7 settembre 2013

A letto con le alunne?

3d072fcc1b7e7096a8d8d4cc0de4e5e8Qualche giorno fa ho scritto un editoriale per La Stampa relativo alla vicenda del professore di Saluzzo. Per me è stata un’occasione di riflettere, all’inizio di un nuovo anno scolastico, sul tema della relazione educativa. La riflessione era sollecitata anche dalla lettera scritta da preside e colleghi del liceo a difesa del professore, definito ottimo insegnante perché capace di far appassionare i ragazzi con le sue lezioni. Lettera che mi aveva lasciato perplesso.

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Per fare una splendida lezione scolastica non serve avere una vita morale altrettanto splendida. Ma se si scopre un professore ad approfittare del suo fascino per mescolarsi a studentesse minorenni c’è materia a sufficienza per riempire le nostre orecchie assetate di scandali e i nostri cuori affamati di capri espiatori. La notizia fa ancora più notizia proprio perché si tratta di un professore e la sua professione è di quelle in cui pubblico e privato tendono a coincidere, come tutte le professioni grazie alle quali delle vite “in formazione” sono affidate ad altri. Vale tanto per il politico a cui ne sono affidate migliaia quanto per l’insegnante a cui ne sono affidate alcune decine. Ma non per questo vale la pena parlarne, niente di nuovo sotto il sole.

Colpevole o no dei fatti di cui è incriminato (e non voglio entrare nel merito perché non sta a me giudicare) la credibilità professionale del docente è finita. Perché?

Perché per essere un bravo docente non basta saper spiegare Dante e Manzoni magnificamente tanto da non farli odiare. Capisco la bellissima lettera dei professori che difendono il loro collega, perché ogni insegnante sa quanto a scuola si muoia di solitudine, di invidie, di dicerie. Ma il piano emotivo deve lasciare lo spazio ad un ragionamento più ampio e stingente allo stesso tempo.

La professione del docente è una professione che ha il suo centro nella relazione educativa: che senso ha stare nella stessa aula a imparare insieme qualcosa? Potremmo caricare le lezioni su youtube e fruirne quando pare e piace, risparmiandoci alunni annoiati o riottosi e burn-out. Basterà poi stilare un calendario di compiti in classe e interrogazioni. Ma sarebbe ancora scuola?

No. Nell’era del virtuale la scuola rimane reale, perché la relazione educativa ha bisogno di presenza, scambio reciproco (non univoco), carne (non carnalità). Benché la relazione sia impalpabile come l’aria, essa è ciò in cui a scuola si è immersi e di cui si respira. Ce ne si accorge solo quando l’aria è inquinata, come in questo caso. Dalla qualità della relazione dipende la crescita degli alunni, non dalla mera bravura e passione del docente nello spiegare.

Ogni relazione è qualcosa che trascende gli attori della relazione, è fatta sì dalle persone ma dà alle persone che ne sono i poli qualcosa che supera entrambi.

Nella relazione educativa il bene relazionale in gioco è la crescita dello studente in autonomia e spirito critico e la crescita del docente in capacità di ascolto e adattamento. Se invece la relazione diventa di controllo, fosse anche per il fascino esercitato dal carisma, quella relazione non è una buona relazione, perché non dà spazio all’allievo per crescere, ma lo rende dipendente, ipnotizzato, emotivo. E rende il docente narciso, controllore, fino ad abusare (anche fisicamente) del suo ruolo.

Le relazioni sono tali perché superano gli individui. Non basta essere buoni individui per avere una socialità e una società buona. I figli non sono a immagine dei genitori presi singolarmente (solo fisicamente), ma sono a immagine della qualità della relazione che esiste fra i genitori. E anni di insegnamento mi offrono tanti esempi quanti alunni ho avuto.

Il docente in questione sarà pure un ottimo conferenziere, ma è un pessimo professore. Affascinante, appassionato, capace di afferrare il cuore e la mente dei suoi studenti, ma incapace di stabilire una relazione educativa equilibrata ed asimmetrica. Non basta riempire di belle cose una testa per essere bravi insegnanti, lo si è se si instaura una relazione che fa crescere e rende autonomi. È un pessimo professore, non semplicemente per etica professionale e età delle alunne che magari se ne sono anche innamorate, ma perché la relazione educativa non crea un bene né per lui né per l’alunna (anche se il loro sentimento fosse sincero).

Dopo anni di insegnamento mi sono reso conto di quanto sia bello acquisire un ruolo di vera paternità nei confronti dei propri allievi: vederli crescere liberi e non soggiogati, capaci di criticarti e di pensare autonomamente, poter parlare con loro a tu per tu, ma sempre sotto gli occhi di altri, per non abusare mai di quell’inevitabile vicinanza che la relazione educativa crea con i suoi momenti di sfogo, di debolezza, di bisogno di aiuto. Che triste beffa invece vederli al guinzaglio del proprio fascino, marionette del proprio narcisismo, incapaci di muovere un passo da soli.

Un ottimo professionista non è detto che sia un buon marito, un buon padre, un buon amico, un buon collega. In una cultura individualista innalziamo le qualità del singolo, dimenticando la specificità delle relazioni e la loro centralità in contesti che ne sono intessuti.

Ridare peso alle relazioni e a ciò che esse significano è l’unico modo di riscoprire il fondamento della vera socialità e società: famiglia e scuola ne sono i nuclei originari. Se non fosse così non avremmo nulla da incolpare ad un docente carismatico che finisce a letto con le alunne.

La Stampa, 27 agosto 2013

14 responses to “A letto con le alunne?”

  1. Rosetta Savelli ha detto:

    Fa piacere leggere questo scritto che condivido pienamente. La questione qui trattata è vecchia come il mondo e in un mondo dove tutto è lecito e tutto è permesso, qualche punto fermo deve rimanere. E qualche punto fermo è bene che rimanga quando si parla di infanzia e di adolescenza perchè è a queste fasce di età che è affidato il futuro più o meno prossimo. Una persona adulta deve sapere controllare il proprio carisma e non deve e non può abusarne per gratificare il proprio narcisismo. Ecco ho sentito citare il narcismo, ma io qui aggiungerei anche un altro termine che è il sadismo. Di recente un genitore adulto, mi confidava le sofferenze ancora aperte e ancora fresche, inflittegli da un suo Professore di allora, dotato di grande fascino. Un così grande fascino, capace di sedurre le studentesse ed una di queste, era la sua ragazza ai tempi della Scuola. “Come può un ragazzo di 17 o 18 anni entrare in competizione con un uomo adulto di 40 anni che in più ricopre anche il ruolo del tanto amato Professore?”. Ecco, trascorsi più di 30 anni, la domanda e la ferita erano ancora aperte in quel genitore adulto di adesso e che era studente allora insieme ad essere ” vittima” del grande carisma del suo Professore.

  2. Lanfranco ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con te, Alessandro. Solo se ha un grande equilibrio interiore un educatore vuole bene ai suoi alunni e si lascia amare senza soggiogarli, offrendo loro l’opportunità di crescere autonomamente. Un insegnante autentico è un seminatore di libertà.

  3. Mario Bianco ha detto:

    Apprezzo il suo intervento, molto equilibrato. La professione docente, alla quale mi onoro di appartenere da 15 anni, è un meccanismo delicato che ha bisogno di continua vigilanza perchè non venga malamente sciupato e frainteso. Dare una carezza sui capelli a un tuo studente o accettare che in gita dorma nella tua camera perchè in piena notte il suo compagno di stanza russa e poi l’indomani esplicitare tutto ai propri colleghi penso faccia parte della relazione umana che inevitabilmente si instaura sempre e comunque. Ma essere attenti e consapevoli è un dovere profondi per un insegnante perchè educare è sostanzialmente accompagnamento nella vita che sia rispettoso della crescita di chi ti si affida con tutto se stesso.

  4. Laura ha detto:

    Pienamente d’accordo con te. All’università (ho studiato psicologia) ci insegnano che le prime relazioni sono ciò in cui la personalità del bambino e del ragazzo si sviluppa. Ed è soprattutto la qualità di queste relazioni (unita a fattori temperamentali e genetici) che determina l’adulto del domani. E questo è vero sia nell’ambito familiare sia in quello educativo, specie in quelle età in cui la personalità è in divenire… non è un pensiero nuovo..
    Ecco, allora mi chiedo con una vena anche un po’ polemica (da psicologa, da “reduce” del concorsone appena terminato e anche da ex alunna) perchè non esiste ancora una procedura di valutazione dell’operato e della personalità dell’insegnante ? Basta vincere un concorso, fare qualche corso o possedere i titoli necessari, per essere certi di riuscire ad instaurare una relazione educativa con i propri alunni, per fare un lavoro che non è -soprattutto nell’era di internet- mera “installazione” di conoscenze nelle menti degli alunni… ma che presuppone, almeno secondo me, una altissima competenza ed intelligenza emotiva, delle buone doti empatiche e quella sorta di “vocazione al dare” che è tanto più significativa, soprattutto in questo momento storico, in cui regna un triste individualismo…

  5. maria rita ha detto:

    Bellissimo articolo! E finalmente qualcuno (un prof reale, in carne ed ossa, che vive in prima persona quello che scrive!) che senza tanti giri di parole ci dice qual è il ruolo dell’insegnante! Abbiamo bisogno di credere in noi stessi per evocare nei nostri alunni quelle belle persone che sono! E allora con grande coraggio, ricominciamo, manca poco: BUON NUOVO ANNO SCOLASTICO, carissimo profduepuntozero, a te e a tutti i colleghi di buona volontà e amore vero!

    • Marina Turri ha detto:

      Peccato che professori come lei si contano su di una sola mano. Pochi capiscono di avere un grande responsabilità nel formare delle persone e non solo da un punto di vista culturale ma umano. Probabilmente se si rendessero conto dei danni che possono provocare insegnerebbero con un impegno migliore. Complimenti a lei

  6. Angela Patti ha detto:

    Io ho insegnato alla Scuola Media, pur essendo abilitata con concorso anche per le scuole superiori, quindi non ho dovuto affrontare certi problemi.Posso affermare, con orgoglio, tuttavia, di non avere mai approfittato della mia posizione di insegnante, non ho mai plagiato i miei alunni,ma ho cercato di stabilire reciproca ” Empatia “.In ogni alunno, nessuno escluso,ho visto sempre un mio figliuolo e come tale l’ho trattato,con ottimi risultati. Il mestiere dell’insegnante é duro e difficile e chi non si sente capace, si ritiri! Non é il suo caso, caro Professore, continui pure la strada iniziata e vedrà quanta malinconia quando non avrà tutti quegli occhietti belli davanti a sè, ma solo ricordi!Buon lavoro Prof !Angelka Patti Catania 7 settembre 13.

  7. Anita ha detto:

    Caro Alex, mi trovo d’accordo con i tuoi argomenti. Se esiste un contrario di “educazione” esso è “seduzione”: da “e-ducere” a “sè-ducere” , spostando il baricentro del “ducere” da una connotazione di libertà ad una di avviluppante dipendenza.
    Vorrei però aggiungere che trovo fondamentale non idealizzare la relazione come un fine. Spesso mi capita di incontrare persone che fanno della relazione un ideale in sè, mentre a mio parere essa non è che la modalità di incontro tra due esperienze. Diventa perciò fondamentale che una persona cerchi di essere sempre in contatto intanto con se stessa e con la sua propria esperienza, con il proprio ingaggio con la vita…. A mio avviso è da un fondamento interiore che dipendono anche le nostre modalità relazionali e dunque il nostro contributo personale alla dinamica della relazione. Io entro in relazione “con” e “per” ciò che sono, credo e desidero.
    In particolare nella relazione educativa si deve anche tener conto delle posizioni asimmetriche. Vorrei spingermi a dire che se uno fa la fatica quotidiana di chiarire a se stesso ciò su cui si fonda e fonda la sua proposta educativa (umana oltre che professionale) toverà così significativo per sè averne una, da non poter che desiderare -come educatore- di riconoscere e incentivare la libertà,la riflessione e infine la soggettiva diifferenziazione nella posizione dell’altro che va costruendo, anche “per mezzo” della relazione educativa con noi, la sua propria personale identità umana.
    Mi sono espressa probabilmente in modo poco chiaro… Ma forse si capisce meglio leggendo, come è capitato a me stamattina, questo tuo articolo insieme all’altro sul futuro e sui padri, sui maestri. In particolare laddove dici che ” ogni uomo può sperare perchè è atteso nello sguardo di un altro. non controllato, non divorato”. I maestri cui ti riferisci non ti hanno obbligato, nè con la forza nè con la seduzione, a essere come loro, per loro. Ma hanno avuto una potente proposta di vita che tu hai potuto vedere e scegliere per te, dopo averla giudicata con-veniente a te. Gratuitamente e senza pretese; anzi alcuni di questi hanno addirittura pagato con la vita il diritto di proporti la loro ipotesi umana.
    Tutto ciò ci porta molto lontani certamente da quel professore, ma forse anche dall’ordinaria sequela dei giorni di ciascuno di noi, me compresa, che per stanchezza o scoraggiamento siamo sempre tentati di guardare in basso alle nostre piccole cose e a perdere di vista le responsabilità e le vertiginose possibilità della relazione educativa. Per questo ho sentito il bisogno di scriverti stavolta: per un aiuto reciproco a stare desti e sempre in guardia sulle nostre vere ragioni, a tenere alto lo sguardo. Buon lavoro a tutti noi!

    Anita Brollo, Educatore
    San Donà di Piave

  8. susanna ha detto:

    Padri che forse non ci sono, madri che forse competono con le figlie adolescenti…e figlie in cerca di identità che restano intrappolate da un’ immagine di padre che forse stanno cercando. La famiglia deve riprendersi il suo posto.

  9. Bella ha detto:

    Io credo che ad andare a letto con il proprio professore non ci sia nulla di così scandaloso. Sono uomini anche loro e se con una alunna si crea un rapporto che va oltre quello imposto dall’istituzione che male c’è?
    “Ogni relazione è qualcosa che trascende gli attori della relazione, è fatta sì dalle persone ma dà alle persone che ne sono i poli qualcosa che supera entrambi”. Mi permetta di interpretare questa affermazione come desidero…io dai miei professori ho ricevuto molto…e credo come ex alunna che il rapporto che si crea con qualche particolare insegnante possa portare beneficio anche a livello scolastico, se non emotivamente. Un professore è bravo punto. Sa spiegare matematica? Perfetto. Quello che fa nella sua vita privata non dovrebbe interessare. Se va a letto con una sua alunna e la cosa rimane tra loro e lui non è vincolato da altri impegni familiari o relazionali e si comporta normalmente come farebbero due fidanzati perchè demonizzare? Un’alunna non potrebbe essere all’altezza della sua cultura o preparazione? Ci sono ragazze che conquistano i professori perchè si dimostrano più mature di altre donne in circolazione, vuoi per varie situazioni passate, vuoi perchè alcune circostanze l’hanno portata ad accollarsi pesi e situazioni che l’hanno “adultizzata”. Lei forse non ha mai incontrato alunne-donne capaci di conquistarlo intimamente. Oppure per etica e professionalità si guarda dal farlo. Forse, se è successo, i suoi pensieri subito si sono censurati. Ma è uomo anche lei e in quanto tale non si può esonerare dalla categoria con i suoi relativi difetti. Io ho avuto relazioni di questo tipo e nessuno dei due si è mai pentito. Perchè?

    • felicetta ha detto:

      Il mio pensiero vuole solo esprimere una sensazione, non vuole essere un giudizio morale né sul prof di Saluzzo, né tantomeno sulla tua storia personale.
      La tua descrizione di questo tipo di relazione mi fa pensare ad un legame dove ognuno prende quello che gli serve piuttosto che ad una relazione d’amore vero dove cerco il vero bene, la crescita vera dell’altra persona . “Educare/tirare fuori” il bello dell’altro, il bene dell’altro che forse da solo non sa di contenere in sé.
      Buon cammino!

  10. Adua ha detto:

    Caro Alessandro,
    pur facendo un altro tipo di lavoro nella vita, (lavoro in Polizia Municipale) posso ben capire il ruolo della funzione educativa, che non può fare a meno della relazione educativa. Ho avuto anche io un’esperienza da insegnante per qualche anno, anche se rivolta ai bambini delle scuole elementari, per cui si è trattato di un altro tipo di approccio educativo rispetto ad alunni di liceo (ed oltre). In ogni caso qualsiasi luogo ospiti l’insegnamento, quest’ultimo implica una responsabilità, è percorso ed esperienza molto molto delicata, se presa con quella serietà necessaria, sapendo, come sostieni spesso anche tu, che “ti sono state affidate delle persone che devono crescere”. Le molteplici difficoltà di questo mestiere non giustificano certi comportamenti relazionali che vengono meno di quella fondamentale asimmetricità. E’ difficile esprimere un giudizio, ma vorrei semmai provare ad esprimerlo da un altro punto di vista questo fatto, cioè provandomi a calare nelle due figure, forse un modo per capire anche a livello emotivo cosa potrebbe accadere al percorso di queste persone, perchè un fatto simile ha poi dei risvolti secondo me non indifferenti, primo fra tutti la credibilità di un docente. Se provassi a calarmi nell’insegnate, penso che non potrei essere più molto in pace con la mia coscienza e fare bei sogni, diciamo, visto che spetterebbe proprio a me, insegnante, muovere quei fili delicati di chi deve crescere, culturalmente e psicologicamente. Se provo a calarmi nel personaggio dell’alunna, essendo anche donna per di più, penso che arriverei a capire alla fine quanto la situazione sarebbe appesa ad un filo, mi sentirei, penso, invischiata in un qualcosa di talmente più grande di me, visti i ruoli di disparità che ci sarebbero, da sentirmi fuori fase e fuori posto verso l’esterno e con me stessa. Voglio essere fiduciosa che un’esperienza di questo tipo, che passa per l’errore, (quasi inevitabile a parer mio), possa far crescere in ogni caso le persone. Logica vorrebbe che fosse l’insegnante, a tirarsi indietro ed a interrompere o non intraprendere un rapporto così alla pari con la sua alunna. Sarebbe coraggiosa l’alunna dall’altra parte, direi, se fosse proprio lei invece a tagliare quel filo elettrico, per quanto emozionante possa essere, dimostrando una maturità psicologica non indifferente, vista l’influenza di un insegnante carismatico e magari anche bello. Ho visto un film, molti anni fa, film televisivo dato circa quindici anni fa, intitolato “Amore ribelle” (carino da vedere, anche se un pò anticonformista e forse può suscitare qualche scandalo) che fa riflettere, perchè parla proprio di una situazione simile, anche se infiocchettato da problematiche diverse: alla fine tutti i protagonisti tornano al loro posto. Lo classificherei “speranzoso”, per chi volesse vederlo.

    Un caro saluto,
    Adua

  11. Germana Bianco ha detto:

    “…I figli non sono a immagine dei genitori presi singolarmente (solo fisicamente), ma sono a immagine della qualità della relazione che esiste fra i genitori” Leggo l’articolo non da insegnante ma da genitore … e concordo circa il primato delle relazioni sulle capacità personali (quali esse siano e di qualsivoglia spessore), per raggiungere l’obiettivo di educare, nell’accezione del “tirar fuori” dall’altro il meglio di sé, rispettandone tempi e modalità. Penso che la confusione dei ruoli partorisca confusione e tristezza, per ognuna delle parti.

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