crescere delle persone, se in realtà l’obbiettivo di questa scuola sembra quello di creare omunculi omologati, pieni di nozioni, senza un minimo di spessore umano?
    Come posso sperare che l’odio e la xenofobia non siano al fondamento della società se anche la mia professoressa di storia dice che i rifugiati devono starsene a casa loro?
    Come possiamo sperare in una società umana, quando, chi l’umanità la dovrebbe regalare, non me ha più neanche per sé stesso?

    • Prof 2.0 ha detto:

      Cara Anna, essendo diversi da loro. E tu già sai come fare. Però abbi anche pazienza, a volte siamo solo un po’ stanchi…

  33. Giorgia ha detto:

    Sono Giorgia, frequento il quarto anno presso un liceo scientifico.Sono giovane e inesperta, ma, per quanto mi riguarda, ritengo che parlare oggi di una crisi della scuola sarebbe vano se innanzitutto non si considerasse la crisi che sta affliggendo l’umanità. L’umanità è in crisi e appunto problemi in aumento tra gli adolescenti quali “anoressia, bulimia, dipendenze di vario genere, disturbi di concentrazione, tentati e riusciti suicidi, autolesionismo” lo evidenziano. Per proporre un esempio dai dati dello studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) e Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs), emerge che circa 54 mila studenti italiani delle scuole medie superiori nel 2014 hanno assunto sostanze psicotrope senza sapere che cosa fossero. I dati attuali dovrebbero preoccupare, e preoccupare innanzitutto la scuola, troppo indaffarata, invece, a causa di impegni burocratici di vario genere.
    Proprio la scuola, infatti, dovrebbe adattarsi non solo ai programmi scolastici in evoluzione, ma all’umanità stessa in evoluzione. Troppo spesso gli studenti si ritrovano proiettati in situazioni che sentono proprie, vittime di un sistema che li costringe a restare sei ore al giorno con la schiena appoggiata ad un sedia senza capirne il senso. Gli adolescenti possono essere definiti veri e propri “casi umani” e non soltanto alunni da giudicare; per questo la scuola dovrebbe costituire il punto di riferimento di ogni studente, la possibilità di ricevere istruzione ed educazione, soprattutto laddove la famiglia non ne è in grado. Il compito della scuola, in particolar modo nella situazione attuale, diventa quello di far rinascere la curiosità primitiva che appartiene ad ognuno di noi, la meraviglia che provavamo da bambini. Non è più sufficiente fornire informazioni da immagazzinare e ripetere al fine di ottenere una buona valutazione, ma è strettamente necessario aiutare giovani emotivamente instabili a creare se stessi, affinchè non siano condannati ad essere semplici burattini sociali, ma possano diventare veri uomini. Lo scriveva già Dante nel 1300, affermando: <>. Se oggi la scuola non è in grado di insegnare questo, se non è in grado di stimolare giovani animi a seguire i grandi ideali della storia e della letteratura, allora la scuola ha fallito. Ed il fallimento riguarda tutti, anche coloro che oramai hanno la cattedra da troppi anni per sentirsi in dovere di mettersi in discussione. La vita è anche questo: si cade e ci si rialza; la scuola si rialzerà purchè l’orgoglio personale venga sostituito da ampie manciate di umiltà. È giunto il momento di una vera e propria rivoluzione all’interno della scuola ed è finito il tempo delle riforme imposte dall’alto, da parte di coloro che, nella maggior parte dei casi, non hanno mai messo piede in un’aula. C’è bisogno di lezioni interattive, in cui i ragazzi possano dire la propria, ed anche il più annoiato sia costretto a sopportare il confronto. C’è bisogno di eccellenza ed innovazione, perché ormai la mediocrità deve essere superata. C’è bisogno di passione, nei confronti della materia scolastica e nei confronti degli studenti. E soprattutto c’è bisogno di volontà di cambiamento.

  34. Valentina ha detto:

    Salve Prof,
    sono una ragazza del quarto liceo Scientifico e penso che preferirei non esserlo. Da quasi un anno ho un sogno nel cassetto e spero che potrà realizzarsi. Conoscerla come scrittore, ma anche come essere umano su questo blog e tramite i suoi vari interventi in tv, ha riacceso in me quella speranza che tanto ho cercato di non far morire e che piano piano, stava andando via. Devo ringraziarla, perché il mio sogno è quello di lottare affinché venga restituita alla scuola quell’importanza della quale tanto godeva negli anni (se non nei secoli) a noi precedenti e sapere che nel mondo ci sono persone come lei che hanno già cominciato questa grande e dura battaglia, allieta il mio cuore. La mia scuola è una prigione, non è per niente un luogo in cui la mentre si può nutrire e il corpo rilassare, è un luogo d’infamia, ingiustizie e rivendicazioni. I professori si dilettano a dare i loro voti in base al nome e non in base al sapere e continuano, senza tregua, a giudicare ignorante questo e quell’altro professore con noi alunni. La nostra preside è una persona insicura, degna di essere paragonata a Macbeth e crede che tutta la scuola trami contro di lei. Un po’ è così, perché il mondo è pieno di persone ipocrite e quindi si ritrova seguita da una scia di professori che le assicurano che mantenere la scuola sotto questo regime sia la cosa più giusta ma, intanto, nelle loro classi predicano e complottano contro di lei, spronando noi ragazzi a “cambiare le cose”. Non possiamo cambiare le cose, almeno non nella nostra scuola e questo non dipende dal provarci, dalla voglia di voler rivoluzionare tutto, ma dipende dal fatto che, purtroppo, ad avere il coltello dalla parte del manico non siamo noi alunni. Allora molte volte mi dico: come si cambia il mondo se non si riesce a cambiare una scuola? La domanda mi assilla per giorni e mi riapproprio di quella forza che, impetuosa, mi spinge a pensare a come cambiare le cose e mi fa credere che sia tutto possibile. In realtà sono tantissime le volte in cui rimango delusa e ancora di più sono le volte in cui mi dico che niente potrà cambiare ma quando questo accade, vado su Youtube e ascolto la voce di uno scrittore a me caro e in me torna ad ardere la passione per la conoscenza. Tutto riprende la sua forma perché comincio a pensare che le menti non si plasmano da sole, ma hanno bisogno di essere continuamente seguite e nutrite. Allora comincio a pensare che dietro ad ogni grande c’è stato un grande maestro e questa è una delle cose più belle che può capitare nella vita : incontrare il maestro giusto che, tramite la sua esperienza, riesce a guidarti e a darti gli strumenti necessari per continuare il tuo percorso. Platone ebbe la grande fortuna di essere uscito dalle mani di Socrate, così come le anime vengono plasmate dalle mani di Dio, come dice Dante. Probabilmente se non avesse avuto questa fortuna, la sua intelligenza non sarebbe mai stata compresa interamente. C’è qualcuno che dice che la vita finisce quando si finisce di meravigliarsi ed è bello pensarla in questo modo. Bisogna continuare a meravigliarsi per tutto, per qualsiasi cosa. E’ questo il bello della vita. C’è bisogno però, che qualcuno ci dica perché meravigliarsi del mondo. C’è bisogno che qualcuno guidi il percorso di ognuno di noi, non per deviarci e per vincolare le nostre scelte, ma per amore. Insegnare è la forma più alta di amore ed essere insegnanti è uno dei gesti d’altruismo più belli che esistano. E’ un dono, saper insegnare. Siamo giovani, crediamo di sapere come gira il mondo, ci sentiamo onnipotenti e crediamo che ciò che facciamo sia la cosa giusta. Sbagliamo. Il sentirsi grandi è un atteggiamento tipico della nostra età, ma è anche dettato dalla voglia di voler conoscere, di voler vedere da soli come gira il mondo. Però, spesso, questa sete di conoscenza cade in una monotona realtà che finisce per alienare da noi le cose davvero belle e significative. Tutto ciò che ricade nella quotidianità non genera più stupore e non meraviglia più. Con la monotonia, finisce la magia e a riaccenderla tocca proprio alla scuola e allo spirito di ognuno di noi. Siamo spesso convinti di sapere le cose, di conoscere bene gli argomenti e di essere bravi o non bravi in determinate cose solo perché qualcuno l’ha deciso per noi, ma non dubitiamo mai se questa sia o no la realtà. Accettiamo. Accettiamo quello che ci viene detto, reagiamo passivamente alle situazioni e solo ogni tanto qualche stimolo ci riporta alla realtà e alla fatale domanda: “ sarà vero quello che gli altri pensano di me?”. Quello che mi affligge è che la società contemporanea non stimola affatto un ragazzo della nostra età a sviluppare un proprio spirito critico, anzi, fa di tutto per omologarlo. Queste molte volte ci sta bene, ci culla e ci rassicura, un po’ come quando i grandi maestri della Scolastica utilizzavano “ipse dixit”, come per dire: “ciò che ho detto è in realtà un pensiero già noto”. Il problema è che questi filosofi si affidavano ad un auctoritas, quindi ad un grande maestro del pensiero, noi (per nostra disgrazia) siamo vincolati da un pensiero al quale ci appendiamo per paura. Proprio grazie a queste convinzioni, a metà di quest’anno scolastico ho deciso di smettere di studiare “per” e cominciare a studiare con l’unica prerogativa di farlo per me stessa e non per l’interrogazione o il compito del giorno dopo. Questa cosa mi ha turbata tanto, perché ho cominciato a guardare la scuola come un luogo cupo, chiuso, nel quale ero costretta a passare cinque ore che avrei potuto impiegare nel coltivare le mie passioni e invece dovevo stare seduta lì, in un banco ad ascoltare persone che parlano della loro storia, della loro filosofia, della loro matematica e della loro chimica. Tutto, nella mia scuola, è filtrato dal punto di vista del professore ed io, che mi ero ripromessa di studiare unicamente per me stessa e con l’entusiasmo di un filologo davanti ad un manoscritto, mi sono ritrovata davanti ad una storia, ad una filosofia e ad altro, completamente diverse da come le conoscevo. Mi sono resa conto di essere stata cieca per tutti gli anni della mia vita scolastica, soprattutto i quattro delle superiori e di aver studiato perché dovevo e non perché volevo sapere e di aver ripetuto cose che non erano realtà, ma un punto di vista che, inconsciamente, era radicato nel mio essere. Ho cominciato a dubitare su tutto quello che conoscevo e ho ricostruito lentamente il muro delle mie conoscenze senza influenze. E’ stato un lavoro che mi ha messa in crisi con il mondo scolastico e che mi ha resa ostile ad alcuni professori che ho contrastato e che sono passati dal ritenermi una ragazza brillante ad una ragazza che, invece, va per fatti suoi. Ho la fortuna di avere nella mia vita una persona esattamente come lei e penso che sia il mio maestro. Persone come lei e la mia insegnante (anche lei insegna lettere) mi fanno credere che davvero tutto possa cambiare e che siamo noi giovani a dover rivoluzionare tutto. Oggi è l’ultimo giorno di scuola per me e ho deciso di scriverle proprio perché mi sento viva, libera dal macigno che è diventata per me la scuola. Vorrei che tutte le persone della mia età capissero davvero che l’uomo ha bisogno di conoscere, perché è sangue e curiosità e che non bisogna mai dare tutto per certo e per scontato. Nel momento in cui ho deciso di cambiare, di aprirmi al mondo meraviglioso che è la conoscenza, ho riscoperto tanti piccoli lati positivi che, nel quadro generale, hanno rassicurato la mia anima. Essere avidi di sapere, è l’unica lezione che si dovrebbe insegnare a scuola e ringrazio davvero il cielo che al mondo esitano persone come lei. Spero che le cose possano cambiare, buona serata e a presto!

  35. Agnese ha detto:

    Ho frequentato lo scientifico (opzione scienze applicate, quanto di meno umanistico offerto dal panorama liceale) e ora studio filosofia. Tra l’idea di fondo con cui sono entrata al liceo, convinta che dopo il diploma mi sarei iscritta a una facoltà scientifica, e l’assurda scelta di iscrivermi a filosofia, c’è stata una sola cosa: il professore. 
    Questo serve: un professore – ne basta uno – in grado di catturare l’anima e di indicarle una direzione, uno scopo da inseguire. E questo molto spesso passa attraverso la parola e il suo potere persuasivo, con cui credo sia necessario sostituire quegli inganni pedagogici che chiamiamo lavagne digitali ed ebook: lo sapevano bene gli antichi quanto di persuasivo e di seducente ha la parola, e credo che una buona didattica passi necessariamente tramite
    essa, perchè niente come essa smuove l’anima.

    Credo inoltre che la scuola sia vittima di un fraintendimento di fondo basato sull’idea di cultura: usciamo con un diploma in mano convinti che la scuola sia l’insieme delle singole materie scolastiche, e non la rete di relazioni che soggiace a tali saperi. Ritengo piuttosto triste questa frammentazione dei saperi, perché penso basterebbe davvero poco: perché non inserire un breve excursus di storia della matematica accanto al teorema di Cauchy e alla risoluzione degli esercizi? Perché non inserire delle basi di logica in filosofia e perché non parlare di rapporto uomo-macchina e IA? Perché non accennare in fisica alle implicazioni epistemologiche della teoria della relatività e della fisica quantistica?

    Cosa manca alla scuola? La parola e la capacitá di proporsi come unificatrce dei saperi. Cosa serve alla scuola? Autorevolezza, carisma e vocazione.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Sintesi perfetta, Agnese, ti ringrazio.

    • Jasmine ha detto:

      Hai perfettamente ragione: perché studiare a memoria qualcosa che per me non ha senso? Ma allo stesso modo: perché conoscere la sinossi di un testo che non leggerò mai perché a nessuno viene in mente che realmente potrebbe appassionarmi? Quando ho letto “Cose che nessuno sa” mi è piaciuto moltissimo il fatto che il professore sottolineasse l’umanità di cui era intrisa la storia di Ulisse. Non esistono opere che “vanno lette/conosciute” perché sono “capisaldi”, ma esistono uomini dietro quella miriade di parole ed è questo ciò che un artista ha la possibilità di fare: portare se stesso e così facendo aprire uno spiraglio piene di domande in chi sta leggendo (domande riguardanti il lettore). Se questo manca, allora non serve a nulla prendere il massimo in un’interrogazione (e io sono quella degli otto e nove in italiano, perché mi piace leggere e magari ho la fortuna di conoscere in anticipo, spesso e volentieri, l’opera che si va ad affrontare). E’ ovvio che sia impossibile fare una cosa del genere con tutto il programma – ‘sti poveri professori li vogliono ammazzare al MIUR con il sottile strumento di tortura del programma da finire -, ma se uno rendesse il programma meno mastodontico e più riflettuto, più disposto a dare tempo di parlare e usare il cervello a chi invece semplicemente passa cinque ore seduto – teoricamente – a studiare ogni pomeriggio perché così non vive il dramma punitivo della bocciatura e deve ricominciare tutto il corso scolastico di quell’anno lì in TUTTE le materie, pure quelle in cui andava tanto bene (ringraziamo il Cielo che all’università non è così)… Insomma, se fosse una realtà più umana e meno carica d’ansia, non cresceremmo veramente attraverso di essa? Studenti e insegnanti compresi?

      PS:
      D’Avenia con queste operazioni per autenticare i commenti mi sta costringendo a considerare ancora una volta quanto sono ignorante in matematica della prima elementare. Propongo di passare a indovinelli del tipo: “da quale libro è tratta questa frase?”. 🙂

  36. Jasmine ha detto:

    Sono Jasmine, ho ventidue anni e sono stata lontana dalla scuola per sei anni, con una brutta crisi durante la quale si è pensato bene di “guarirmi” a suon di farmaci (avevo una famiglia separata, dovevo perennemente scegliere fra mia madre e mio padre (non era credibile che avessi un’idea o un sentire mio che non fosse stato plasmato dal pensiero/atteggiamento rispettivamente del genitore non presente alla discussione, venivo presa come un qualcosa senza personalità propria e senza capacità critica e spinta interiore autonoma, sebbene senza che i miei genitori mettessero in questo un’alta dose di coscienza né alcun sintomo di voluta cattiveria nei miei confronti), avevo problemi d’ansia sociale che a lungo andare mi avevano portata a non uscire più di casa (figuriamoci se potevo andare a scuola), prendere l’autobus (diciamo che per carattere già sono timida e discreta, quindi ancora adesso cerco di evitare le situazioni e i tram peggiori per non rimanere schiacciata in mezzo alla gente, visto che per me il contatto fisico è una cosa molto intima e da “iniziati” alla mia persona) ecc ecc. Già alle elementari la mia situazione si era dimostrata tragica: mentre gli altri giocavano, strillavano, cadevano mentre giocavano, piangevano perché cadevano perché giocavano…, Jasmine se ne stava il più possibile attaccata al secchione per le carte delle merendine consumate e varie altre sporcizie prodotte dalla ricreazione. L’unica cosa positiva era per me trovarmi in un istituto gestito da religiose (alle medie mi sarei ritrovata a pensare, mentre raggiungevo il mio piano come al solito in ritardo perché il caos regnava sovrano nella vita mia e di mia madre, che quella era “casa mia”, guardando un po’ con un parallelismo a me e ad Harry Potter, che a Hogwarts ci avrebbe tranquillamente vissuto anche in piena interruzione estiva); in particolare però mi conquistò da subito, a partire dalla prima media, il mio professore di Religione: è a lui – e in parte agli altri professori di Religione che ebbi poi al liceo (sebbene mollai poi per quei già annunciati sei anni) – che devo questo bellissimo pensiero-vocazione che è nato in me dopo aver ripreso gli studi nel corso degli ultimi tre anni, ovverossia il sogno di portare agli altri, in particolare ai giovani un po’ sbandati come me, l’annuncio di Cristo proprio in quel modo lì, studiando Teologia e cercando di darmi all’insegnamento. La cosa più ironica di tutte è che da quando mi chiedono cosa vorrei fare da grande – in pratica da prima dell’asilo, perché la gente ti mette l’ansia pure se non sa se effettivamente arriverai a vivere almeno fino ai cinque anni, se non proprio ai diciotto – io ho sempre detto, chissà per quale reazione paurosa a quale sentore non avvertito, che avrei potuto fare tante cose… ma sicuramente MAI e poi mai avrei intrapreso la strada dell’insegnamento, a parole mie la cosa “peggiore per me”.

    Ora, non fosse stato per quel professore… io ci crederei in questa cosa? E’ vero che senza la conversione e il viaggio a Medjugorje probabilmente starei ancora rinchiusa in quale sala d’attesa o in qualche stanzetta di consultorio a giocare a Uno per ore ed ore con altri ragazzi impasticcati e a diventare con loro dipendente da farmaci che non risolvono proprio un bel niente, ma anzi peggiorano la tua fede nelle tue proprie possibilità in quanto creatura meravigliosa di Dio, ma è pur vero che io ringrazio il Cielo ogni giorno di non aver frequentato una scuola in cui avrei potuto incontrare professori come quelli che ho adesso: è una continua guerra a me dal giorno stesso in cui sanno che voglio studiare Teologia e sono cattolica praticante, che non trovo che se la maggior parte della gente dice la stessa cosa questa debba necessariamente essere creduta senza remore e stigmatizzata come giusta, che da quando abbiamo conosciuto Medjugorje e siamo tornati ai Sacramenti la mia famiglia è tornata unita dopo più di dieci anni di separazione (e non è che gli anni immediatamente precedenti andassero meravigliosamente, da come mi ricordo io).

    Quel che voglio dire con tutto questo giro senza fine, nella mia incapacità di trovare la volontà di essere sintetica, è che i professori che ho adesso fanno la guerra a tutto ciò che sprizza bellezza, e non ne capisco il senso. Sono presi dall’insegnare la materia, ma non trovano nulla di bello nel farlo e accusano di questo gli studenti… il che è ridicolo. Un insegnante non è fatto per fare il libro di testo vivente, un insegnante è chiamato ad amare chi ha di fronte, è così che nasce il discepolato, l’insegnamento, che nasce il rapporto meravigliosamente antico e che sempre si rinnova e rinnova chi vi è coinvolto fra allievo e maestro. Il maestro è disposto a vedere qualcosa che non ha visto attraverso gli occhi dello studente, io ne sono sicura fin nel midollo. Ma se l’insegnante non ha questo spirito di ricerca, questa disponibilità a stupirsi, difficilmente si stupirà il ragazzo che ha di fronte, perché “di fronte” non equivale a “negli occhi”, non equivale a “nel cuore”.

    Non so se qualcuno capirà qualcosa, perché di solito quando parlo e scrivo nessuno capisce nulla, ma volevo dire questo.

  37. Ludovica ha detto:

    Ciò che manca è, nella nostra società, nella nostra mentalità, un considerare ed un progredire UNITARIO ED EQUILIBRATO di Logòs, Patos, Bios: come scritto da lei, mente(razionalità), spirito(affetti e sentimenti),corpo (impulsi fisici). Non c’è armonia oggi, non c’è consapevolezza che la totalità delle persone è fatta di tutti questi aspetti, e il mondo così come la scuola sembrano prediligerne sempre solo uno alla volta. In alcuni ambienti è il corpo ad essere oggetto di spasmodiche e sballate attenzioni, per altri versi è la razionalità che va educata, direi quasi sfruttata e resa “spendibile” per un’eventuale carriera professionale. Perché la scuola sembra doverti preparare ad essere risorsa, non persona. Per quanto riguarda sentimenti… credo sia un tempo bizzarro questo, in cui questi vengono assolutizzati e sviliti nello stesso tempo. Senza rendercene conto. Certa scuola si è resa complice di questi atteggiamenti culturali deleteri per noi giovani. Ma c’è anche tanta scuola che è davvero paidèia, che è davvero formazione umana, attenta a tutta la complessità che questa parola contiene. Non so come e quando sarà chiamata a “fare scuola” con il mio futuro lavoro, ma spero di riuscire a tenere presenti sempre tutti questi elementi che ci compongono in quanto uomini. usando una sua bellissima espressione, spero di riuscire a fiorire e far fiorire.
    Grazie.

  38. Manuel ha detto:

    Ciao Alessandro, grazie per essere quello che sei, semplice umile e passione infinita per la letteratura. Ho acquistato il tuo ultimo libro su Leopardi ma volevo farti delle domande: io vorrei imparare tanto sulla letteratura nonostante abbia 37 anni ed ho scoperto tardi questa passione; come posso imparare a leggere Leopardi? come capire cio’ che scrive? c’è un libro in particolare con testo a fronte?.
    Scusa se ti ho riempito di domande.
    Grazie mille
    Manuel

    • Prof 2.0 ha detto:

      Caro Manuel, in fondo al mio libro trovi dei consigli di lettura leopardiani: una biografia e i suoi testi originali. Io ti consiglio di provare a leggere direttamente dai quei testi. Buona lettura!

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