21 maggio 2019

Letti da rifare 60. Effetto wow

Opere di Jeff Koons

«Spero che le persone che guarderanno la mia mostra sentano un senso di wow e realizzino che questo wow riguarda loro stesse». Così Jeff Koons, tra i più noti artisti contemporanei, si augura un «effetto-wow» di fronte alle sue opere, una delle quali è stata da poco battuta all’asta per 91,1 milioni di dollari, stabilendo il nuovo record per l’opera di un artista vivente. Qualche settimana fa mi trovavo a Oxford per la presentazione di un libro e mi sono imbattuto nella sua mostra all’Ashmolean Museum. Tutte le opere hanno una caratteristica inconfondibile: non hanno spigoli, palloncini d’acciaio di cui lo spettatore vorrebbe toccare le superfici, fatte di materiali che permettono di specchiarsi. La sua «estetica della levigatezza», come la chiama il filosofo Byung-Chu Lan in La salvezza del bello, elimina ogni negatività, ferita, dramma o incertezza. Una bellezza che vuole emanare pura positività, provocare un wow esistenziale e nessuno spiazzamento, semplice riflesso e nessuna riflessione. L’opera non è un ponte verso il mistero a volte oscuro delle cose, ma un’anestesia, un’esaltazione superficiale per dimenticare che là fuori il mondo e gli uomini, in quanto tali, sono pieni di spigoli e ferite, a partire da noi stessi. Ma l’espressione dello stupore è la stessa della paura, e io ho percepito più paura che gioia. Di cosa?

L’estetica della levigatezza, uno dei tratti tipici della tecnologia contemporanea, smussa ogni negatività: è fatta per il consumo e non per la conversione, non richiede alcun cambiamento di sguardo o di vita. Nasconde ogni male, ma il male resta il problema più ingombrante della vita: quello che subiamo senza averlo scelto e quello che compiamo consapevolmente. A detta della psicanalista francese Catherine Ternynck la rimozione della coscienza del male è una delle cause di maggior sofferenza della psiche contemporanea. Nell’Uomo di sabbia Ternynck riporta le parole di una sua giovane paziente, in terapia dopo un aborto volontario: «Sono in analisi perché mi sento colpevole, non del mio gesto in sé, ma piuttosto colpevole di sentirmi colpevole: il gesto era legale. Lo desideravo e non lo rimetto in discussione. Da dove viene allora questa cattiva coscienza che non mi abbandona più? Cosa devo fare?». Molti pazienti, come questa donna, le chiedono di eliminare la coscienza della moralità delle proprie azioni, per questo l’autrice descrive l’uomo contemporaneo come uomo «de-moralizzato», triste perché privo di un pensiero morale, una coscienza del bene e del male: se il «gesto è legale» come è possibile che mi senta in colpa? Se tutti fanno questa cosa perché io ne ho rimorso? L’uomo de-moralizzato vuole una coscienza levigata, senza ferite: un effetto-wow interiore costante.

Era quello che pretendeva anche il protagonista di Delitto e castigo, convinto di poter compiere un omicidio senza essere e sentirsi colpevole, salvo poi scoprire che il maggior castigo di un male compiuto è proprio l’averlo compiuto. Il suo «mal-essere» lo porta a confessare, perché confessare è prendere le distanze dal male: in quanto autori dell’atto ci riconosciamo «di più» del male-fatto. I guai cominciano quando pretendiamo di sentirci innocenti, perché il male, privato di oggettività e rimosso, si nasconde e si tramuta in patologie e nevrosi, con il suo fastidioso e persistente sintomo: il senso di colpa. Ternynck lo chiama infatti «senso di colpa bianco»: un senso di depressione senza una depressione effettiva. La cancellazione del male non riesce a eliminare anche il senso di colpa che, ci piaccia o no, ha un ruolo centrale nel definire la nostra identità. Il bambino che scopre di essere capace di azioni distruttive diventa autore della propria vita, perché scopre che le sue scelte hanno un impatto reale sul mondo e sugli altri. Nell’educazione il senso di colpa, ben affrontato, si trasforma in senso di responsabilità, invece una coscienza educata all’indifferenza di bene e male rende schiavi dell’istante, dell’emotività, del potere altrui.

La vita è inquinata alle radici, scrive Svevo alla fine del suo capolavoro, non si sa come guarirla: questo inquinamento radicale la psicanalisi lo chiama «pulsione di morte», la tradizione cristiana «peccato originale», espressioni che non indicano un arcano o un mito, ma il fatto che il male ci accompagna dalla nascita come la nostra ombra. I bambini che scoprono l’ombra vorrebbero calpestarla o eliminarla, ma ci segue ovunque, e solo accettandola non ci perseguiterà come nel geniale racconto di von Chamisso, Storia straordinaria di Peter Schlemihl, in cui un uomo vende la propria ombra al diavolo per soldi. Aspiriamo a un’impossibile innocenza che ci liberi dalle conseguenze dei nostri atti, ne elimini gli inconvenienti e il peso, ma bene e male non sono finzioni culturali, infatti se la tentata corrosione del senso morale non necessariamente rende più malvagi sicuramente rende più deboli, meno capaci di scegliere, agire e affrontare la negatività. Perché?

Tutto ciò che nell’anima viene rimosso non sparisce, ma marcisce, e così, molto spesso, dietro la mancanza di fiducia in sé o in un diffuso male di vivere si nasconde il senso di colpa: il «mal-essere» a volte è un male che, non riconciliato e non «degradabile» per il solo trascorrere del tempo, riemerge più nocivo. La tensione del senso di colpa diventa tale che, per non «am-malarsi», si cerca di espellere il male, seguendo due strade. Da un lato il vittimismo, che porta a odiare se stessi, ci si identifica con il male subito o compiuto, sino a pensare di meritare di essere distrutti. Dall’altro lato c’è il boia: vendicativo, accusatore, gode del male altrui, lo attribuisce agli altri, inflessibile moralista e paladino di una presunta innocenza in cui stabilisce da solo i confini tra chi è puro e chi è impuro. Incapace di vedere il proprio, si occupa di eliminare il male negli altri: è il sollievo momentaneo di chi crede di aver trovato un senso al male, ma questo senso «esteriorizzato» non ce ne libera, anzi lo nasconde ancora di più. L’accusa con cui ingabbio l’altro è in realtà la prigione in cui sono io: vedo negli altri ciò che non riesco a riconciliare, o riconoscere, in me. Sia la vittima che il boia usano le lacrime come pugni, non aprono lo spazio al perdono, che è l’unica terapia al male, subito e fatto, perché il perdono prende le distanze dall’atto malvagio senza però ignorarlo, stabilisce la differenza tra me e il male, tra mal-essere e male-fatta. Solo così ci si può liberare da rancore, rabbia, odio, morbosi ancoraggi al male che impediscono di prendere il largo nel futuro. Nella preghiera del Padre nostro, che non a caso si conclude con «liberaci dal male», si chiede a Dio: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», cioè il perdono mi giunge nella stessa quantità in cui lo offro. Non è un invito moralistico, ma la descrizione della prigione del male: non posso liberarmene sino a che mi identifico con esso o lo proietto sugli altri. Solo il perdono permette di prendere le distanze dal male, lo disattiva e si comincia a guarire.

Ho avuto studenti imprigionati da mali ricevuti dalla vita o dagli altri, le loro risorse per crescere erano bloccate dal senso di colpa, ora in forma di rabbia ora in forma di vittimismo. Pretendevo di liberarli dalla prigione, ma da loro ho imparato che amare non è sostituirsi a un altro nell’affrontare il suo male, ma aiutare a vederlo e non lasciarlo solo nel fronteggiarlo. Ne ho avuti altri che hanno fatto del male a sé e ad altri, e amarli è stata un’impresa, riuscita solo quando, divenuto consapevole che anche io sarei capace di fare quello stesso male, ho smesso di far coincidere il male fatto con la loro persona: non si sentivano più mal-visti. Per un educatore il male è forse la sfida più grande, se ne esce sempre mal-conci, mal-andati, ma proprio le ferite riportate, più che le vittorie, ci rendono credibili: Ulisse viene riconosciuto dalla nutrice per la sua cicatrice, non per il suo aspetto.

Il letto da rifare oggi è stilare un elenco di mali subiti e/o commessi. Prendete uno a uno questi mali e cominciate a perdonarli secondo due categorie: se è il male subito dalla realtà bisogna «perdonare la realtà» di essere così incompiuta, per liberarsi dal rancore o dal vittimismo che ci imprigionano; se è invece il male che abbiamo fatto noi si tratta di trovare il coraggio e l’intelligenza di chiedere perdono. Il male si supera solo dandogli un senso, che non significa trionfare su di esso come non ci fosse mai stato, come la superficiale innocenza indifferente di una scultura di Koons, ma (r)accogliere tutte le ferite e cicatrici che ha inferto all’anima come materiali di una bellezza inaspettata, come in un’opera di Burri. E se di fronte a quel foglio non sapete cosa scrivere, ma in voi c’è un mal-essere senza nome, forse proprio in quella pagina ancora bianca si nasconde la paura di ammettere un male rimosso e che marcisce. In quel bianco, a guardar bene, c’è una nuova libertà da scoprire, uno sguardo benevolo, una rinascita tanto attesa.

Corriere della Sera, 20 maggio 2019 – Link all’articolo e ai precedenti

Sacco di Alberto Burri

7 responses to “Letti da rifare 60. Effetto wow”

  1. Catalina Echevarría Navarro ha detto:

    Ciao Alessandro,
    Sono professoressa di all’Università Panamericana, alla Città del Messico. I miei corsi sono umanistiche, -filosofiche e teologiche- e i miei gruppi sono di diversi carriere. Oggi, all’ultima lezione, ho mostrato a uno di miei gruppi un video di una presentazione che hai fatto al Centro Universitario Villanueva a Madrid, settembre scorso. Alla fine, uno dei miei studenti mi ha detto se non sarebbe possibile che tu sii venuto qui al Messico. Vorrei chiederti, soltanto per sapere, con chi potrei parlare di questa possibilità, quali sono le tue condizioni, ecc.

    Un’altra cosa, un po’ pratica: sono suscrita al tuo blog. Seguo i “letti da rifare”, ma il formato con qui li ricevo per mail non è così facile da leggere sul cellulare… Non hai pensato di pubblicarli tutti insieme?

    Grazie in anticipo per la tua attenzione, e grazie tante per il tuo lavoro! E… Scusa il mio italiano.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Gentilissima Catalina,
      grazie per le tue parole. Al momento non è possibile venire in Messico, ma spero in futuro di riuscire a venire. Per i post del blog io consiglio di leggerli direttamente dal sito, che è ottimizzato per mobile. Comunque prima o poi saranno pubblicati in un libro. Grazie a te e buon lavoro. A.

  2. Caro Alessandro,

    Un aspetto molto bello del tuo scrivere così profondo, è proprio lo scavare il mistero di questa umanità così difficile, così variegata. Solo una piccola riflessione personale: penso che ci siano “mali” e”mali”, che ci siano cose gravi e cose lievi. E penso che sia molto difficile per molte persone, anche quando il male è piccolo ed è soltanto un’ombra e magari non voluto..il ‘chiedere scusa’, ma anche dire semplicemente un ‘grazie’, ecc..tante volte, per tante persone, sono difficili pure queste piccole coraggiose parole. Anzi, per tante persone è difficile pure parlare. E si preferisce il silenzio. Evitare. L’indifferenza.
    Io amo anche il silenzio, può essere positivo, ma non è la risoluzione di tutto.
    Il perdono forse, sì. In tutti i campi della vita perdonare e perdonarsi è davvero molto. Probabilmente tutti possiamo avere un piccolo senso di colpa, nella vita. Siamo umani.
    Ma parlare alle persone è importante quanto perdonare o perdonarsi.
    E forse, con il dialogo, non saprei, ci sarebbero magari più luci e meno ombre.

    Con poesia,
    Adua

  3. Carlo Bortolozzo ha detto:

    Ciao Alessandro, dopo la lettura del tuo ultimo “Letto da rifare”, mi permetto di segnalarti due grandi romanzi sulla colpa e sulla responsabilità: “L’uomo che voleva essere colpevole “ di Stangerup, e “I nostri atti ci seguono “ di Bourget, Carlo

  4. Maria Rosaria Del Medico ha detto:

    “Sacco 5P” è uno dei complementi al suo scritto.
    Nell’usura delle trame, i rattoppi pesanti dei buchi, i fili di sutura forti a reggere i lembi di lacerazioni impossibili da nascondere lasciano intravedere un interno: il rossore soffocato di un essere che resiste nonostante tutto e cerca respiro in una lancia di celeste chiarore.
    Un vero azzardo provare a dire qualcosa su contenuti così carichi di significati.
    In maniera sempre originale, prendendo spunto da qualcosa di artisticamente stimolante e lavorando senza risparmiarsi, lei porta il ragionamento su questioni importanti e delicatissime da sempre, trovando il modo di coniugarle al presente.
    Una settimana non può bastare per meditare su: bene e male, perdono e “Padre nostro”.
    Non siamo più abituati a fare l’esame di coscienza, fatichiamo a trovare i nostri peccati e non sentiamo il bisogno di confessarci perché ci autoassolviamo. Come scoprire il male commesso se non si sa più qual è la giusta misura, dov’è il confine da non superare?
    E’ probabile che nell’elenco da stilare metteremo solo i mali che riteniamo di aver subito perché tendiamo a vedere la cattiveria fuori di noi illudendoci di deresponsabilizzarci . Intanto però inciampiamo continuamente con ciò che la nostra morale ci riporta, senza il nostro permesso, sempre davanti, spingendoci ad un confronto obbligato con il lato che meno ci piace e meno conosciamo della nostra personalità.
    E’ anche vero però che eventi imprevedibili ci possono assalire a tutte le età procurandoci esperienze traumatiche che ci rubano energia e che inevitabilmente modificano il nostro percorso di vita.
    Il perdonare ( se stessi e/o gli altri) non può essere un atto immediato, è una operazione di raccoglimento su se stessi che esige tempi lunghi. Si tratta di decidere se siamo disposti ad un nuovo incontro con chi ci ha provocato ferite profonde che non cessano di sanguinare oppure se la fiducia si è irreversibilmente spezzata. Stiamo parlando non di perdonare uno sgarbo, un torto di poco conto ma di qualcosa di irragionevole e inespiabile ai nostri occhi che ha sottratto dignità alla nostra persona e il passo da fare ci appare perciò impossibile. L’offesa subita lascia un eccesso di presenza da cui si può prendere le distanze solo rinunciando all’amor proprio e si è raggiunti dalla “Grazia” che dona un’impensabile forza e agisce senza costringerci, quasi senza perché; se siamo in grado di accoglierla e la lasciamo sgorgare essa ci calmerà e ci darà uno sguardo nuovo sulle cose, un senso di sicurezza e di raggiungimento di un valore che diventerà nutrimento di vita.
    Le stringo la mano.
    M.R D.M.

  5. Allebasi ha detto:

    Una vita levigata?
    No, non mi piacerebbe.
    Credo che il sale della vita siano proprio le contraddizioni, gli ostacoli da affrontare , le peripezie da superare, le ferite e i nostri demoni interiori da fronteggiare.
    Non amo la sofferenza, soprattutto quando si fa acuta, ma una vita senza di essa sarebbe artificiale.
    Una vita levigata è artificiale e superficiale.
    È per questo che le opere di Koons mi possono piacere dal punto di vista fisico (vedere la mostra non mi dispiacerebbe), giammai metafisico.
    Le persone e le cose “spigolose” mi piacciono, hanno un gradiente di mistero che le persone e le cose lineari, lisce non possiedono.
    Se dovessi vedere le opere di Koons dal punto di vista metafisico mi sembrerebbero solo inquietanti.
    Il male esiste ed è un’entità piuttosto ingombrante, non si può nascondere. Ma sarebbe sbagliato tenerlo presente estremizzandolo, perdendo di vista tutto il resto e sarebbe sbagliato farsi paralizzare dai sensi di colpa. Essi sono costruttivi solo se danno origine a una “metanoia”, cioè ad un cambiamento di prospettiva, di sguardo.
    Altrimenti sono distruttivi perché ci bloccano, paralizzano le nostre energie ri-pensando e rimuginando quello che abbiamo già fatto di sbagliato, senza pensare alle cose buone che potremmo ancora fare per “ri-scattarci”.
    Il perdono è una manna del cielo ed è il fondamento del cristianesimo. Deve, però, essere un perdono autentico, offerto per convinzione e non per convenzione!

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