8 ottobre 2019

Ultimo banco 5. La stanza di Vincent

File:Vincent van Gogh - De slaapkamer - Google Art Project.jpg

«Mi è venuta una nuova idea ed ecco l’abbozzo. Si tratta semplicemente della mia camera da letto, il colore deve fare tutto e lo stile degli oggetti dovrà suggerire il riposo. Guardare il quadro dovrebbe riposare la mente, o meglio l’immaginazione. Le pareti sono di viola pallido. Il pavimento di mattonelle rosse. Il legno del letto e delle sedie ha il tono giallo del burro fresco, le lenzuola e i guanciali sono di un verde limone molto chiaro. La coperta è scarlatta. La finestra verde. La toeletta arancione, la bacinella azzurra, la porta lilla. Ecco tutto. Le ampie linee dei mobili devono anch’esse esprimere un riposo inviolabile». A metà ottobre del 1888, Vincent Van Gogh scriveva al fratello Theo da Arles, in Provenza. Aveva lasciato Parigi per il sud, in cerca di più calore e più colore, e sua era un’ala della famosa Casa Gialla dove sperava di radunare una confraternita di artisti rivoluzionari. Lui, che cercava nella pittura di ridisegnare la sua malinconia e disinnescare un destino di infelicità, dipinse per ben tre volte quella stanza-porto: il primo quadro, contemporaneo alla lettera, si trova ad Amsterdam, gli altri due, ora a Parigi e Chicago, li realizzò un anno dopo, e sono il nostalgico ricordo dei mesi ad Arles. Ma seguiamo gli indizi, in forme e colori, che Van Gogh ha disseminato nel dipinto, per scovare il tesoro che vuole farci trovare. Guardate bene.

Tutto è risucchiato dalla parete di fondo: la finestra più che punto di fuga prospettico è una vertigine che attrae la stanza. Sulla parete c’è una trinità di aperture: uno specchio, una finestra, un quadro. Sono tre finestre sull’altro e sull’oltre. Lo spettatore è chiamato, come chi entra in uno spazio sacro, a un percorso di purificazione o chiarificazione: il pittore cerca la pace del corpo e dell’anima, di cui il massiccio letto rifatto è la commovente traduzione. Lo specchio a sinistra della finestra è il luogo dello sguardo sul sé, vi si scopre la distanza, a volte dolorosa, tra ciò che appare e ciò che siamo, tra ciò che gli altri vedono e la verità del nostro io profondo. La finestra con le ante socchiuse è la sempre possibile apertura sul mondo: lascia entrare l’aria e permette di accogliere il fuori, con tutte le sue sorprese e i suoi rischi. Il quadro a destra della finestra (forse uno dei 200 che Van Gogh febbrilmente e gioiosamente dipinse nei mesi di soggiorno ad Arles) è luogo privilegiato di apertura all’altro attraverso la mediazione dell’arte: la luce di un mondo a cui aspiriamo ma ci sfugge, e di cui colori e forme sono segni e simboli, i singhiozzi lanciati alle rive dell’eterno o messaggi in bottiglia che da quelle rive provengono. Sono queste le tre aperture della camera interiore di cui abbiamo bisogno per riposare nella vita: senza una relazione profonda con noi stessi, col mondo e con l’oltre, non sappiamo dove ri-porre (porre una e una volta ancora, da cui ri-poso) la vita, perché sia custodita e rifatta, come il letto scarlatto del pittore. Oggi che cosa ce lo impedisce?

Lo specchio è diventato un «selfie», l’immagine con cui post-produciamo noi stessi per essere notati e dove riflettiamo noi stessi senza riflettere su noi stessi. Con il selfie, diminutivo-vezzeggiativo di self, costruiamo «piccoli-sé-carini» invece di «autentici-io-liberi». La finestra socchiusa è diventata uno schermo, dà l’apparenza del mondo proiettandone immagini ed emozioni, ma ne cela il peso e gli spigoli: siamo prigionieri di un bellissimo «sogno da svegli». È ormai acclarata la relazione tra l’abuso del cellulare e la diminuzione di interazioni sociali e affettive, del desiderio sessuale e della motivazione. Infine, il quadro? È sparito: lo schermo elimina l’atteggiamento contemplativo, il silenzio, la profondità e la trascendenza, richiedendo solo frenesia interattiva. Un’opera d’arte, per poterci donare la vita che contiene, invita invece a una sosta del fare: per ricevere un dono bisogna essere «re-cettivi», lo schermo, al contrario, ci rende «re-attivi». Con il quadro è sparito anche il letto, e con il letto il riposo: da quando l’uso dei cellulari si è diffuso in modo pervasivo, gli adolescenti (e non solo) dormono in media un’ora in meno, con tutte le conseguenze che comporta sulla crescita e sull’attenzione. Spinti all’ultimo banco nel rapporto con l’altro e con l’oltre, con il mistero di cose e persone, ci mancano gli interruttori delle energie vitali e così scivoliamo nella tristezza della noia o nella stanchezza della frenesia. Dobbiamo ritrovare lo specchio della riflessione sul senso della vita; la finestra della meraviglia e della conoscenza delle cose e degli altri; il quadro del silenzio, della lettura, della preghiera. Sediamoci sulla sedia vuota che Van Gogh ha dipinto per noi: avere la propria Camera di Vincent significa possedere uno spaziotempo di «inviolabile riposo» dove la vita, finalmente, può tornare a crescere. In colore e calore.

Corriere della Sera, 7 ottobre 2019 – Link all’articolo e ai precedenti

5 responses to “Ultimo banco 5. La stanza di Vincent”

  1. Pepita Jimenez ha detto:

    Troppo bello questo articolo e Van Gogh uno dei miei artisti preferiti insieme agli impressionisti…
    Soprattutto mi piace pensare al significato dei colori… Cosa ci vuol dire un colore? Cosa ci comunica?
    Mi piacerebbe avere una camera come Van Gogh…
    Semplice, essenziale, ma colorata.
    Purtroppo oggi non ci si specchia più in modo introspettivo, non si guarda più fuori dalla finestra intesa come apertura al mondo… Oggi vige “l’esercito del selfie” purtroppo.
    Questa pratica per molte persone deriva da un’insicurezza di fondo, dal volersi rassicurare circa il proprio essere e la propria estetica.Si tende a guardare in superficie perdendo di vista la profondità.
    Alcuni studiosi, addirittura, considerano le tecnologie delle vere e proprie armi del diavolo.
    Penso che demonizzare le tecnologie non serva assolutamente a nulla.
    Ma bisogna coinvolgere le giovani generazioni nell’educazione tecnologica.
    Coltivare spazio alla contemplazione di un’opera d’arte, alla contemplazione della vita.
    Per molti ragazzi il cellulare vale quasi quanto la loro vita. Non starebbero mai nemmeno un’ora senza.
    Le ripercussioni avvengono anche a livello scolastico.
    Torniamo alla Camera di Vincent, cambiamo stile di vita (dove ci accorgiamo che è sbagliato)… Anche per l’ambiente

  2. Maria Rosaria ha detto:

    E’ simpatico professore!
    Domenica scorsa ha giocato con chi la segue su Instagram postando lì il primo indizio della caccia al tesoro a cui ci invita a partecipare ogni lunedì. Forse mi sbaglio?

    Anche questa volta l’articolo che abbiamo atteso con viva impazienza è calamitante:
    “La stanza di Vincent”.
    Nella lettera del pittore al fratello c’è la descrizione dell’opera che stava progettando di fare e dell’intuizione creativa sottolinea più volte l’intento:”dovrà suggerire riposo” e poi “riposare la mente o meglio l’immaginazione” e ancora “esprimere un riposo inviolabile”.
    Per Vincent era così importante il messaggio che voleva mandare a tutti con questo quadro che ne fece più copie e anche alcuni bozzetti forse per renderlo sempre più chiaramente espresso.
    Ho trovato bellissimo l’accostamento “stanza-porto” da lei usato.
    Il porto mette al riparo chi viaggia per mare in caso di tempesta, è luogo di sosta per riposarsi se il viaggio è lungo o scomodo, è posto dove si fa rifornimento di viveri e carburante, di tutto ciò che manca e inoltre vi si possono fare incontri.
    La camera personale è stata veramente un porto per molti.
    Tutti fin da bambini siamo andati a rifugiarci nella nostra camera a piangere nascosti sotto le coperte, a pregare, a pensare ai nostri amori, a leggere, a viaggiare con la mente, ad ascoltare la musica, a consegnare ad un foglio bianco parole alla rinfusa, segreti,emozioni della giornata e ci abbiamo portato gli amici più cari per condividere chiacchierando sogni o preoccupazioni. Aprire la propria camera significa avere il coraggio di mostrarci per ciò che siamo nel profondo . Vincent l’ha voluta aprire per far entrare quanta più gente possibile perché era consapevole che l’opera d’arte è quella ma è tale perché è più di quella e sussurra all’animo di chi la osserva un lavorio della mente che procura benessere e serve a crescere.
    Lei della camera spalancata di Vincent ha preso in esame tre elementi:lo specchio,la finestra e il quadro e con la magia delle sue parole ha dato un senso a quelle figure che le hanno poi permesso di collegarsi all’analisi delle conseguenze portate dall’uso smodato del cellulare.
    Molti giovani sono annientati dalla sovrastimolazione che questo strumento provoca, sia fisicamente, sia mentalmente, sia emotivamente.
    La ricchezza di informazioni crea povertà di attenzione, difficoltà di concentrazione e di riflessione.
    Questa situazione è una sfida all’intelligenza, alla capacità e alla disponibilità degli educatori e legislatori che dovrebbero trovare un modo per rispondere con coerenza al fatto che oggi ogni essere umano può disporre di un organo in più: lo smartphone.
    Non credo si possa tornare indietro, tutti i progressi portano interrogativi, dobbiamo imparare ad accettare il mistero che sta dietro a ogni nuova conoscenza e cercare la porta di una camera che si apre per darci modo di salvare l’anima , la mente e il cuore.

    Cari saluti!
    M.R.D.M.

  3. Renata Marigliano ha detto:

    Nella mia esperienza di giovane docente, continuo a sentirmi sempre più affine ai suoi scritti, in cui ritrovo, tutta intera, una delle mie più grandi passioni: pensare e raccontare attraverso l’alfabeto di un docente, fatto di mente, cuore, corpo. Lo faccio da un po’, sulla pagina Facebook “L’Ora di Spacco”.
    Mi auguro che possa trovare nei miei scritti una positiva occasione di confronto.

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