22 maggio 2015

Lettere sulla scuola: n.3 – Le buone scuole o le scuole buone?

Il giornale La Stampa mi ha affidato la rubrica delle lettere per questa settimana, il tema è la scuola. Ecco la terza. Le trovate sul sito del giornale nella colonna di destra nella rubrica “Secondo me”.

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Buongiorno professore, sono una studentessa un po’ particolare perché, pur essendo sempre andata bene a scuola, quest’anno mi ritrovo a dover fare 2 anni in uno per potermi diplomare con i miei coetanei (sono del ’96). È davvero molto stancante: i programmi sono doppi e gli esami vicini.

Tre anni fa mi è stato diagnosticato un cancro, e, malgrado tutti gli sforzi, non ho potuto continuare, ho avuto una recidiva e mi sono dovuta trasferire in un’altra regione per curarmi. La scuola, dopo un iniziale interessamento, non ha portato avanti nessun progetto tra i vari previsti per i ragazzi con malattie oncologiche, ad esempio le video lezioni che avrei potuto seguire mentre ero nella mia stanza del trapianto. Invece, per non dover vedere il mio nome tra la lista dei non ammessi – non me lo sarei meritato -, ho dovuto chiedere ai miei di ritirarmi.

Ora che sto meglio desidero continuare, mi sto impegnando più che mai, ho tanti sogni e progetti, e né il cancro né il menefreghismo della mia ex scuola potranno fermarmi. Non voglio accusare nessuno: quel che è passato è passato. Però si parla tanto di buona scuola, e con me la scuola non è stata «buona». Basterebbe più meritocrazia. Perché alcuni dei miei ex compagni ora stanno facendo la quinta pur avendo sempre avuto voti molto più bassi dei miei ed io sto studiando da sola come privatista per recuperare un anno che non meritavo di perdere? Vorrei più diritti, soprattutto per gli studenti con patologie gravi. Una legge esiste ed è la 104, ma non viene rispettata nelle scuole (io non sono l’unico caso purtroppo, ne ho sentiti tanti). Invece, come sempre, vedo tante proposte che non interessano gli studenti. Ma una riforma per la scuola che non prende in considerazione i ragazzi non merita di esistere. I tanti ragazzi svogliati dovrebbero essere motivati, per portarli alla sufficienza senza regali o per non lasciarli per strada. I ragazzi che, come me, hanno avuto dei problemi gravi, che non dipendono da loro, dovrebbero essere aiutati, non emarginati. Bastano misure semplici, dei «piani» confezionati su misura per i ragazzi. Ma emarginare o lasciare per strada è molto più veloce. Nessuno si accorge che, in questo modo, la nostra scuola si sta sempre più impoverendo?

P.S. Indirizzo la lettera a lei anche come scrittore, non posso dimenticare che ha scritto un libro che parla di tumore. Mi piacerebbe poterle inviare la mia tesina di maturità, che parla anche di cancro, ma soprattutto della forza che si ha di andare avanti, malgrado tutto. Ho preso spunto da Ungaretti e dalle vicende dei reduci della Prima Guerra mondiale. Ne è uscito qualcosa che a me piace, qualcosa che dimostra che «i sogni veri si costruiscono con gli ostacoli. Altrimenti non si trasformano in progetti, ma restano sogni».

Valeria

In ogni campo lavorativo si viene giudicati e selezionati in base al merito. Ed è una contraddizione che nel mestiere più importante per la formazione dei ragazzi, e quindi per la speranza del Paese, non sia riconosciuto. Se la scuola vuole rappresentare un ascensore sociale, in particolare per gli studenti con minori mezzi, non ci si può più permettere di avere un sistema che, nonostante le molte eccezioni, permette a una cerchia di insegnanti senza competenze educative, e talvolta ignoranti, di rimanere intoccabili. Per questo, io sto con una riforma che finalmente potrebbe permettere di premiare i capaci e sostituire i non adatti.

Come studente al primo anno di università, e come tutti i miei coetanei, combatto ogni giorno per rendere il mio curriculum brillante in modo da potermi distinguere in un mondo del lavoro che per noi giovani si presenta estremamente competitivo, e mi sembra fuori dal mondo che la scuola viva in un isolamento dorato che permette a chi non merita di insegnare. Ma chi dovrebbe giudicare il merito? Dato il ruolo del preside credo che la sua sia la figura naturale a cui affidare l’incarico. Ovviamente, a sua volta, dovrà essere selezionato in base al merito. Come in qualunque istituzione.

Maddalena Conte, Genova

Gentili Valeria e Maddalena, ho scelto le vostre lettere perché la rubrica sulla scuola dura solo fino a domani. La voce degli studenti poi verrà inghiottita da un dibattito che sembra ignorare il fatto che la scuola si costruisce in base al fine: voi. Spero molti le leggano: bastano a se stesse. In questi anni ho visitato decine di scuole di tutti i tipi, incontrato migliaia di ragazzi, di ogni estrazione sociale e ambiente. Posso affermare che ci sono eccellenze da imitare, al centro e in periferia, in città e in provincia. Perché queste scuole non sono prese a modello e le loro pratiche virtuose esportate? Che cosa fanno negli ipertrofici uffici scolastici centrali e provinciali? Dove guardano? Sono scuole a immagine e somiglianza del loro dirigente e della squadra di docenti (al contrario noi docenti moriamo di solitudine e invidie).

In una di queste scuole, Valeria, tu saresti stata seguita, come ho visto fare in casi simili, da docenti convinti che al centro ci sia lo studente, non gli studenti al plurale, ma lo studente, con debolezze da puntellare e talenti su cui puntare.

A te, Maddalena, cito ciò che scriveva un tuo coetaneo due secoli fa: «L’ardore giovanile, cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella considerazione degli uomini di Stato. Questa materia vivissima e di sommo peso, ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è considerata come non esistente. Fra tanto ella esiste ed opera senza direzione nessuna, senza esser posta a frutto… alle grandi utilità pubbliche, ora questa materia così naturale e inestinguibile divenuta estranea alla macchina e nociva, circola e divora sordamente come un fuoco elettrico, che non si può sopire né impiegare in bene né impedire che non scoppi in temporali e terremoti» (G. Leopardi, Zibaldone, 1820).

Nella scuola ci sono persone a cui questa «materia vivissima» interessa più di ogni circolare e queste scuole (tecnici, licei, professionali…), fatte da docenti di cui non dimentico i volti, funzionano. Perché non imitarle? Non dovrebbe essere questo il compito degli organi ministeriali territoriali? O si rinnova a partire da qui o ci aspettano altri «temporali e terremoti» odierni: dispersione scolastica, apatia, aggressività…

PS.: Valeria, aspetto la tua tesina. Sono sicuro che la esporrai con l’autorità di chi non solo ha studiato, ma soprattutto vissuto. La lezione ce la darai tu quel giorno. In bocca al lupo.

La Stampa, 21 maggio 2015 – link all’articolo

One response to “Lettere sulla scuola: n.3 – Le buone scuole o le scuole buone?”

  1. loriana ha detto:

    Per alcuni anni e a titolo gratuito ho curato due progetti comenius finanziati dalla comunità europea. Avendo già visitato tutti i paesi partner, il mio interesse verso il progetto è stato sempre puramente professionale. Ahimè il mio dirigente non ha ben interpretato lo spirito del progetto trasformandosi presto in una agenzia di viaggi, selezionando “viaggiatori” per caso (più che insegnanti illuminati) ed estromettendomi dal coordinamento del progetto. Questo prevede anche una diffusione delle esperienze agli organi collegiali, cosa che ci è stata impedita. Esistono anche insegnanti che amano il proprio lavoro e lo svolgono con passione e trasmettendo le giuste esperienze e i “desueti” valori, ma troppo spesso sono messi da parte da dirigenti che desiderano solo avere un collegio di ovini!!!!

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