29 maggio 2013

Dibattiti noiosi sulla scuola di ieri, invece di pensare a quella di domani

Calvin School

Linkiesta.it, 29 maggio 2013

«Ogni alunno è una storia che si compie». Alessandro D’Avenia, autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa, insegna Italiano e Latino. Ha un sito, Prof 2.0, dove raccoglie le sue riflessioni da insegnante. Lo abbiamo intervistato sulle sfide che la scuola italiana sta affrontando, tra referendum sulle paritarie, polemiche sull’insegnamento in inglese al Politecnico di Milano e la recente provocazione di Eco all’Università di Burgos («l’università torni a essere solo per le elite»). Ci ha risposto così: «L’Italia non ha niente da invidiare a nessuno come contenuti e percorsi didattici. Quello che manca è un approccio vocazionale allo studio». L’intervista.

A proposito di scuole statali e scuole paritarie, dopo il referendum di Bologna: il sistema integrato italiano ha ancora una sua validità? O nasconde invece un vantaggio incongro che lo Stato garantisce alle strutture private?
Se non ci fossero le scuole paritarie nessun giovane potrebbe insegnare. Tutta la mia generazione per cominciare ad insegnare deve andare nelle scuola paritarie. Forse non sappiamo che le graduatorie sono chiuse da anni? Forse non sappiamo che l’unico criterio di merito nella scuola statale attualmente è l’anzianità? L’età media del docente di scuola statale è compreso tra i 50 e i 54 anni. Il problema è molto più profondo e non è quello posto dal referendum di Bologna sui soldi comunali alle materne private: le scuole paritarie risolvono problemi di posti scuola (sia per i docenti che per gli alunni) che lo Stato non riesce a coprire. Va ripensato tutto il sistema di reclutamento dei docenti nella scuola. Ragionare in termini di privato-pubblico è essere ancorati ad un modello superato. Chi vive e lavora a scuola lo sa.

Cosa vorrebbe dire eliminare le paritarie? E come si supera lo schema pubblico-privato?
Significa mandare a casa quasi tutti i nuovi insegnanti, che lo Stato né può assumere né può pagare. Va pensata una scuola libera e gratuita per tutti, ma il modo non è certo bloccare ciò che funziona e che tiene il sistema momentaneamente in equilibrio. Lo Stato spende 43 miliardi di euro per la scuola statale e 1 per la non statale, con 7 milioni di studenti nella prima e 1 nella seconda. Non bisogna essere matematici per capire che se quel milione di studenti viene spostato alla statale quel miliardo diventa 5-6-7 volte tanto. Da dove li prende lo Stato? E dove finisce tutta la fascia di insegnanti di 30-40 anni che la scuola statale dovrebbe assorbire? Quel miliardo sottratto alla scuola non statale nella situazione attuale finirebbe per aggravare i problemi anziché risolverli. È una soluzione di retroguardia, non d’avanguardia.

D’Avenia, il nostro sistema scolastico italiano, per come è organizzato, permette agli studenti di sviluppare il loro potenziale?
Questo è il punto centrale della debolezza della scuola italiana nel contesto storico attuale. La scuola è sempre stata un po’ fuori tempo e va bene così, non deve preparare immediatamente ma mediatamente al mondo del lavoro, perché è vera palestra di conoscenza di se stessi. Molti ragazzi però finiscono un percorso durato ben 13 anni e non sanno che facoltà universitaria scegliere o non sanno se è bene far altro rispetto all’università. Lo trovo intollerabile dopo 13 anni di studio. E cosa abbiamo fatto con te per 13 anni? Ti abbiamo riempito di nozioni, ti abbiamo addestrato a fare dei test e delle prove e non ti abbiamo aiutato a conoscere i tuoi punti forti e i tuoi punti deboli? È paradossale. Non abbiamo niente da invidiare a nessuno al mondo come contenuti e percorsi didattici. Lo dico per esperienza dopo aver conosciuto sistemi educativi stranieri e aver fatto un corso di aggiornamento in una delle migliori scuole americane. Quello che ci manca invece è proprio l’approccio vocazionale e opzionale allo studio.

Come dovrebbe cambiare allora la scuola italiana?
L’alunno è una storia che si compie. Se siamo capaci di coltivare un seme, come è possibile non farlo con l’umano? Come è possibile riuscire persino a rovinare quelle qualità? Serve un maggiore coinvolgimento dei ragazzi nella scelta dei percorsi, che devono avere alcuni elementi comuni, forti, non opzionali. Serve inoltre un lavoro di equipe dei docenti, che oggi in Italia sono ottimi solisti. Ognuno va per conto suo (e vorrei vedere con tutto il lavoro che c’è da fare e lo stipendio da miseria…), ma alla crescita del ragazzo nel suo percorso storico non ci pensa nessuno. I genitori andrebbero coinvolti molto di più. Sono loro a conoscere quella storia e a chiedere ai docenti di incoraggiarla, sostenerla, accompagnarla, sfidarla.

Dopo il recente dibattito sull’uso esclusivo dell’inglese nei corsi specialistici e dei dottorati al Politecnico di Milano: crede abbia senso imporre lezioni solo in inglese in un Paese dove si assiste al cosiddetto fenomeno «dell’analfabetismo di ritorno»?
Quella dell’inglese la considero per lo più una moda per avere più iscrizioni, ma ci sono aspetti anche positivi. I ragazzi di oggi conoscono le lingue molto meglio della mia generazione. Arrivano all’ultimo anno di liceo e sanno parlare l’inglese. Nel classico che ho frequentavo io l’inglese si studiava solo fino al biennio. Non vedo niente di male nel fatto che all’università si studino parti della propria disciplina in lingua, cosa che prepara ad acquisire il lessico tecnico necessario a confrontarsi con un mercato del lavoro che non può più essere pensato esclusivamente entro confini nostrani. Dobbiamo preparare i ragazzi ad affrontare la ricerca di lavoro a livello globale. L’analfabetismo di ritorno è qualcosa su cui lavorare a scuola: educando alla lettura anche una volta finito il percorso scolastico. All’università è troppo tardi.

L’altro giorno Umberto Eco nella sua lectio magistralis all’Università di Burgos ha denunciato la deriva di massa dell’università italiana chiedendo un ritorno alla sua funzione originaria di selezione di elite e di classi dirigenti. Concorda con questa tesi?
Eco parla da professore universitario. Comprendo il suo punto di vista, che è anche provocatorio come da par suo. Se però facesse un giro nella scuola italiana di oggi vedrebbe un altro lato del problema. La formazione tecnico-professionale è spesso un deposito di frustrazioni sociali (e girando per l’Italia ho visto realtà di eccellenza in scuole paritarie ispirate da carismi orientati soprattutto alla dignità del lavoro manuale, dovrebbe far riflettere). Se riqualificassimo quel tipo di formazione moltissimi ragazzi si avvicinerebbero al loro talento più e meglio, senza lasciarsi illudere dal così fan tutti universitario. Ma il discorso di Eco è già obsoleto. I giovani sanno che oggi il paradosso è che più studi e meno lavori. L’università è diventata autoreferenziale, sembra fatta più per i professori che per gli studenti. Infatti tantissimi si accontentano della laurea triennale e poi fanno un master o cercano altro che li introduca presto nel mondo del lavoro. Il discorso di Eco paradossalmente tradisce il vero problema dell’università che ha perso qualità, aprendo facoltà di ogni tipo e in ogni luogo, pur di dare cattedre a persone senza arte né parte e si è calata le braghe davanti al sistema 3+2 che ci è stato imposto dalla prassi delle facoltà tecniche di marca anglosassone. Quella selezione di cui Eco parla c’è: molti fuggono nelle università che garantiscono la qualità, spesso fuori dall’Italia. Chissà come mai…

15 responses to “Dibattiti noiosi sulla scuola di ieri, invece di pensare a quella di domani”

  1. Laura ha detto:

    Complimenti! Bell’articolo. Fa riflettere…
    Grazie!
    Laura

  2. Serena ha detto:

    grandi riflessioni! Concordo su tutto!

  3. Elisa ha detto:

    Sto frequentando il liceo e mi piacerebbe fare l’insegnante… So che è un lavoro duro (come tutti gli altri del resto) ma sento che è il mio. Quello che mi preoccupa di più è di non trovare spazio per realizzare questo sogno. Speriamo che la scuola italiana prepari per se un futuro migliore, per gli studenti, le loro famiglie e per gli insegnanti.

  4. zaka ha detto:

    Ciao, mi e’ piaciuto molto leggere il tuo articolo, anche se non condivido un punto in particolare. A mio avviso l’uso dell’inglese nei corsi post-laurea e dottorati delle università non e’ un modo per accaparrarsi più studenti, bensì un modo per entrare in contatto con altre entità universitarie europee. L’Italia e’ l’unico paese a proporre dottorati in lingua italiana, senza parlare poi di come si guadagna una posizione da dottorato nelle nostre università. Mi domando, ma come facciamo a confrontarci con il resto del mondo se l’italiano lo parliamo solo noi??? Ricerche fatte in lingua italiana devono essere tradotte in inglese (quindi richiede anni prima che qualcuno le possa leggere), oppure aspettarsi che qualcuno legga le ricerche in italiano, così rimarremo nell’isolamento! L’Italia anni fa e’ stato il simbolo dell’integrazione scolastica, quella che ha posto le basi per l’educazione inclusiva. E’ paradossale, a mio avviso, pensare che ai giorni nostri siano veramente pochi gli studi sulla situazione dell’educazione inclusiva italiana in inglese. Anzi, stiamo talmente indietro (proprio come dici tu nel tuo articolo) che neanche ci rendiamo conto che gli altri fanno passi da giganti. Su Umberto Eco hai pienamente ragione, ma non e’ forse la sintesi di tutto il sistema scolastico italiano, e non solo?? Un paese sempre più per caste ed elite??

    • Prof 2.0 ha detto:

      Hai ragione Zaka, infatti lo dico anche io subito dopo che è necessario ragionare in termini globali per trovare lavoro. Forse nella prima parte sono stato troppo netto, ma non sottovaluterei l’aspetto marketing che c’è in certe proposte didattiche.

  5. Enza ha detto:

    Complimenti come sempre Alessandro!
    Leggendo le tue parole, che semplicemente constatano la situazione avvale del nostro sistema scolastico, mi sento un pò scoraggiata.
    Vivo in prima persona questo disagio dato che frequento il liceo e credo che continuerò a viverlo ancora per molto tempo dal momento che voglio intraprendere un percorso universitario e in seguito diventare insegnante.
    Spero davvero con tutto il cuore che la verità sia figlia del tempo (come diceva qualcuno); spero in un futuro a misura di giovane che sappia coltivare i talenti di ciascuno affinché l’Italia possa tornare ad essere la culla della civiltà.
    Enza.

  6. Vincent ha detto:

    Bell’articolo, ma soprattutto mi sono soffermato sul punto dei corsi in lingua.
    Ho un piccolo appunto da farle.
    All’interno del mio gruppo l’integrazione della lingua è stata vista solo come modo per far allontanare lo studente da tale scelta, e non il contrario. Il punto della questione era l’assurdità di un corso in inglese per studenti che si sono concentrati su materie prettamente scientifiche ben lontane dallo studio di una lingua.
    Per questo motivo sono contento che abbiano revocato l’obbligo della lingua inglese per la specialistica al PoliMi. Sinceramente ero molto preoccupato al pensiero di dover affrontare ingegneria matematica solamente in inglese, e per questo motivo ho aspettato ad inoltrare l’iscrizione per il prossimo anno.
    Credo che sia un progetto necessario da attuare per allargare gli orizzonti fuori dalla nostra penisola ma non così, non dall’oggi al domani e non imponendolo come un’obbligo. Per poter affrontare una specialistica unicamente in lingua bisogna possedere i mezzi ma soprattutto bisogna costruirli e consolidarli nel tempo. Si potrebbe cominciare con una scelta facoltativa e non obbligatoria e si potrebbero inserire più esami di lingua nei primi tre anni per far crescere il livello. Inoltre i primi anni del progetto sarebbero stati faticosi non solo per gli studenti, ma anche per i professori poichè avrebbero dovuto modificare un impianto didattico immobile da ormai molti anni.
    Io e altri miei coetanei la vediamo così.
    Alla prossima.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Caro Vincent, grazie per il tuo punto di vista che mi ha aiutato a considerare un aspetto che avevo affrontato solo superficialmente.

  7. Lena ha detto:

    “…ma alla crescita del ragazzo nel suo percorso storico non ci pensa nessuno…”. Mi permetto di correggerti, dicendo che a questo ci pensano in pochi, ma qualcuno lo fa. E’molto vero quello che scrivi sulla collaborazione con le famiglie. Mi sono trovata a leggere gli annali delle Indicazioni per la scuola primaria, in cui si parla di rapporti di fiducia da costruire con i genitori e di condivisione di una scala di valori…ma quando mai si sono condivisi semplicemente i valori tra colleghi? Io lavoro alla statale che purtroppo sta diventando la scuola dei bambini comportamentalmente problematici che non hanno bisogno di mille nozioni, ma di Amore e di passione, di verità e di fatica per scoprire la gioia che de
    riva dai loro doni messi a frutto…e per fortuna qualche adulto che sa dare testimonianza di questo c’é…

  8. Giulia ha detto:

    Insegno da quindici anni nella scuola media pubblica e da cinque sono di ruolo. Ho avuto una breve, pessima parentesi in una scuola “paritaria”, un liceo ” artistico” ultra costoso, quindi elitario, ma indecoroso: mancavano arredi adatti, materiali artistici, biblioteca, cortile e altri requisiti minimi per potersi chiamare scuola. Mi pagavano 7 euro l’ora e dovevo partecipare ad una farsa, pena l’essere sbattuta fuori. I miei colleghi erano più vecchi di me, alcuni senza il titolo giusto per insegnare una determinata materia: si erano piazzati lì perché conoscevano la Preside. Sono fuggita presto, non prima di aver esposto ad alunni e genitori tutta la mia critica a quel diplomificio fasullo e ovviamente senza ricevere il pagamento di tutte le ore fatte.

    La scuola pubblica italiana dovrebbe rispondere principalmente all’Art.3 della Costituzione, ma dopo tutti questi tagli certamente sta peggio di una volta. Prima di tutto è necessario che lo Stato italiano investa nella scuola pubblica la stessa percentuale di denaro che investono altri paesi europei. Con questi soldi metterei in sicurezza e a norma gli edifici scolastici, farei in modo di avere non più di 15 alunni per classe ( visti i casi sociali, gli stranieri, i DSA, gli iperattivi, i disabil…), di avere un insegnante di sostegno per ogni classe, uno psicologo scolastico in pianta stabile per ogni scuola, un’infermeria, una palestra,una biblioteca,uno spazio verde.
    Per quanto riguarda il reclutamento, abolirei subito i concorsi e i test. (le Ssis indecenti e autoreferenziali le hanno già chiuse). Il reclutamento insegnanti dovrebbe avvenire dopo una specializzazione fatta soprattutto di tirocinio supervisionato dai docenti migliori, quelli che la vocazione ce l’hanno, quelli che un sistema di valutazione serio potrebbe riconoscere e utilizzare per la formazione di altri docenti. Costoro insieme ad uno psicologo, dovrebbero valutare se sai insegnare,se hai un’ intelligenza emotiva, se sai motivare, se sai ascoltare, se sai dare il ritmo giusto alla tua lezione, se sei creativo e fantasioso, se sai tenere la disciplina, se hai a cuore tutti i tuoi alunni, se sei empatico/a, se sai lavorare in equipe e via discorrendo. Non sono giovanilista né rottamatrice. Mi avvalgo delle tecnologie, senza farmi incantare: resto convinta che tutto si basi sulla relazione tra docente e allievo. Sicuramente l’insegnamento è molto faticoso e impegnativo se lo fai bene. E’ deprimente e depressivo se lo fai male e controvoglia. Ogni tre anni ci vorrebbe comunque un anno sabbatico dedicato all’aggiornamento e alla riflessione e ogni cinque una nuova valutazione. Si sa chi sono gli insegnanti migliori, basta chiederlo agli alunni, alle famiglie. Ma per ricollocare chi non è adatto ci vorrebbe maggiore dialogo fra enti pubblici. Un insegnante mediocre potrebbe essere un buon bibliotecario, o lavorare in un museo… E’ davvero difficile che resti qualcosa per la scuola privata. Il concetto di scuola paritaria non me lo spiego di fronte ad una retta da pagare. La scuola deve essere pubblica e gratuita.Una scuola che lavora bene dovrebbe realizzare mobilità sociale, invece da noi la classe sociale di appartenenza conta ancora troppo, figuriamoci nella scuola privata.
    E infine, un paese in crisi certo, ma con la ricchezza artistica, culturale e paesaggistica come l’Italia non dovrebbe avere la disoccupazione giovanile al 40 %. Ma il discorso andrebbe davvero oltre.
    Lo so, tanta carne al fuoco, ma resto fermamente convinta che,se c’è la volontà, il sistema pubblico offra maggiori garanzie di equità, inclusione e trasparenza. Un saluto. Alla prossima.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie, Giulia. Trovo il tuo punto di vista molto interessante. Anche io credo si debba andare verso quella direzione, ma consentendo flessibilità nell’assunzione e dando alle famiglie la possibilità di scegliere secondo i propri criteri educativi. Che poi ci siano scuole esamificio è un dato di fatto e il primo da eliminare.

  9. Nicola ha detto:

    Lavoro da 22 anni in una scuola paritaria, cercando di far vivere la matematica nei miei alunni, cercando di suscitare passioni, aprire al futuro, incoraggiare alla vita. Sono aiutato in questo da un Collegio docenti coeso e consapevole della propria funzione educativa. Questa è la mia vita e sono fiero di averla vissuta finora.
    Volevo ringraziarla per un articolo che guarda per una volta in modo non ideologico alla scuola privata e che propone di cogliere il bene da quello che la società offre. Grazie.
    Lo so che ci sono molti esempi di scuole private paritarie che sono diplomifici, scuole paritarie che non pagano regolarmente i docenti o non li pagano affatto, ma perchè lo stato non esercita il proprio ruolo di controllore e pone fine a queste situazioni, perchè i sindacati non lottano perchè questi lavoratori abbiano giustizia? Perchè? Perché? e perché questo deve tradursi in tanto disprezzo da parte di molta opinione pubblica per la scuola paritaria e demoralizzare e frustare il lavoro di gruppi di insegnanti che hanno davvero a cuore il futuro dei propri alunni da costruire in libertà, secondo i principi della nostra Costituzione, e senza condizionamenti ideologici? Perché? Scusi lo sfogo e grazie ancora.

  10. Laura ha detto:

    Sono una ragazza di 25 anni, prossima alla laurea, presso una prestigiosa (o presunta tale) università italiana. Ho sempre dato il meglio di me a scuola…maturità, laurea triennale (che personalmente ritengo una gran perdita di tempo ed energie)e a breve una laurea magistrale. Ormai sono alla fine del mio percorso di sturi e, ne sono certa, ho dato tutto per la scuola, ma la scuola in fin dei conti cosa mi ha dato e cosa potrà ancora darmi? Di diversi professori ho un ricordo dolcissimo, si tratta di persone che hanno saputo darmi tanto non solo a livello di insegnamento, ma anche sotto il profilo umano. Di molti altri professori non ricordo nemmeno il nome, figuriamoci se possono avermi lasciato qualcosa. Eppure io vorrei fare la professoressa, perché amo stare con i ragazzi, perché sento che è la mia vera vocazione, perché è quello che voglio fare da tutta la vita. Non ho la presunzione di ritenermi meglio di altri, ma almeno so che è quello che voglio fare e quello che lotterò sempre per fare. E di ostacoli per arrivare a quello che voglio fare io purtroppo ce ne sono molti: non c’è una cattedra libera, si inventano mille diavolerie tra Siss, TFA e quant’altro, tutto per fare in modo che la mia generazione non entri nel novero degli insegnanti statali. Se mai avrò la fortuna di entrare di ruolo avrò almeno sessant’anni, sarò prossima alla pensione e tutte le mie energie si saranno esaurite. Non voglio dire che tutti i professori di una certa età dovrebbero essere lasciati a casa, non sarebbe giusto, ma è giusto allora lasciare ad insegnare persone che non vogliono fare questo lavoro e che non si impegnano nemmeno per farlo? Fare il professore è poi il lavoro contemporaneamente più snobbato e criticato del secolo: snobbato perché “parliamoci chiaro, 18 ore di lavoro settimanali non le fa nemmeno un part-time” e criticato perché “questi professori sono tutti incompetenti”…eppure io non la vedo così, certo 18 ore lavorative sono nulla confrontate alle 40 o più di imprenditori, impiegati, operai, ma qui si lavora con il capitale umano, un capitale ancora in piena formazione che necessita di tutte le energie possibili, che non consente mai un attimo di distrazione, quasi nemmeno un passo falso. Non penso che tutti i professori siano degli incompetenti (anche se ce ne sono molti, come dimenticare la prof di spagnolo che in quinta superiore ci chiede di tradurre un brano e esordisce dicendo:”iniziamo da “hola”, cosa vuol dire questa parola secondo voi?”) penso invece che alcuni siano semplicemente demotivati: mancano i fondi, i presidi ( e mi duole dirlo) sono ormai entrati nell’ottica del profitto anche per la scuola ed evitano di bocciare perché così ci saranno più iscritti l’anno successivo, i programmi di conseguenza vengono ridotti per evitare di avere classi di 80 persone, le problematiche sociali, i genitori sempre più ingerenti e sempre pronti a difendere i figli anche quando sbagliano. Eppure credo ancora che qualcosa per la scuola italiana si potrebbe fare. E’ sempre stata un prodotto di eccellenza di cui andare fieri, perché non possiamo farla ritornare così? Apriamoci a nuove idee, a nuovi insegnanti, togliamo dalla scuola presidi e professori incompetenti, facciamo in modo che le persone competenti possano insegnare, ascoltiamo i ragazzi e fidiamoci del nostro istinto. La scuola in cui vorrei insegnare è questa, ma prima si deve dare la possibilità (a me come a molti altri) di poterla vivere, anche solo per un po’, per dimostrare quello che sappiamo fare. Spero che la scuola in futuro questo possa ancora darmelo.

  11. matteo ha detto:

    nel mio primo giorno di scuola mi sentivo come leo cioè pieno di vita e pieno di amore da dare alle persone che mi stanno a cuore, anche se poi mi sono sentito un vuoto dentro qualcosa che mi mancava qualcosa che diventava da rosso acceso a bianco spento ma in seguito grazie all’ aiuto dei miei amici che mi hanno sostenuto fino all’ ultimo giorno nonostante io fossi giù ritrovando così quel rosso perduto

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