25 giugno 2016

L’ultimo rito di passaggio che ci resta

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Ho da poco subito una metamorfosi, ma non per nuove penne e nuove ali: queste sono sparite e, al loro posto, spero ormai d’avere un paio di gambe per camminare pazientemente sulla terra” così scriveva in una lettera il poeta inglese John Keats l’11 luglio 1819. Si riferiva all’approfondirsi, nella sua vita interiore, dei motivi che dettavano versi nuovi al suo far poesia. Mancavano meno di due anni alla sua prematura morte per tubercolosi, ma la sua biografia spirituale bruciava le tappe come accade a tutti coloro che sanno di aver poco tempo per dare frutto. Affermava che, dopo il fare bene, la cosa più importante era far poesia e lo diceva perché questo era la sua maturità, fecondità di vita e, in ultima istanza, felicità (felix era per i latini l’albero che dà frutto, quindi fecondo e felice sono la stessa cosa).

La carenza di felicità di molti contemporanei, e i giovani in particolare (in Occidente aumenta il numero di ragazzi che hanno provato il suicidio entro i 21 anni o che tributano la loro devozione alle divinità della Dipendenza o del Disagio), dipende dalla carenza di fecondità delle vite, cioè dalla carenza di frutti e i frutti richiedono chiarezza di destino che si fa destinazione nella pazienza delle stagioni.

Keats parla di una metamorfosi da adolescenziale Icaro che – per eccesso di speranza tipico di quell’età – fugge dal labirinto della vita sopravvalutando i mezzi a disposizione, a uomo innamorato della terra, che pazientemente la solca, simile alla meravigliosa statua scolpita da Alberto Giacometti, l’Uomo che cammina: senza rinunciare alla tensione verso l’alto, è infatti esageratamente slanciato, incede con piedi grandi e pesanti, come radici di alberi.

La maturità è uno degli ultimi riti di passaggio che restano alla nostra cultura ipertecnologica, che se ne ride dei tempi della natura e delle stagioni (quando vedo un bambino delle elementari o delle medie con il suo smartphone ultimo modello in mano so già che tutte le tappe sono state rimescolate e confuse, a quale prezzo lo sapremo fra qualche anno). I riti di passaggio sono necessari, oggi come ieri, a segnare nella carne e nello spirito una metamorfosi, simbolicamente rappresentata dall’esame di maturità, per persone che di simboli significativi hanno bisogno come l’ossigeno, perché il codice binario non conosce simboli, perché non ammette profondità, ma solo superfici apparentemente profonde, ma uno schermo è uno schermo. I nostri ragazzi sono ipernutriti dalla tecnologia da superfici rutilanti e informazioni continue, in una specie di carta geografica inservibile, perché in scala uno ad uno. Li guardo e li vedo spesso spaesati e distratti, solo quando la sera si impadronisce dei loro corpi e delle loro anime, allora magari, in un raro momento di solitudine strappata al chiasso, scrivono una lettera in cui chiedono aiuto: che ci sto a fare qui? Perché tanta noia, anche se mi diverto tantissimo? Molti di loro arrivano all’esame e, dopo un percorso di ben 13 anni di scuola, non hanno ipotesi sulla loro destinazione. Il destino, ciò che ci capita senza nostra scelta, non si è trasformato in destinazione, con conseguenti sconforto, noia, paura. Solo un futuro immaginato dà senso e sangue al presente. Ma anche il futuro è un simbolo, perché lo riempiamo sempre e solo delle narrazioni che respiriamo o (se siamo ancora liberi) scegliamo. Che cosa abbiamo fatto con questo ragazzo per 13 anni? Il nostro dialogo con la sua vita è stato talmente “superficiale” che della sua vita ha imparato troppo poco, ma ci riteniamo soddisfatti perché sa applicare alcune procedure, che continuiamo ad aggiungere ad uno zaino troppo pieno di oggetti, ma il cuore e la testa vuoti di progetti, se non i copioni già scritti dal così fan tutti. La nostra scuola riesce a renderli più liberi, cioè capaci di adesione al vero, al bello, al buono e di mettersi in cammino in quella direzione?

L’esame di maturità è un’occasione di verifica per tutti: genitori-docenti-studenti. Sono cresciute ai ragazzi le gambe per camminare, a fatica e con pazienza, per le vie di questo mondo? Se non è così, li abbiamo tenuti troppo in braccio, o li abbiamo semplicemente addestrati come si fa con gli animali, o li abbiamo illusi con ali di cera, il tutto e subito, senza la pazienza delle stagioni, ma la rapidità della moneta e del clic. Maturare richiede semi e stagioni, profondità e pazienza, maestri e amici, altrimenti la pianta verrà spazzata via al primo vento della realtà, perché solo chi matura dall’interno può cercare la luce del sole. Oggi più che mai in cui la volatilità suicida alla Icaro (lavoro, famiglia, scuola) si traveste troppo spesso della seducente parola flessibilità , abbiamo bisogno di gambe forti come radici di alberi e di pensieri capaci di farci vedere la meta verso cui camminare, con tutta la pazienza necessaria. Questo esame di maturità ci riguarda tutti.

La Stampa, 24 giugno 2016 – Link all’articolo

6 responses to “L’ultimo rito di passaggio che ci resta”

  1. Rosy ha detto:

    Anch’io sono alle prese con gli esami di Stato e ho deciso di basare la mia tesina proprio sulla maturità,intesa non come semplice rito di passaggio,ma come ricerca della propria identità nelle varie tappe della vita.Durante questi cinque anni di scuola ho imparato ad amare me stessa con i miei limiti e i miei talenti, ad accogliere il mio destino nella sua unicità.Maturità è raccontare la propria verità piuttosto che cercare una risposta ad ogni nostro interrogativo.Significa essere consapevoli della finitezza e la fragilità dell’essere uomini,di essere smisuratamente lontani dalla perfezione,da un mistero al di là della nostra portata,eppure non poterne fare a meno. Un po’ come in uno di quei dipinti romantici,dove l’ uomo fa esperienza del sublime,imparando a stare in equilibrio tra il fascino e lo sgomento,il terrore e il piacere, vertigine ed ebrezza.Solo così,tra sorrisi e spasmi, può farsi testimone dello spettacolo della natura ed osservare quella infinita bellezza da un punto di vista privilegiato. Maturità è cercare di scrivere la propria storia piuttosto che cercarne sempre una migliore.Maturità è avere il coraggio di essere semplicemente se stessi e nient’altro.Questa è la strada per diventare grandi,e forse anche “dei grandi”.La scuola dovrebbe insegnarcecelo prima di ogni altra cosa. Grazie prof per non stancarsi mai di ricordarlo con la sensibilità e la maturità delle sue parole!

    • Moni ha detto:

      Ciao, so che magari è strano per te ricevere una risposta al tuo commento dopo circa un anno dalla sua pubblicazione ma le circostanze mi impongono in qualche modo di farlo.
      Quest’anno affronto la mia maturità e beh… come è stato per te un anno fa, anche la mia tesina è incentrata sulla maturità come rito di passaggio moderno. Ho trovato il tuo commento mentre facevo delle ricerche e sono rimasta sorpresa, mi sono detta “devo assolutamente chiederle come è andata” .
      Se vuoi rispondermi –> mozefarina.0809@gmail.com

  2. Rosy ha detto:

    caro Alessandro,
    dalla parte dei prof la maturità è purtroppo molto diversa…
    Quest’anno sono stata nominata come membro esterno di una commissione di un prestigioso liceo classico e mi ritrovo a fare delle considerazioni sinceramente deprimenti.
    Il rito dell’esame viene visto come un’incombenza pesantissima da parte dei commissari con una contrapposizione che ha a volte del ridicolo tra INTERNI ed ESTERNI accomunati solo dall’unico desiderio di “sbrigarsi” e concludere tutte le operazioni nel più breve tempo possibile. Quando si cerca di capire qualcosa dei ragazzi, si devono interpretare i documenti e le relazioni (scarse) fornite dai colleghi nel linguaggio che in molti chiamano “insegnantese” con espressioni che dicono e non dicono, in un tripudio di eufemismi e frasi fatte. Risultato: meglio non fare domande e soprattutto non provare a capire, perché in qualche modo i colleghi hanno già pensato al voto finale e, in fondo, si sa che la maturità è solo una formalità (il più comune dei luoghi comuni che sentiamo ripetere).
    Durante le prove scritte, lunghe ore di assistenza ti permettono di osservare gli studenti che vedi in un contesto diverso da quello della classe, ma che comunque riesci a cogliere nei loro aspetti più evidenti anche solo quando ti avvicini per chiedere il documento di identità e provare a dare qualche cenno di incoraggiamento e rassicurazione.
    Leggendo e correggendo le prove scritte provi a capire ciascuno di loro potendo però solo valutare le loro prestazioni sfiorando appena i loro universi personali.
    Il momento più importante, decisivo e, in qualche modo, solenne, è però il colloquio. Durante quell’ora in cui il candidato si trova di fronte alla commissione accade il vero e proprio rito di transizione verso la “maturità”. Argomento a scelta del candidato (lavoro a volte interessante e frutto di approfondimenti personali, prove di esecuzione per stare nei tempi -10 minuti al massimo- come raccomandano i professori), e poi domande su tutti i programmi di tutte le materie dei professori della commissione. Non è solo una serie di richieste nozionistiche, spesso è un modo in cui finalmente i docenti possono verificare la “maturità” dello studente passando attraverso una interrogazione che in realtà è solo un modo per capire cosa la scuola sia riuscita a lasciare nella sua testa e nel suo cuore.
    La cosa sconvolgente, però, è che gli adulti di riferimento in questa circostanza riescono a dare il peggio di se stessi. Sbadigli, malavoglia, disinteresse, chiacchiere e cellulari continuamente sotto controllo o addirittura utilizzati senza vergogna offrono uno spettacolo di desolante cialtroneria. Mentre lo studente o la studentessa cerca di concentrarsi nell’interrogazione che ricorderà per tutta la sua vita, gli insegnanti dicono con il loro atteggiamento che tutto ciò per cui lui o lei ha lavorato fino a quel momento, in fondo, è inutile. Se provi a fare presente ai membri della commissione che, anche se essi devono fare cinquanta colloqui, ogni studente avrà solo IL SUO colloquio e che dunque occorre rispetto per il suo lavoro e la sua concentrazione, i colleghi sbuffano e ti accusano di opprimerli e di creare un clima esageratamente austero e sproporzionato rispetto alla situazione ed al contesto, perché, …in fondo…siamo a scuola…
    Quando uno dei miei figli aveva poco più di tre anni, volendo raccontarmi una cosa che gli era accaduta, reclamava la mia attenzione mentre io stavo preparando la cena; gli dissi che riuscivo ad ascoltarlo anche se nel frattempo facevo un’altra cosa. Lui però mi disse che dovevo ascoltarlo anche con gli occhi ed io da allora non posso dimenticare quanto sia importante per ognuno di noi, a qualunque età, essere sicuri della partecipazione e dell’ascolto dell’altro senza finzioni o distrazioni. E’ quello che chiediamo per vivere nella relazione con gli altri ed è in fondo ciò che ci rafforza, ci fa crescere e, in una parola, ci rende MATURI, no?

  3. Sara ha detto:

    Salve professore,
    Io la maturità l’ho affrontata lo scorso anno. In quel periodo ero convinta che dopo l’Esame sarei stata una persona diversa, una persona più matura, ma in realtà mi sono resa conto che non è cambiato nulla. Probabilmente per colpa mia, che desideravo solo allontanarmi da quel liceo, andare il più lontano possibile da quelle aule in cui avevo combattuto contro insegnanti che non mi hanno mai dato nulla. Fingevano di interessarsi a me, ma era solo una facciata. Infatti, quando ho passato un periodo buio, dovuto ad alcuni avvenimenti poco piacevoli che avevo vissuto, invece di aiutarmi o almeno provarci, mi hanno affondata ancora di più. Purtroppo non ho mai avuto insegnanti come lei, persone che tengano veramente al loro lavoro e che credano che il loro ruolo non è solo darci una preparazione nella loro materia, ma anche aiutarci a crescere in uno dei periodi più difficili, quando iniziamo a realizzare che è il momento di capire cosa vogliamo essere, cosa vogliamo fare della nostra vita. A causa di tutto ciò, quando sono finalmente uscita da quella scuola ero sì felice perché finalmente si erano conclusi quei 5 anni, ma ero sempre la persona insicura che ero stata prima. Ho scelto di trasferirmi lontana da casa per studiare ciò che avrebbe potuto essere il mio sogno, non ero certa che sarebbe stata la cosa giusta, ma non volevo deludere la mia famiglia ammettendo di non sapere con certezza quale volevo che fosse il mio futuro. Il mio vero rito di passaggio è stata la prima bocciatura ad un esame, che avevo sottovalutato, credendomi troppo intelligente per abbassarmi a faticare per passarlo. È stato lì che ho capito che sono sulla strada giusta, sto studiando per quello che voglio che sia il mio futuro e se voglio che si realizzi devo lavorare sodo. Da quel momento ho iniziato veramente a studiare come una matta e ieri ho sostenuto l’ultimo esame del primo anno, anno che si è concluso con un risultato che mi rende orgogliosa di me stessa, orgogliosa della persona che sono diventata. Tutto ciò per dire che che a mio parere la maturità dovrebbe essere il rito di passaggio verso il futuro, ma vari fattori, tra cui il disinteresse di alcuni insegnanti, i quali non pensano di avere davanti un essere umano ma solo un numero che devono smaltire il prima possibile per poter andare in vacanza, possono vanificare questo rito, rendendo la Maturità solo un periodo di verifiche non molto diverso da quelli vissuti durante l’anno scolastico.
    Mi scusi se sono andata un po’ fuori tema, ma leggere il suo articolo mi ha fatto ripensare alla mia maturità e non ho potuto fare a meno di commentare.

    • Prof 2.0 ha detto:

      La vita ha i suoi riti di passaggio, indipendentemente dal fatto che noi uomini ne strutturiamo alcuni quando è opportuno. La vita ha fatto questo con te, e tu sei stata all’altezza delle sfida. Sono fiero di te. Un abbrccio

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