17 settembre 2012

Il triangolo amoroso che può salvare la scuola

Continua la riflessione lanciata con “Rose e Libri”, alimentata dai vostri commenti e dalle vostre lettere, per i quali vi ringrazio molto. Continuiamo il tam-tam e cominciamo a darci da fare, come molti stanno già facendo nelle loro scuole.

***

«Alcuni di noi credono di poter cambiare qualcosa. A un certo punto ci svegliamo e ci rendiamo conto di aver fallito».

Così dice, riferendosi alla sua professione, Henry Barthes, insegnante di una scuola pubblica americana e protagonista del recente film «Detachment» (Il distacco), interpretato magistralmente da Adrien Brody, il rovescio pessimistico-malinconico del Keating dell’«Attimo fuggente».

Uomo di finanza di successo, deluso dalle chimere del mercato, decide di darsi ad un lavoro privo di «consenso» ma con più «senso» per la sua vita e quella altrui. Diventa un supplente. Sì, un supplente per scelta. Non vuole un posto di ruolo, preferisce dover cambiare di frequente scuola e non rimanere troppo «attaccato» alle vite fragili di ragazzi che si aggrappano a lui, in cerca di quel «senso» che altrove non trovano.

Consapevole di non essere all’altezza di ciò di cui hanno bisogno in un mondo troppo liquido nelle relazioni e troppo fragile nelle fondamenta culturali, sconsolato dice: «Questi ragazzi hanno bisogno di qualcos’altro. Non hanno bisogno di me».

Ma di che cosa hanno bisogno, allora?

Lo mostra con eccessivo pessimismo l’intero film: i genitori non si vedono mai. In una sorta di versione tragica delle strisce di Charlie Brown, al massimo se ne sente la voce, distante, incapace di empatia, di ascolto, di tempo, di spazio, per la relazione con i figli, gettati nell’esistenza senza un’anima capace di dare consenso alle cose della vita senza esserne divorati o manipolati.

In una delle scene più malinconiche, la scuola – addobbata a festa per i colloqui – è un deserto dei Tartari, presidiato solo dai professori che attendono invano come sentinelle: non si presenta nessuno. «Dove sono tutti i genitori?» chiede una insegnante alla collega, che risponde: «Non lo so». Un altro replica: «Sono stato due ore in classe, è venuto un solo genitore. Dove sono tutti?».

«Non lo sappiamo». Gli rispondono.

Qualche giorno fa dopo aver lanciato su queste pagine l’iniziativa «Rose e libri» sono stato travolto da lettere, commenti, suggerimenti, offerte di aiuto, da parte di altri insegnanti, di genitori e di ragazzi. Dimostrazione del fatto che la Scuola, per chi ci crede, è una relazione a tre. È l’unico triangolo amoroso che può funzionare se tutti fanno lo sforzo di perseguire il bene comune che c’è in gioco: le vite dei ragazzi. L’unico triangolo amoroso in cui tutti possono essere felici.

Non riesco a capacitarmi del fatto che abbiamo accettato che la Scuola sia invece campo di battaglia tra genitori-docenti-studenti anziché pavimento su cui muoversi per realizzare quel bene di cui parlavo: la scoperta dei talenti e dei punti deboli di un ragazzo o di una ragazza.

L’educazione non è qualcosa che si improvvisa, ma richiede, caso per caso, un progetto condiviso. Che cosa possiamo fare noi insegnanti costretti a colloqui dove si dicono soltanto i voti: ora per la soddisfazione delle madri (raramente vengono i papà) di quelli bravi ora per ripetere a quelle dei meno bravi il ritornello: «ha le capacità ma non si applica». Una relazione frustrante perché ridotta al criterio utilitaristico di produrre voti e promozioni, anziché accompagnare uomini e donne a costruire un’anima «pronta», secondo il verso shakespeariano, che ho proposto ai miei studenti di quinta come motto per quest’anno di maturazione più che di maturità: «Quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose» (Enrico V). Perché non si fanno colloqui ad inizio anno, quando non ci sono ancora voti, per mettersi d’accordo – genitori e insegnanti – sugli obiettivi educativi da raggiungere a casa e a scuola? Perché a questi colloqui in un secondo momento non partecipano anche i ragazzi così da poter ascoltare il loro punto di vista, le difficoltà che incontrano, i sogni, i progetti? Come faccio a insegnare ad un mio alunno la disciplina della terzina dantesca, se a 16-17 anni ancora non rifà il letto da solo?

Se non c’è un progetto educativo condiviso gli insegnanti diventano erogatori di voti, i genitori clienti, gli studenti utenti. Una relazione in perfetto stile utilitaristico, con persone trasformate in prodotti di una catena di montaggio di diplomi. Ma l’uomo non è mai prodotto, mai mezzo, ma sempre fine.

O riportiamo la Scuola alla sua vocazione o ci teniamo questa grande Scuola-Guida, in cui un insegnante con una laurea e un dottorato in lettere classiche, due anni di corso di specializzazione per l’abilitazione vinto dopo un concorso con migliaia di persone per 60 posti, un master, 12 anni di insegnamento, un desiderio sconfinato di continuare a fare questo mestiere, per la Scuola di Stato non è altro che un precario in una graduatoria, abile solo, a meno di 20 euro all’ora, a coprire supplenze temporanee sufficienti a erogare qualche voto, mica a far crescere i ragazzi in una relazione continua nel tempo.

I nostri ragazzi potranno un giorno fare proprie le parole in apertura del film: «È importante trovare una guida e avere qualcuno che ci aiuti a capire la complessità del mondo. Io non l’ho mai avuto mentre crescevo». Mi spiace ma il possibile candidato era incastrato in una graduatoria il cui unico criterio di merito è l’anzianità. A 50 anni volevano dargli una cattedra, ma aveva cambiato mestiere, perché nel frattempo doveva portare avanti una famiglia, nell’Italia alla frusta del dio Spread.

La Stampa, 17 settembre 2012

31 responses to “Il triangolo amoroso che può salvare la scuola”

  1. ALESSANDRO GOITAN ha detto:

    Ciao Alessandro, sono un genitore particolarmente impegnato in varie attività parascolastiche, attraverso i vari Comitati e/o Associazioni. Sono sinceramente commosso dalle parole del tuo articolo odierno sulla Stampa. Nonostante tutto,io credo ancora che, facendo quello che faccio per le scuole dei miei figli, possa riuscire a cambiare qualcosa. Nel triangolo amoroso mi ritrovo perfettamente ma le distanze tra i vari lati (di un triangolo comunque scaleno…….)spesso sono davvero siderali. Genitori e insegnanti viaggiano su piani paralleli e ai ragazzi ci si rivolge con linguaggi e modalità obsoleti. Tu parli di un progetto condiviso, ma prima bisognerebbe abbattere la presunzione degli insegnanti e chiedere loro di mettersi maggiormente in discussione. Bisognerebbe chiedere ai genitori di non guardare ai propri figli come qualcosa che va protetto ad ogni costo, soprattutto con tanta ipocrisia. E chiedere, infine, ai ragazzi di non disprezzare preventivamente (anche se ne hanno pieno diritto) le generazioni precedenti che hanno minato il loro futuro.
    La tua profondità di analisi fa bene e mi ridà una spinta formidabile. Ma basterà??
    Alessandro Goitan – Varese

    P.S. sarai a Varese per il Premio Chiara l’8 novembre. Ti sarei davvero grato se prendessi inconsiderazione la possibilità di spendere mezzora del tuo tempo davanti ai ragazzi della scuola in cui opero. Credo ti sarebbero immensamnete grati. Ed io con loro.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Caro Alessandro, grazie per le tue parole e per i suggerimenti che mi offri. Spero che questo diventi spazio sempre più fecondo di confronto vero. Per l’incontro ho già un’altra richiesta in zona, ma tu scrivimi all’indirizzo della home del blog, e vediamo cosa posso fare.

  2. Angela ha detto:

    Caro Alessandro,
    faresti anche tu il supplente per scelta? Vorresti provare a insegnare in una scuola pubblica, magari in un Istituto Professionale? dove (tutti credono, ma non è vero) vanno i ragazzi che non hanno voglia di studiare? Potresti portare avanti un dialogo ancora più vero….
    Faccio parte di quella categoria che descrivi sopra, mamma di studente bravo, in scuola pubblica, che va ai colloqui, per dire agli insegnanti io esisto, mio figlio per me esiste, ma tu insegnante esisti? non vengo a chiederti i suoi voti, li leggo già sul libretto! voglio relazionarmi con te! Ma se dopo tre anni ancora non mi riconosci…Se si fa un consiglio di classe all’anno…come si costruisce il triangolo amoroso? Chi deve poggiare la prima pietra?

  3. Tommasina ha detto:

    Ciao, sono una supplente precaria cioé sono ancora in terza fascia e a marzo ho lavorato in una scuola secondaria dopo aver lavorato alle scuole elementari.Non mi sembra cosi male, é stato bello, anzi, spero che mi richiamino anche per quest’anno.Secondo me ognuno deve rispettare e far rispettare il proprio ruolo,l’insegnante, i genitori e i ragazzi. Chi deve educare sono gli adulti ma i ragazzi non sono dei contenitori da riempire con dati e/o regole di comportamento. Dobbiamo ascoltarli, interagire con loro, a volte permettere loro di sbagliare, e perché no? Anche noi,adulti sbagliamo, ma poi si ricomincia piu’ forti di prima.Dobbiamo essere leali prima di tutto con noi stessi, anche noi possiamo diventare delle piccole matite di un Dio che se per prima ci ha amati e voluti cosi come siamo ci aiuterà ad amare ed a poter camminare insieme ai ragazzi e ai genitori

  4. Silvia O. ha detto:

    Grazie come sempre! Di crederci, e di darci la forza di credere.
    Ho finito proprio oggi di leggere, commentare per iscritto, restituire i biglietti che i miei nuovi alunni hanno scritto il primo giorno di scuola riguardo alle loro aspettative. Quanto la ricerca di un dialogo, la voglia di essre conosciuti e capiti, di trovare in noi insegnanti un punto di riferimento è un’esigenza profonda! Occorre davvero riportare “rose e libri”, ascoltarli, dialogare!

    Rilancio la palla con un’idea che mi è venuta in mente proprio oggi. in realtà, ad ispirarmela è stato quel tuo articolo “Padri, padroni e padrini”, in cui collegavi fluidamente e magistralmente passato e attualità, letteratura-storia-cronaca-religione-cuore umano. Spesso i ragazzi si mostrano così superficiali, distratti e annoiati, durante le lezioni, perché le ritengono materie vuote, aride, distanti dalla realtà (“la vera vita è fuori” mi ha scritto un alunno); non riescono a vedere il nesso tra le nozioni apprese e i temi attuali, le esigenze di tutti i giorni, i desideri del cuore.
    Potremmo lanciarci la sfida, un ulteriore motivo di lavoro, di trovare questi nessi mentre facciamo lezione, di collegare studio (che sia Dante, o la fisica o la formula matematica) & realtà/attualità. E poi trovare uno spazio per raccontarcele …

  5. Stefania ha detto:

    Caro prof d’Avenia, nonostante i suoi ripetuti articoli sulla riforma , nella mia scuola nella città di Bari, sembra che a nessuno importi. I professori hanno in mente una sola cosa: lo stipendio, e noi ragazzi siamo costretti a sopportare ogni giorno le loro lamentele, problemi familiari e sentimentali, di tutto e di più. E quindi io mi chiedo: come possiamo far cambiare idea a una massa di prof che non crede in quello che fa e che, mentre spiega, non gli brillano gli occhi? Grazie comunque per gli insegnamenti che lei dà ai noi giovani. Se tutti i professori fossero come lei, il mondo non solo sarebbe più bello ma ci sarebbe un futuro, cosa che davvero conta al giorno d’oggi.
    Un caro saluto.

  6. Cristina Z. ha detto:

    “…Di un cuore ho bisogno per figlio, di un’anima ho bisogno per figlio, compassione io voglio in mio figlio, rettitudine, misericordia, la forza di soffrire e di sopportare il dolore, ecco quello che voglio in mio figlio, non una mente senz’anima!” (C.Potok “Danny l’eletto”).

  7. silvano bertaina ha detto:

    Io penso spesso quel che dice la frase che citi dal film. «Questi ragazzi hanno bisogno di qualcos’altro. Non hanno bisogno di me».
    Molto spesso, da insegnante, mi chiedo cosa faccio lì, davanti a trenta adolescenti, che cosa rappresento per loro, se servo. Mi chiedo se la Scuola ha un senso, oltre alla funzione di social-parking.
    Oppure se sono lì, perchè sono io, che ho bisogno di loro. E’ un po’ come dire che la saggezza non è trovare delle risposte, ma interrogare le domande.
    Prima o poi me ne farò una ragione. Per adesso faccio il meglio per tenere su il mio cateto,quello più corto:il cateto lungo tocca ai genitori, l’ipotenusa agli studenti.Sempre che non abbia ragione il signore che lo ritiene scaleno…

  8. Federica ha detto:

    Ecco, appunto, il triangolo amoroso.
    Penso che tu abbia colto nel segno.
    Qualche piccola idea per i genitori come me, ai primi anni di scuola primaria:
    1) fidarsi degli insegnanti. Non è che perchè il figlio più grande a novembre già sapeva leggere e scrivere, questa maestra ancora ferma alla “C” sia un’emerita incapace. Mia figlia non è un contenitore da riempire, ma una persona da far crescere. Ho apprezzato tantissimo che la maestra, con il suo metodo, alla fine della prima classe sia riuscita a portare TUTTI i bambini alla “lettoscrittura”.
    2) non criticare gli insegnanti prima ancora di conoscerli e solo per sentito dire. Sono contenta che mia figlia apprezzi la sua insegnante, nonostante voci di vario genere riguardo le sue capacità. Per lo stesso motivo di prima, dato che mia figlia non è un contenitore, preferisco che stabilisca, prima di tutto, buone relazioni con l’insegnate e con i compagni. Solo grazie alla relazione si comunica.
    3) Apprezzare le differenze: la multiculturalità o la presenza di alunni disabili in classe. Valgono i discorsi fatti sopra: non ci sono “programmi rallentati” a “causa” di ragazzi disabili o difficili. Ci sono solo esperienze che fanno crescere e creatività da applicare (provato e sperimentato).

    Però dalla scuola vorrei qualcosa anch’io:
    1) più ore di “sostegno” per i bambini con necessità (che a volte si vedono costretti a pagarsi insegnanti privati per avere qualche chance)
    2) una vera collaborazione tra docenti e con i genitori, in modo che non sia lasciato tutto alla buona volontà o capacità del docente, ma si possa contare su progetti mirati e non standardizzati. Molti ragazzi sono visti come “problematici” perchè obbligati su programmi e metodi “preconfezionati”. Serve forse una metodologia e una progettualità che permetta che ciascuno si posa sentire un tassello importante all’interno della sua classe.

    Un po’ mi preoccupa inserire il mio bambino in prima classe il prossimo anno. Temo non riuscirà stare “al passo” e non so se troverà insegnanti capaci (non c’è un progetto per i bambini con difficoltà anche se non disabili); è tutto così aleatorio! Dovrò offrirgli un sostegno a casa, o conviene che cerchi una scuola adatta a lui? Perchè dev’essere così difficile?

  9. Giovanni ha detto:

    Grazie Alessandro, non aggiungo altro a quanto dici, è veramente indispensabile la collaborazione con l’aggiunta di rispetto, fiducia e … amore in questo triangolo virtuoso.

  10. Daniela De Vido ha detto:

    Caro Alessandro, ho trovato per caso il tuo articolo sulla Stampa e mi e’ piaciuto. C’e’ poco da fare: e’ verita’ sacrosanta quello che scrivi. Io abito da 6 anni in Germania e il “triangolo amoroso” ti posso assicurare che qui esiste… Mio figlio Francesco fa la quarta elementare e in tutti gli anni il dialogo a tre c’e’ sempre stato. Le occasioni al di fuori dell’orario scolastico ma comunque in classe/nella scuola per fare 2 ore di gioco per i bambini e di conseguenza di conoscenza tra genitori e insegnanti sono organizzate 2/3 volte l’anno… oppure la festicciola prima di Natale – ognuno porta qualcosa e magari i bimbi ci raccontano qualche poesia o intonano canzoni… Le occasioni ci sono pure durante i colloqui prima, nel mezzo e alla fine dell’anno scolastico in cui ci si fissano obbiettivi insieme e in cui maestre, genitori e alunno sono insieme, si scrive quello che si e’ raggiunto, cio’ in cui ancora ci si deve “rimboccare le maniche” e gli obbiettivi futuri.
    La scuola e’ una scuola pubblica con bambini a maggioranza tedesca ma anche di provenienza europea – Russia, Bulgaria, Gran Bretagna, Portogallo, Italia – o extraeuropea – Turchia, Brasile, Egitto. Non mi sembra impossibile, io credo che niente lo sia soprattutto quando si tratta di bambini e ragazzi che sono il nostro futuro … poi, a dire il vero, fa piu’ rumore un albero che cade che una foresta che cresce!

  11. marco ha detto:

    Come genitore sposo a pieni voti questo articolo! …volevo aggiungere un fatto realmente drammatico: un’amica psicologa che incontra tante ragazze bulimiche/anoressiche dice che hanno tutte ottimi voti a scuola e impeccabili nel comportamento…quella maledetta perfezione imposta! Riflettiamo..

  12. Marta ha detto:

    come si può da studentessa TRASFORMARE QUESTE PAROLE IN FATTI CONCRETI?

  13. valentina ha detto:

    Quel triangolo alla scuola dell’infanzia a volte funziona: ai genitori è più evidente il loro compito, le insegnanti , guardando ai loro piccoli alunni, sono più semplici e umili ed i piccoli “studenti” sono aperti a tutta la realtà affidandosi a chi li aiuta a crescere.
    Ciao Alessandro

  14. Monica ha detto:

    Ho avuto la fortuna di lavorare in scuole dove la collaborazione con i genitori non mancava, veniva caldamente proposto agli alunni di partecipare al colloquio con i genitori e questo dava buoni frutti. Il problema è che questo triangolo, per quel che riguarda me, si è sempre dissolto a fine anno con gran tristezza mia, degli alunni e dei genitori e tutto questo proprio perchè sono una di quelle “incastrate” nelle graduatorie. Mi sono sempre chiesta se davvero sia il metodo migliore di scegliere i docenti, certo non lo ritengo l’unico efficace e così, in attesa di esercitare una passione, devo mendicare alla tavola della burocrazia…
    Chi ci rimette davvero, però, sono gli alunni, bisognerebbe spostare l’attenzione su di loro e far davvero prevalere l’educazione e la continuità e curare la relazione umana.

  15. Simonetta ha detto:

    Ammiro chi esercita la professione di insegnante, soprattutto al giorno d’oggi, con tutti le problematiche presenti nella scuola. Ti ringrazio per le tue parole, così vere e piene di speranza..Continua così, c’é bisogno di persone positive come te!!!

  16. io ho sempre avuto a che fare con insegnanti un po’ altezzosi. Ho sempre constatato che il nuovo viene accettato con difficoltà e con diffidenza. Pochi gli insegnanti che hanno riconosciuto la propria ignoranza (dal verbo ignorare. Ma non demordo, continuerò a proporre incontri e letture per quegli alunni che vogliono essere educati alla lettura. 😉

  17. lena ha detto:

    Bello il triangolo amoroso, ma per realizzarlo servono adulti veri. Mi scontro sempre più con la realtà che mi dice che ci sono belle persone che hanno scelto di essere Adulte e di vivere quello che professano, ma mi scontro anche con la quotidianità fatta di utilitarismi e ipocrisie da ambo i lati, genitori ed insegnanti. Penso che si possa arrivare al triangolo amoroso, ma solo a patto che ognuno ricominci da se stesso per incarnare quello che vuole dare alle giovani generazioni perché troppo spesso l’educazione è fatta di belle parole non confermate dai fatti ed i giovani credono a quello che vedono e non a quello che sentono…e penso che l’emergenza educativa di cui tanto si parla nasca proprio da questo: l’assenza di Adulti veri. Chi sceglierà di esserlo?!!! Io continuo con me stessa perché agli altri non posso imporre niente, solo dare l’esempio.

  18. Silvia O. ha detto:

    PRECARIATO – HELP!
    Mai come quest’anno il primo giorno di scuola sono partita alla grande: forte di “Rose & Libri” ecc., sono partita carica, energica, entusiasta, appassionata … e anche molto più sicura di me. Aggiungo la fortuna di aver trovato classi collaborative, meravigliose. Insomma, sono davvero serena, felice, gratificata.
    Senonché … la mia “supplenza a T.D.” durerà al massimo fino al 4 ottobre. E, a complicare le cose, la convocazione per le scuole medie sarà la settimana prossima, con tutti i dubbi amletici e le incertezze sul mio futuro che ne derivano.
    Del precariato non mi pesa, non mi fa indignare il pessimo sistema di reclutamento, la mala gestione da parte del governo, la svalutazione dei titoli di laurea e della qualifica prfessionale, l’incertezza economica, il lavorare a singhiozzo, il non sapere dove sarò l’anno prossimo (per non dire il mese prossimo), il ricordarmi che le vacanze esisve non sono “ferie” ma “disoccupazione”, il pendolarismo, i viaggi in auto, il dover sempre riadattarmi e ricominciare ogni volta.
    Ci può essere, anzi, del positivo in tutto questo: può essere un’avventura stimolante (“E’ bello vivere perchè vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante” diceva Cesare Pavese), che ti allarga le conoscenze, ti mettere alla prova in contesti diversi … e ti dà l’umiltà di ricordarti che quei ragazzi non sono “tuoi”, che il loro cammino non dipende interamente da te.
    Già … però mi pesa. Quello che mi pesa del precariato sono proprio queste separazioni. Specialmente quando, come adesso, mi trovo bene, mi affeziono e vorrei davvero costruire-camminare-progettare-crescere con loro.
    Come vivere serenamente questa tristezza, questa lacerazione?
    Scusate lo sfogo. Ma ho trovato tante volte, qui, suggerimenti, forza di fronte a miei dubbi e difficoltà: anche questa volta cerco …

  19. Michela Annese ha detto:

    Ciao Alessandro! Le tue parole riscaldano il cuore di una giovane prof.di lettere che ti scrive…le tue affermazioni sono giustissime! Credo che, per essere dei veri educatori, dobbiamo rendere i nostri studenti il fulcro dell’attività didattica quotidiana…per fare ciò è, dunque, necessario promuovere quell’alleanza educativa che induca tutti a trovare un “giusto equilibrio”, funzionale al progetto di vita degli alunni stessi. Ci tenevo, inoltre, a scriverti che mi sono avvicinata alla lettura dei tuoi articoli grazie ad’amica in comune: Marigia Casareale, che nutre un’immensa stima nei tuoi confronti e che mi ha permesso di “conoscerti”! Un cordiale saluto da una prof.innamorata del suo lavoro e in attesa di convocazione!!!

  20. Silvia O. ha detto:

    DISCUSSIONE IN SALA INSEGNANTI
    Il collega di storia: «A che serve oggi insegnare di fronte allo scandalo della Regione Lazio?» Rincara la dose di scetticismo e indignazione. «A che serve formare dei ragazzi che non avranno un futuro? A che serve, dato che in Italia la cultura è morta, la politica fa schifo, non ci sono prospettive lavorative, non c’è una struttura sociale che possa assorbire i nostri giovani?»
    Personalmente, non condivido un pessimismo così esasperato; però quella del collega è una domanda vera: come non rimanerne provocati?
    Già: a che serve spiegare Platone o Dante o l’origine dell’universo? A che serve costringerli a tradurre Cicerone, riempire le loro teste di concetti, di date, di formule chimiche o matematiche? Chiaramente non per puro nozionismo, né per una cultura fine a sé stessa (non basta, a loro, come risposta). Ma è altrettanto riduttivo ricondurre tutto ad un immediato riscontro utilitaristico, pratico o economico: specie ai giorni nostri, quando le prospettive lavorative non sono delle più rosee, e il mercato del lavoro ci chiede di adattarci, di reinventarci continuamente. Per passione, allora? Perché siamo innamorati delle nostre materie, del nostro sapere? Nobile intento; ma a che serve tentare di farli innamorare di Orazio o di Petrarca, se non siamo, prima ancora innamorati della realtà? A che serve coinvolgerci, metterci in gioco totalmente in una relazione con i nostri studenti, se non vediamo, se non intravediamo per lo meno, una prospettiva buona di futuro per loro? Come possiamo amare il loro destino, se crediamo che per loro non ci sia destino?
    Trovo drammatica, agghiacciante l’idea di una scuola dove i primi ad essere caduti nel nichilismo siamo noi. A che serve – e come possiamo noi – educare, se abbiamo smesso noi per primi di credere, di sognare? Che cos’è, infatti, “educare”, se non trasmettere, testimoniare una speranza? La speranza che esista un’alternativa positiva alla crisi di oggi; la speranza che si possa costruire un mondo migliore di questo. E che cos’è “scuola”, se non un luogo in cui (attraverso una relazione amorosa e costruttiva adulto-ragazzo, attraverso programmi e materie), i giovani possano scoprire i loro sogni, e trovare forza, energia, strumenti per realizzarli? Ma che futuro, che speranze può avere una società, una nazione, se non diamo ai giovani la voglia, il desiderio di costruirlo, questo futuro migliore? Quali futuri politici, imprenditori, insegnanti, genitori … potranno nascere, formarsi tra i banchi di scuola, se tarpiamo le ali ai loro sogni? Se li rendiamo già vuoti, stanchi, vecchi e rassegnati ancor prima di iniziare?
    Io oggi questo mi sento di affermare, di gridare, con tutta la forza del mio cuore: che noi insegnanti/educatori abbiamo, noi per primi, il DOVERE di credere nella realtà, di essere innamorati della realtà. Senza negare il male, senza smettere di scandalizzarci, di indignarci per quello che è corrotto, che è inquinato, che non funziona …; ma senza smettere di sognare, di sperare: per poter instillare una scintilla di speranza in loro. Solo chi crede, chi spera, chi ha fiducia costruisce.
    Solo così si può ancora “investire sulla persona”. Abbraccio pienamente il parere della collega di matematica, convinta anch’io, per esperienza personale, che quello sulla persona sia un “investimento a fondo perduto”: semini ora, disinteressatamente. Non sai come, quando, che cosa, in che modo raccoglierai; forse, sorprendentemente, quando meno te l’aspetti.

    • Monica ha detto:

      Ottimista il collega di storia…
      Io non credo che l’unico fine che valga la pena perseguire sia quello utilitaristico, ne che l’unico criterio di valutazione debba essere quello economico.
      Insegnare quello che dici, forse, serve proprio ad aprire l’orizzonte, per evitare di scivolare ancora più in basso.
      E poi, ti sei risposta da sola: insegnare è seminare speranza, virtù dimenticata, ma che, se accolta, può fare luce e indicare una via.

  21. Diana ha detto:

    Bellissimo articolo. Io ho molto amato la scuola. Ora ho un figlio e temo per ciò che troverà ovvero “l’azienda scolastica” che è diventata tale come dici tu. Sarà che oggi il figlio deve essere un trofeo da mostrare, ci deve rendere orgogliosi e guai se l’insegnante mette un brutto voto.
    Poi questi genitori o non possono o non vogliono prendersi tempo per colloqui e vita dei figli se non stupirsi degli estranei che sono diventati.
    Il mio attuale lavoro mi renderà difficle andare ai colloqui se ci resto. Ma adesso c’è una riunione nudo il 3 ottobre. sicuramente non si parlerà d’altro se non degli obiettivi (per fortuna) di crescita dei piccoli e delle attività, ma ho lottatoper avere quel giorno libero da lavoro.
    E il mio compagno quando sarà ora delle ellementari vorrà candidarsi rappresentante di classe. Non per nome, ma per dirne due o tre ai genitori latianti e che difendono a spada tratta i figli quando non sempre hanno idea della realtà dei figli e della scuola. Non credo saremo i paladini delle scuole del piccolo. Ma lui è stufo di questo aziendalismo. Magari è un no che sarà dimenticato, ma ci sarà.

  22. Elena ha detto:

    Caro Alessandro,sono la mamma di due adolescenti e leggo spesso i tuoi articoli,hai un grande dono… Sai scrivere cose che io condivido ma che non so esprimere.
    E’ per questo che dopo un anno scolastico passato a cercare un dialogo con l’insegnante di lettere mi sono sempre ritrovata sgomenta di fronte alle ritorsioni di questa nei confronti di mio figlio tredicenne. Ma non siamo dalla stessa parte? Non cerchiamo insieme di educarlo? Il risultato è stato la sopportazione da parte di mio figlio dell’insegnante e della materia che tanto amava e il conto alla rovescia per arrivare all’esame di terza media. Tutti i genitori si sono schierati ma non apertamente, troppe vendette sugli alunni. Eravamo unanimi nel pensare di scrivere una lettera a fine estate alla professoressa. Finito l’esame però tutti si sono tirati indietro ormai era meglio dimenticare. Io mi domando se sia giusto, anche firmandola da sola, scrivere a quell’insegnante che i ragazzi meritano più rispetto, meritano più di un voto dato per ripicca meritano di più…

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  23. Rosaria Rita ha detto:

    Caro prof. hai scritto una pagina bellissima e profonda come sarà il tuo sentire. Cercherò di diffonderla come posso. Credo che in Italia bisogna creare un movimento, una rete , regione per regione , provincia per provincia, comune per comune.Bisogna scovare tutti quelli che si associano alle cose che hai scritto , bisogna farne un manifesto, bisogn adiffonderlo nelle scuola, bisogna risollevare l’autostima dei docenti perchè aiutino i genitori a capire meglio cosa fare.

  24. Alessandro Goitan ha detto:

    Ciao Alessandro,
    sono stati il primo a commentare il tuo post, chiedendoti anche di partecipare, qualora avessi potuto, ad un incontro con gli studenti. Il giorno successivo alla mail ho avuto un serio problema di salute e non ho più potuto dare seguito alla tua cortese e se vuoi inaspettata proposta, Di questo volevo almeno scusarmi e augurarmi che in futuro vi potrà essere un’altra occasione di incontro.
    Grazie ancora

    Alessandro Goitan – Varese

  25. Simone Del Mondo ha detto:

    Oggi ti ho pensato e citato sul mio blog http://oradireli.myblog.it/archive/2012/12/03/esser-ci.html
    Grazie per i numerosi spunti che offri e le emozioni condivise

  26. Carla Bruseghini ha detto:

    Vero e crudo: cosa vuol dire avere un’anima pronta?, possedere un criterio con cui giudicare la realtà?, potrebbe essere approfondita la definizione di questo obiettivo da raggiungere?

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