29 dicembre 2020

Ultimo banco 60. Attaccati alla vita


«Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare».

Così, il 26 dicembre del 1916, Giuseppe Ungaretti, ospite a Napoli da un amico, distillava in «Natale» la pace piena di ferite di qualche ora di licenza dalla cruenta guerra che stava combattendo sul Carso. Ci confida di aver bisogno di stare lontano dalle strade della festa, rimanere in un angolo, ridotto a una cosa, per riscoprire, se ancora possibile, la gioia di esistere. Il «qui» del focolare domestico si contrappone al «lì» del gelo del fronte, dove ha imparato a scrivere sulle scatole dei fiammiferi e su pezzetti di carta i versi rivoluzionari e brevissimi che tutti ricordiamo. Il poeta, spogliato della sua umanità, prova a rinascere dalla vita ferita: così il movimento gioioso delle capriole di fumo del camino si

contrappone all’immobilità di chi è stato ridotto dalla guerra a una cosa disanimata. Quando la vita non ci tocca più, due sono i livelli di solitudine che attraversiamo: prima l’indifferenza verso il mondo e poi la repulsione, proprio quella descritta dai versi di «Natale», che però contiene anche il segreto per ritrovare il «tocco» della vita, il suo gusto. Una rinascita.

Anche noi in questo Natale sentiamo sulle spalle il peso di mesi di virus. Anche noi abbiamo bisogno di guarire da una certa indifferenza, se non repulsione, entrata nei nostri corpi e nelle nostre anime.

«Nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore:

non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita»

diceva Ungaretti per resistere, in una notte trascorsa accanto a un compagno morto. Lo scriveva in «Veglia», nella stessa raccolta in cui è inserita «Natale», una raccolta originariamente intitolata «Allegria di Naufragi», un paradosso che la poesia può permettersi: come può esserci gioia nel naufragio? Il poeta risponde così: «Il titolo, strano, dicono, è Allegria di Naufragi. Strano se tutto non fosse naufragio, se tutto non fosse travolto, soffocato, consumato dal tempo. Esultanza che l’attimo, avvenendo, dà perché fuggitivo, attimo che soltanto amore può strappare al tempo, l’amore più forte che non possa essere la morte. È il punto dal quale scatta quell’allegria che, quale fonte, non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare».

Ecco il paradosso: solo a stretto contatto con la morte si sperimenta che tutto è destinato a naufragare nel mare del tempo. Eppure, proprio quando sono vicine al naufragio, tutte le cose lanciano il loro SOS: in quell’attimo si aggrappano all’amore come il naufrago al salvagente. E solo l’amore può trasformare il naufragio in allegria, perché solo in quell’istante si scopre che da soli non ci si salva.

C’è un’allegria nascosta in ogni naufragio: l’amore di cui abbiamo bisogno e che non abbiamo voluto ammettere per paura che questo significasse essere troppo fragili e vulnerabili. Abbiamo bisogno anche noi di guarire, starcene un po’ in silenzio, come una cosa posata in un angolo, senza mescolarci al groviglio della folla natalizia, e cercare ciò che ci terrà a galla: la relazione che abbiamo con le cose, con gli altri e con Dio. Relazioni che a volte sembrano diventare mute, ma il cui suono si ascolta solo se rimaniamo in un silenzio calmo, paziente e aperto al rischio di chi smette di voler dominare la vita e decide invece di ascoltarla.

Oltre i regali potremmo cercare «sotto» l’albero le radici della nostra vita, che cosa ci rende sempreverdi. Quelle radici sono la linfa per il nostro cuore ferito, per il nostro corpo stanco, per la nostra anima disincantata. Le radici degli alberi non gelano neanche d’inverno, anche quando la neve ricopre totalmente i rami ormai spogli e apparentemente morti. Quali sono le nostre radici? Dove la vita ci tocca, ci custodisce e ci nutre?

Questi giorni, forzosamente lontani dall’abituale «groviglio di strade» natalizie, possono essere l’occasione per raggiungere queste radici, con un esercizio di silenzio come quello descritto dal poeta: proprio nel naufragio da cui veniamo potremmo trovare l’allegria dell’amore che ci manca. La parola «natale» (dalla radice di nascere) potrebbe irradiare il suo potere tutto l’anno se ci ricordassimo che siamo fatti per nascere e non per morire. Come scriveva Rilke nelle Lettere milanesi: «Nasciamo provvisoriamente da qualche parte; solo a poco a poco componiamo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente». E questo comporta, come ogni nascita, un certo dolore. Anche Dio è nato come un naufrago: nudo, senza niente, se non la nostra fragile condizione umana, che da quel giorno è diventata anche divina.

Corriere della Sera, 28 dicembre 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

6 responses to “Ultimo banco 60. Attaccati alla vita”

  1. Serena Grossi ha detto:

    E’ una meraviglia così dovrebbero essere i professori e ridare quella bellezza che la
    vita a volte ci toglie Serena Grossi

  2. francesco ciotti ha detto:

    Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione.
    Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
    Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione.
    Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
    Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
    Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
    Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
    Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
    Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
    Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
    Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
    beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male.
    Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate

  3. Federica Salvan ha detto:

    Felice anno, in cui inserire propositi, mete, aderenti alla via, alla origine che rimandano a nascita, atto aurorale, generativo che svela la persona, nella sua identità che, crescendo, sviluppandosi, cercherà, troverà, la dimora accogliente.
    La compagine umana chiede calore di legame in ascolto, in silenzio; questo!ultimo è parola vivente, la prepara mediante ascolto.
    Pertanto, il naufragio, la crisi assurge a scelta verso il Bene e il Bello.
    Speranza, seguendo Seneca, esorta a ” collige et serva” in una eutopia,paesaggio, presagio del Desiderio e sorge allegria, persino gioia che chiamano cura come occupazione di sé.
    Grazie e buona vita in buon tempo. Federica

  4. Luisa ha detto:

    Accostare passato e presente, avvicinarci alla comprensione del presente leggendo il passato. La poesia vera parla al di là del tempo e dello spazio, parla ad ognuno, si fa universale nel suo colloquio intimo, personale con ciascuno. Mirabile e, in questo frangente quasi profetico, l’appello all’amore per trasformare il naufragio in allegria salvifica, possibile solo se non si è soli.

  5. Sara ha detto:

    Leggendo questo articolo ho ricordato i miei trascorsi di studentessa, ritenevo inutile studiare Ungaretti e altri autori che i professori ti spiegano a scuola. Ho letto scrittori contemporanei, quando avevo tempo, oggi ho toccato con mano la mia ignoranza nel senso di ignorare quello stupidamente ritenevo inutile. Nella vita è vero non si finisce mai di imparare e oggi alla mia età leggerò Ungaretti, ma dirò ai miei nipoti di non fare come me. La scuola dove si forma la società del domani deve avere un ruolo importante nella programmazione di uno Stato.

  6. ISY ha detto:

    Bellissimo articolo il tuo.
    Bisogna aggrapparsi sempre alla vita, anche quando tutto sembra capovolgere contro di te. Ed è ammesso piangere. Solo i deboli non lo ammettono, ma è importante il pianto. Quando non si piange più, vuol dire che la morte ha preso il sopravvento.
    L’ha detto Gesù, la sua forza è diventata debolezza. Ma “ciò che è stoltezza per il mondo è sapienza di Dio”.
    Noi quando soffriamo, amiamo, preghiamo, gioiamo, cambiamo viviamo sempre. È quando non si soffre, ama, prega, gioisce, non si cambia, si è morti.
    Io non ci pensavo, ma è importante cambiare. C’è un dinamismo nel bene e una staticità del male.
    Il male rende statici perché non forma, non trasforma ma deforma.
    Il bene invece rende dinamici perché innesca un salutare e proficuo cambiamento : ci si trasforma, cambiando.
    A volte, il naufragio può essere allegro perché ci si rende conto che tanta sofferenza e tanto amore e tenerezza non saranno mai sprecati. Mai!
    Ecco la certezza del naufrago: sa che tanto amore e tanta sofferenza non è stato sprecato, ma è importante e darà frutti a suo tempo.
    A volte ci si sente esclusi dagli altri, ma anche questa solitudine può essere proficua!
    Ti auguro buon anno all’insegna dell’allegria vera, quella che non si estingue mai!

Rispondi a Federica Salvan Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *