Il blog di Alessandro D'Avenia

Il mito dei nativi digitali

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edu45Quando un aspetto della realtà emerge in modo inedito, sorprendente e anche doloroso, ci mancano le parole per de-finirlo, cioè dargli confini. Farlo ci aiuta a identificare il mostro e a con-finarlo in un territorio circoscritto e meno pauroso.

La definizione “nativi digitali” è uno di quei neologismi fortunati per confinare un mostro di ben altra entità. Confinato il mostro nel recinto tecnologico ci sembra di poterlo gestire meglio o quanto meno di non subirne l’ombra minacciosa.

Ma andiamo con ordine.

Nativi digitali” è efficace metafora che indica coloro che sono nati in uno spazio (il nativo è l’aborigeno, l’autoctono) fatto di tecnologia digitale, rispetto a coloro che vi arrivano provenendo da un altro spazio: coloni, immigranti. L’altra faccia del nativo digitale è quindi il “colono digitale” che sbarca nell’isola del nativo e ne rimane abbagliato e confuso allo stesso tempo. La generazione dei nativi digitali infatti provoca sudori freddi a quella dei coloni, quelli che, come me, si sono ritrovati ad usare una tecnologia nuova e vi si sono (nel mio caso più che volentieri) adattati.

Ma la consuetudine che ho con i nativi digitali mi ha fatto capire che si tratta di un mito, una narrazione con cui nascondiamo un altro mostro. Lo dico perché i nativi mi sembrano tanto imbranati quanto la generazione precedente. Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto. I cosiddetti smanettoni sono l’eccezione che conferma la regola, ieri come oggi. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma.

L’inventore del termine non è uno scienziato ma (c’era da aspettarselo) uno sviluppatore di videogiochi. Si chiama Marc Prensky e nel 2001 si è inventato il nesso “digital natives, digital immigrants” riferendosi a chi impara a parlare una lingua sin da bambino, un madrelingua digitale, per distinguerlo da chi ne ha appreso l’uso in modo non naturale. Secondo Prensky questa lingua madre digitale ha modificato il cervello dei nativi, che apprendono in modo diverso dai loro predecessori, motivo per cui la scuola non tecnologica e digitale risulta loro incomprensibile e noiosa. Una semplificazione che chi sta a scuola sa di non poter accettare.

Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”. Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema. Ha inoltre fatto salire sul carro(zzone) della scuola i profeti della tecnologia, convinti che lavagne elettroniche e tablet avrebbero risvegliato i cervelli addormentati dal professore analogico (che in dotazione ha solo “la parola”). Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica. L’unica differenza che è stata scientificamente dimostrata non è tra nativi e coloni, ma tra utilizzatori e non utilizzatori degli strumenti. Il cervello si specializza in breve tempo grazie ad azioni ripetute, ma questo, in relazione alla tecnologia, si dà ad ogni età e non solo nei giovanissimi. La plasticità del cervello è ben altra cosa da una mutazione genetica. Consiglio la lettura del libro “Neurodidattica” di C.Rivoltella uscito nel 2012.

Proprio Rivoltella parla di neuromitologia. Non c’è un solo studio scientifico che dimostri che il cervello dei ragazzi sia mutato, anzi gli studi operati per verificare hanno dimostrato il contrario: il cervello non muta in una generazione; le tecnologie attivano aree cerebrali che ognuno di noi attiva quando realizza compiti diversi dall’abituale (come imparare una lingua nuova) e che quindi sono attivazioni di scopo e non mutazioni strutturali; le tecnologie non determinano la motivazione che manca allo studente per ben altri motivi.

Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della “crisi dell’esperienza”. Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva. Non è ridurre la Divina Commedia in tweet da 140 caratteri inviati da Dante Alighieri a renderla interessante per un sedicenne. La tecnologia senz’altro ci potrà affiancare ed aiutare a raggiungere quella che erroneamente chiamiamo “attenzione” dei ragazzi, ma che in realtà non è altro che il loro “stato di veglia”. L’attenzione è già “tenuta”, è già “memoria”, non è “rivolgere lo sguardo a me che parlo”. Io durante una conferenza sono attentissimo mentre disegno ghirigori sul mio quaderno e così tanti ragazzi. Quindi la tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quello che è sempre stato: un grande alleato per afferrare lo stato di veglia e incanalarlo verso l’attenzione. Ma l’attenzione resta compito nostro, compito degli insegnanti e degli educatori, dotati della tecnologia eterna della “parola”.

Il mostro è un altro, meno consolante dell’aborigeno tecnologico. Il mostro è la nostra mancanza di disponibilità ad ascoltare, a dedicare tempo di qualità, a frenare la rapidità dei nostri impegni di lavoro, a fare una passeggiata calma, a giocare con i bambini e leggere loro storie, a dialogare con i ragazzi come si fa in tanti sistemi scolastici esteri in incontri (con test di auto-valutazione) programmati e regolari (che noi invece dedichiamo solo a genitori pieni di “buona” volontà). La scuola è soggetta a tagli di ogni tipo e quando sento di finanziamenti per strumenti tecnologici mi rattristo. Non per gli strumenti che uso in modo pervasivo per afferrare lo stato di veglia dei ragazzi, ma perché quei soldi servirebbero di più a pagare un bravo docente che può così permettersi di rimanere a scuola nel pomeriggio e dedicare tempo a colloqui e approfondimenti con gli studenti, invece di esser costretto a dare ripetizioni in nero. La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata da quella del docente. In assenza di motivazione del docente non si attiva quella dello studente e non c’è dispositivo che possa fare miracoli. Ma noi pur di non guardare in faccia il mostro, chiediamo miracoli al dio scintillante della tecnica.

La Stampa, 18 dicembre 2013

11 commenti a «Il mito dei nativi digitali»

  1. Articolo interessantissimo, come interessantissimo è quello che l’ha fatto scaturire (quello di Prensky). Nel mio Blog ho fatto alcune osservazioni che spero possano servire da contributo per capirne di più:

    http://occhio-al-web.blogspot.it/2014/04/darwin-e-levoluzione-dei-nativi-digitali.html

    Roberto Romano
    (15:27 del 11 aprile 2014)
    • Grazie!

      Prof 2.0
      (10:03 del 12 aprile 2014)
  2. Grazie, perché ci rassicuri e ci sproni a dare tanto. L’altra sera ascoltavo rapita una vera e propria lezione di marketing sui videogiochi tenuta da un nativo che ho la fortuna di accompagnare ed ho pensato con una certa trepidazione: potrò ancora dire qualcosa con il mio latino e greco? dirò mai qualcosa di utile? La risposta è sì!!! Perché negli occhi del nativo scopro il mio stesso bisogno di amare ed essere amata, perché lui si interroga sulla vita e sulla morte come me, perché lui, proprio come me alla sua età, cerca una risposta su se stesso e sul suo futuro e implicitamente la domanda a me, colona ma non estranea… Giovanna

    Giovanna
    (20:34 del 2 gennaio 2014)
  3. Come un uomo preistorico medio poteva ammirare esterrefatto i graffiti rupestri opera dei talenti di allora, i giovani e i meno giovani di oggi fruiscono di una tecnologia di cui sono, in fondo, del tutto all’oscuro.

    Ciosberto
    (16:12 del 22 dicembre 2013)
    • Sa di McLuhan…

      Prof 2.0
      (10:13 del 23 dicembre 2013)
  4. Al solito condivido il bell’articolo ma vorrei fare alcune precisazioni per quanto riguarda la mia esperienza personale. Insegnando Chimica e impianti all’inizio dell’era digitale window (parlo di 95-2000), in quanto colono digitale, avevo pensato di dirigere le capacità dei nativi digitali per indirizzarli a fare programmi, calcoli, disegni, grafici con cui interpretare i fenomeni partendo anche dalle esperienze di laboratorio. il risultato è stato oltremodo deludente, nel senso che gli smanettoni rimanevano smanettoni ma non erano (per lo più)in grado di seguirmi tanto che, diventata vecchia l’aula informatica, cambiati i programmi base, ridotte le ore per i soliti tagli all’istruzione, ho abbandonato l’idea e siamo tornati praticamente al cartaceo. Il dialogo con gli alunni, invece, mancando spesso il tempo fra le mura scolastiche, l’abbiamo costruito (con chi mi ha chiesto amicizia) su facebook, scambiandoci idee di ogni tipo, da sociali a scolastiche, da problemi di salute a problemi di ragazze e fidanzati, dialogo che è continuato anche con gli ex studenti(una già nonna) ritrovati on line. PS le lezioni private per ora le ho date gratuite, ma continuando così (la tredicesima non l’ho vista assorbita da tasse)sarò costretto a farmi pagare per potermi comprare le scarpe nuove

    Andrea
    (06:25 del 21 dicembre 2013)
  5. …”Ma l’attenzione resta compito nostro, compito degli insegnanti e degli educatori, dotati della tecnologia eterna della “parola”.”…
    Vero, verissimo e sperimentato! I nostri ragazzi chiedono di ascoltare e di essere ascoltati.
    Le domande tipo:”Che cosa ci sto a fare al mondo” e “Che senso ha la mia vita…” appartengono tuttora all’universo degli adolescenti che cercano di nasconderle distraendosi smanettando e riducendo la comunicazione con l’altro a qualche tweet o simili. Se però ti soffermi con loro, provochi la loro curiosità, solletichi la loro domanda di verità, ecco che diventano un fiume in piena e l’ora di lezione svanisce in un soffio. Non è sempre facile far parlare Leopardi (che poi è uno che ti permette di andare al nocciolo della questione!)o catturare quegli sguardi assonnati da troppe chat… Ma è possibile! e questo è compito nostro, poveri insegnanti “in-decenti o in-docenti. Quindi “che fare?” diventa un darsi da fare e amare quello che trasmettiamo con l’insegnamento! Oggi mi sono commossa per il dono dei miei ragazzi di terza media che mi hanno regalato una lezione stupenda(nonostante fossero le ultime ore prima delle sospirate vacanze natalizie), volata via in un attimo, in cui mi hanno mostrato una tangibile attenzione con domande, interventi e anche forte discussione per esprimere il loro pensiero: grazie! insegnare è anche imparare, ma solo se noi prof. mettiamo il cuore, l’anima, in tutto quello che facciamo!!! Un grande abbraccio ed un augurio di buone feste a te, Alessandro e a tutti i colleghi che seguono con passione il tuo blog, occasione di formazione e aggiornamento quotidiani

    maria rita
    (18:41 del 20 dicembre 2013)
  6. Quanto è vero quelo che dici ho avuto modo di sperimentarlo proprio oggi. Sono andata a scuola un po’ prima(uscita dal dentista abbastanza presto)e ho potuto dedicare un’oretta a parlare con due mie alunne che ne avevano manifestato il desiderio. Che bello avere del tempo per stare con loro! Peccato che ne abbiamo sempre così poco.A tutte quelle persone che affermano che noi siamo privilegiati perchè lavoriamo solo 18 ore per settimana io vorrei rispondere che a noi insegnanti piacerebbe fare più ore ma per dedicarle veramente ai ragazzi per poter parlare con loro e cogliere così le loro emozioni, i loro piccoli o grandi disagi.Invece dobbiamo avere tante classi(io 18 perchè sono un’insegnante di religione), con tanti alunni(anche 30 per classe)e riuscire a stento a parlare un po’ con loro. Però abbiamo una lim in ogni classe!

    patrizia
    (17:04 del 20 dicembre 2013)
  7. Caro Alessandro,
    mi trovo d’accordo su quanto affermi in merito ai “profeti della tecnologia”.
    Pur essendo anche io un (fanatico) utilizzatore di dispositivi, ritengo giustamente che non siano questi i soli mezzi con i quali fare didattica.
    E che molto spesso uno sguardo sincero sia più efficace.

    Però non concordo su altre cose.
    Per semplificare, credo che il neologismo “nativi digitali” stia a rappresentare questa generazione che è nata con i dispositivi digitali.

    La mia, come la tua, ha vissuto almeno una 15ina d’anni senza il PC, e dopo si è adattata, molte volte bene.

    Questi ragazzi, semplicemente, i PC li usano da quando hanno 2 anni. Il senso del nativo digitale è qui.

    Che poi serva una “educazione digitale”, questo è un dato di fatto. I ragazzi di oggi sono imbranati come quelli di ieri. La tecnologia non semplifica le cose.

    PG
    (16:56 del 20 dicembre 2013)

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