18 settembre 2018

Letti da rifare 26. Ridateci la maturità

Risultati immagini per enrico v branagh«Prof, come sarà la nuova maturità?». È stata questa la prima domanda dei miei studenti, nella prima ora di lezione in quinta. «Ci sarà la terza prova? I crediti verranno ricalcolati? E la tesina?». Domande inevitabili, alle quali ho dovuto rispondere — non senza imbarazzo — con il solito triste adagio: aspettiamo. Tutti sanno che quest’anno la maturità cambierà, ma nessuno sa esattamente come: chi ha costruito per tempo i propri obiettivi didattici sarà probabilmente costretto a rivederli alla luce delle direttive ministeriali. Come se non bastasse, l’assegnazione delle cattedre è incompleta, tante sono le classi scoperte e i colleghi in attesa. In molte città anche le aule sono insufficienti. Alcuni ragazzi, a Pistoia, a causa dell’inagibilità dei locali scolastici, stanno lottando per fare i turni pomeridiani pur di far partire l’anno. In una scuola di Napoli professori e alunni sono stati spediti al mare per permettere la rotazione delle classi, il cui numero è superiore alle aule. È una malattia endemica del Paese: non pensare alle cose «per tempo». Ma torniamo alla mia quinta.

Comincio con un appello lento, nome per nome. Guardo il loro volto abbronzato per coglierne piccole o grandi trasformazioni, e chiedo a ciascuno di raccontare «la cosa più felice» delle vacanze. Una sola. So dove voglio arrivare e ho bisogno dei loro ricordi. Di solito i racconti felici, estivi e non solo, si collocano in due territori paralleli dell’anima. Il primo riguarda le scoperte personali relative ad attitudini e passioni, e quindi al futuro: «Ho passato due settimane in una scuola americana, affiancando le maestre nell’attività didattica», «Sono riuscito a fotografare Marte come non si riusciva da tempo, perché quest’estate era particolarmente visibile»… Il secondo ha a che fare con la condivisione: «Un viaggio a Londra con la mia migliore amica», «Una nottata di chiacchiere fino all’alba»… Tutto ciò che hanno detto era in linea con la parola che avrei definito in quella lezione: «maturo». Amo restaurare le parole con le crepe, prima che vadano in frantumi.

Sono però partito dalla parola «felicità», dicendo loro che è sinonimo di maturo. Non ci credevano. «Felix», in latino, indicava semplicemente l’albero che dà frutto (la radice è la stessa di fecondo): «arbor felix» era per il contadino l’albero che porta frutti buoni, pronti per essere imbanditi in tavola o usati per nuove seminagioni. L’albero felice è l’albero fertile, nutre e dà altre piante. La parola «felice» occupa la prima pagina dei libri di psicologia come motore della vita umana. E, a conti fatti, i due ambiti che consentono di definirci felici sono la costruzione di relazioni autentiche con gli altri e la realizzazione della proprie attitudini nella vita, non solo professionale. I due aspetti, in continua crescita se non si vuole che la vita si fermi e invecchi, sono proprio i due territori della «felicità» dei racconti estivi. Uno di loro mi ha chiesto quale fosse stata per me la cosa più felice, e ho raccontato i giorni trascorsi al mare con i miei familiari, riposando, chiacchierando, leggendo, scrivendo… Ero stato felice perché avevo tutto quello che serve ad esserlo: potevo tranquillamente prescindere da ciò che durante l’anno sembra imprescindibile: internet, tv, telefono… Amiamo la nostra condizione estiva perché ci permette di abitare proprio i due territori capaci di renderci felici, cioè fecondi: relazioni e vocazioni.

A questo punto era venuto il momento di passare al termine «maturo», perché l’albero felice dà frutti maturi, né acerbi né marci. La parola maturo ha una storia affascinante, ed è l’orizzonte che presento ai miei studenti per liberarli dall’ansia dell’esame e aiutarli a concentrarsi sull’essenziale che servirà ad affrontarlo, indipendentemente dal risultato. Maturo è imparentato con: mattutino, (do)mani, mese… parole derivanti da una radice che indicava il misurare e si utilizzava per le cose del grande misuratore: il tempo. Per questo maturo indica propriamente: «ciò che arriva a tempo, di buon’ora, e quindi a perfezione, a compimento, detto soprattutto di frutti o messi, nel giusto accordo con le stagioni».

La storia della parola ci obbliga a spostare la nostra attenzione dalla statica (maturità) alla dinamica vitale (maturazione). Chi è maturo? Colui che arriva per tempo, quindi la maturazione non è compatibile con la pigrizia o con la fretta: i frutti maturano nella stagione giusta e nelle precedenti si preparano; maturo è colui che arriva a compimento, quindi bisogna aver chiaro quali aspetti della propria persona occorre curare perché diano il frutto atteso; maturo è colui che sa misurare i fenomeni, ed è quindi capace di affrontare la realtà a partire da una presa di posizione «radicata» — senza radicalismo — sul mondo, per non lasciarsi trasportare dai venti emotivi e nei luoghi comuni. Maturo, insomma, è chi misura e si misura con la realtà. Per questo ho ripreso le parole con cui Enrico V, nell’omonima opera shakespeariana, incita i soldati. Le condizioni sono avverse, i nemici molto più numerosi. Il re Enrico vince la loro paura ribadendo che non vuole un solo uomo in più, perché la vittoria è da un’altra parte: «Quando l’anima è pronta, lo sono anche le cose». Per me è il motto per l’anno della maturazione e della maturità, l’opposto di chi ci dice di affrontare le cose solo quando siamo sicuri di poter avere successo: «quando le cose sono pronte allora l’anima lo sarà». È questo l’alibi che imprigiona il senso dell’avventura proprio del giovane, la cui maturazione può avvenire solo con il coraggio di uscire da se stesso e rischiare la vita, affrontando il vuoto che ogni scelta comporta: «avventura» viene da ad-ventura, le cose che accadranno, per le nostre scelte, senza che possiamo controllarne l’esito. Abbiamo barattato l’avventura con l’ossessione per la «sicurezza», fonte di paura che porta a rifugiarsi in copioni dettati da altri, pur di non fallire. Così il successo (risultato) ha sostituito il processo (vita): ci si impegna per qualcosa se è facile, comodo o garantito. Esattamente il contrario di ciò che fa il seme per maturare, cioè uscire da sé, per dare un giorno i frutti scritti nel suo stesso innato dinamismo.

Il corpo e il cervello di un adolescente condividono questo slancio, che si esaurisce attorno ai 20 anni. L’espansione del cervello adolescenziale è simile a quella di un bambino da 0 a 6 anni, una spugna di esperienze ma con la differenza degli effetti reali delle proprie azioni, non più controllate dai genitori. La natura, che non fa nulla a caso, ha dotato l’adolescente di tale energia per farlo uscire dall’inerzia infantile. La scelta di lasciare casa, inaugurare un lavoro, costruire un proprio nucleo familiare, è frutto della spinta naturale a dar vita al nuovo, vincendo la seduzione della sicurezza che preferisce im-plorare (piangere perché la realtà non ci soddisfa) a es-plorare (misurarsi con la realtà facendo scelte coraggiose). Maturo è chi lascia casa per inaugurarne una propria. Imbandisce i suoi doni per altri e dà nuovi frutti in nuove generazioni. Può farlo se ha colto, nella stagione di preparazione, quale novità è venuto a introdurre nel mondo, sviluppando le risorse che ha già. La maturità è uno degli ultimi riti di passaggio rimasti a segnalare la necessità di una svolta vitale. Gli educatori sono quindi giardinieri che mettono il seme in condizione di fruttificare, e poi potano, non per mortificare, ma per concentrare la linfa, che un giorno renderà «felix» l’albero: fecondo. Tante crisi di felicità sono crisi di infecondità esistenziale.

Ho detto ai ragazzi che la maturità potranno ottenerla tutte le volte che aggiungeranno una gemma che, a suo tempo, darà frutto, sia nella vocazione professionale (astrofisica per il ragazzo di Marte, educazione per la ragazza della scuola?) sia nella cura di relazioni sane, allontanando quelle che avvelenano e scegliendo, in modo molto accurato, amori, amici e maestri. Soltanto così potranno essere felici e rendere altri felici, dare frutto in un Paese in cui la maturità la dovrebbe affrontare, purtroppo, il sistema scolastico: un sistema non a tempo, incapace di realizzare l’originalità di un giovane, che non è eccentricità, ma esplosiva tensione al compimento di ciò che, in lui, è originario e ancora potenziale.

Il letto da rifare oggi è nei versi della poesia «Un’adolescente» del nobel Wislawa Szymborska. La poetessa 86enne immagina di incontrare se stessa 16enne. Non hanno in comune neanche una cellula, tutto è cambiato. Eppure c’è qualcosa che dà continuità: la stessa passione per la scrittura che allora si manifestava in poesie ancora acerbe, e una sciarpa, cucita all’uncinetto dalla madre, che ancora lei conserva. Nulla dell’essenziale è andato perduto, si è misurata con il tempo e il tempo l’ha misurata: «Sul suo modesto orologio / il tempo è ancora instabile e costa poco./Sul mio è molto più caro ed esatto». L’albero ha dato frutto, è una donna felice, perché ha portato a maturazione la sua vocazione e ha curato le relazioni essenziali. Non è invecchiata, è maturata.

Corriere della Sera, 17 settembre 2018, link all’articolo e ai precedenti

2 responses to “Letti da rifare 26. Ridateci la maturità”

  1. Silvia Oppezzo ha detto:

    Avrei voluto questa tua stessa genialità, attenzione, sensibilità, queste tue stesse parole feconde quando, lunedì e martedì sera, ho incontrato per la prima volta i miei allievi del terzo segmento del corso serale di Scienze Umane: sarò la loro coordinatrice di classe e li accompagnerò alla Maturità, una tripla sfida elettrizzante per me, dato che non ho mai fatto nessuna di queste cose. Ci siamo conosciuti: questi quindici alunni sono i pochi “sopravvissuti”, i più resistenti, tenaci, motivati, di una classe inizialmente assai più numerosa, sono adulti ma anche giovani, lavoratori o in cerca, per i quali il diploma può rappresentare una chiave per aprire nuove opportunità, una conquista e una gratificazione personale, o semplicemente “quel pezzo di carta che può sempre servire nella vita”. E poi, subito, mi hanno tempestato di domande, curiosissimi ma al tempo stesso preoccupati di come sarà l’esame, in particolare di come dovranno affrontare la prima prova: “come si scrive un saggio breve, come si fa un’analisi del testo?ci è stato spiegato, ma non ci siamo mai esercitati…”. Ho risposto, ho dato spiegazioni e consigli a riguardo; Ho cercato di rassicurarli, dicendo loro che obiettivo didattico di quest’anno è renderli in grado di affrontare queste prove, e di capire ciascuno per quale tipologia si sentono più portati; per rendere più concreti, meno nebulosi questi discorsi, li ho messi di fronte alle tracce della maturità 2018 nell’ottica del “se fosse toccato a me, di fronte a queste tracce come mi sarei comportato?”. Ma poi stamattina, leggendo il tuo “Letti da rifare”, mi sono resa conto di aver sbagliato, o meglio, di aver dimenticato qualcosa: tutta quell’ampiezza di sguardo, quella portata più ampia di umanità che le tue parole hanno dato. E così, ho deciso che dovevano proprio incontrarle queste tue parole. Inizialmente ho pensato di leggere e commentare l’articolo in classe alla prossima lezione; ma poi mi son fatta prendere dalla frenesia, dall’entusiasmo: volevo che le ricevessero subito. Così, ho inviato questo articolo sulla chat di classe, con un breve messaggio d’accompagnamento. Ho anche deciso di portarlo alla “mia” Quinta dell’Economico Sociale, la classe che ho perso, che non mi è stata riconfermata dallo scorso anno, con mio grande dispiacere; quei ragazzi con cui mi ero trovata così bene, con cui mi sembrava di aver fatto un buon cammino, quei ragazzi che, incontrandomi nei corridoi, mi salutano dicendo “peccato che non abbiamo più lei come insegnante… ci manca… non potrebbe tornare?”. Mi sembra un bell’augurio per loro, un bel modo di salutarli e di chiudere “ufficialmente” quel pezzo di strada che abbiamo percorso insieme.

    PS: qual è stata l’esperienza più felice delle mie vacanze? Ho provato a rispondere anch’io alla domanda e mi è stato facilissimo. Sono state vacanze semplici le mie: i grandi viaggi per il mondo, i trasferimenti da una località all’altra, la pluralità di esperienze eccezionali l’ho lasciata agli altri; ho seguito a distanza, tra foto e racconti in chat, i viaggi dei miei amici, con un pizzico d’invidia. Dal canto mio, mi sono accontentata di una quindicina di giorni al mare in un placido paesino della Liguria, nella casa di famiglia, con una routine semplice e fissa. Il bello, la felicità? Mia figlia: condividere con lei la gioia e lo stupore delle sue prime scoperte. Un anno e mezzo: i primi passi sulla spiaggia, sabbia ciottoli scogli indifferentemente; i “ciak ciak” sbattendo mani e piedi nell’acqua salmastra, inseguendo un pesciolino, saltando le onde tra risate e timore; la sabbia che si appiccica alle dita e può essere fastidiosa ma anche divertente, perché scavi e costruisci formine; i sassi che, buttati in acqua, producono bolle e rumore; farsi la doccia con l’innaffiatoio … Questo è stato il bello: impiastricciarmi con lei anche se lo odio, fare i bagni e le nuotate con foga per tornare resto a giocare con lei, proporle esperienze e scoperte, vedere i suoi occhi grandi, stupiti, sorridenti, felici.

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