6 aprile 2026

Tutto è compiuto

All’ingresso dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto» (letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato sprecato, sono felice»). E mentre noi di fronte alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un inizio, come l’artista di fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato. Fede o no, l’uomo sulla croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo.

Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è il culmine della bellezza? O Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei dipinti?

Trovo risposta nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì, ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato, slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela bianca, un bambino sporco, un malato solo… E così la «passione», che in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue: «Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno prima l’uomo sulla croce. Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio, decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita.

Tutto è compiuto significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione» a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare i propri carnefici.

Questo è il capolavoro, quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato, visibile, reale. Vedendo un crocifisso non si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta qualcosa che supera l’uomo. Ecco perché questo è il culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore, l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario, testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami? Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire?Quando testa e cuore, verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a nessuno. Danno, non prendono.

Per questo amo un crocifisso ligneo del 1600 senza braccia, che arricchisce una chiesetta che visito prima di entrare a scuola, ritrovato tra le macerie di un deposito e restaurato senza aggiungere nuove braccia al posto di quelle perdute: tutte le volte che lo vedo chiedo di affrontare la giornata in modo verticale, allineato, e essere quelle braccia e mani per chi incontrerò e per quel che posso. Non ho mai trovato un simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa: unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo, dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e morte, dolore e gioia… Questo è il capolavoro della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono, allora posso andare incontro alla vita senza paura.

Ne ho in mente un esempio concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni ‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”. Sorride ripensando al professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli, sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”. Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa). Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche: 2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura.

Questo potrebbe far pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri, come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza, pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo. Abbiamo paura di amare ed essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover sacrificare tutto. Fermo sul legno della croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo cos’è la vera libertà. Donaci il coraggio di dare tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia “Tutto è compiuto”».

Buona Pasqua!

Corriere della Sera, 5 aprile 2026 – Link all’articolo 

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