9 marzo 2021

Ultimo banco 70. Le barche hanno nomi di donna

«La forza di una donna non è nella bellezza dei dettagli estetici, piuttosto in quella della sua anima libera». Così scrive la mia collega e amica Cristina Dell’Acqua nel suo recente libro Il nodo magico: una ricognizione delle figure femminili dell’Odissea come veri e propri snodi del viaggio dell’eroe, un viaggio nel mare femminile prima ancora che nel mare avventura che tiene Ulisse lontano da casa. Da quando sono insegnante lavoro soprattutto con donne, perché l’insegnante in Italia è «femmina». In testa alle email del dipartimento di lettere della mia scuola, mi diverte leggere ogni volta: «Carissime tutte e caro Alessandro» (il rapporto nelle mie discipline è 1 a 10). Questo dato dovrebbe condurre a una riflessione più seria su una professione che, tra precariato e stipendi tra i più bassi in Europa, penalizza soprattutto il lavoro delle donne. Eppure questo, nonostante accese polemiche su questioni più marginali, non è oggetto di particolare attenzione e azione, atteggiamento che svela quanto, nel sentire comune, insegnare sia visto come un lavoro «di ripiego», scelto da chi vuole «fare anche altro», da chi «non può mantenersi da solo»… Dov’è la forza che sgorga dall’anima libera di una donna di cui parla la mia collega, se poi quella libertà è ostacolata da un sistema-scuola che ne dovrebbe essere luogo esemplare di realizzazione?

Lavorare con molte donne mi ha fatto crescere in tanti aspetti ai quali, per come sono fatto, non avrei prestato attenzione. Ogni donna è un mondo e lavorare fianco a fianco comporta mescolare sguardi diversi benché siano puntati sulla stessa meta, la crescita dei ragazzi, così come Itaca non è solo la meta da raggiungere, ma la somma degli incontri fatti da Ulisse. Per questo la mia collega di latino e greco sottotitola il suo libro Ulisse, Circe e i legami che rendono liberi: la nostra vita è un’odissea di legami con cose e persone, che possono liberare o incatenare. Furono proprio i Greci a saldare la vicenda umana alla metafora del filare e del tessere con il mito delle Parche: la vita è l’intreccio di trama e ordito, rispettivamente nel telaio il filo orizzontale del tessuto e i fili verticali, sopra o sotto i quali, il primo viaggia (il pezzo di legno che li attraversa si chiama navetta) e si intreccia ai secondi. La vita è il «tessuto» che emerge dal viaggio della nostra navetta in un mare di cose e persone: l’intreccio, più o meno complesso che sia, è la nostra stessa esistenza. Non a caso in psicoterapia si cerca di aiutare il paziente a ritrovare o riannodare il filo della propria storia quando sembra si sia spezzato o sia stato perso, o ci siano rovinosi buchi nella trama (lo diciamo anche di un libro: la trama non funziona). Ulisse è un «tessuto» di incontri (textum in latino è sia il tessuto sia il testo e non a caso Penelope inganna i pretendenti facendo e disfacendo una tela): diventa se stesso grazie ai legami stretti, anche e soprattutto, con le donne che incontra in viaggio. Da Calipso che lo tiene prigioniero in un’isola paradisiaca a Penelope che lotta per tenerlo vivo in un’isola molto più ordinaria, Omero racconta l’esperienza che l’uomo fa del femminile in una cultura in cui la donna è o pericolosa seduttrice che sottomette l’uomo o sposa e madre che si sottomette all’uomo. Eppure Penelope è non solo capace di ingannare tutti i pretendenti che vogliono prendersela per usurpare il trono di Ulisse, ma tiene testa anche a lui, riconoscendolo solo dopo averlo messo alla prova: senza di lei Ulisse non può veramente tornare. La grande letteratura, seppur limitata dalle consuetudini e idee del contesto in cui nasce, se ne libera: il suo potere è superare gli argini della storia, che non riescono a strozzarla perché l’uomo che crea rompe quei limiti per aprire nuove strade. E così l’esperienza che Ulisse fa del femminile diventa il viaggio stesso: dall’incontro nell’aldilà con la madre Anticlea a quello con Nausicaa, adolescente che sboccia innamorandosi di lui, passando per il legame con Atena e quello con Circe. L’Odissea è soprattutto un’odissea di donne.

«L’eroe, durante il suo avventuroso viaggio, è rimasto ancorato a se stesso grazie agli incontri con le molte donne umane, divine, principesse e maghe, testimoni dell’antica sapienza femminile della tessitura, l’arte di intrecciare trama e ordito dove ogni nodo è un frammento di vita dell’intero tessuto«. Ho amato questo passo del libro, perché anche io per raccontare la mia storia devo scegliere i legami che mi hanno reso uomo (eroe originariamente in greco voleva dire semplicemente uomo: essere eroe è diventare uomo), e in particolare quelli con le donne che il mare della vita (soprattutto nel lavoro) ha messo sulla mia rotta. Forse per questo le barche hanno nomi di donna, perché spingono l’uomo alla rischiosa avventura dell’uscire da se stesso. Oggi e tutti i giorni.

Corriere della Sera, 8 marzo 2021 – Link all’articolo e ai precedenti

2 responses to “Ultimo banco 70. Le barche hanno nomi di donna”

  1. Anna Maria ha detto:

    Come sempre, riflessioni acute, interessanse e toccanti!

  2. Fragi-lina ha detto:

    Grazie

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