11 marzo 2026

Ultimo banco 279. Il codice non è segreto

In questi momenti di sconforto per lo scenario mondiale, vado spesso in balcone dove mia moglie ha voluto due camelie, una dai fiori bianchi e una dai fiori rosa. Durante l’anno sembrano tacere, ma quando si avvicina la primavera decine di fiori intonano un coro di perfezione armonica che ipnotizza e dimostra che il miracolo del mondo sopravviverà a chi crede di poterlo sottomettere. La disposizione della corolla, ordinata secondo la sequenza aurea di Fibonacci, portò i giardinieri orientali (è in Oriente che la camelia ha origine) a ritenerlo un fiore «progettato», come se un dio ne avesse pensato e nascosto l’architettura nel seme.

La bellezza non ha ragioni ma dà ragioni, non ha senso ma dà senso e risveglia i sensi, soprattutto quando si ottundono, ci ricorda, senza forzature, che la vita è un dono gratuito, un tesoro che a noi è chiesto di custodire e ampliare. Fissando più volte uno di questi fiori bianchi mi sono chiesto come riesca a rinnovare la speranza che mi serve per l’impegno quotidiano (a scuola, nei libri, a teatro…) in questi tempi di disperazione bellica in cui le parole sembrano inutili e servono solo a mentire e sottomettere. Deve esserci un codice della vita capace di ri-creare noi stessi e il mondo, quando sembra che tutto sia sul baratro e l’uomo sia il peggior nemico di se stesso. Qual è questo codice? È segreto?

Chi al mattino o al pomeriggio sorseggia un tè forse non sa che di fatto beve una camelia. La pianta da cui si ricava la bevanda è infatti la «Camellia sinensis», originaria dell’Asia orientale («sinensis» indica la Cina) dalle cui foglie, in base alla lavorazione (ossidazione, essiccazione e arrotolamento), si ottengono i diversi tipi di tè: verde (non ossidate), nero (ossidate), oolong (parzialmente ossidate), bianco (ossidazione di gemme e foglie giovani)… Insomma la pianta del tè è della stessa famiglia di quella che orna giardini e balconi (con la quale però non conviene fare infusi…).

La leggenda narra che mentre Shennong, dio-imperatore cinese di agricoltura e medicina, faceva bollire dell’acqua in una pentola, il vento vi fece cadere alcune foglie, che dorarono e profumarono l’acqua. L’infuso, amaro ma dissetante, rinvigorì il corpo e rischiarò la mente di Shennong che ne tramandò l’uso: erano foglie di camelia. Si tratta del mito fondativo delle botaniche contenute nel Classico sulle radici di erbe del Contadino Divino, un trattato scritto tra il 300 e il 200 a.C. Per questo quella del tè è una cerimonia, un rito fisico e spirituale che ha lo scopo dei riti: riunirci al sacro, ciò che dà fondamento alle nostre vite stabilizzando il tempo.

Ma la storia continua. Molte delle virtù delle piante orientali a noi occidentali sono giunte grazie a un gesuita, botanico e farmacista di origine ceca, in missione nelle Filippine nel XVII secolo. Si chiamava Georg Josef Kamel (1661-1706), e Linneo, inventore del metodo di catalogazione doppia di piante e animali, in suo onore cambiò il nome dato in origine alla pianta (Teacea, pianta del tè) in Camellia sinensis dal cognome latino (Camellus) del gesuita. L’Unesco ne ha celebrato i trecento anni dalla morte nel 2006 (quest’anno 320 il 2 maggio) proprio per i suoi meriti scientifici e umani: nel 1688 aprì la prima farmacia a Manila, dove i medicinali erano gratuiti per i poveri.

Più tardi in Europa il fiore divenne simbolo di eleganza, raffinatezza e amore romantico, grazie al famoso romanzo del 1848 di Alexandre Dumas (figlio dell’omonimo padre e autore del Conte di Montecristo), La signora delle Camelie, che racconta l’amore impossibile tra la cortigiana parigina Marguerite Gautier, che indossava una camelia bianca quando era libera e rossa se non lo era, e il giovane Armand Duval (nome travestito dell’autore che si ispira alla vicenda personale). I due si innamorano e vorrebbero sposarsi, ma il padre di Armand costringe Marguerite a lasciarlo per difendere l’onore della famiglia. Il ragazzo si crede tradito, e da qui l’appassionante e tragica storia d’amore che è anche alla base della Traviata di Verdi.

Ma torniamo in Oriente. Questo fiore, a differenza di altri che ci incantano, non appassisce petalo dopo petalo, ma cade all’improvviso, per intero, come cantano molti haiku(poesie di tre versi) della tradizione giapponese, come quello del poeta di primo Novecento Kawahigashi Hekigotō che descrive perfettamente la fragilità di tutte le cose: «Cadono entrambe/ una camelia rossa,/ una camelia bianca». In Giappone il nome del fiore (tsubaki) combina il segno dell’albero e quello della primavera, ed è infatti diventato il simbolo della fragile bellezza della vita che, seppur soggetta al destino, mantiene eleganza, integrità e dignità anche nel finire, come nell’etica ed estetica dei samurai. Tsubaki è anche un raffinato nome femminile (da noi corrisponderebbe a Rosa) e un olio tradizionale per idratare la pelle e rendere i capelli lucenti. Più la inseguo, più la storia della pianta diventa inesauribile: la camelia non è solo una camelia, ma un modo di guardare e fare la vita.

Un’etica descritta, già 700 anni fa, dal grande poeta e mistico persiano Rumi (il Dante mediorientale) in una poesia di cui Kader Abdolah – scrittore iraniano rifugiato in Olanda dopo essere stato perseguitato sia dal regime dello scià sia da quello di Khomeini – ha offerto una nuova traduzione nel bel recente libro Quello che cerchi sta cercando te, che sto leggendo per conoscere meglio l’Iran e che è dedicato al poeta del XIII secolo – la storia si ripete – fuggito dalla sua terra a causa del distruttore Gengis Khan: «Quando inseguo le cose che penso di volere/ i miei giorni sono un focolaio di ansia e inquietudine./ Ma quando me ne sto nel mio posto tranquillo/ ciò di cui ho bisogno viene a me in tutta calma e senza sforzo./ Ho capito che ciò che voglio, vuole me./ E che anch’esso mi cerca./ È un codice di vita,/ ma solo per chi presta ascolto a questo segreto». La poesia, intitolata Il codice, ha 700 anni e sembra scritta oggi, anzi domani, perché appartiene al per sempre.

Quel codice per me in questi giorni è scritto in una sola pianta la cui bellezza e virtù hanno generato nei secoli, con la collaborazione umana, cure, bevande, legami, riti, medicine, storie, cosmetici, poesie… collegando uomini e donne di culture e tempi diversi. Quando la guerra sarà finita, ancora una volta dovremo ritornare a ciò che abbiamo sempre avuto e disprezzato. E le camelie saranno lì, con il loro codice secreto (con la «c», participio di secernere), il codice della vita: custodisci e fai crescere, vivi e lotta perché gli altri vivano.

Corriere della Sera, 9 marzo 2026 – Link all’articolo e ai precedenti

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