11 febbraio 2020

Ultimo banco 23. Il signore dell’anello

«Mi sono innamorato di tua madre a 18 anni. Profondamente, come si è dimostrato. Pur essendo un codardo fisicamente, in due stagioni, da timido coniglio disprezzato passai a vestire i colori della squadra della scuola. L’amore mi fece fare questo tipo di cose». Così in una lettera un padre ricorda al figlio la sua storia d’amore per prepararlo alle fatiche e gioie del matrimonio (mamme e papà, raccontate più spesso ai figli come e perché vi siete scelti). Quel padre è J.R.R.Tolkien e lei Edith Brath: nel loro 55° anniversario (1916-1971), lui volle leggere alla moglie e ai figli il meraviglioso racconto Beren e Lúthien. Lo aveva scritto nel 1917 proprio per celebrare il loro amore, lo arricchì per tutta la vita, per poi nasconderlo — lo considerava il vero finale del suo capolavoro (Il Signore degli Anelli) — nella storia di Aragorn e Arwen (discendenti non a caso di Beren e Lúthien). Quel racconto — egli dice — è l’origine della sua creazione, perché l’amore lo è di ogni creazione. Come?

Orfano di padre a 4 anni e di madre a 12, cresciuto con un precettore, a 18 anni Tolkien si innamorò di Edith ma gli fu proibito di frequentarla fino alla maggiore età di allora: «Dovetti scegliere tra ingannare un tutore che per me era stato come un padre, più di un padre vero, o lasciar cadere quella relazione finché non avessi compiuto 21 anni. Per tre anni non vidi né scrissi al mio amore. Fu molto doloroso. Caddi nella pazzia e nella negligenza. Nella notte del mio ventunesimo compleanno scrissi di nuovo a tua madre, il 3 gennaio 1913». Lei declinò, era impegnata con un altro, ma John non si perse d’animo: «L’8 gennaio andai da lei e ci fidanzammo, informando la sua esterrefatta famiglia». Si sposarono nel 1916 e il loro primo figlio nacque nel 1917, mentre lui combatteva al fronte, dove vide morire gli amici con cui aveva creato «la Compagnia», un gruppo di adolescenti che voleva cambiare il mondo con la bellezza (la vicenda è raccontata nel bel film «Tolkien» di D.Karukoski del 2019). Ebbero altri tre figli, per i quali l’elegante professore di Oxford inventò le sue storie, proprio quelle che hanno conquistato il mondo. Leggeva loro, ogni sera, le pagine (dello Hobbit) che aveva scritto al mattino. Il talento creativo di Tolkien fiorì grazie all’amore familiare: un amore epico, cioè ordinario ed eroico al tempo stesso, come gli hobbit con cui si identificava. Il segreto di quest’amore è distillato proprio nel racconto di Lúthien e Beren. Quest’ultimo è un mortale che s’innamora dell’elfa Lúthien vedendola danzare nella foresta (John non dimenticò mai quando vide Edith danzare e cantare tra fiori bianchi in un bosco dello Yorkshire, durante un congedo dal vicino scenario bellico: un momento salvifico dall’orrore della guerra). Beren chiede la mano al padre della ragazza, il quale, per liberarsi di lui, promette che gliela concederà in sposa in cambio di una gemma della corona dell’Oscuro Signore. Beren, con l’aiuto di lei, riesce nell’impossibile impresa ma, a causa delle ferite riportate, muore. Lúthien, scesa negli inferi, lo riporta in vita, per poi rinunciare all’immortalità elfica per sposarlo. I due migrano in una regione che Tolkien chiama, in elfico, Terra dei morti che vivono di nuovo: i Rinati. Nome perfetto per lo spazio in cui, giorno per giorno, chi ama, fa morire un po’ l’ego, scoprendo la misteriosa matematica per cui uno più uno fa «tutto»: il tempo non è nemico dell’amore, ma occasione per continue rinascite. Il contrario dell’amore romantico da cui Tolkien metteva in guardia il figlio: «Distoglie dalle donne così come sono veramente, compagne nelle sfide della vita e non stelle-guida; fa dimenticare i loro desideri, bisogni, fragilità; inculca l’illusione dell’amore vero come esaltazione permanente, che non contempla il passare degli anni, i figli che arrivano, la vita di tutti i giorni».

Per San Valentino leggete Beren e Lúthien, coloro che rinascono dopo esser morti l’uno per l’altra. Scoprirete, come dice Tolkien al figlio, che «quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente entrambi avrebbero potuto trovare compagni più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato». Per lui gli amanti sono eroi di un’epica quotidiana, i quali rinascono scegliendosi ogni giorno, anche a costo di rinunce, affrontando le secche del sentimento come occasioni per scavare e ritrovarsi più in profondità. La tomba dell’amore non è il matrimonio ma l’egoismo, che per Tolkien si vince con l’anello che unisce l’uomo a Dio: «Ti propongo di amare i Sacramenti. Vi troverai avventura, gloria, fedeltà e la strada per tutto il tuo amore sulla terra», la Terra dei Rinati. A Wolvercote, cimitero di Oxford, cercate la tomba di John. Lo troverete con Edith e sulla lapide leggerete la verità che lui volle si scrivesse sotto i loro nomi: Lúthien e Beren.

Corriere della Sera,  10 febbraio 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

6 responses to “Ultimo banco 23. Il signore dell’anello”

  1. Valerio ha detto:

    Complimenti, articolo meraviglioso!

  2. Cristina ha detto:

    Ogni storia d’amore può regalare ad altri la bellezza e la grazia che le hanno dato vita. Che bello sarebbe organizzare un “luogo” dove poter far pervenire queste storie. Si potrebbe?

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    Articolo appassionante che “mette in scena” la storia di Tolkien, per me poco conosciuta.
    Mi è piaciuta molto l’affermazione :”il tempo non è nemico dell’amore, ma occasione di continue rinascite”.

    La storia di Tolkien è un’epifania dell’amore. Ed è con questo spirito che andrebbe festeggiato San Valentino : come epifania dell’amore, non come festa sentimentale e ancor meno come festa commerciale. Forse dirò una cosa retorica, ma tutti i giorni dovrebbe essere celebrato San Valentino. Per ricordare l’ amore che non muore mai, l’amore che rinasce, l’amore come fiamma viva, l’amore come acqua che zampilla.

  4. Maria Rosaria ha detto:

    Il titolo dell’articolo già dice tutto “Il signore dell’anello”. John ha onorato per tutta la vita la promessa che aveva fatto ad Edith il giorno del loro matrimonio. Uomo di grande valore e bontà, marito e padre ,ha saputo dare all’anello nuziale, che è simbolo di legame e fedeltà ,il suo vero significato.
    Questa è una storia esemplare di amore familiare che è fuori dal tempo in cui ci troviamo a vivere, dove ormai tutto è a breve scadenza e scarsa qualità comprese amicizie e amori e riuscire a preservare i legami è diventata cosa rara.
    Amare è toccare con mano il nostro limite perché si tratta di decifrare cosa il nostro io più profondo ha da comunicare che però indicibile.
    Amare, non è solo voler bene, è un insieme di sentimenti e azioni che coinvolgono mente e corpo.
    Poeti e filosofi hanno tradotto in parole molte delle sfumature dell’amore che deriva sempre da una relazione a due. Tuttavia dare una definizione univoca all’amore è cosa improbabile.
    L’amore si potrebbe paragonare ad un profumo di essenze mescolate che si sparge tutt’attorno. E’ un’energia manifesta, un’armonia che fa star bene chi la vive ed è visibile a chi osserva.
    Solo chi si sente amato e ama sa di cosa si sta parlando, pur essendo l’amore sempre un’esperienza soggettiva ed enigmatica che si nutre di mistero e ci coglie in maniera imprevedibile.
    Ogni giudizio sul vissuto dell’amore dipende da ciò che abbiamo potuto osservare e sperimentare nell’infanzia, nella giovinezza e nella maturità nei rapporti interpersonali e alla luce dell’educazione ricevuta.
    Il bimbo ha bisogno e cerca continuamente la madre perché è dalla sua carne che lui viene, ne conosce l’odore, ne desidera il contatto, la vicinanza e se tutto questo è ben vissuto ad un certo punto della crescita sentirà la necessità di diventare autonomo, si allontanerà per poi tornare dopo essersi differenziato. Nel periodo di maturazione e ricerca di se stesso, l’individuo può incontrare l’amore e nasce un rapporto a due fatto necessariamente da esseri imperfetti. La relazione può funzionare, nonostante le due metà non s’incastrino alla perfezione , se oltre al desiderio e alla passione iniziali si scopre il piacere di vivere fianco a fianco che comporta però un impegno notevole perché ognuno ha la propria idea del mondo e della vita oltre che il proprio bagaglio di diversità , difetti , abitudini e valori. Dovrebbe essere mantenuta viva la fiducia reciproca che incoraggia e sostiene senza togliere la libertà a ciascuno di realizzarsi.
    Il vero amore, dice Ungaretti,è una quiete accesa. Qualcosa che è tranquillità, è calore rassicurante, abbraccio intenso, certezza che l’altro anche nel giorno della sofferenza, della lite, della paura ci prenderà la mano, ci guarderà, saprà accettare i nostri silenzi e rimarrà al nostro fianco non tirandosi mai indietro senza essere invadente.
    L’amore non è mai statico è sempre attività di attenzione e sorveglianza volte ad accrescere la gioia dell’altro.
    L’amore è una sfida, una reciproca contaminazione di bene nel quotidiano condividere il destino della vita che ci è stata donata da Dio, che per definizione è amore, che ci ama e desidera che l’amore passi come una corrente dall’uno all’altro .
    In lei caro professore c’è un notevole coraggio, il coraggio di cercare di capire il presente e lavorare sempre per ispirare tutti ad apprezzare le opportunità che la vita offre per un rinascimento.

    Con grande stima
    M.R.D.M.

  5. Pepita Jimenez ha detto:

    La storia di Tolkien è una storia di rivelazione dell’amore e di rivoluzione dell’amore. È una storia da approfondire.

Rispondi a Prof 2.0 Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *