22 marzo 2012

Trincea o giardino? Insegnare non è fare la guerra.

Alla mia frammentaria opinione (trattandosi di intervista) sulla crisi del liceo classico, un docente milanese ha replicato con una interessante lettera che riporto qui sotto, alla quale ho risposto a mia volta. Qualcosa si muove: non ho certezze, cerco solo di trovare strade migliori, che stanno dando risultati migliori.

***

Caro prof. D’Avenia,
tranne le consuete universali eccezioni, penso proprio che non sia come dice lei. I prof. del classico sono rimasti gli ultimi a credere in quello che insegnano, perch´ hanno sperimentato gli studi umanistici e ne hanno apprezzato già la ricchezza e la bellezza.
I ragazzi di terza media non sanno che cosa sia il classico. Gli adulti che nonlo hanno frequentato nemmeno. Sanno però che è difficile e che il latino e il greco non servono a trovare un lavoro. Non ci riesce un corso di specializzazione, figuriamoci il greco.

Una volta il classico poteva andar bene, adesso il mondo è cambiato. Serve l’inglese e l’informatica. Servono le sperimentazioni. Gli studenti si affacciano sempre più titubanti al liceo, le cuffie nelle orecchie e la concentrazione della durata di una canzone. Dopo un’estate di sacrosanto riposo entrano al ginnasio ben accolti da 9 ore tra greco e latino, esattamente come trent’anni fa; di lì a tre mesi devono aver memorizzato quanto il Pico in persona avrebbe faticato tra elenchi di vocaboli, regole, declinazioni, verbi regolari e contratti… e magari qualcuno fa fatica e rischia anche la bocciatura… ci manca solo che uno venga bocciato studiando due materie inutili… caro mio, meglio lo scientifico, poi te lo consiglio io qualche libro da leggere a casa. Il greco e il latino ti formeranno pure la mente, però che non ti rimandino. E tu, visto che faccio tutto io, potresti andarci a parlare una volta con il prof. di tuo figlio e chiederglielo se rischia l’anno. Se no lo portiamo via…
L’insegnante spende se stesso per trasmetterla questa bellezza, che è antica e pura così come si sprigiona dalle parole che la custodiscono, che è aspra e affascinante… e i ragazzi ti guardano sinceri come sono e ti apprezzano per questa passione e forse apprezzano anche la lingua, ma fuori da quel mondo magico che è la classe altri più seducenti «valori» assediano i nostri ragazzi. Ben altre considerazioni fanno i genitori.
Tu insegnante, ti credo, sacrifichi polmoni e cuore e cerchi di fare breccia, di far passare sostanza, alimenti per la vita, ma hai pochissimi alleati, nessuno ti dirà vedo che mia figlia fa fatica ma sta crescendo e quello che fa è importante e bello, a prescindere da mia figlia stessa.
Oggi il prof. di lettere è un uomo solo e un soldato di trincea. Lo salvo, al cento per cento. Se poi il messaggio è che non siamo tutti come il prof. D’Avenia, su questo penso che siamo tutti d’accordo.
Cordialmente
Vincenzo Sibillo, Liceo Classico Leone XIII – Milano

***

Caro Vincenzo Sibillo,
mi attengo al registro del «lei», anche se tra colleghi è normale darsi del tu, ma credo che lei lo abbia fatto per mantenere la distanza dal «pericoloso» D’Avenia, che è solo un insegnante di 34 anni, con le lotte e le difficoltà di tutti gli insegnanti, e delle idee.

La ringrazio per la lettera che è giunta come gradita conferma di ciò che dicevo nell’intervista sulla crisi del classico, proponendo una piccola riforma, a partire dai professori. Su questo lei purtroppo sorvola, limitandosi a incasellarmi in una specie di fenomeno paranormale: «se poi il messaggio è che non siamo tutti come il prof. D’Avenia, su questo penso che siamo tutti d’accordo». Troppo comodo. Lei dice che oggi il professore di lettere (classiche in particolare) «è un uomo solo e un soldato di trincea».

Mi spiace, ma io non mi sento in guerra con nessuno e se lei lo è le auguro finisca presto: nessuno sta bene in trincea. Io sono in bella compagnia degli autori che studio e insegno, non ho nemici che, dal contenuto della sua lettera, immagino siano i ragazzi (e i genitori dietro di loro). Il paragone che usa però è illuminante: proprio questo è il problema, molti oggi nella scuola si sentono in trincea. E lo capisco. La scuola è diventata una guerra, ma se c’è una cosa che dobbiamo cambiare è proprio questa. La scuola è una relazione tra genitori, docenti e studenti, alleati verso un fine comune: l’educazione armonica degli stessi studenti, docenti, genitori, in un rapporto che se curato, anche con fatica, porta tutti a crescere. Come mai invece tutti si fanno la guerra? Non sarà che non stiamo curando quella relazione come sarebbe necessario?

Un maestro è colui che risveglia in un altro essere umano forze e sogni potenziali e ancora latenti. Egli è chiamato a fare della propria unicità e del proprio intimo coltivarsi (la sua cultura) un dono al discepolo, che altrimenti non desidererà coltivare sé stesso, scoprendo chi è e che storia irripetibile è venuto a raccontare. Il maestro in sostanza è
un pro-vocatore: uno che chiama l’altro ad assumere la propria vita come compito, come vocazione. Io non sono in trincea, non mi nascondo sottoterra, ma lavoro la terra. Mi sento invece un giardiniere che si prende cura delle sue piante, le difende e le aiuta a crescere dritte verso la luce per mettere radici più profonde. La cultura è il concime, l’acqua e le cure perché il seme dia frutto. Inoltre non sono per niente «solo» come dice lei di sentirsi.

Faccio parte di una comunità che per un ragazzo è, dopo la famiglia (se c’è), il primo esempio di una comunità in ricerca della verità in un’armonia di intenti da conquistare con fatica e sudore quotidiani, («Conosci te stesso», «Diventa ciò che sei», dicevano quei Greci che lei ben conosce). Ho colleghi con cui collaboro e cerco di costruire progetti e ideare strategie che aiutino i ragazzi a fare esperienza di quei valori perenni (non «antichi» come li definisce lei), che il mondo classico ci ha lasciato, facendo uso di strumenti nuovi, alla portata dei ragazzi, senza per questo banalizzare ciò che trasmetto. Non sono un insegnante straordinario, ma uno che cerca di fare bene il proprio lavoro, perché lo ama, come lei. E il nostro lavoro si svolge su tre fronti: amare e conoscere la propria materia, amare e conoscere i ragazzi a cui dobbiamo insegnarla, amare e conoscere come insegnare quella materia a quei ragazzi.

Crediamo forse che il mondo classico, solo perché tale, li debba affascinare? Siamo noi invece testimoni che riescono ad animare le loro vite, proprio perché la nostra vita è animata da ciò che studiamo. Se ciò non accade è perché non apriamo i canali giusti perché quella esperienza che ha cambiato e cambia noi ogni giorno cambi anche loro. Occorre lavorare sul «come». Per questo propongo di far studiare il latino sin dalla prima media, come ha fatto mio padre e i miei alunni non sono diventati più scemi di lui (è la scuola che è rimasta la stessa). Ho colleghi bravissimi, di ogni età, che riescono a fare appassionare alla lingua greca e latina con il metodo natura, come fosse l’inglese (cosa che a me non convince del tutto).
Ho una collega che al ginnasio ha fatto mettere in scena le Baccanti ai suoi ragazzi insieme ad un’insegnante di teatro. Quale ginnasiale legge le Baccanti a 15 anni? Io ormai da qualche tempo faccio leggere l’Odissea per intero al primo anno delle superiori (anche ai ragazzi dello scientifico). Quando ho insegnato alle medie ho introdotto la lettura integrale dell’Eneide in prima media: Eneide “integrale”. Si tratta di trovare i modi adatti all’età dei ragazzi, senza risparmiare loro nessuna fatica. Per amore si è disposti a faticare, per semplice dovere no. I ragazzi dopo qualche settimana chiedevano di fare «più Eneide».

Non credo più alle requisitorie contro l’ipod. Lo uso anche io, spesso esagerando come i miei alunni. Tutto dipende dal mettersi a tavolino con altri colleghi, anche quelli delle medie e delle elementari e capire come adattare ciò che è perenne alle varie fasi scolari. Fra qualche giorno andrò a parlare di Odissea ai bambini dell’asilo della mia scuola, che stanno lavorando sul poema omerico. Da lì si comincia.

Lei dice che «i prof. del classico sono rimasti gli ultimi a credere in quello che insegnano, perché hanno sperimentato gli studi umanistici e ne hanno apprezzato già la ricchezza e la bellezza». Per fortuna è così, ma aggiungo che dall’ultimo rapporto Censis risulta che «la maggioranza degli italiani è convinta che la bellezza abbia una funzione educativa. Il 70% è convinto che vivere in un posto bello aiuta a diventare persone migliori». Forse i professori del classico non sono esseri in via di estinzione e non sono così soli come pensano. Tutti i problemi che lei solleva sono veri: la difficoltà alla concentrazione, le distrazioni della musica, la percezione dell’inutilità di queste materie da parte dei ragazzi. Ma un giardiniere è tale perché trova il modo di far fiorire il giardino nelle condizioni che gli sono date.

A motivo dei libri che scrivo sono stato in decine di scuole a incontrare ragazzi e ci sono colleghi di lettere che insegnano nei tecnici e nei professionali (loro sì che sanno cosa è una trincea) che riescono a ottenere risultati eccezionali, con quel terreno, con quelle piante. Devono mettersi in gioco al 100% altrimenti non entrerebbero neanche in classe, devono pensare fuori dagli schemi, devono creare, non basta raccontare ciò che sanno e amano.

È vero i genitori a volte remano contro, ha ragione. Ma anche loro vanno coinvolti. Forse per primi. Bisogna che la scuola si allei con loro sin dalle elementari. La scuola va ripensata, riformata, cambiata. Io ho rinunciato sui tempi brevi a risposte politiche, però intanto voglio fare un lavoro che abbia senso ogni giorno e per riuscirci devo entrare in dialogo con studenti e genitori, trovare il canale aperto perché quei valori perenni afferrino i miei interlocutori e facciano percepire la necessità educativa della storia di Ulisse. Nel mio recente romanzo (“Cose che nessuno sa”), parlo continuamente dell’Odissea e moltissimi ragazzi mi scrivono che dopo aver letto il romanzo hanno comprato e letto l’Odissea e non si aspettavano che fosse così bella (e che ci volessero 12 ore per leggerla tutta e noi non lo facciamo in 5 anni di classico!). Lo ribadisco: i professori appassionati e competenti come lei e tanti altri non devono sentirsi in colpa o minacciati dalle mie proposte, io quello che propongo è il ripensamento del «come».

Se ai ragazzi tutto quello che noi abbiamo da dare non arriva, il problema non è di «sistema», ma di «persone» che ci vivono e lo alimentano. Dobbiamo fermarci e riflettere, trovare soluzioni nuove. La cultura dà frutto solo se prende tutta la persona nel suo concreto esistente, non in astratto, e i ragazzi spesso ravvisano nella vita della scuola una sorta di grande finzione.

Non Le scrivo dall’eden della scuola, ma dalle normali fatiche di un giardino difficile, da difendere giorno per giorno dagli attacchi della scirocco, della tramontana, delle cavallette e della mia pigrizia. Ma di una cosa sono sicuro: quel giardino non è la mia trincea e a lavorare in quel giardino non sono solo, altrimenti non saremmo qui a dialogare.
Buon lavoro di tutto cuore e grazie ancora per la sua lettera.

da Il Giornale, 22 marzo 2012

39 responses to “Trincea o giardino? Insegnare non è fare la guerra.”

  1. Elisa ha detto:

    L’anno scorso, quando alla sera arrivavo stremata dalla fatica e non vedevo l’ora di andare a dormire, mio figlio Paolo (7 anni) voleva assolutamente la storia prima di coricarsi. Non si accontentava di storielle qualsiasi: ogni sera ci voleva un intreccio da sceneggiatura di film! Allora io, al limite della mia capacità creativa, ho avuto un lampo di genio: sono andata a ripescare nella mia memoria liceal-classica le storie avventurose dell’Odissea e sera dopo sera le ho raccontate a mio figlio e alla sua sorellina (3 anni). Beh, erano affascinati da Ulisse, Polifemo e &! La storiella del “chi ti ha accecato?” “Nessuno!” l’avrò raccontata non so quante volte! Davvero non è mai troppo presto!

    • Prof 2.0 ha detto:

      Se solo i genitori non smettessero questa pratica del raccontare storie: da lì e solo da lì nasce la passione per la lettura.

  2. Simone ha detto:

    Se posso permettermi, senza voler “insultare” nessuno, la lettera del signor Sibillo mi sembra quella di un insegnante – credo sia un insegnante, da ciò che scrive – che è stanco.
    La prima cosa che mi viene in mente, da ex studente di liceo (sebbene linguistico e non classico) e da studente di ingegneria, è che per insegnare occorre essere creativi, bisogna sorprendere, trasmettere.
    A mio parere (non sono un professore, e non posso saperlo con certezza), per diventare insegnanti non basta essere laureati. E’ come una sorta di vocazione. Bisogna, come si dice, essere portati per fare gli insegnanti. Bisogna riuscire a capire i ragazzi che si hanno di fronte, riuscire a stimolarli sempre e in ogni occasione, far in modo che non ci sia mai un giorno nel quale vederli annoiati e stanchi. Credere che gli altri abbiano ragione a dire che alcune materie siano “morte” non fa altro che affievolire quella vocazione di cui parlavo prima. E’ sempre sbagliato fare qualcosa “tanto per farla”, e l’insegnamento non fa eccezione, anzi.
    Parlando di materie classiche, posso raccontare la mia personale esperienza. Nel mio primo anno di liceo, non ebbi nessun problema con il latino. La mia insegnante era capace di mantenere alta l’attenzione, di trasmettere i suoi insegnamenti e ciò che voleva noi sapessimo. Si studiava con piacere, i vocabolari si sfogliavano rapidi e le traduzioni si facevano scegliendo con cura i termini più appropriati.
    Giro di boa al secondo anno. Cambia l’insegnante, cambia l’andamento. Mi assumo ogni mia responsabilità a riguardo (In medio stat virtus, “et culpa” aggiungerei) ma sono sicuro che se quell’insegnante fosse stato capace di trasmettere quella passione che aveva ormai perso i risultati sarebbero stati diversi.
    Negli ultimi anni ho avuto qualche esperienza da “educatore”, ed è la cosa che personalmente si avvicina con più forza alla figura dell’insegnante. Avevo a che fare con ragazzi di prima elementare, e un giorno mi accorsi la loro attenzione aveva più o meno la “durata di una canzone”. Mi venne l’idea di trasmettere ciò che dovevo proprio attraverso una canzone, di coinvolgerli, di farli stare all’erta, attenti e facendo in modo che fossero loro a chiedermi “di più”.
    Analizzando quel “mondo moderno” che il signor Sibillo cita, quello che ruota attorno informatica e inglese, mi sorge spontanea una domanda. Perché degradare tutto il resto? Non sarebbe cosa più utile e produttiva riuscire a “fondere” o a “complementare” le due cose? Nella mia carriera da studente ho avuto la fortuna di conoscere una professoressa che ha portato avanti con noi diversi progetti sia interdisciplinari che legati allo studio della sua materia, prettamente scientifica: è stato a dir poco emozionante analizzare la Divina Commedia dal punto di vista matematico. Quel lavoro ha stimolato il mio interesse e quello dei miei compagni e ha fatto in modo che scoprissimo un modo tutto nuovo di leggere Dante.
    Allo stesso modo, è stato divertente ed interessante studiare la matematica attraverso la letteratura, utilizzando “Flatlandia” di Abbott come punto di partenza.

    La mia “tesina” per l’esame di Stato di quinto superiore riguardava il rapporto tra uomo e tecnologia, tra idee antiche e modernità: se c’è una cosa che ho imparato è che qualsiasi cosa, comprese le materie di studio e i metodi e i mezzi utilizzati per insegnare possono essere fusi e diventare sempre nuovi e più produttivi.

    L’insegnamento, a modesto parere di uno studente, dev’essere come una proposta: ogni volta che si propone qualcosa, che sia un prodotto, una gita o chissà cosa, la si arricchisce, la si abbellisce. E’ la stessa cosa che deve avvenire con la scuola: abbellire ciò che si vuole trasmettere, farne capire la bellezza, studiare nuovi modi per cui questi stessi oggetti di studio possano risultare utili, spingere i ragazzi ad ingegnarsi per far fruttare il proprio lavoro. Stare seduti su una cattedra a leggere un testo limitandosi, e sottolineo, limitandosi a parafrasarne qualche verso, è inutile: gli studenti possono farlo da soli. L’insegnante deve dar loro quello che solo lui può trasmettere, e gli studenti lo percepiranno e sapranno farne tesoro.

    Uno studente

  3. maria rita ha detto:

    “l’insegnante deve dar loro quello che solo lui può trasmettere, e gli studenti lo percepiranno e sapranno farne tesoro.” Bello, Simone, come insegnante ti do perfettamente ragione. Cerco di fare questo, sempre; non è detto che però, sempre, funzioni. Ognuno di noi ha i suoi limiti e neanche io sono Alessandro D’Avenia e per fortuna, ci mancherebbe anche questo,dover essere una copia! Se solamente lui potesse essere maestro, provocatore ecc. vorrebbe dire che la scuola oggi non può vivere… ma non è così, conosco tanti colleghi fantastici, appassionati e capaci di guidare verso la bellezza delle materie “inutili”. Smettiamola però di pensare che la scuola debba dare solo ciò che è utile!!! Questa è l’idea di una scuola noiosa, che non lascia spazio alla creatività che è una delle forze di noi italiani; evitiamo di far crescere i nostri ragazzi solo con un sapere finalizzato a… Sono d’accordo sul fatto che è giusto insegnare anche un sano pragmatismo, ma il gusto per le cose belle si trasmette a scuola, la passione si alimenta a scuola, la relazione si scopre a scuola. Mi direte: – non solo…- ok, ma metà giornata è a scuola e sui libri, quindi che questo sia vita, che sia per la vita e non unicamente per uscire dal liceo ammaestrati. Mio figlio sta frequentando l’ultimo anno del liceo classico e probabilmente sceglierà chimica all’università; avrebbe potuto fare più scienze e più matematica allo scientifico, ok, ma non avrebbe conosciuto la pienezza di una lingua che non è morta, ma è voce di valori come la democrazia e la verità e proprio quelle materie inutili lo hanno reso più capace di leggersi dentro, lo hanno reso più uomo. Io ai miei ragazzini di terza media che devono fare la scelta della scuola superiore non dico che una scuola è meglio dell’altra, oppure che devono lasciar perdere il classico: sottolineo che devono seguire la loro natura, il loro desiderio di imparare, i loro sogni e solo dopo, quando mi chiedono se sono stata contenta della mia scelta dico loro che per me il classico è stato importante e mi ha permesso di scoprire ciò che volevo essere e fare. Per un altro può essere diverso, ma non neghiamo il valore di una scuola solo perché ora prevalgono nel mondo i criteri dell’utile e del necessario. La bellezza non è necessariamente utile, ma rende felici.
    Io sono grata ad Alessandro perché dà voce ai miei pensieri di insegnante non più giovane, ma che svolge il suo lavoro con gioia in mezzo a ragazzi che le comunicano entusiasmo e vitalità e che ha bisogno a sua volta di ritrovare vigore e compagnia nelle persone che svolgono il bellissimo compito di educare, toccare con amore la vita dei giovani. Grazie, Ale: sei una continua fonte di conferma e di fiducia. Peccato che la tua iniziale proposta di incontrare “i colleghi di sogni” sia diventata irrealizzabile, ma per fortuna il tuo blog ci permette di confrontarci e di riconoscerci. Un caro abbraccio, come sempre!!!

  4. Raffaella ha detto:

    Davvero “non è mai troppo presto”, come dice la mamma qui su. Anche io ho rubacchiato a storie della Bibbia, Eneide, Odissea e Commedia per raccontare storie serotine. E non si addormentavano… Sono preoccupata che quello di maestro sia diventato un lavoro, un impiego come un altro. Medici e maestri non si può diventare per esclusione. Così come non si può diventare nulla e nessuno per esclusione. Bisognerebbe essere per passione: madri, padri, maestri, medici, infermieri o fornai, vetrai e pasticceri. Se non si è, per contingenze, avuta la fortuna di aver saputo volere c’è sempre tempo per ricominciare, uscendo dalla trincea e buttandosi a cuore aperto in campo. Ve lo assicuro. Mi piacerebbe raccontare la mia storia ma questo è il blog di un maestro più bravo di me. Buona primavera di questo anno scolastico a tutti, anche a quelli che lo stanno sfinendo in trincea, davvero.

  5. Veronica ha detto:

    Sono un’ex studentessa del liceo classico, mi sono diplomata a luglio scorso e sono al primo anno di università. Nonostante il mio rapporto con la mia scuola sia stato, tanto per restare in tema, un ‘odi et amo’, è proprio grazie a ‘lei’ che sono quella che sono: una 19enne con una discreta proprietà di linguaggio, in grado di studiare in maniera intelligente e di trovare etimologie in tutte le parole possibili e immaginabili. Non ero un’amante del greco e latino, andavo molto bene, sì ma non capivo granché lo scopo di quegli studi classici e ‘antichi’. Adesso, però, lo so e credo che la crisi attuale che l’opinione nei confronti di questa scuola secondaria sta attraversando dipenda molto da quel ‘come’ di cui parla lei prof e lo dico sulla base della mia esperienza personale. Ero brava al liceo, una di quelle che studiava tutti i giorni e si impegnava più che poteva, conseguendo risultati molto soddisfacenti, ma sono sempre stati l’inglese e l’arte le materie per le quali nutrivo un particolare interesse e una particolare passione. Perché? E’ qualcosa che nasceva da me, dalla mia natura, dal mio essere, ma anche da quel ‘come’ adottato dalle rispettive docenti: erano in grado di reinventare le loro lezioni in maniera così originale e profonda da farle volare. Mi hanno trasmesso una tale passione per le loro discipline da rendermi in grado, ancora adesso, di ricordare ogni singola spiegazione, ogni singolo particolare che usciva dalle loro bocche. Non perché studiassi tantissimo, ma perché quel ‘come’ mi invogliava a provare interesse, a farmi domande, ad andare più a fondo.
    Oltre a scusarmi per l’immenso soliloquio che è uscito fuori da quello che voleva essere un semplice commento al suo post, intendo concludere ringraziando di vero cuore tutti quegli insegnanti come lei e come le mie professoresse di arte e inglese che fanno di tutto per ‘coltivare’ noi piantine un po’ abbattute, timorose di venire alla luce e di radicarci nel terreno in cui siamo state piantate. Voglio ringraziare di cuore voi, che mettete anima e corpo nel vostro lavoro perché ci credete. Che possiate essere un esempio per tutte quelle persone, professori e non, che per codardia o forse solo per pigrizia preferiscono di gran lunga lasciare tutto com’è, perché ‘è più semplice’ e perché ‘tanto nessuno ci crede più’.
    Grazie di ♥ Prof 2.0.
    Alla prossima
    Firmato,
    una giovane studentessa fiera di aver conseguito la maturità classica.

  6. Marta ha detto:

    Studio in un Liceo Classico da cinque anni. Se al ginnasio non capivo davvero a cosa servisse imparare elenchi su elenchi di verbi e vocaboli, ora sono grata a tutti coloro che in questi anni mi hanno costretta a “studi matti e disperatissimi” e notti in bianco sui libri. E’ vero, Tacito, Seneca, Platone, Aristotele e Dante non mi aiuteranno certo a trovare un lavoro, ma senza i loro insegnamenti oggi non sarei la persona che sono diventata. Non studimo un mondo morto e pietrificato: dialoghiamo con uomini come noi, che allora come oggi si sono interrogati sul senso della vita. Sono d’accordo con lei su tutto. Complimenti come sempre. Marta (quella di Spoon River 🙂 )

  7. Cristina ha detto:

    C’è una passione dentro di noi che non può essere imbrigliata da un orario perchè eterna,
    che non può essere pagata da alcuno
    perchè non ha prezzo,
    che non può essere limitata da alcun muro
    perchè ha sete d’infinito.
    Questa passione deve scoppiare in un uomo.
    Questa passione si chiama…amore

  8. chiara ha detto:

    Il liceo classico è stata la mia scuola, una scuola che farei di nuovo oggi, una scuola che mi ha insegnato tanto, tantissimo, che mi ha dato il piacere del conoscere, la determinazione nello studio, il desiderio di leggere e approfondire..Non tutti i miei insegnanti mi hanno saputo stimolare, ma alcuni di loro si: ricordo un’insegnante di lettere che spiegando la Divina Commedia riusciva ad “accalppiare” l’attenzione di tutta la classe, perchè riusciva a rendere vive le pagine che spiegava; ricordo una insegnante di inglese che ci ha fatto amare Orwell, ricordo la mia inegnante di latino e greco che mi ha fatto amare la possibilità di “tradurre”, di capire cosa voleva dire l’autore, contestualizzando il testo, il mio insegnante di storia dell’arte che ci ha insegnato a “leggere” i quadri e a capire cosa volevano dire i loro autori. Se sono quella che sono lo devo a loro e a ciò che ho studiato. Quanto alle storie, quando i miei figli erano piccoli anche io ho “inventato” storie basandomi sulle mie reminiscenze classiche. La mitologia greca e latina è stata una delle passioni di mio figlio maggiore, che ha amato una insegnate di storia della quale diceva:” Quando spiega sembra di vivere quello che racconta!”….Per cui grazie a tutti gli insegnanti che con passione cercano di fare amare la loro materia. Io credo che ce ne siano tantissimi così ,per fortuna. Quanto al classico: un amore mai finito. Ho scritto tantissimo e mi scuso, ma mi sono fatta prendere la mano. Sorry!!

  9. elena ha detto:

    Ciao, io insegno da dieci anni in un professionale per l’agricoltura e non cambierei per niente al mondo! Ogni giorno è una sfida, ma ciò che mi fa restare sono i miei studenti che sono come i tuoi: anche loro cercano il vero, il giusto, il bello,… hanno lo stesso cuore con i medesimi desideri dei liceali. Noi abbiamo realmente il giardino e ogni giorno coltiviamo e maturiamo insieme.

  10. LO ha detto:

    Grazie prof per le tue parole, riescono a ridarmi forza, soprattutto in una giornata come oggi dove la fatica non mi ha risparmiato, dove per arrivare al cuore dei miei allievi ho dovuto percorrere una strada impervia ma alla fine sono riuscita a “strappare un sorriso” ed anche un bell’abbraccio.
    Io insegno in un centro di formazione professionale e per me non è la mia trincea, ma il mio giardino. Mi sono stati affidati a volte dei semi, altre volte dei boccioli di rose, altre volte delle piantine che sono state ammaccate dal tempo ma, comunque da innaffiare giorno per giorno con cura e attenzione e poi… aspettare che l’acqua che gli dono, insieme al sole e al calore permetta a loro di sbocciare o rinascere.
    Il nostro, è un bellissimo lavoro ma di grande responsabilità, questo dovremo sempre ricordarlo!!!!
    Grazie!

  11. Giovanni ha detto:

    Una bellissima risposta, caro prof.!
    E’ da tempo che mi interrogo sul fatto che la scuola, soprattutto quella statale tenda sempre più a “lasciare fuori”, a distaccarsi da tutto ciò che non riguarda gli studenti, ma, ora che ci penso, a distaccarsi anche dagli studenti in tutti i momenti in cui non sono presenti a scuola.
    Ovvio che questo non possa funzionare. Tuttavia l’alternativa è trovarsi di fronte genitori rompipalle, stressati, magari anche incapaci di educare…, o anche alunni con problemi tali che ti coinvolgerebbero troppo!
    In questo modo però si perdono le meravigliose possibilità che scaturirebbero da una bella e costruttiva relazione tra insegnanti (ma intendo scuola in genere) e le famiglie.
    I nostri legislatori hanno (e stanno) facendo di tutto pur di mettere un confine, un muro tra scuola e tutto il resto, per non avere problemi! Ma in questo modo si perde la fiducia in chi insegna ai nostri figli: non li si conosce abbastanza. Come si fa a fidarsi di qualcuno che ti chiude la porta in faccia?
    Ho in mente un sacco di esempi di questo continuo e apparentemente inarrestabile “blocco duro verso l’esterno”.
    A partire dalle assemblee di classe, che erano un momento in cui tutti gli insegnanti si presentavano, chiarivano i loro punti di vista, e alla fine si poteva addirittura parlare con loro!!! Non erano le assemblee con un paio di rappresentanti di classe e con il coordinatore degli insegnanti.
    Per non dire che i genitori potevano addirittura entrare nella scuola, e magari stringere la mano alla maestra, o dare una notizia particolare per quella giornata…
    Penso che ci sia un’unica possibilità di non buttare via la vita che ci è stata regalata, cioè quella di viverla di valori che ci superano, intramontabili, che noi non possiamo modificare a piacimento e che non possiamo creare ma possiamo apprendere… anche durante le lezioni a scuola!
    Infine proprio come tu dici, si può appassionare solo se si è appassionati di quello che si insegna: “amare e conoscere la propria materia, amare e conoscere i ragazzi a cui dobbiamo insegnarla, amare e conoscere come insegnare quella materia a quei ragazzi”; è proprio vero, questo metodo va tenuto presente in tutte le attività di insegnamento/educazione (compresa quella tra genitori e figli).
    Grazie Alessandro per i continui spunti di riflessione.

  12. marisa trebini ha detto:

    Caro prof, carissimo Alessandro, penso che un uomo di per se non sia capace di tanta saggezza nè amore perciò dico che davvero lo Spirito di sapienza ti è stato donato ed un dono non è mai fine a se stesso.
    Per questo rinnovo l’invito a venire a conoscere i miei Cavalieri del Graal! I ragazzi, come tutti, hanno bisogno di incontrare gente che ci crede nella vita, in quello che fa, in quello di cui parla e discute, che si accalora per difendere ciò in cui crede, di conoscere maestri che pensano e vivono quello che scrivono e dicono.
    A Rimini qualche giorno fa so che hai incontrato Francesco, quel biondino angelico, che ti ha invitato qui a S.Piero, dai vieni , per loro è il momento più giusto perchè in fase cinica e nichilista e lo è anche per me che a volte mi lascio sopraffare da questo. Nel ringraziarti per questo articolo e per tutti gli altri ti invoglio dicendoti che da noi, tra gli Apennini, è molto bello e se vieni con qualche ora a disposizione potremmo farti visitare una delle riserve naturali uniche in Europa:Sassofrattino, si mangia bene e ci sono splendidi giovani!
    Un caro saluto MArisa Trebini

  13. patrizia ha detto:

    Ciao Alessandro, è un po’ di tempo che non scrivo sul tuo blog anche se leggo con avidita’ tutto quello che pubblichi(come sempre sei straordinario!)
    Volevo dare il mio umile contributo in merito alla lettera che ti ha scritto il prof di lettere di un liceo classico, lettera dalla quale emerge putroppo una grandissima amarezza per la sua “missione”…
    Volevo percio’ raccontare la mia recente esperienza(ancora in corso) con la dirirente scolastica dell’istituto Professionale che frequenta mio figlio minore…
    Poiche’ mio figlio che frequenta la prima classe di questo istituto che prepara (nel suo caso) al mondo del lavoro (tecnico di impianti fotovoltaici) scelto piu’ per comodita’ che per convinzione (ha fatto gia’ la prima in un istituto alberghiero dal quale si è ritirato) in quanto il ragazzo ha la vocazione militare (non di tipo carrieristico ma di volontario, ha gia’ deciso a 18 anni che si arruolera’ nell’esercito) Ogni tanto, si prende la licenza di non essere presente a scuola, ovviamente senza il nostro consenso. Naturalmente noi genitori lo veniamo a sapere in tempo reale e cosi’ ho deciso di iniziare una fattiva collaborazione con la dirigente scolastica (insegnante a sua volta) monitorando costantemente l’andamento del ragazzo senza invadere troppo i suoi spazi…La dirigente, venuta a conoscenza della passione di mio figlio per il mondo militare, ha convinto uno dei suoi figli ormai grandi che all’epoca aveva fatto la stessa scelta di Stefano(mio figlio si chiama cosi) ad incontrare lo studente per illustrargli attraverso gli occhi e le parole di chi ha gia’ fatto recentemente quell’esperienza, elencandogli i pro e i contro di una scelta non certo facile e cercando di capire se autentica oppure no…(è dalla scuola materna che ripete che da grande vuole fare il soldato e non ha mai cambiato idea) Ha messo percio’ la sua esperienza di madre al servizio di uno dei suoi studenti…grande plauso.. grande passione… grande donna: Insegnare in un professionale non è cosa facile, altro che trincea. diceva qualcuno in uno degli interventi che ho letto sul blog…Un insegnante del professionale si deve scontrare ogni giorno con tipologie di realta’ ben diverse da quelle degli studenti di liceo.. ma come hai detto tu piu’ volte e’ la grande passione e l’amore per l’insegnamento che spinge alcuni di loro e credimi non sono pochi, ad entrare in quella specie di caos ogni giorno…straordinaria l’attenzione di questa dirigente scolastica che vuole a tutti costi far prendere un diploma ad un ragazzo(Stefano) che della scuola non gliene frega un fico secco, nonostante abbia sempre respirato la cultura in famiglia….Io sono da 18 anni membro dell’Associazione Genitori e Consigliere Regionale della stessa e da sempre mi batto per ottenere quel patto di corresponsabilita’ tra insegnanti e genitori di cui spesso si sente parlare ma che troppo spesso non viene rispettato…Io credo nella professionalita’ e nell’amore che tanti insegnanti mettono nel loro lavoro quotidiano. Credo che insegnare sia trasmettere l’amore per quella materia e che sia necessario per un docente trovare soluzioni nuove se necessario, adeguandosi ai tempi come fai tu, per arrivare al cuore dei ragazzi e non solo alle loro orecchie… cio’ che arriva al cuore non si dimentica ma si traduce in esperienza preziosa per il futuro, cio’ che arriva solo alle orecchie rischia di non lasciare traccia….Tutto puo’ essere bello anche il montaggio di impianto se insegnato con la passione necessaria..il mio non è un ottimismo incauto ma una certa speranza che docenti come te, aiutino attraverso le materie che insegnano a far emergere dai loro studenti le qualita’ migliori che permetteranno loro di inserirsi e di contribuire a loro volta alla costruzione di un mondo migliore. Dirigenti scolastici come La prof che coordina il professionale che frequenta mio figlio e che deve fare i conti con 2000 studenti e che trova il tempo di chiamarti la sera a casa per dirti che ha visto tuo figlio dopo il colloquio con il suo, con un sorriso che arrivava alle orecchie… ti convincono che costruire attraverso le persone che ci credono una scuola migliore si puo’… che è possibile rispettare ogni giorno quel patto di corresponsabilita’ tra docenti ed insegnatio senza doversi fare continuamente la guerra come purtroppo accade… basta volerlo, basta crederci… basta semplicemnte amare….
    Complimenti ancora Alessandro, per la tua dedizione la tua passione e il tuo amore…
    Patrizia Mamma di Stefano 15 anni e Davide 22 anni.

  14. Lena ha detto:

    Certo che sei tosto tu! Da maestra delle elementari ti dico che sono felice di sapere che ci sono insegnanti che amano il loro lavoro ed i ragazzi che “gli vengono affidati” e soprattutto che si diano da fare per aiutarli ad essere uomini e donne! Buon lavoro collega!
    Lena

  15. Valeria ha detto:

    La guerra finisce o può anche non iniziare quando chi è aggredito si rende conto del vero bisogno di chi attacca. Solo allora potrà rendersi conto che la mossa che gli viene richiesta non è quella di difendersi rispondendo all’attacco ma quella di aiutare l’altro.
    Un prof deve avere chiaro che gli alunni hanno bisogno di lui e sono convinta che se cercherà nel posto giusto qualcuno che la pensa come lui lo troverà prima di quanto pensa sia necessario cercarlo.
    Grande Alessandro

  16. Paola ha detto:

    Insegno all’Università e nella seduta di laurea di ieri i 18 candidati cumulavano insieme 64 anni fuori corso! Non siamo in trincea ma di certo qualcosa dobbiamo fare noi docenti per risvegliare questo mondo scolastico.

  17. francesca ha detto:

    Grazie per le sue parole sulla crescita dei ragazzi, sul loro sbocciare. Grazie perchè scrive libri apprezzati anche dai miei figli. Grazie perchè è un personaggio pubblico e aiuta a divulgare il suo sentire comune a molti di noi genitori: se mio figlio legge la sua intervista, ho finalmente qualcun altro che gli dice le stesse cose che sento io e che da me non ascolta più. Lei ha una posizione privilegiata in questo momento rispetto ai ragazzi, un po’ la invidio, ma è il gioco dei ruoli. Buon lavoro nel suo giardino! Francesca

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie a te, Francesca. Dobbiamo sostenerci e aiutarci a vicenda in questa meravigliosa missione
      che è l’educazione.

  18. Elisabeth ha detto:

    Scusa la curiosità, tu dici “Ho colleghi bravissimi, di ogni età, che riescono a fare appassionare alla lingua greca e latina con il metodo natura, come fosse l’inglese (cosa che a me non convince del tutto)”.
    Cosa non ti convince?

  19. Lena ha detto:

    Non ho capito cosa vuol dire “Commento in attesa di moderazione”. Me lo spieghi per favore? Grazie Lena

  20. Monica ha detto:

    Proprio perchè non siamo in guerra, credo non sia necessario schierarsi nettamente da una parte o dall’altra, assolutizzando questo o quel “modus operandi”, ma riconoscere che c’è spazio per ogni punto di vista. Ognuno, personalmente, coglierà poi i frutti del suo operato, ma, da accanita sostenitrice della collaborazione fra le parti, ritengo che ci si debba sforzare di ascoltare, comprendere, mediare e non mettersi preventivamente sulle difensive o in contrasto.
    Personalmente, sperimento l’efficacia di un insegnamento animato dalla passione per la propria disciplina e, soprattutto, dalla passione per la “materia umana”, mi lascio raggiungere dalla sorpresa quando trovo un punto di contatto con i miei alunni e dalla sensazione di aver fatto un buon lavoro quando mi viene accordata la fiducia da parte dei genitori per cui avverto che stiamo lavorando insieme, su diversi fronti, ma con il medesimo intento.
    E, tuttavia, non posso negare che, accanto alle conquiste, ci sono anche i fallimenti e l’insuccesso non ha mai un unico responsabile…
    Penso, inoltre, che le dinamiche di un liceo siano comunque diverse da quelle di altri istituti e che un’ulteriore differenza ci sia tra la scuola media e quella superiore. A proposito del liceo, la mia speranza è che i licei mantengano la loro connotazione, la loro essenza, che non cedano alla tentazione di somigliare ad altro per attirare più persone. La cosa che mi trova in completo disaccordo è l’idea che adesso serva solo l’inglese e l’informatica…adesso servono gli uomini, uomini consapevoli, capaci di valutare, riflettere, scegliere, conoscere, farsi domande e chi ha imparato a pensare non troverà porte chiuse o difficoltà insormontabili.
    Infine, mi permetto una battuta: in fondo insegnare è anche una guerra, è combattere l’ignoranza, l’inclinazione al rifiuto della fatica, la difficoltà di imparare una disciplina (non nel senso delle singole materie scolastiche…), la tentazione di lasciar perdere ed è la sfida ad educare uomini liberi.

  21. Franco Richetti ha detto:

    Concordo pienamente con la risposta e mi sorprende l’atteggiamento rinunciatario del prof Sibilla soprattutto pensando che in un Istituto come il Leone XIII, fedele alla ratio studiorum dei Gesuiti,
    il ricorso ai classici per l’educazione al bello e all’umano dovrebbe essere un segno distintivo.

  22. alberta ha detto:

    Ciò che davvero fa vibrare nel profondo un giovane è vedere un adulto felice. Felice, non vittimista, realizzato in ciò che è. Prof, o ciabattino, fisico, operaio, pastore, sacerdote, attore. Un ragazzo lo sente; allora può amare anche la materia che quell’Adulto gli veicola: che sia il greco o piallare il legno.

    • Maria Elena Maraschi ha detto:

      Ciao Alberta, sono proprio d’accordo con te. Io insegno in un istituto tecnico e all’inizio di quest’anno mi ha fatto riflettere la replica incredula e sbalordita di un alunno quindicenne alla mia affermazione:”Ho scelto questo lavoro perchè mi piace stare con i ragazzi, perchè sono felice di essere qui, oggi, con voi”. Non è mai abbastanza ciò che facciamo per far capire ai ragazzi che siamo a scuola per loro, per accompagnarli nel loro cammino. Da ex maestra porto con orgoglio questa consapevolezza nella scuola superiore… che ne ha tanto bisogno!

  23. SILVANO ha detto:

    “I prof. del classico sono rimasti gli ultimi a credere in quello che insegnano, perch´ hanno sperimentato gli studi umanistici e ne hanno apprezzato già la ricchezza e la bellezza.”…mi scusi caro professore del liceo classico, non le sembra di essere un tantino supponente?
    Le auguro di trovare nella lunga ed elaborata risposta di Alessandro,gli stimoli per scendere dal piedistallo e pensare che anche chi non ha gli studi umanistici nel proprio bagaglio culturale, magari crede nel mestiere dell’insegnante e lo fa con passione. Si consideri fortunato a lavorare in una scuola nella quale gli studenti hanno determitate caratteristiche e mediamente ottime capacità.Le hanno risposto tanti insegnanti e tanti ragazzi, con molta comprensione. Io le rispondo con un tantino di cattiveria in più, perchè i colleghi spocchiosetti, mi danno un tantino sui nervi. Mi perdoni, ma quando ci va , ci va…
    Si renda conto che gli insegnanti, mettono tanta passione in quel che fanno, anche quelli che non hanno frequentato il Liceo Classico, anche quelli che non hanno una laurea prestigiosa, con il massimo dei voti, anche quelli che lavorano come assistenti tecnici e magari una laurea non l’hanno mai conseguita.
    La invito a riflettere e vedere del buono anche in tutto quello che non ha il sapore del greco e del latino. Ricordi che dai diamanti non nasce niente, dal letame..
    Silvano Bertaina insegnante in una scuola professionale, che non ha frequentato un liceo classico

  24. Sophie ha detto:

    Sono una maturanda, prof d’Avenia, di un Liceo Classico siciliano. Una maturanda che a volte crede di aver sbagliato strada,che a volte ha ringraziato la leggerezza che a 14 anni l’ha spinta tra quelle pesanti, sudate carte. Sono un 7 in condotta con la media dell’otto, sono una “Ferrari tenuta in garage” (secondo la mia prof. di greco)…ho pensato così a lungo di sbagliare tutto, di aver perso ogni voglia, di non amare più niente. Poi ho letto i suoi libri, i suoi articoli, e mi creda ho pianto. Ho pianto leggendo l’abissale distanza tra un giardiniere dell’anima e chi non mi ha MAI chiesto “e tu cosa pensi?”, di chi mi vede solo come un vaso da riempire, di chi non crede io abbia alcunchè da poter insegnare. Non smetta mai di amare ciò che fa, noi alunni ce ne accorgiamo, anche con gli ipod alle orecchie…ce ne accorgiamo eccome!
    Un abbraccio!(:

  25. una prof ha detto:

    Belle le parole di Alessandro,ma drammaticamente vere quelle del collega del classico.Ho insegnato nei professionali,era una trincea,ma i ragazzi erano autentici,leali.ho amato e amo i ragazzi,faccio volontariato con loro…ma alcune delusioni mi hanno ferito .Al biennio del liceo.Ho proposto il metodo natura per il latino e dopo alcuni mesi,in maniera sleale,senza dirmi nulla,i genitori mi hanno imposto di ritornare al metodo tradizionale,accusandomi di non insegnare come Dio comanda ai ragazzi.Il rapporto con le famiglie è ottimo solo se metti voti molto alti e non importa se non i figli non sanno niente.Se metti i viti che meritano ti accusano di non capire niente di psicologia,di non rispettarli e,in una parola di non sapwere insegnare. Certamente la stragrande maggioranza dei miei alunni mi ricorda con stima e affetto,in fondo sono casi rari quelli che cito,ma esistono,ed è un dolore per me che ho dedicato ai ragazzi la vita,con amore e passione.Mi sento piu vicina alla posizione del collega del classico perchè piu reale.la scuola reale è quella pubblòica ,dove la maggior parte dei colleghi pensa solo a progetti per raggranellare qualche soldo,dove il preside non vuole problemi di sorta,e se tu lavori con amore sei considerata magari un pò strana.Nelle grandi adunanze dei cinema non c’è la realtà vera della scuola itakliana.E lo dice chi lavora con passione ed entusiasmo con i ragazzi anche al di fuori della scuola.Domani aspetto a casa mia due miei ex alunni che mi hanno telefonato chiedendoi di poter venire a trovarmi.Ho seminato,sempre…e questa consapevolezza mi basta

  26. M. ha detto:

    Anch’io ho proposto ai bambini della mia classe (una quinta di Scuola Primaria)la lettura e l’analisi di alcune parti de ” I Promessi Sposi ” e loro, molto coinvolti, mi hanno chiesto di continuare il lavoro oltre quello che io avevo programmato. Alcuni hanno pensato di continuare da soli la lettura e, alla mia proposta di leggere un’edizione ridotta per ragazzi, mi hanno risposto che preferivano leggere l’edizione integrale che stavamo leggendo insieme. Tutto sta in come “gliele racconti le cose” ai ragazzi e quanta passione ci metti nel raccontargliele.

    • Antonella ha detto:

      Da quello che scrive mi sembra che sia un’insegnante valida e coinvolgente. Ho, però, un dubbio: il tempo per un lavoro del genere dove l’ha trovato? Io adesso insegno in una scuola secondaria di primo grado, ma in passato ho lavorato anche nella scuola primaria facendo fatica a trovare il tempo per tutto quello che ero tenuta a svolgere.

  27. Antonella ha detto:

    Oltre al commento che ho già scritto, ne aggiungo un altro: con l’accorpamento delle ore (sto parlando della scuola media) io adesso mi ritrovo con due classi a 9 ore ciascuna in cui insegno Italiano, Storia e Geografia. La “famosa” decima ora di lettere spetta ad un’altra docente. Per cui, per la parte di Epica (leggevo il tuo esempio sull’Eneide) sigifica fare una scelta o cercare di utilizzare altri momenti (per esempio se in qualcos’altro sono più avanti).
    Riguardo alla lettera iniziale… beh, io credo che il collega esprima una frustrazione che è reale… purtroppo, al di là della situazione dei professionali, i non studianti (termine di Paola Mastrocola) sono in costante aumento e li troviamo già alle medie.

  28. faffa ha detto:

    La scuola non è affatto una trincea. La scuola è un giardino dove gli alunni sono tanti fiori che devono sbocciare per emanare tutta la loro essenza. E questa essenza è il risultato della collaborazione tra docenti e discenti. Gli alunni hanno tanto potenziale, ma è compito del docente e-ducerlo attraverso professionalità, passione, onestà e perché no? anche i classici letterari. Se ben proposti, gli alunni si immergeranno in essi e li faranno loro in un modo sorprendente e sconvolgente. E al docente non rimarrà altro che gioire perché i suoi “fiori” sono sbocciati. Quest’a.s. sta volgendo al termine. Tra due ore ho gli scrutini della mia III Lic. Art. nella quale ho proposto la lettura di un classico contemporaneo “La Metamorfosi” di Kafka. Al solo pensiero che il pacco di compiti sulla verifica del racconto kafkiano è nello scatolone dei compiti e che tra dieci anni finirà al macero mi rattristo. Perché? Perché il compito che avevo assegnato era una rilettura personale del capolavoro kafkiano e … quel pacco di compiti traboccava di vitalità, di pensieri e riflessioni sull’adolescenza e sul senso della vita. Quel pacco di compiti conteneva l’essenza dei miei alunni ai quali durante tutto l’a.s. ho insegnato letteratura e storia e che, qualche giorno fa, mi hanno fatto un regalo bellissimo: mi hanno detto che durante le mie sei ore settimanali non li ho fatti annoiare. In fondo basta trovare il modo attraverso il quale trasmettere Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto e Tasso e con essi il contesto storico durante il quale hanno prodotto i loro classici e … la curiosità degli alunni viene da sé.

Rispondi a LO Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *