10 marzo 2020

Ultimo banco 27. Tempo di miracoli

Risultato immagini per alice sommer herz

«I miracoli sono accaduti persino nei giorni più bui del XX secolo. Mia madre ha creato per me un giardino dell’Eden in mezzo all’inferno. Mi costruì attorno un robusto muro d’amore e mi trasmise una sicurezza così grande che non trovai nulla di insolito nella nostra esistenza. Mi fece il regalo più prezioso di tutti: un’infanzia felice. Il fatto che vi sia riuscita entro i confini di un campo di concentramento nazista deve essere considerato un autentico miracolo». Le parole di Raphaël Sommer, famoso musicista praghese, sono dedicate alla madre Alice, pianista sopraffina, morta all’età di 111 anni nel 2014. Avevo già scritto un altro pezzo per la rubrica ma, quando ieri sera, abitando a Milano, ho visto le scene di panico in conseguenza della chiusura di intere regioni e province a causa del virus, ho capito che dovevo raccontare il «miracolo» di cui parla Raphaël.

Era il 1942, racconta la bellissima biografia (Un giardino dell’Eden in mezzo all’inferno), quando Alice Herz-Sommer vide partire sua madre, 72enne, per un campo di concentramento. Non seppe mai più nulla di lei. Alice, pianista di fama internazionale, allora 38enne, si mise a vagare come una disperata per le strade di Praga, che con tutta la Cecoslovacchia era dal 1939 sotto il controllo tedesco. Fu allora che, in preda alla paura e al dolore, sentì una voce interiore: «Esercitati nei 24 Studi, ti salveranno». Era una sfida assurda: i 24 Studi di Chopin sono pezzi per pianoforte tra i più rivoluzionari e difficili, tanto che nessuno si era mai azzardato ad eseguirli tutti in un unico concerto. Quei brani divennero il credo di Alice, che cominciò a esercitarsi, 8-10 ore al giorno, per eseguirli alla perfezione. Le diedero una corazza, una disciplina e una forza di volontà straordinarie: «Tutti i giorni per un anno mi dedicai a quel compito apparentemente insormontabile e memorizzai tutti e ventiquattro gli Studi prima di essere deportata a Theresienstadt con mio marito Leopold e mio figlio Raphaël, che allora aveva sei anni». I tre furono deportati nel ghetto-campo una mattina di luglio del 1943. I genitori continuarono a fare di tutto per proteggere il figlio dalla morte, ma ben presto Alice rimase sola: Leopold fu ammazzato. Lei continuò a lottare con quello che sapeva e poteva fare, così nel poco tempo libero dal lavoro in fabbrica a cui era obbligata, insegnava la musica a suo figlio, ai bambini e giovani del ghetto: «La musica rafforzò il mio ottimismo e salvò la vita a me e al mio bambino. Era il nostro nutrimento. E, infondendo gioia nelle nostre anime, ci preservò dall’odio, cancellando la paura e rammentandoci le cose belle dell’esistenza anche negli angoli bui di questo mondo». Come se non bastasse Alice decise di eseguire decine di concerti per i prigionieri, nei quali il programma, mai eseguito in tempi di pace, era un miracolo di bellezza: i 24 Studi. Quella bellezza salvò lei stessa e molti altri: faceva ciò che sapeva e poteva meglio di come avesse mai fatto. Così vinse la paura, e diede a tanti un motivo per continuare a lottare e non cadere nella disperazione in mezzo a condizioni tremende di fame, malattie, sporcizia e violenza. Il segreto del miracolo era nella bellezza e nell’umiltà a cui l’aveva educata la musica: «Chi sa accogliere in sé la dignità e la grandezza di un’opera di Bach o Beethoven, non rinuncia forse inevitabilmente ai suoi obiettivi egoistici, di modo che le presunte cose importanti diventano relative?».

I miracoli, quindi, esistono, anche in tempi bui: siamo noi. Quello di Alice, con i necessari e dovuti distinguo, adesso è chiesto a ciascuno: fare meglio di prima quello che sappiamo e possiamo fare, per servire gli altri e dare loro speranza, come quelle ragazze che a Torino si sono offerte di fare la spesa per gli ultrasettantenni del loro condominio. Non dobbiamo solo obbedire (e sarà già dura per un popolo che con le regole ha un rapporto difficile) alle voci «esteriori» che ci dicono cosa fare per non aumentare il contagio, ma ascoltare la più sottile voce interiore che ci ricorda chi siamo e che cosa possiamo fare per gli altri, ciascuno nel suo ambito. Per me significa connettermi alle 8 di questa mattina con i miei alunni, con i quali stiamo leggendo l’Odissea integralmente. Ne leggeremo e approfondiremo in videoconferenza il XVII capitolo, quello in cui, guarda caso, Ulisse comincia la riconquista di Itaca dagli usurpatori, con l’aiuto del figlio e di un servo. Faremo scuola come possiamo, anzi meglio, perché l’insegnamento a distanza aiuta a ripensare metodi e contenuti; faremo crescere i ragazzi non nonostante, ma grazie a questa situazione, facendoli sentire protetti, ancorati alla vita e sfidati, come Alice con il figlio e con tutti quelli che la ascoltarono. Dedicarci a chi abbiamo in casa e, come possiamo, agli altri, ci farà riscoprire i loro bisogni e le nostre priorità.

Corriere della Sera, 9 marzo 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

8 responses to “Ultimo banco 27. Tempo di miracoli”

  1. Maria Rosaria ha detto:

    La sua voce è determinata d’abitudine a promuovere con passione il ben-essere proponendo narrazioni di esperienze di vita dal potere salvifico che in questo momento ci sostengono particolarmente. Grazie!
    Ora è tempo di star fermi dove siamo ma abbiamo la possibilità di muoverci in noi stessi e in spazi piccoli, che si possono dilatare con i nuovi mezzi, per trovare il sacro e l’umano da nutrire.
    Le situazioni impensabili svelano una realtà che spesso non eravamo riusciti a mettere a fuoco del tutto.
    Le maschere cadono e affiora l’istinto, l’inclinazione innata di ciascuno, in una libertà totale d’azione senza freni di alcun tipo, solo qualche volta di buon senso.
    “L’uomo deve vedere per credere” ha detto,ieri ai microfoni,un volontario della Protezione Civile. Le sciagure causate dai terremoti, dalle alluvioni, dai crolli di grattacieli e ponti, dagli attentati, dai bombardamenti, dalle carestie, dagli incendi e le loro conseguenze sono visibili. Il virus no,non lo vediamo e quindi sono in molti che stentano a credere nella sua invisibile potenza e si comportano, per ignoranza e/o egoismo, sconsideratamente.
    Il valore di quello che stiamo vivendo in questi giorni, dell’inutilità di moltissime cose e della grandezza di poche, lo si capirà quando tutto sarà finito e qualcuno in più considererà che la Legge che governa l’universo provoca stupore e insieme manifesta sempre una grandiosità incommensurabile che merita rispetto.

    Aiutiamoci!

    • Filippo Pontoglio 1 A ha detto:

      in questi momenti difficili in cui non è possibile stare insieme fra amici è importante tenersi in contatto e non lasciarsi sopraffare dalla paura che incombe.
      E cercare di sfruttare questi giorni per stare con la propria famiglia

      p.s.
      Informo la professoressa Paladino che io ed altri compagni non siamo riusciti a visionare il link sulla sardegna. Grazie

  2. Laura ha detto:

    Caro Prof.,
    grazie per il Suo articolo che mi ha commosso.
    Questo momento straordinario, in cui tutto sembra sospeso, mi ha portato indietro di tre anni, quando a mio padre è stata diagnosticata la leucemia.
    Ricordo la paura e la fatica nel dividersi tra casa e università: dovevo prendermi cura dei miei fratelli (il maggiore è autistico, l’altro era ancora minorenne), ma allo stesso tempo dovevo studiare e non volevo andare fuori corso (non volevo che la malattia di mio padre fosse un alibi).
    Ho avuto momenti di sconforto (sfido chiunque a studiare procedura civile con un fratello che pretende che tu sia una specie di dizionario etimologico vivente), ma ho tenuto duro perché il lavoro in casa e lo studio erano tutto ciò che potevo fare e ho cercato di farli al meglio.
    Anche adesso ho paura per mio padre che è immunodepresso, perché la vita può cambiarti in un attimo, ma allo stesso tempo mi sento speranzosa. Credo che sia anche merito di quello che ho vissuto.
    Ho imparato che è in queste situazioni che si rivela il vero volto delle persone, si scopre quello a cui tengono davvero.
    Ci sono poi persone che ti sorprendono. Come il mio ex. prof. di penale dell’anno scorso con cui avevo svolto un breve tirocinio in tribunale.
    Mi ha chiamato perché voleva sapere come stessi e come stesse mio padre. Dopo mi ha chiesto di raccontargli di come proseguissero i miei studi. Quando gli ho detto che i docenti del mio corso di preparazione al concorso per magistratura attualmente non stanno facendo lezione online e che sto studiando da sola, lui mi ha chiesto di inviargli dei temi di diritto penale perché me li potesse correggere. Io ero un po’ riluttante: è un  giudice per le indagini preliminari per cui lavora moltissimo e non volevo aggiungergli un’altra incombenza.
    Lui però ha insistito: “Ma quale incombenza! Non c’è gioia più grande che insegnare ad una persona. Ogni mia fatica sarà ricompensata quando in aula ci sarà un giudice attento e preparato. Tu scrivi e inviami tutto che, appena posso, ti correggo”.
    Oltre a confermarmi nella mia vocazione, mi è stato d’esempio per ricordarmi che, se ognuno fa il proprio meglio con quello che ha, allora i miracoli sono possibili.
    In lui ho trovato un maestro, un padre ed un amico e per questo gli sarò sempre grata.
    Un abbraccio e un in bocca al lupo a Lei e ai Suoi ragazzi,
    Laura.

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    Mentre scrivo queste parole, sento notizie catastrofiche alla tv.
    La mia reazione sarebbe quella di silenziare questo strumento, utile e apocalittico allo stesso tempo, per far parlare i pensieri sopiti nella coltre di un tempo troppo lento da far passare (per le ore passate a casa) e troppo frenetico (lavoro a casa per quasi tutto il giorno). Ma l’ansia di informarmi e di stare al passo con i tempi prevale e non spengo questa tv dalle notizie martellanti.
    La mia coscienza ha bisogno di verità, ma non vuole cedere al potere di seduzione della depressione.
    Come fare per andare avanti nonostante tutto?
    Bisogna cercare gli antivirus, uno o più antidoti per cercare di vivere con cognizione di causa, ma senza lasciarsi invadere dalla tristezza pressante. È questo il risultato del mio pensare.
    Non so se i medici abbiano trovato un antidoto al Coronavirus, ma avverto in me l’esigenza di trovare degli antivirus dell’anima. Io ne ho trovato qualcuno per andare avanti in questo tempo: i suoi articoli che sono, per me, un’iniezione di speranza (vorrei che in questo periodo I suoi articoli fossero giornalieri).
    Altro antivirus : le video conferenze con colleghi.
    Ieri ho partecipato alla prima videoconferenza su Hangouts. Dovevamo parlare di come essere /fare scuola in questo momento difficile. Non ci siamo nascosti la verità tragica del nostro tempo, ma abbiamo cercato una via per resistere, ci siamo confrontati sugli stessi problemi e questo è stato significativo. È stato strano vederli ognuno a casa loro ma tutti connessi…
    Abbiamo sempre condiviso uno spazio per parlare… Qui no, abbiamo condiviso uno spazio virtuale, ma non fisico. Ho trovato questa modalità strana, ma bella … Allora ho capito ( e vissuto sulla mia pelle) che questo è tempo di unione. Non è più tempo delle divisioni tra persone. Tutti dobbiamo lottare contro un nemico comune :il virus. Per questo il mio “hashtag ” personale (anzi, il mio leit motiv) è #maipiùguerretranoi.
    Un terzo antidoto per me è stare in preghiera (anche quelle personali, non solo quelle formali).
    Un quarto antidoto l’ho individuato nella lettura. Stare a casa significa avere più tempo per sé per formarsi, per coltivare i propri hobby (nonostante l’impegno lavorativo).
    Un quinto antidoto è : imparare cose nuove. Non sapevo usare le tecnologie dell’istruzione. Classroom, Hangauts, Meet, Screencast o matic erano per me parole sconosciute. Non sono mai stata troppo in gamba con le tecnologie. Ho fatto molta fatica all’inizio per capire i meccanismi sottesi all’utilizzo di questa strumentazione e sto facendo anche adesso una fatica incredibile, ma ho scoperto anche modi nuovi di condivisione.
    Allora, considerando tutto, si: i miracoli esistono. Sono tutti quegli antivirus che fanno bene all’anima e le permettono di sopravvivere agli urti del tempo e dei virus.

  4. Pepita Jimenez ha detto:

    E non poteva mancare il più grande antivirus di tutti i tempi : l’affetto delle persone care, sia vicine che lontane o chi ha serbato nel suo cuore un pensiero e una preghiera per noi.

    • Maria Rosaria ha detto:

      Cara Pepita, ho simpatia per la teoria, dei cinque rimedi a cui hai aggiunto il sesto, che stai usando per vivere meglio il tempo da trascorrere a casa. Riflettevo sul bellissimo nome che è stato scelto per te alla nascita ( diminutivo al femminile, nella variante spagnola o portoghese, del nome del padre putativo di Gesù). Il nome è importante, ci identifica e ci contraddistingue, è parte essenziale di ciascuno. Nel nome è riassunta tutta la storia della tua vita in quanto nel corso degli anni gli hai dato un significato aggiunto col tuo modo di sentire, di pensare, di agire. Quando si chiama il tuo nome, esso si riferisce a te, alla tua inconfondibile persona. Ogni volta che si sente fare il proprio nome il ricordo va al timbro della voce di chi, quando eravamo piccoli, lo pronunciava con amore per attirare la nostra attenzione. Dice Isaia :”Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (46,1). Dunque, il Signore ci ha chiamati per nome, singolarmente, a fare qualcosa. Stai sicura, attraverso di te, qualcosa può farsi visibile , può luccicare come quella pepita, tra la sabbia di un corso d’acqua, nel setaccio del cercatore d’oro. Uniamoci col pensiero nella Preghiera di affidamento alla Vergine. Ciao! 🤗

      • Pepita Jimenez ha detto:

        Grazie mille della tua risposta, cara Maria Rosaria. Sei sempre molto gentile.
        Il tuo nome è splendido: Maria è il nome della Madonna, Rosaria rievoca il Rosario, uno strumento molto potente di preghiera. Ieri ho guardato un video di “Tempi di Maria” sull’importanza del Rosario quotidiano, oggi ho guardato il video della rubrica del Prof su Instagram(cerco di farmi un po’ di anticorpi).
        Come dice lui, dobbiamo restare a casa e pensare ad ampliarla… E’ per questo che risulta importante recitare il Rosario… perché ci possono essere degli impedimenti ai nostri obbiettivi e rispetto ai piani di Dio. Molti impedimenti …
        E’ vero, il Signore ci ha chiamato per nome… il problema è che spesso non sentiamo quando Lui ci parla e non rispondiamo al nostro daimon (come ha detto il Prof) perché molte cose si sovrappongono tra noi e i nostri sogni o tra noi e i Sogni di Dio: paure, inadeguatezze e altro… E’ bellissimo quello che hai detto nell’ultima riga: “Stai sicura, attraverso di te, qualcosa può farsi visibile, può luccicare come quella pepita, tra la sabbia di un corso d’acqua, nel setaccio del cercatore d’oro”… Vorrei tanto che fosse vero ma, stando in questo mondo, non ho più garanzie… Lo slancio a fare qualcosa di buono c’è, ma noto anche tanti intralci…
        Ti chiedo di pregare per me, per essere in grado di distinguere il sussurro di Dio dal sibilo del serpente antico… Perché non lo trovo un compito semplice!
        Se ti fa piacere, anche io prego per te! Grazie di tutto!

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