18 ottobre 2017

Andare via o rimanere in Italia?

Come evidenzia il rapporto “Italiani nel Mondo” sono in prevalenza giovani, con un titolo di studio superiore, in cerca di lavoro. Per loro la narrazione del futuro in Italia appartiene al genere tragico, quindi vanno in cerca di Paesi (prevale l’Europa «ricca» e in seconda battuta l’America) in cui il lavoro, oggetto del desiderio che li fa muovere , appartiene a una narrazione diversa.

Una narrazione più aperta alla speranza, da ascrivere almeno ai generi del thriller, dell’azione, dell’avventura.

Mi occupo di scuola e di narrazioni, non di sociologia, e quel che ho visto in questi anni è la progressiva erosione e caduta delle narrazioni di futuro di marca italica, soprattutto per chi ha visto precipitare attività di artigianato, di impresa piccola e media, crescere la pressione fiscale, la disoccupazione giovanile rinvigorita da politiche di assunzione affamanti e basate sul precariato venduto per flessibilità…

Sono narrazioni spesso corrispondenti al vero quelle che spingono le nuove generazioni a varcare i confini (ho due sorelle che abitano all’estero per queste ragioni) e non riesco a biasimare chi si è convinto del fatto che le proprie energie migliori non possano andar sprecate tra burocrazia, raccomandazioni, formazione infinita e inutilmente prolungata. Valga l’esempio della scuola: per insegnare è ormai necessaria una laurea di cinque anni, il superamento di alcuni esami integrativi per accedere al concorso indetto ogni due anni, il superamento del concorso che immette in un tirocinio formativo di tre anni e sottopagato (il primo anno 400 euro giusto per farsi un’idea della considerazione sociale delle nuove leve, con un aumento negli altri due anni non ancora quantificato…), se tutto va bene allo scadere dei tre anni si ottiene la cattedra, chissà dove. A conti fatti si diventa insegnanti di ruolo, se non si sbaglia un colpo, in almeno 9-10 anni, cioè a quasi 30 e magari si voleva anche metter su famiglia… La formazione di un giovane viene prolungata a dismisura, perché il lavoro non c’è (crisi demografica e indiscriminata e decennale produzione di precari da sanare fanno il resto).

Questo è un piccolo carotaggio di esperienza personale, ma vedo accadere lo stesso in molti altri ambiti, sia per chi voglia fare percorsi universitari sia per chi voglia imparare un mestiere. Ho visto crescere in questi anni il numero dei maturati disposti a partire subito o addirittura decidere di frequentare l’ultimo anno in una scuola all’estero così da poter entrare nel sistema universitario o di formazione corrispondente. Il tasso di disoccupazione giovanile determina fisiologicamente paure e narrazioni di futuro centrifughe, salvo poi risvegliarsi in una città straniera e scoprire che non è tutto così facile. Manca in questo momento un sistema di orientamento serio che strutturi percorsi di formazione e di studio adeguati ai singoli e alle richieste lavorative, così da non finire in generici calderoni di massa che servono solo a demotivare e a ingrossare le file dei disoccupati, di chi lavora in nero, o chi un lavoro non lo cerca neanche.

La scuola del nostro Paese è un osservatorio perfetto per verificare quanto ci importi del nostro futuro: l’unica mossa che è stata fatta in ambito di orientamento è quella tutta impressionistica dell’alternanza scuola-lavoro, non supportata da risorse sufficienti, e quindi affidata alla libera iniziativa, con effetti di totale paralisi di alcune scuole, di proposte eccentriche in altre (alternanza scuola-gioco più che lavoro), di valide ed efficaci possibilità per chi ha già risorse e percorsi che saprebbe e saprà intraprendere indipendentemente dalla scuola. Si tratta di un sistema che punta all’adattamento, non certo alla scoperta di nuove strade e alla valorizzazione dei talenti. La mancanza di permeabilità tra scuola, formazione, università, lavoro, non genera narrazioni di futuro che possano nutrire i sogni e impegnare i progetti di un ragazzo riottoso all’adattamento e voglioso di esplorare il mondo con la novità che vuole introdurvi.

Questo vuoto narrativo viene spesso riempito da immagini seducenti ed esotiche. A volte si tratta di semplici illusioni, a volte di possibilità reali, come ho potuto constatare tra i ragazzi che conosco. Alcuni ce la fanno, alcuni tornano delusi, altri cominciano carriere molto accidentate che bisogna a tutti i costi farsi piacere, altri ancora vorrebbero tornare ma quello che hanno studiato spesso non è spendibile in un sistema autoreferenziale come il nostro, in cui è faticosissimo fare un passaggio di università nell’ambito della stessa facoltà, figuriamoci un cambio di facoltà o di sistema universitario. Ma ci sono moltissimi che restano in Italia e costruiscono i loro progetti con pazienza e impegno, perché sanno che la formazione che possono ricevere qui è ancora eccellente in molte realtà nelle quali sono gli stranieri a venire. Perché non erigerle a sistema?

Noi ci muoviamo sulla base di narrazioni che integrano e nutrono ciò che ancora non ha consistenza. Un bambino nella sua stanza al buio teme che sotto il letto ci siano le sue peggiori paure, per questo chiama i genitori. Il più delle volte basta accendere una lampadina, guardare la realtà e cominciare a inventare il futuro che manca insieme a interlocutori validi, e scappare non serve. Ma a volte, accesa la luce si scopre che non sono solo paure, ma ostacoli che non tutti sono disposti ad affrontare per amor di patria. E andare via è la scelta migliore.

La Stampa, 18 ottobre 2017 – Link all’articolo

5 responses to “Andare via o rimanere in Italia?”

  1. Gabriele Crespi ha detto:

    Perché amare la patria più di noi stessi e più della nostra famiglia?
    Non siamo cittadini del mondo? Non facciamo tutti parte della stessa famiglia?
    Spesso lasciare l’Italia non significa tradire il proprio paese o avere meno lealtà o amore per esso. Spesso a questa scelta si arriva con sacrificio e lacrime perché lasciando l’Italia si decide anche di staccarsi dagli affetti a noi più cari.
    La riflessione più importante spetta a chi comanda in Italia, dai politici agli imprenditori, che fino adesso si stanno dimostrando sempre più avidi ed egoisti.
    Perché noi giovani ci stiamo mettendo cuore e sangue ma a volte questo non basta.

  2. Pepita Jimenez ha detto:

    Grazie di occuparsi di queste tematiche Prof. Davvero. Non solo apprezzo tantissimo le sue rubriche, ma proprio tutto il blog.
    La situazione lavorativa italiana è drammatica. Alcuni miei ex insegnanti mi suggerirono anni fa di andare a Londra o in Germania… Ma non me la sono sentita di andare ad abitare all’estero. Non solo perché non conosco bene le lingue, ma perché senza nessuna radice.
    Il mio non è stato coraggio di rimanere. Forse sono rimasta per codardia, per paura dell’ignoto… Non lo so… Sono rimasta qui, ma ho fatto fatica a trovare un lavoro. Ho cambiato diversi ambiti. Dopo gli studi universitari, ho fatto ripetizioni, tirocinio dalle suore di Maria Ausiliatrice senza nessun riscontro ma con tante umiliazioni. Ho fatto tirocinio (prima della laurea) nella ludoteca e mi è piaciuto tantissimo l’ambiente… Ma al momento di trovare lavoro dopo la laurea… Niente… Ho aspettato 4 anni prima di trovare lavoro come insegnante (a tempo determinato e con ansie a tempo indeterminato) con spezzoni orario e fatiche innumerevoli. Adesso sono precaria. Annuale, ma precaria. Se “abdicassi” a questo ruolo sarebbe finita.
    In questo periodo sto leggendo un libro di Nicola Gardini:” Baroni”. Lui tratteggia la situazione dell’Università italiana, ma alcune cose possono essere generalizzate, a mio avviso. Lui è dovuto scappare dall’Italia, rifugiandosi in America. Secondo Gardini, in Italia il sistema baronale, non consente scatti di carriera (e, a volte, nemmeno carriera). Un sistema che privilegia le conoscenze (non dei libri però) intese come raccomandazioni. Un sistema che se ne frega del merito e delle capacità. Un sistema canceroso.
    Le descrizioni di questo libro sono particolareggiate, anche troppo. Ogni tanto l’autore si concede un po’ di umorismo che è quello che ci vuole in momenti distruttivi e per alleviare l’atmosfera veramente cupa delle situazioni. Il problema è che anche la battuta più divertente e piacevole, ha un retrogusto amaro: la situazione in Italia è drammatica. Come fare? L’importante è non farsi prendere dal “disincantamento del mondo” di weberiana memoria. È necessaria un po’ di fiducia per vivere e portare avanti le proprie cose… La consapevolezza di una realtà negativa è buona, si trasforma in cosa negativa quando diventiamo sfiduciati. Allora, cerco di ripetermi : si alla consapevolezza, no al disincanto. Non è facile da realizzare, ma ci si deve provare!

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    Bella anche l’immagine che accompagna il testo scritto 💖

  4. Pepita Jimenez ha detto:

    Il problema è che non riesco a immaginarmi nemmeno il futuro. Non ho paura proprio non riesco a imnaginarlo. Cosa farò? Lavorerò? Come sarò?

  5. Pepita Jimenez ha detto:

    Oggi è una giornata di allerta meteo. La seconda in 4 giorni… La scuola è iniziata da poco più di un mese e già abbiamo dovuto sospendere le attività didattiche… A causa di queste perturbazioni, ho dovuto rimandare il giro di interrogazioni.
    Ne ho approfittato per studiare per il concorso, dato che durante la settimana lavorativa non riesco a fare granché. Studiare per un concorso di cui non si conosce pressoché nulla . Non ho aspettative riguardo a questo. Non so più niente. Non ho più certezze. Le uniche rimaste se ne sono volate via come farfalle. Mi chiedo per cosa studio. Ovviamente per me, per capire il mondo un poco di più. Ma non credo proprio di superare il test. Non lo so perché, ma non mi creo aspettative di niente.
    Ci sono altri problemi in questo mondo, purtroppo. Un macro problema è il clima: gli astrofisici (di cui stimo al massimo il lavoro) pensano a rifugiarsi su altri pianeti:Marte e qualche altro pianeta “vicino” per scongiurare l’Apocalisse sul nostro pianeta. A me non piace il principio : sfruttare in modo disumano le risorse, il pianeta… Poi non prendersi le responsabilità di quello che si sta facendo, non fare un passo indietro. No, andare via cambiare aria. Fuggire da questo pianeta che è solo vittima degli squilibri dell’uomo. Non lo trovo giusto a mio parere. È giusto curare la “pianta”, come diceva lei, prof, non strapparla. Questo maltempo è solo un grido disperato del pianeta che chiede soccorso, un segno, una forma di comunicazione. Non si può fuggire per sempre. Tutti gli uomini, soprattutto i potenti della Terra, sono chiamati alla responsabilità che vuol dire essere abili di dare risposte. I pianeti non sono intercambiabili per cui ne rottamiamo uno e fuggiamo su quell’altro. Anche se si potesse non mi piacerebbe.
    Ritorniamo al tema del concorso : non lo passerò probabilmente, ma non voglio mettermi fuori gioco.
    Ho imparato da Lei a non scegliere la rinuncia in partenza e la rinuncia a partire. Ho imparato a mettermi in gioco SEMPRE, a scegliere i primi posti dell’esistenza. Grazie a “Ultimo banco” con la speranza che diventi primo.
    Fuori piove incessantemente. Un po’ di pioggia è scivolata dentro di me… Ma il sereno tornerà.
    Scusi lo sfogo… Se sono una rottura di scatole (per dirla alla grezza) ha il diritto /dovere di dirlo!

Rispondi a Pepita Jimenez Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *