3 settembre 2014

Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza

1013963_581194398610818_1356991284_nHo scritto un articolo in vista dell’inizio della scuola. Si tratta di una modestissima riforma alla portata di tutti, perché non è di sistema, ma di testa e cuore del singolo. Per il resto vi rimando a questo mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera.

***

La società della stanchezza. Così un filosofo ha definito il nostro tempo. Una cultura costruita attorno alla prestazione inevitabilmente porta all’esaurimento del desiderio, della gioia di vivere, del tempo buono e paziente da dedicare alle relazioni, che invece si riducono a controllo, manipolazione, soggezione. La conseguenza è il logorio del corpo e dello spirito. Questo comincia con i bambini del nostro tempo, che un libro definisce “competenti”: quando stanno ancora imparando a camminare è pronto uno zaino di prestazioni che li schiaccerà, dal momento che la loro esperienza e vita emotiva non è capace di sostenerne il peso e usarne il contenuto di per sé valido. Bisognerebbe invece giocare con loro, guardarli giocare, lasciarli crescere al ritmo della vita.

La stanchezza riguarda a pieno titolo la scuola. Vedo tanta stanchezza in tutte le componenti della relazione educativa: stanchi gli insegnanti, stanchi i genitori, stanchi gli studenti, ancora prima di cominciare. E a chi è stanco non rimane spesso che lamentarsi, recriminare, incolpare, abbandonare la tensione e la tenzone. La relazione educativa ridotta a prestazione perde l’ampiezza della sua essenza: portare i soggetti in gioco al possesso di sé, al desiderio di trascendersi, all’apertura al mondo, al perfezionamento reciproco grazie allo scambio gratuito (e non mercenario) di bene che ogni persona porta.

Cosa mi auguro allora per l’anno scolastico incipiente? Un po’ meno di stanchezza per tutti. Ma come ritrovare, ciascuno nel suo ruolo (insegnanti, genitori, ragazzi), una rinnovata gioia di vivere le ore scolastiche, nonostante fatica, fallimenti, difficoltà (più acute in contesti scolastici “periferici”)?

La strada da imboccare, non la soluzione (tutta da costruire strada facendo, altrimenti diventa un’altra prestazione), me la suggeriscono le tante lettere di ragazzi che ricevo. Scelgo due esempi rappresentativi, uno al femminile e uno al maschile.

Una ragazza mi scrive della sua fatica a vivere a casa a motivo della separazione dei genitori: l’assenza del padre e la madre che deve barcamenarsi tra lavoro e doppio ruolo educativo l’hanno portata a diventare invisibile, c’è il corpo ma lei è altrove. A scuola nessun insegnante vede (guarda) la sua difficoltà. I voti peggiorano drasticamente, ma nessuno si chiede dove sia finita la ragazza diligente e appassionata di prima. Fino a che una professoressa, nella pienezza del suo ruolo (guardare l’allievo come soggetto e non soltanto ottenere risultati da un oggetto), le fa una domanda pertinente alla materia, ma lei, assente-presente, non risponde. L’insegnante questa volta però non demorde e aspetta il crollo del muro. In una classe attonita le due si fronteggiano in silenzio per vari minuti. La ragazza racconta che il mondo attorno era sparito, c’erano solo lei costretta a tornare in sé perché guardata e quella professoressa che la guardava, proprio al momento del fallimento della prestazione sulla domanda. La ragazza dopo un quarto d’ora di silenzio ininterrotto è scappata via in bagno, a piangere. Da lì è nato una confidenza, a tu per tu prima, a tre poi (madre, professoressa, ragazza) per affrontare la crisi insieme. Si sta riprendendo dalla sua stanchezza di vivere, tutto a partire da uno sguardo sostenuto con coraggio quasi imbarazzante, che le ha consentito di esserci in tutta la sua fragile incompletezza, che spesso è la completezza che un adolescente può permettersi.

Un ragazzo mi aveva scritto (in quanto insegnante-scrittore) di sentirsi abbandonato dai suoi genitori, benché siano vivi e gli garantiscano agi e oggetti. Si lamentava del fatto che fossero troppo presi dal lavoro e quindi di avere poco tempo per stare con lui in cose semplici come guardare una sua partita di calcio. Gli avevo suggerito di parlarne con loro, con questo risultato: “Ho provato a parlare con loro e fargli capire quali fossero i valori importanti della vita, ma niente, sono stato giudicato come viziato. Sembra assurdo anche a me, ma sono arrivato a combinare guai apposta anche solo per farmi mettere in punizione (cosa che non è mai successa) e impegnare una parte dei loro pensieri. Sono deluso perché tutto ciò che avrei voluto mi fosse insegnato da loro è ciò che dovrei insegnare io, non riconosco più in loro il ruolo di genitori! Sono orfano sebbene fisicamente esistano i miei genitori! L’unica cosa che ho imparato e che uno sguardo o un abbraccio sono in grado di annientare tutti gli oggetti che esistono e sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli!”.

Non credo che queste righe abbiano bisogno di commenti: chiedono uno sguardo. A volte la famiglia non riesce a dare questo sguardo e potrebbe essere la scuola, con insegnanti chiamati ad essere ottimi conoscitori della loro materia, ma anche capaci di guardare agli studenti, e non solo a dare dei voti a prestazioni, necessarie certo ma insufficienti se non inquadrate all’interno della relazione educativa nella sua ampiezza.

La controproposta alla società della prestazione è la relazione, di cui famiglia e scuola sono portatrici indispensabili alla società, se sostenute nella loro vocazione originale e originaria.

Qualche giorno fa sostavo su una spiaggia e ascoltavo il rumore del mare e di bambini che giocavano sulla battigia. In particolare intercettavo la voce di una bambina che costruiva qualcosa con le sue formine di plastica. A intervalli regolari chiedeva al padre, perso in un libro, di guardare cosa aveva fatto. Il papà la accontentava sollevando lo sguardo dalle pagine, ma ad un certo punto la piccola gli ha chiesto di andare a vedere da vicino: voleva lo sguardo del padre tutto intero. Lui si è alzato e ha ammirato le composizioni della figlia, che gliele ha illustrate una per una.

Il mio augurio a genitori e insegnanti (a me in primo luogo) quest’anno parte da questa bambina e da questo padre: avere la pazienza e il tempo di ascoltare i richiami alla relazione, senza fermarsi soltanto a giudicare la prestazione, spesso inadeguata (e da segnalare senz’altro come tale), ma andando oltre, nell’ampiezza della vita (perché non affrontare i colloqui con gli insegnanti prima che i figli ricevano i voti?). Alla bambina interessava sì ciò che aveva fatto, ma soprattuto che il papà guardasse lei. Perché tutto quello che aveva fatto esistesse veramente. Perché lei esistesse agli occhi di qualcuno non distratto. E non uno qualunque, ma qualcuno i cui occhi la ri-guardavano, cioè erano chiamati a guardarla ancora e ancora.

La Stampa, 3 settembre 2014 

***

Ciò che va nutrito, al di là delle prestazioni… Un video che riassume l’articolo. Tratto da un film imperdibile.

[youtube]http://youtu.be/AkG2Dst90LY?list=PL3952E78C9D53BC65[/youtube]

18 responses to “Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza”

  1. Adua ha detto:

    …Lo spirito che va nutrito..gli affetti, i valori che fanno della vita la nostra ricchezza. Grazie. Per l’articolo, per la sensibilità, per ricordare questi valori, per l’emozione.
    Un caro saluto,
    Adua

  2. Silvia ha detto:

    Sono una studentessa del liceo classico e ho 16 anni per cui già da tempo ho avuto modo di toccare con mano le varie ‘realtà’ che si incontrano mel mondo della scuola. Credo che finora il liceo sia l’esperienza più bella ma ritengo che questo sia proprio grazie a professori come lei che si prodigano ogni giorno affinché sia superata quella linea di confine tra insegnante-alunno. Purtroppo però nel mondo della scuola sono pochi quelli che colgono l’occasione di essere un professore come un modo per insegnare a vivere attraverso le pagine di un libro. Per questo motivo mi ritengo fortunata ad avere una professoressa in grado di trasmettere passione ma soprattutto amore per tutto ciò che é vita alleviando la stanchezza e a volte il dolore provocato dalla salita. Spero che tutto ciò, un giorno mi sia d’insegnamento qualora riuscissi a coronare il mio sogno di diventare una maestra. Vorrei concludere ringraziandola perché é anche grazie a persone come lei, al vostro esempio,che noi giovani impariamo a Vivere.
    Buon anno scolastico anche a lei e grazie per tutti i preziosi insegnamenti!

  3. Gabrer ha detto:

    Caro prof.,
    ti scrivo più per il video finale che per l’articolo (che condivido molto).
    Però nel vedere il video finale ho sentito stridere in me il richiamo alle cose “semplici”, non per le cose in sé o per il loro valore, ma per la retorica di cui sono avvolti e che mi sembra per adesso rimbombi come stereotipo.
    L’impressione è quella dell’abbandono dell’aspetto epico a favore delle cose “semplici”, ma senza il primo le secondo restano delle semplici cose.
    Credo che tu sia d’accordo, e non è a te che rivolgo ma denuncia.
    A te affido l’esigenza che sento di trovare sposalizio tra la dimensione dell’epico e della semplicità.

    Grazie sempre per la tua passione e per quello che scrivi! 🙂

    • Prof 2.0 ha detto:

      Il punto sta proprio qui: oggi realizzare il semplice richiede eroismo. Eroismo del quotidiano amo chiamarlo ed è il modo di unire epica e semplicità. La storia di quel film, tratta dalla vicenda reale di Oliver Sacks, racconta proprio di un uomo che fa la guerra, da eroe, ad un sistema consolidato che vedeva nei catatonici oggetti inutili.

  4. Grazie di averci ricordato che i valori antichi sono e saranno sempre attuali perché radicati nel cuore e nell’animo dell’umanità.
    Come mamma mi sento interpellata quotidianamente e in primis responsabile nell’alimentare questo fuoco prezioso e necessario del dialogo e dell’affetto. Ma sento che in questo momento storico e in questa società non basta. Mai come ora bisogna anche insegnare ai figli il valore delle scelte ed imparare a discernere il bene dal male. Non per retorica, ma per il rispetto di se stessi e degli altri.

    • Prof 2.0 ha detto:

      La cultura e la società di oggi richiedono compiti nuovi. A noi l’onere e l’onore di trovare una nuova pace facendo guerra a ciò che ormai stantio non è più sano né fecondo.

  5. Cristina Z. ha detto:

    Ma è davvero possibile instaurare una relazione educativa con ciascun studente?
    Non c’è un problema di numeri che potrebbe finire con il generare figli e figliastri all’interno di una stessa classe?
    Ed anche ammesso di trovare qualche collega con cui potersi “alleare”, non si rischia di ridurre il tutto ad un mero esercizio, se la progettualità non coinvolge tutta la scuola o addirittura l’intero sistema scolastico?
    Per la tua esperienza, si possono davvero cambiare radicalmente le cose dal basso?

  6. Alessandra ha detto:

    Sono un educatrice, non un insegnate. Sottolineo questa differenza perché non solo concreta rispetto al percorso di studi ma anche perché fortemente diversa nel contesto scuola. Eppure noi educatori abbiamo un valore nella scuola, anche se spesso non è riconosciuto, affianchiamo quella parte di alunni portatori di bisogni speciali.
    Lavoro in un liceo da tre anni e con la mia alunna seguiamo tutte le ore di lezione in classe, questo a fatto si che con tutti i compagni si creasse un rapporto, che io definisco, privilegiato per me. Si tratta di quell’ ascolto continuo, attento e allo stesso tempo invisibile che metto in atto quando entro in classe, dalle 8 alle 13. Forse proprio perché sono un educatrice mi sento di rinforzare i miei ragazzi a parlare esprimere i bisogni e le necessità, allo stesso tempo mi sento mediatrice di queste situazioni con i docenti. In sintesi, il mio lavoro mi piace, anche se non retribuito a dovere, ma riconosco di riuscire a costruire rapporti privilegiati che fanno crescere anche me! E quando i miei ragazzi mi abbracciano o mi ringraziano, in quel momento abbiamo spazzato via quella stanchezza che ci attanaglia!!!
    Grazie per avermi offerto questo spunto di sfogo e riflessione. Buon lavoro agli studenti, agli educatori e insegnanti.

  7. Lucia ha detto:

    ho 18 anni.
    Mi ritrovo appieno nella testimonianza del ragazzo.
    Mi ritrovo a fare scenate pur di attirare l’attenzione dei miei genitori, ma ricevo solo “sei una ragazzetta viziata”, i quali mi fanno sentire inferiore ed una nullità, non solo agli occhi dei miei genitori, ma agli occhi di tutti.
    “sarei stato meglio dentro il tuo preservativo”
    caparezza

  8. anna maria rampa(insegnante) ha detto:

    Grazie, è quello che dico sempre ai genitori che chiedono che i loro figli stiano in classe con me, non ho competenze superiori ai miei colleghi, ma guardo negli occhi i ragazzi. Ti auguro e mi auguro ancora, per questo nuovo anno a scuola, un’altra grande, pur faticosa, avventura.

  9. federica ha detto:

    Purtroppo però c’è proprio tanta stanchezza nel momento in cui sai di dover cominciare un nuovo anno con degli insegnanti troppo presi dal”programma” e dalle spiegazioni che però non cercano di capire gli studenti, di instaurare con loro anche solo un rapporto di fiducia…ed è questo, la mancanza di prof come lei che probabilmente butta a terra noi studenti…da grande vorrei fare l’insegnante proprio per essere per i ragazzi prima di tutto un punto di riferimento e naturalmente per dare loro l’entusiasmo di studiare, che è una cosa bellissima…

  10. Daniela Agnelli ha detto:

    Un buon inizio d’anno all’insegna dei VALORI da non dimenticare e che costituiscono le fondamenta del vivere quotidiano. Grazie !!!!!

  11. sara ha detto:

    Mi permetto di prendere spunto da questo articolo e postarlo sul mio blog, per provare a vedere se riesco a toccare le corde giuste nella mia classe. Una classe “Nata Stanca”, dove molti sono sempre capaci di criticare a priori tutto ciò che si fa, se è vero che la critica può definirsi un portato della stanchezza. Questi alunni hanno alle spalle famiglie altrettanto “stanche”, quasi invisibili nelle loro relazioni.
    Affamate di prestazioni e di voti eccellenti, tuttavia incapace di guardare al di là delle apparenze.

  12. Ilaria ha detto:

    Ha detto bene: “Cari STUDENTI, non rassegnatevi alla stanchezza!”. Ho letto parole sentite fin troppe volte… Io non mi aspetto nulla né da insegnanti, né da genitori, né da educatori ecc Ognuno ricopre il suo sterile ruolo come meglio può, o pensa di poter fare, io so che posso nutrirmi di molto altro e che autonomamente non devo “rassegnarmi alla stanchezza”. L’ho fatto ed ho sbagliato, ora tocca a me riaccendere la fiamma della gioia di vivere! Qualcuno ha scritto che “i ragazzi si aspettano sempre gioia dalla vita e non sanno che è la vita ad aspettarsi gioia da loro” e io credo a questo qualcuno.

Rispondi a Ilaria Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *