28 gennaio 2020

Ultimo banco 21. In memoria di Sophie

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«Che cosa hanno fatto?» chiede il bambino tremante osservando i quattro impiccati penzolare sulla piazza della città. «Quello che potevano», risponde la madre con rassegnata fermezza. È una delle scene chiave di Jojo Rabbit, bellissimo film che racconta, con equilibrio raro tra comico e tragico, la Germania nazista dal punto di vista di un bambino di dieci anni appena entrato nella Hitlerjugend, la Gioventù hitleriana. «Quello che potevano» è per me la didascalia del Giorno della Memoria: mette al riparo da una ritualità emotiva che fa sentire buoni, ma senza conseguenze. La «retorica della memoria» mostra foglie e fiori splendenti ma di plastica, a differenza della «memoria viva», una radice che invece genera frutti reali. Ricordare una delle più atroci ingiustizie della storia ha senso se diventa opposizione attiva all’ingiustizia quotidiana. Non si può commemorare la shoah durante la prima ora e, la seconda, dire a uno studente «non vali niente». Le ipocrisie della memoria demoliscono la memoria. Per fare memoria non basta narrare l’olocausto e mostrarne i testimoni, per fare memoria bisogna «farsi» memoria. Per questo voglio raccontare una vicenda memorabile ma meno nota: quella della «Rosa Bianca», un gruppo di studenti che, nel giugno del 1942, per opporsi al regime nazista, al suo apogeo, fecero tutto «quello che potevano». Comprarono a proprie spese un ciclostile, scrissero e distribuirono volantini per risvegliare le coscienze assopite o complici. Li spargevano di nascosto in università e nelle cassette della posta. Al sesto volantino, nel febbraio 1943, la Gestapo li scoprì: erano ragazzi poco più che diciottenni e qualche professore. Tutti torturati, dopo un finto processo, per 15 di loro la sorte fu la ghigliottina, per altri 38 il carcere (vicenda narrata con maestria nel film La Rosa Bianca – Sophie Scholl di Marc Rothemund).

«Opponete la resistenza passiva ovunque voi siate» diceva il primo opuscolo e dell’eccidio degli ebrei, che la gente fingeva di non vedere, rivelava senza mezzi termini: «Vediamo compiersi il peggior crimine contro la dignità umana, non ha confronti nell’intera storia. Perché il popolo tedesco è rimasto così inerte? Attraverso questo atteggiamento apatico ha fornito a uomini malvagi l’opportunità di fare ciò che hanno fatto». Ogni volantino riportava passi dei classici, da Aristotele a Goethe, dalla Bibbia a Novalis, e si chiudeva con: «Per favore fai più copie che puoi di questo volantino e distribuiscilo». Fai quel che puoi, cioè tutto il possibile, in prima persona. Il prezzo fu la vita per i fondatori del movimento, i due fratelli Scholl. All’esecuzione capitale, Hans, 24 anni, urlò: «Libertà!»; e Sophie, 22, disse: «Una giornata di sole così bella, e io me ne devo andare. Ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone si sono risvegliate?». Aveva ragione: di lì a poco saranno gli aerei inglesi a far piovere i volantini della Rosa Bianca sulle città tedesche. Già al funzionario che le chiedeva se fosse pentita, Sophie aveva risposto: «Al contrario! Credo di aver fatto la cosa migliore per il mio popolo e per tutti gli uomini». Da dove veniva tale fermezza?

Erano un gruppo di compagni di scuola, il liceo di Ulm, legati da amicizia, cultura e fede. All’inizio la loro fu una «opposizione interiore»: entravano a scuola, nottetempo, per leggere insieme opere letterarie, in particolare quelle vietate dal regime. Erano stati segnati da Socrate, ucciso per mostrare ai suoi discepoli che una città prospera solo se chi la guida cerca il giusto prima dell’utile: ciò che è bene è utile, non viceversa. Quei giovani, leggendo nel manifesto di Goebbels, ministro della propaganda nazista: «Bene è tutto ciò che ci aiuta a vincere!», riconobbero subito la menzogna. Per Hitler e i suoi, giusto diventava tutto ciò che portava alla vittoria: qualsiasi cosa era lecita per ottenere potere. Socrate, non Goebbels, diceva il vero: un’azione che garantisce il successo ma non è giusta è un’azione malvagia, da evitare e ostacolare se non si vuole esserne complici. Così la loro «opposizione interiore», maturata nello studio e nell’amicizia, e resa sicura dalla fede, divenne poi «resistenza passiva»: scrivevano, stampavano, distribuivano gli opuscoli, perché era tutto ciò che potevano fare. Pagarono con la prigione o la vita. Per me memoria è ricordare la resistenza alla shoah e alla guerra fatta da studenti che, sui banchi di scuola e nei loro maestri, avevano trovato indipendenza di pensiero e cultura della vita. Non è così in un Paese in cui la scuola langue, vittima di una complice apatia civile e di un’agenda politica dettata da consenso o mantenimento del potere. Per questo credo che serva memorizzare una frase che i ragazzi, a costo della vita, scrissero nel primo volantino: «Non dimenticate che ciascun popolo merita il regime che accetta di sopportare».

Corriere della Sera, 27 gennaio 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

3 responses to “Ultimo banco 21. In memoria di Sophie”

  1. Maria Rosaria Del Medico ha detto:

    L’indifferenza non è ammissibile se si sta parlando di ciò che di cattivo e spietato è capace di fare un essere umano verso un suo simile.
    Pregevole fu l’intento degli studenti della “Rosa Bianca”. I fratelli Hans e Sophie erano fermamente convinti che non fosse giusto mascherare la verità e scelsero di diffondere ciò che sapevano,in modo non violento, con le parole. Loro avevano appreso, studiando con passione i classici, che le parole sono veloci nello spostarsi da un luogo all’altro e dietro si lasciano tanta memoria. Ripenso ad Emily Dickinson :”Non conosco nulla al mondo che abbia potere quanto le parole…”. E poi al fatto che Domenica 26 Gennaio chi è andato a messa ha visto l’Evangeliario sull’ambone perché era la prima “Domenica della Parola” istituita con l’intento di rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’apprendimento delle Sacre Scritture. Questa Domenica ha fatto un po’ da vigilia al giorno della “Memoria” dove le parole della narrazione hanno dietro sempre molto di più che si deve cercare ancora di comprendere.
    “Parola” deriva da “parabola” cioè la storia che veniva portata come esempio da Gesù.
    Noi cristiani ci siamo dimenticati che dovremmo essere i testimoni della “Parola” (cosa che invece, con spirito forte, gli Scholl resero scopo della loro vita) per far sì che essa diventi “memoria viva”.
    L’Omelia ha la funzione di far entrare in ciascuno la Parola e stimolarlo ad una conversione continua. Per convertirsi c’è bisogno che qualcosa ci scuota, qualcuno ci faccia accorgere che voltandoci possiamo vedere una nuova luce, una buona strada, un riparo sicuro. Il mutamento interiore conduce ad abbracciare un modo di vivere nuovo che è dovuto ad esperienze, conoscenze acquisite, incontri.
    L’efficacia dell’omelia è subordinata alla capacità di chi l’annuncia e alla recettività di chi l’ascolta, come avviene a scuola in qualsiasi ora di lezione.
    Oggi in chiesa, al governo e a scuola, nella nostra nazione, quanti sono in grado di utilizzare le parole per lasciare un segno utile,un esempio, un desiderio a chi è lì per ascoltare? Pochi, ahimè!
    L’uso della parola è privilegio e ònere dell’uomo!

    Buone cose caro professore!

  2. FEDERICA SALVAN ha detto:

    sALVE, SONO fEDERICA SALVAN ASSIDUA COMMENTATRICE ED ANCHE SCRITTRICE EPISTOLARE, GENTILE ALESSANDRO.

    INSEGNO, STUDIO NELLA RICERCA POSTLAUREAM, UNIVERSITARIA, LA FILOSOFIA.

    LA VICENDA DI HANS E SOPHIE, MI COLPISCE, AVVINCE ED ACCOMPAGNA COME STILE EDUCATIVO ED ESISTENZIALE.

    GLI IDEALI, IN PRIMIS, LIBERTà, SONO FUCINA TEORETICA CON GLI ALLIEVI, CUI DICO IL PIù POSSBILE DI AVERE FIDUCIA, NON DESISTERE, MA OPERARE COME I GIUSTI CHE, CON TENEREZZA AGIRONO ED AGISCONO.
    DAL MEETING DI RIMINI, QUESTA STORIA MI HA IMPREGNATA E DIVENTA QUOTIDIANITà PER SAPERE DIRE DI NO, CON SENNO, INTELLIGENZA E PROPORRE .
    IL VALORE DELLA PERSONA, CONCRETO VIVENTE PER GUARDINI, LORO MAESTRO, è LEZIONE PER SEMPRE IN UNA SCIENZA DEL CUORE.

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    Quello che mi chiedo e che non finirò mai di chiedermi è: perché Hitler è riuscito ad ottenere un così grande potere? Perché il popolo tedesco (e non solo) è stato passivo e complice?
    Sono troppi gli interrogativi che affollano la mia mente.
    Guardando, però, ai fatti odierni e ricordando gli esperimenti degli psicologi sociali come Milgram, Zimbardo e altri, sento di poter azzardare qualche risposta, seppur parziale : il pensiero di massa, il conformismo sociale .
    Innanzitutto, non dobbiamo mai dimenticare che siamo un popolo e non una massa.
    Nel popolo, ognuno mantiene la propria identità anche nel confronto con gli altri… La massa è impersonale priva di un pensiero indipendente… E temo sia questo il guaio. Il fenomeno che riscontro oggi, sia sui Social, sia sul mondo reale è un esasperante conformismo per cui se una persona pensa o agisce in un certo modo, lo devono fare anche tutti gli altri, magari non possedendo informazioni reali ma solo per “sentito dire”. È così che nascono “l’ingroup” e “l’outgroup” come disse lo studioso Tajfel. Chi è come noi è dalla parte giusta, chi non è come noi deve essere isolato perché portatore di un pensiero diverso perché “deviante”.
    Esercitare il pensiero critico, il pensiero indipendente non è slogan o cliché. Rappresenta l’unica via, probabilmente, per operare una resistenza che sia anche esistenza piena.
    Voglio citare un libro che ho ritrovato in questi giorni : “Uno psicologo nei lager” di Viktor Frankl. Il suo messaggio è quello di fiducia nei confronti della vita.
    “La vita vale la pena di essere vissuta in qualunque situazione e l’essere umano è capace, anche nelle peggiori situazioni, di ‘mutare una tragedia personale in un trionfo’. Proprio questo aspetto costituisce uno dei motivi della inossidabile attualità dello scritto di Frankl : esso, infatti, pur narrando i tragici eventi a cui si riferisce, li trascende per incentrarsi sull’esplorazione della natura umana e delle sue potenzialità “. (Dalla prefazione di Daniele Bruzzone : L’amore per la vita nonostante tutto, in “L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei Lager e altri scritti inediti” ).
    Cerchiamo quindi, nelle piccole o grandi tragedie della nostra vita, di “ricomporre l’infranto”, come disse lo studioso Meghnagi. Anche quando la vita ci sembra un cielo buio, privo di stelle.

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