16 marzo 2012

Onore ai maestri: c’è grande bisogno di loro

Un maestro è colui che, nella cornice di un relazione viva, risveglia in un altro essere umano forze e sogni potenziali e ancora latenti. Egli è chiamato a fare della propria unicità e del proprio intimo coltivarsi (la sua cultura) un dono al discepolo, che altrimenti non desidererà coltivare sé stesso, scoprendo chi è e che storia irripetibile è venuto a raccontare. Il maestro in sostanza è un pro-vocatore: uno che chiama l’altro ad assumere la propria vita come compito, come vocazione. Diventa te stesso, dice in ogni suo gesto e parola. Questo hanno fatto Socrate, Confucio, Cristo, Buddha, questo fanno tanti sconosciuti maestri nelle aule. Ma cosa autorizza un uomo o una donna a fare questo con un altro essere umano?

L’essere umano è un mammifero stranamente in controtendenza rispetto all’evoluzionismo. Invece di tirar fuori zanne e artigli, il cucciolo d’uomo è costretto ad un lunghissimo svezzamento senza il quale non è autosufficiente. Il bambino prima (e l’adolescente dopo) ha bisogno di essere accudito ed educato, altrimenti non sopravvive. Dovranno occuparsene la madre che lo ha generato, che instaura una relazione protettiva, come il grembo in cui lo ha custodito per nove mesi, e il padre che invece ha il compito di spingerlo ad affrontare il mondo aiutandolo a resistere e convivere con le proprie paure. Se un papà lancia in aria il bambino, la mamma impaurita chiederà di metterlo giù. La mamma lo ancora alla madre-terra, allo spazio orizzontale, il padre invece con le sue braccia forti lo lancia verso lo spazio verticale, il futuro: il bambino rimane sospeso, senza fiato, ma sa che le braccia lo aspettano di nuovo. Il padre educa il figlio all’assenza, al silenzio, alla distanza. Gli insegna la pazienza e l’attesa, mentre la madre è in contatto fisico diretto e accogliente, lo protegge dall’esterno. Abbiamo imparato ad andare in bicicletta con i nostri padri. Rimanevano distanti e ci dicevano: “Ora vai, non aver paura. Se succede qualcosa io sono qui”. La nostra mamma sarebbe invece salita sulla bici al posto nostro e ci avrebbe detto “tu stai seduto là, mangia la merenda e guarda”.

Gli insegnanti sono chiamati ad una sintesi dei due ruoli genitoriali, paterno e materno. Proteggere e sfidare, contenere e lanciare, con sapiente gradualità e studente per studente. Non tutti i docenti riescono in questo difficile compito, continuamente da riaffermare; può allora supplire l’equilibrio tra il numero di figure maschili e quello di figure femminili presenti in un consiglio di classe. Ma questo nella scuola italiana di oggi è quasi impossibile.

La prevalenza di figure femminili è un dato di fatto che ha radici semplici: quale padre può mantenere oggi una famiglia facendo l’insegnante? L’insegnamento è un mestiere di appoggio, possibile solo per chi può permetterselo in termini di impegno di ore e di stipendio. Dobbiamo forse introdurre delle quote azzurre nella scuola o basterebbe migliorare le condizioni economiche di un docente?
Questa situazione si riflette (o è il riflesso) di una prassi familiare. Sono rari i casi in cui ai colloqui con i docenti si presentano i papà, rarissimi quelli in cui ai colloqui sono presenti entrambi i genitori. Come mai? Forse l’educazione è affare di uno solo? O affare solo delle mamme?

L’assenza o marginalità dello stile maschile nell’educazione familiare e scolare non è privo di conseguenze. Le scorgo nei miei studenti: insicuri e fragili, perché a volte privi o privati della autostima che un adolescente interiorizza grazie soprattutto alla figura paterna. Per una ragazza di 14-15 anni l’uomo più importante è suo padre, non certo il fidanzato. Diventano vittime della loro emotività elevata a sistema di valutazione del reale, poco educati come sono alla tenuta, al dolore, al silenzio, alla frustrazione in vista di un obiettivo ancora lontano.

Freud ha chiarito una volta per tutte che il padre è colui che pone il limite, mentre la madre eliminerebbe ogni ostacolo sul cammino del figlio. Il padre insegna che la vita va resa sacra (sacrificata) per qualcosa o qualcuno, mentre per la madre è la vita stessa del figlio ad essere sacra. La madre dà la vita, il padre invece ricorda che c’è la morte: quindi la vita va spesa per qualcosa. Sono necessari entrambi per l’equilibrio della donna e dell’uomo in formazione.

“Questo è il dovere di un padre: abituare il figlio a comportarsi bene da sé, e non per timore degli altri. La differenza tra un padre e un padrone sta qui. Chi non ne è capace, confessi che non sa farsi obbedire dai figli”. Proprio in questi giorni sto lavorando con i miei studenti su I fratelli di Terenzio, da cui sono tratte queste parole e dalla quali (insieme ad una collega) partiremo per un approfondimento sui sistemi educativi antichi e moderni, passando per l’epocale “We don’t need no education” dei Pink Floyd. Dopo più di 30 anni da quell’urlo liberatorio, ci rendiamo conto che abbiamo sempre più bisogno di “education”, per primi gli adulti con compiti di guida e di potere, spesso troppo impegnati a perseguire il bene particolare e il profitto, per fare onore ai maestri, che hanno in custodia le donne e gli uomini del futuro, il vero bene comune di un Paese.

La Stampa, 16 marzo 2012

29 responses to “Onore ai maestri: c’è grande bisogno di loro”

  1. stefania ha detto:

    Bello quello che ho letto, anche se penso che ormai i ruoli di genere si siano sfibrati…non so se è un bene o un male, ma spesso io rischio l’ansia (una piccola ansia, con passi brevi) pur di far sfidare a mia figlia la morte…eppure sono una mamma

  2. Martina ha detto:

    Come molte delle cose che scrive, per me è tutto molto vero. Infatti io che ho avuto forti mancanze dal punto di vista educativo in famiglia, ( ho avuto una madre malata di forti problemi psichici che l’hanno portata al suicidio 4 anni fa e ho un padre totalmente inesistente per me, se non dal punto di vista economico) più di altri ho sentito questa esigenza di legarmi ai miei insegnanti e certe volte quasi di pretendere di essere educata da loro, e in questo ultimo periodo lo sento tanto… quasi alle volte mi viene da comportarmi male apposta per provocarli a guardarmi ed ad esserci per me. Perchè qualcuno ci deve essere.

  3. Marina ha detto:

    A questo proposito ti e vi segnalo i libri dello psicoanalista Claudio Risè e in particolare ” Il padre,l’assente inaccettabile ” e ” Il mestiere di padre”.
    Il tema è proprio quello della fondamentale importanza della figura paterna nell’educazione e nella formazione della personalità.

  4. Danila Pelosi ha detto:

    “Che senso ha descrivere il rosso a un cieco?”

    non sono per niente d’accordo. I ciechi sono in grado di comprendere molte più cose – colori compresi – di quanto immagina Prof.

  5. Erika ha detto:

    “L’arte di insegnare consiste tutta e soltanto nell’arte di destare la naturale curiosità delle giovani menti, con l’intento di soddisfarla in seguito. Per digerire il sapere, bisogna averlo divorato con appetito.” (Anatole France). Credo che insegnare sia un meraviglioso privilegio. Essere così parte della vita dei tuoi studenti ed esserne così responsabile, una presenza non indifferente in quanto punto di riferimento nelle scelte quotidiane e ancor più in quelle di vita fa di questo mestiere un onere e un onore. Essere un insegnante è un “labor”, una fatica quotidiana che ti porta a scorgere una scintilla di curiosità/interesse nello sguardo dei tuoi alunni, ti porta ad aggrapparti a quella scintilla, a non voler farla morire e a tentare di tutto, in ogni caso, per poter farla emergere e risplendere. Una fatica nascosta, invisibile, silenziosa, che agisce lentamente… ma quale soddisfazione poi quando quella piccola scintilla inizia ad ardere e si trasforma nel fuoco delle passioni e dei sogni, la guida migliore che si possa avere nella vita!!!

  6. Maria Angela Messina ha detto:

    Non posso che confermare la sintonia tra il mio pensiero e le tue parole. Parole chiare, semplici, ma taglienti, perche’ vanno al cuore della questione educativa. Continua cosi’, Prof! Grazie ancora per il tuo modo di essere e di comunicare.
    Maria Angela Messina

  7. Maria Rita Tarantino ha detto:

    … e poi ci sono ‘i casi speciali’ e ti assicuro che tutto, tutto, è difficile finchè non regna sovrano, finalmente, l’equilibrio!
    Sarà che i miei figli non sono nati dalla mia pancia, ma dal momento che nella loro vita precedente hanno avuto a che fare con troppe tate, troppe donne, troppe ‘femmine’, hanno cercato subito nel papà la relazione affettiva mancata e paritaria a quella della mamma, fatta di coccole, carezze, calore. Quante volte è capitato a casa mia che il papà abbia fatto ‘il mammo’ dopo una giornata di lavoro e la mamma ‘il generale’ ANCHE dopo una giornata di lavoro!!!
    E poi c’ero io docente, educatrice (anche in altri ambiti) di ragazzini molto difficili, in crisi quando riuscivo a mediare con uno studente, una studentessa, un adolescente disastrati e le loro famiglie… e poi tornando a casa dovevo vestire l’uniforme del capo branco. All’inizio è stato così, difficile per tutti, squilibrato, ma necessario e sofferto!
    Ora più cresciuti si misurano in maniera equilibrata distinguendo i ruoli così come dovrebbe essere, le ‘competenze’, fino a dirmi l’altro giorno, il più grande, che a scuola doveva accompagnarcelo il papà, c’era una questione con un compagno e un pugno subito, ingiustamente. ‘Roba da maschi’ mi ha detto.
    Sarà…
    Un abbraccio: Maria Rita
    (Tarantino, perchè ho trovato piacevolmente una mia omonima!)

  8. Monica ha detto:

    Questa descrizione del maestro come uomo che coltiva se stesso e risveglia nell’altro il medesimo desiderio mi giungono come una boccata d’aria fresca, un raggio di sole in un momento buio.
    Sono davvero stanca di sentire le cose più assurde e malvagie nei confronti degli insegnanti, per cui non esiste più il minimo rispetto, ne a livello professionale, ne umano. E ultimamente sono proprio stufa di constatare che la scuola stessa relega al margine la costruzione dell’essere e la trasmissione del sapere a favore del fare e si trasforma in qualcosa che somiglia sempre più a un’agenzia di divertimenti e sempre meno al tempio della buona cultura.
    Sante parole quelle che evocano la presenza del padre, un ruolo che pochi oggi sanno assumere e l’indolenza, l’incertezza, l’assenza di questa figura creano inevitabilmente confusione e grosse carenze nei figli. Credo sia davvero meraviglioso, quasi un miracolo, assistere all’educazione di un cucciolo d’uomo da parte di due figure con caratteristiche e compiti ben distinti ma complementari! Oggi, però, ne vedo pochi di questi miracoli e non finirò mai di chiedermi perchè, piuttosto che “perfezionarsi” nel proprio compito e amare il proprio ruolo, si cerca di assumere la funzione che invece è propria dell’altro…

  9. maria rita ha detto:

    Un saluto speciale alla mia omonima, in effetti finora non avevo trovato altre “Maria Rita” in questo blog che è sempre più ricco e attraente: un respiro dell’anima e una iniezione di fiducia per chi con i ragazzi ha a che fare per la giornata intera, a scuola e a casa. Come insegnante vorrei avere qualche collega maschio, (ma veramente maschio!)in più, non sempre riesco a portare sulle spalle entrambi i ruoli genitoriali in modo efficace. Però ci provo perché vedo ragazzi sempre più confusi e bisognosi di riferimenti, ragazzi che desiderano essere provocati per essere amati, sgridati per essere guidati, sostenuti per imparare a consistere. Certo che il nostro è davvero un mestiere complesso, ma è sempre il più bello al mondo!!!
    Un caro abbraccio al nostro più vero pro-vocatore!

  10. sergio fenizia ha detto:

    “Gli insegnanti sono chiamati ad una sintesi dei due ruoli genitoriali, paterno e materno. Proteggere e sfidare, contenere e lanciare, con sapiente gradualità e studente per studente. Non tutti i docenti riescono in questo difficile compito, continuamente da riaffermare; può allora supplire l’equilibrio tra il numero di figure maschili e quello di figure femminili presenti in un consiglio di classe.”

    Sul fatto che la “supplenza” non sempre sia necessaria, posso offrire una conferma dal mio osservatorio particolare, un consiglio di classe tutto al maschile e una classe tutta maschile. C’è un buon clima di lavoro, che probabilmente dipende anche dal fatto che ciascuno dei colleghi si sforza di coltivare in se stesso la sintesi dei due ruoli genitoriali di cui parli. Nel nostro caso è una sintesi “al maschile” che, a giudicare dai risultati che vedo, non è malaccio.

  11. enrica ha detto:

    sacrosante parole i ruoli genitoriali non esistono purtroppo quasi più e i figli sono liberi di comportarsi come credono.Manca il rispetto della figura adulta e noi insegnanti facciamo sempre più fatica a comprendere certi loro atteggiamenti e modi di essere. Coraggio proviamo a cambiare in meglio volere è potere!

  12. Patrizia Stefanelli ha detto:

    Sono un’insegnante di scuola primaria e condivido appieno quanto hai scritto nell’articolo. Grazie! Maestra Patrizia

  13. confiteor ha detto:

    Se sono tutti insegnanti quelli che hanno scritto, questo blog conferma… l’essenza femminile dell’essere insegnante oggi, in Italia.
    A parte Sergio…che ne conferma la regola.
    Però potrebbe essere derivante dal fatto che il “Prof” è un tipo che affascina…
    di fatto questo della educazione in rosa e poco azzurro, a scuola, in Italia, è un problema che investe la società.
    Perchè la funzione educativa dei prof., a volte addirittura suppletiva rispetto a quella genitoriale, riflette in parte la venuta meno del padre in detta mansione.
    Pensiamo anche al fatto, che si collega a questo, che sempre più famiglie sono separate, con il 90% dei figli affidati alla madre. Questi ragazzi rischiano di vedere un padre o un maestro, con le caratteristiche che gli sono proprie, solo da lontano o…per sentito dire.
    Questo il dato di realtà dal quale partire.
    Le soluzioni “politiche”, legate ad esempio, come diceva Ale, alla remuneratività insufficiente per il “pater familias magister” è solo una delle quaestio.
    Ma il fuoco sacro dell’ars maieutica?
    Non sono i soldi a dartelo.
    Il tema di fondo, e cioè il concetto di vocazione, essere chiamati per gli altri…l’essere “ad aliud” della persona umana (oltre che “in sé et per sé), in una cultura utilitaristica come la nostra…come la reimmettiamo nella società?
    …a voi docenti l’ardua pugna.
    Dategli sogni che si trasformino in desideri per i quali combattere e caso mai morire…anche a due soldi…per gli altri.
    Noi genitori, intanto, facciamo quel che possiamo, ma specie per chi “non ne ha”, di genitori, a voi anche questo compito suppletivo e complementare insieme.
    Confiteor (un papà…genere maschio)

    • Monica ha detto:

      Io sono molto a favore delle “quote azzurre” tra gli insegnanti. Nella mia scuola ce n’è un buon numero, si vive bene ed effettivamente in alcuni casi contribuisce all’instaurarsi dell’equilibrio!
      Riguardo lo stipendio ammetto che la remunerazione possa apparire più modesta rispetto ad altri ambiti, ma credo sia comunque possibile prediligere il discorso della passione e della vocazione…che non hanno prezzo!

  14. Silvia ha detto:

    Io non ho ricevuto niente di tutto questo.. un padre padrone che è stato pure maestro in cui io dovevo essere la prova dell’efficacia del suo insegnamento severo e autoritario.. ci vorrebbero più maestri e potenziali genitori che si interroghino continuamente sugli effetti dei loro comportamenti su bambini, che assorbono tutto dai grandi.. ed in certi casi diventano solo delle vittime inconsapevoli.

    • sergio fenizia ha detto:

      Sono d’accordo con quello che scrivi: “ci vorrebbero più maestri e potenziali genitori che si interroghino continuamente sugli effetti dei loro comportamenti”.
      Se ci si guarda indietro, il nostro lavoro di insegnante appare spesso come un continuo “aggiustare il tiro”.
      Grazie a Dio, però, accanto alla sensibilità con cui si notano i propri inevitabili errori, aumenta anche la prontezza nel porvi rimedio. E l’interrogarsi, di cui parli, resta sempre una premessa indispensabile.

  15. Santo ha detto:

    Articolo, come sempre interessantissimo. Prenderò molti spunti. In questi giorni dovrò presentare infatti il canto XV dell’Inferno, laddove Dante ricorda che il suo maestro, Brunetto Latini, gli insegnava “come l’uom s’etterna”

  16. Beatrice ha detto:

    Una caratteristica accomuna, secondo me, il ruolo del padre e della madre, pur nella loro diversità, ed è il compito di incoraggiare i figli nel coltivare qualsiasi talento dimostrino di avere, sia esso piccolo o grande. E questo è un po’ anche il dovere di ogni insegnante, uomo o donna che sia, anche e soprattutto quando quel talento fatica a venir fuori spontaneamente. E’ incredibile ciò che un essere umano è in grado di fare, quando qualcuno crede nella sua capacità di superare sé stesso. Thomas Edison non sarebbe mai diventato uno dei più grandi inventori della storia dell’umanità se sua madre non avesse creduto in lui e non avesse provveduto personalmente alla sua istruzione, quando il maestro lo definiva “confuso” e il padre stesso lo considerava uno stupido. Einstein disse: “Ogni persona è un genio. Ma, se giudichi un pesce dalla sua capacità di scalare un albero, passerà tutta la sua vita pensando di essere stupido.” E Einstein stesso è un caso emblematico di genio rimasto nascosto in giovane età, che nel suo caso era dovuto alla dislessia. Lui diceva che da bambino proprio perché ci metteva più tempo a capire le cose, le capiva meglio degli altri. Ricordo che una professoressa di psicologia una volta ha detto che se un genitore o un insegnante dice continuamente al bambino che farà qualcosa di grande, poi succede che se ne convince e lo fa davvero qualcosa di importante. Ma se sono i genitori per primi a non avere fiducia nelle potenzialità del bambino, come potrà lui da solo accrescere la propria autostima? Lo stesso vale per i maestri, a cui è affidato un compito delicatissimo, quello di formare gli Edison e gli Einstein del domani. Naturalmente le mamme sono le più prodighe nell’elargire lodi non sempre meritate ai figli, mentre i padri cadono spesso nell’errore contrario. Se lodare incondizionatamente un individuo è nocivo perché poi smetterà di credere alle nostre parole, è però altrettanto sbagliato non manifestare mai il proprio apprezzamento ai figli. Come spesso accade “In medio stat virtus”.

  17. […] ai maestri c’è grande bisogno di loro”, dice anche Alessandro D’Avenia, parte in causa in quanto docente, che così definisce il maestro: Un maestro è colui che, nella […]

  18. valentina ha detto:

    E’ più padre chi cambia un pannolino o chi protegge e sfida, contiene e lancia con sapiente gradualità ciascun studente o ragazzo con cui s’imbatte? Mi sembra che fare la spesa o cambiare il figlio può essere solo una evoluzione nei rapporti all’interno della coppia, ma educare è molto di più. Tu Ale lo indichi sempre con chiarezza, e oggi abbiamo anche quel tal Giuseppe padre semplice e uomo giusto da guardare.

  19. Massimo Caccia ha detto:

    Veramente interessante! Non hai scritto le solite banalità sull’educazione e sull’insegnamento.
    Grazie.

  20. Chiara ha detto:

    … “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
    dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
    Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
    dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”. Queste semplici parole rispecchiano i sentimenti di una madre,magari di una madre, come la mia che vede la figlia in difficoltà, perchè vede nella scuola di oggi parecchi buchi, buchi creati dagli stessi docenti,quei docenti che al termine degli esami di quinta saluterai ripensando a quanto ti hanno fatto odiare la loro materia.
    E ancora “conosco le leggi del mondo e te ne farò dono”. Molto probabilmente questa canzone di Franco Battiato non era indirizzata a ciò. Questa semplice frase secondo me rivela il segreto per una trasmissione efficace delle “cose”, dei pensieri, di una materia: UN DONO!Prima di porgere un dono ad una persona lo confezioni con la carta da regalo più bella, vuoi che abbia un bell’aspetto. Quando glie lo porgi speri di aver centrato i suoi desideri, speri che scartandolo, scoprendolo piano piano provi almeno un decimo delle emozioni provate nel prepararlo. Questo vorrei diventasse la mattinata a scuola: scartare e scoprire cosa c’è dentro una bella e curiosa confezione, restare meravigliata e stupita dalla lezione di un prof, ringraziarlo infinite volte di avermi offerto quel dono.

    Grazie per le tue parole sempre azzeccate (: … con la speranza di riceve un dono a scuola .

  21. Emanuela ha detto:

    Finalmente mi trovo (un pò) in disaccordo con quello che scrivi: la mamma che descrivi nel tuo articolo mi sa un pò di muffa, di stereotipo anni ’60, mentre il papà è un’icona idealizzata che ben raramente osservo nel mio quotidiano. Le donne oggi, le mamme sono sempre di più quelle che danno la spinta per uscire, per imparare a camminare da soli ai propri figli perchè con il mutare dei costumi hanno finalmente imparato a camminare da sole, hanno finalmente in molti casi quell’indipendenza economica che era loro negata in passato.
    Contemporaneamente vedo sempre più spesso padri allo sbando, genitori più per necessità che non per scelta, stanchi di un ruolo che non vivono pienamente.
    Ci sono tante sfumature, tanti modi di essere genitori non più legati al semplice genere sessuale di appartenenza. E’ così anche per gli insegnanti, ne conosco di ottimi e di pessimi senza distinzione di sesso.
    Comunque, è sempre un piacere leggerti e confrontarsi con te.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Cara Emanuela, grazie per il tuo punto di vista. Sono d’accordo con te in parte, ma distinguendo le parole. Credo che oggi si siano mescolati i compiti, non i ruoli. Non vedo nessun problema al papà che cambia i pannolini e alla mamma lavora. Credo invece che i ruoli, maschile e femminile, siano irrinunciabili e qualsiasi compito i genitori svolgano non rinunceranno al loro ruolo e stile. Inoltre a scuola vedo le conseguenze di una femminilità aggressiva e mascolina sulle povere figlie femmine… o di padri assenti e deboli.

  22. giovanna ha detto:

    Come è vero quello che scrivi! Io devo ammettere che spesso tra programmi e scadenze mi sento oppressa, ma nel mio piccolo provo a provocare. Mi è più facile farlo con i ragazzi che vedo il pomeriggio a casa, per le lezioni private. A tal proposito sto sperimentando la “cura D’Avenia”. Faccio leggere il tuo libro (il primo)…così passa di mano in mano, i genitori, incuriositi dal primo libro che i loro figli leggono per intero, dopo un po’ leggono anche loro e forse in verità è proprio ai genitori che voglio farlo leggere. Perchè il tuo libro parla di adulti positivi e veri, non perfetti. Sono adulti che si misurano con la paura, la vergogna, la morte, ma non si imbarazzano a mostrarsi, a raccontarsi per come sono. Sono convinta che di questo abbiano bisogno i ragazzi, la fiducia può nascere solo se qualcuno mi dona la sua storia, errori compresi, e così mi aiuta a capire la mia. Perciò io provo a raccontarmi ai ragazzi, sperando che dalle mie fatiche e dalle mie incertezze nascano le certezze di qualcun’altro. Così è successo a me…quando mia madre mi ha raccontato la mia nascita, la mia storia, quanto sono stata voluta. Grazie di tutto ciò che fai.

  23. elisa ha detto:

    anche io ho avuto forti mancanze affettive a partire da bambina e a pensarci il comportamento dei genitori descritto è molto lontano da quello che ho vissuto io con la mia famiglia. Mi piacerebbe leggere qualcosa di specifico proprio sulla figura della madre…

  24. Angela ha detto:

    Bello… sopratutto all’inizio quando parli dell’insegnante… mi sono commossa… :’)

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