1 ottobre 2019

Ultimo banco 4. Siamo tutti in attesa

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«È bella la nostra piscina color verdemare sotto il sole e intorno cespugli che nascondono le case e i viali, così bella che qualcuno di noi si alza ogni tanto, dà un’occhiata comprensiva e fa un passo, poi respirando con un sospiro chiude gli occhi e torna a stendersi tacendo». Così inizia un racconto che amo di Cesare Pavese, Piscina feriale, ambientato in un solare giorno di riposo. Qualcuno, risvegliato dall’inaspettata bellezza che lo circonda, prova ad andare in cerca di qualcosa, poi sospira e tace. È una crepa nel muro di giorni tutti uguali, uno spiraglio: «In verità siamo tutti in attesa». Fu proprio questa tenace e inesauribile attesa, che gli artisti sentono più viva e che forse li rende tali, a portare Cesare Pavese a togliersi la vita il 27 agosto del 1950, lasciando cadere le ultime parole in una stanza d’albergo su una pagina bianca del suo libro più bello: I dialoghi con Leucò. Nato a Santo Stefano Belbo, paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, era cresciuto tra colline e vigne, dove aveva imparato a cercare il mito nel quotidiano, perché era convinto, come scrive nel suo diario, Il mestiere di vivere, che «le cose della vita ricevono il loro valore dentro l’eternità, e cioè oltre o sopra la morte». Ma come e dove cercava? Il «Cesare perduto nella pioggia» in folle attesa d’amore, citato da De Gregori in Alice, era un «credente senza fede» (parole di Franco Ferrarotti, tra i suoi migliori amici, nell’aureo Al santuario con Pavese), un cacciatore di divinità che appaiono anche in una piscina. Il protagonista, «per quanto circondato da volti e corpi amici, preferisce lasciarsi sorprendere da improvvise solitudini. C’è della gente che strilla e ride: si direbbe che per loro l’attesa è finita. Si vedono schiuma, corpi nudi, spruzzi; sono ragazzi, sono giochi. Non è ancora questo: non per noi, almeno». Per chi si lascia catturare dai giochi della vita il morso dell’attesa si allenta, ma poi ritorna perché solo chi attende, cioè tende a, «vive la vita»: siamo vivi perché sempre attendiamo qualcosa, ma proprio quando la raggiungiamo, inizia un’attesa nuova. Ci chiediamo allora: «che cosa deve dunque accadere?». E ha mai fine, questa attesa?

«La nudità del cielo fa appello alla nostra. È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua». La nudità del cielo – è nudo perché è spalancato – fa sentire noi nudi, semplici come ciottoli levigati, senza maschere: semplice significa avere una sola piega (plica), nudo, al contrario di com-plicato, pieno di pieghe, accartocciato. Il cielo non dà tregua anche se scappiamo: «Non si sfugge, nemmeno nell’acqua, alla solitudine e all’attesa. Qualcuno di noi scende al fondo, a toccare il cemento; è una cosa insolita, e tutti gli istanti che trascorre sommerso nell’acqua verde sono un modo di nascondersi, di essere solo. Quando ritorna tra noi, taciturno, è l’unico che ha l’aria di non attendere qualcosa». Che cosa ha visto? Che cosa ha toccato? Ha trovato risposta? «”Siamo qui per bagnarci e per prendere il sole. Siamo qui per stare insieme”. Ciascuno di noi, se la piscina fosse deserta, non reggerebbe a starsene solo, sotto il cielo». Non sappiamo stare sotto il cielo, non ricordiamo più cosa sia l’eternità che dà valore alle cose oltre la morte e alla morte ci sottomettiamo. La compagnia degli uomini non basta, anzi amplifica l’attesa: «siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda». Così finisce il racconto: il corpo nudo è carne assetata, che s’agita attorno al vuoto dell’attesa. È una sete d’amore continua, non fisica, ma metafisica: un rumore d’acque che non troviamo. Pavese ne conosceva l’arsura, e la delusione amorosa ricevuta da Constance Dowling fu solo la causa contingente del suo suicidio a soli 41 anni: la bella attrice americana rappresentò per lui l’ultima speranza di recuperare l’innocenza perduta, la purezza che aveva cercato nelle cose umane, senza esserne mai soddisfatto. Era in attesa di quegli dei che però, come dice la dolorosa chiusura del suo libro-testamento (I dialoghi con Leucò), non riusciva a trovare. E noi? Se ciò che attendiamo non arriva? Se, illusi e delusi, finiamo all’ultimo banco, dove non s’attende più nulla?

È questo il momento di stringersi agli altri, chiedere aiuto, alzare gli occhi al cielo, accettare la nudità di creature che non sanno darsi una vita che bramano eterna. Le madri, in attesa, si accarezzano il grembo con una mano, e con l’altra sorreggono la schiena: la loro attesa è insieme faticosa e dolce. Eppure la vita cresce solo quando, coraggiosi, le diamo spazio, amando e lasciandoci amare. Questo – le madri lo sanno – ci rende pronti a ricevere ciò che attendiamo.

Corriere della Sera, 30 settembre 2019 – Link all’articolo e ai precedenti

7 responses to “Ultimo banco 4. Siamo tutti in attesa”

  1. Pepita Jimenez ha detto:

    Buonasera Alex.
    Non conoscevo questo racconto di Pavese: Piscina feriale.
    Il titolo mi intriga non poco. Quando si parla di piscine verdemare, mi ci tuffo a capofitto.
    L’attesa… Un bel problema… Esistenziale, filosofico…
    Qualche letterato/filosofo disse che il piacere sta nell’attesa.
    Io non credo che l’attesa sia connessa al piacere. A volte può essere snervante.
    Per me l’attesa è un intermezzo tra il nostro desiderio e il raggiungimento del nostro obiettivo.
    Non possiamo vivere senza attesa.
    Attesa è preghiera, sempre e comunque.
    Se il tuo essere tende e attende, non si rimane delusi.
    Le delusioni esistono, ma se aspettiamo e tendiamo, quella cosa che aspettiamo arriverà… Che si tratti di un lavoro, di una bella amicizia, di una promozione… Non importa :arriverà!
    Perché in fondo la vita è una magica follia😍🤩🦄🤠👌🤸‍♀️

  2. Pepita Jimenez ha detto:

    Quando parlo di attesa, parlo però di attesa attiva, operante.
    Questa per me è la vera attesa

  3. Eleonora Fadelli ha detto:

    Come facciamo a capire se attendiamo la cosa giusta o se ci stiamo solo convincendo che sia quella giusta?

  4. Maria Rosaria ha detto:

    Caro professore,
    è stata necessaria una pausa tra le emozioni dettate da una prima lettura dell’articolo e la sua decodificazione al fine di non comprometterne l’essenza tuttavia non so se mi è bastata. Ci provo.
    Molte parole dello scritto rimandano all’acqua che è ambiente di vita che a sua volta fa pensare al liquido amniotico che avvolge un esserino solo e nudo che lì si sviluppa, lo protegge e finita l’attesa ,al momento del parto, lo aiuta a venire alla luce.
    E’ nell’immergersi nell’acqua della piscina, che è metafora del penetrare nei più reconditi pensieri, che si spera di essere leniti e si prova a recuperare il significato di ciò che i sensi e il cervello fanno percepire come cose pesanti da sopportare: l’attesa e la solitudine. Riesce in questo solo chi non rimane in superficie solo a bagnarsi per mitigare la forza della canicola ma va fino a toccare il fondo e ci rimane quel tanto che basta a capire che l’aria nei polmoni sta per terminare e allora le curiosità dell’anima prendono momentaneamente il posto dell’attesa.
    La solitudine è ricamata di attese che aspettano un oltre, quell’oltre che è domanda delle esistenze spese ad indagare sulla natura umana e sul rapporto col Divino che diventa un pensiero per alcuni oscillante ,per altri continuo o anche martellante.
    All’oltre l’uomo non sa spesso dare una risposta finale, c’è qualcosa che il nostro io non è in grado di elaborare. A chi ha una fede forte alcune volte arriva la pena segreta del dubbio come a chi la fede la cerca ma l’appiglio che trova per aggrapparsi è troppo debole e allora la solitudine può pesargli e avrebbe umanamente bisogno, per non aver paura, almeno di essere accarezzato,(bellissima, vera, la descrizione della donna in attesa che si accarezza il pancione con una mano e con l’altra si sorregge le reni) coccolato,vorrebbe avere la certezza che qualcuno lo scaldi se ha freddo e lo abbracci come quando correva verso la sua mamma che lo aspettava protesa verso di lui a braccia aperte e lo stringeva forte a sé fino a fargli male facendolo sentire protetto e amato.
    Ma allora non dobbiamo vergognarci di chiedere e donare un abbraccio , mentre attendiamo.E’ un piccolo gesto che mitiga l’ansia, rincuora e rimane nella memoria.
    L’abbraccio di mia madre è la cosa che mi manca di più nell’attesa di ogni giorno, anche se quando la invoco o la penso lei è come se mi abbracciasse da dentro, la sua casa è ora il mio cuore, la sua città il regno di Dio.

    GRAZIE!!!!!!
    M.R.D.M.

    P.S. Nel suo pezzo De Gregori rende poesia e favola l’opera di Pavese e lo pone tra i personaggi della canzone insieme ad altri, con le loro vite, non tutti sono riconoscibili e risultano sconnessi tra loro forse ad indicare la solitudine di ciascuno. Chi tiene insieme tutto e tutti è Alice (ecco Carroll),una sorta di “bosone”, che guardando i gatti, il sole, la luna mentre agiscono in modo enigmatico, emana qualcosa tra il misterioso e il sacro tipico dell’arte. Proprio lei credo rappresenti il punto interrogativo, il nodo irrisolto di tutti.

  5. Nadia Catellani ha detto:

    Non credo che l’attesa dolcissima di un figlio possa essere paragonata all’attesa che accompagna la vita umana: le madri attendono fiduciose e potenti l’arrivo del figlio, sono consapevoli del ruolo creativo che assolvono e amare, aspettare diventa semplice perché alimentato da certezze ( un tempo certo quello gravidico) e da un pensiero potente e narcisistico ( carne della mia carne) . Purtroppo l’uomo attende poi nell’incertezza, rischiando di affogare nel divenire della storia, nella caducità del tutto: non è quindi facile trovare un senso, una risposta al “ne vale la pena?”. Pavese ci ha aiutato a meglio condividere la pena

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