26 aprile 2022

Ultimo banco 118. Centri, cerchi e linee

Qual è la forma geometrica che rappresenta meglio la vita? La spirale. Ne ho avuto conferma in questa Pasqua trascorsa a New York dove vivono le mie sorelle Elisabetta e Paola. La conferma l’ho trovata visitando con loro il Guggenheim Museum, opera del grande Frank Lloyd Wright, ultimata nel 1937 e concepita come una torre di Babele rovesciata, perché, invece di disunire i popoli come accade nel racconto biblico, li unisse attorno alla bellezza, come ho visto accadere, accanto a me, a persone di tutto il mondo, nel tempo trascorso all’interno del museo. La spirale sale, giro dopo giro, fino alla cupola di vetro, e in ogni punto si abbraccia con lo sguardo tutto il percorso fatto, in una unità in cui tutto è necessario e si può andare avanti e indietro a piacimento senza il senso di costrizione delle mostre “lineari”. Lungo i corridoi a spirale in questo momento sono esposte, a proposito di Babeli rovesciate (un pittore russo nel cuore di New York), le tele di Vasilij Kandinskij e la mostra si intitola “Around the circle”, in cui quell’Intorno al cerchio indica sia la forma geometrica preferita dal pittore sia la disposizione dei quadri, che sono sistemati dagli ultimi ai primi, anziché nel solito convenzionale ordine cronologico. Perché? Ci illudiamo che la vita vada avanti per obiettivi come una linea retta e non come l’ampliarsi di un centro che genera tutti gli obiettivi.

La vita è «originale» quando, in qualsiasi momento ed età, sgorga dall’origine, cioè quando rimanendo ancorati al centro avanziamo nel tempo: cerchi concentrici più o meno vicini all’asse di rotazione della spirale, in cui ogni punto contiene tutto il passato e tutto il futuro. Più siamo vicini al centro più la vita avanza autenticamente, più se ne allontana e più si disgrega. Io sono adesso, come nella spirale, sia il bambino sia l’anziano, perché ciò che unisce le età della mia vita è questo centro. Per questo i quadri del pittore russo si susseguono, lungo la spirale dei corridoi, dagli ultimi ai primi: dire ultimi però è convenzionale perché unica è la ricerca, che poi trova maniere nuove per realizzarsi.

I quadri servono così a «mostrare» non solo l’arte di Kandinskij ma la sua originalità (origine), a prescindere dalla tecnica usata, dal periodo storico, dalle fasi creative. L’ispirazione resta sempre «al centro» come dice il pittore nei suoi scritti: «il contenuto dell’anima dell’artista cresce e si sviluppa nella dimensione interiore. Nel momento in cui viene raggiunto un certo stadio interiore, la forma esteriore si mette a disposizione del valore interiore di questo stadio. E invece nel momento in cui la crescita interiore si arresta e cade vittima del contrarsi delle dimensioni interiori, sfugge all’artista anche la forma già raggiunta.

Ci accade spesso di vedere questa morte graduale della forma, la quale corrisponde al graduale venir meno del desiderio interiore. È così che un artista perde il dominio sulla propria forma, la quale diventa opaca, debole, cattiva. Si spiega in tal modo il fatto sorprendente che d’improvviso un artista, ad esempio, non sappia più disegnare, o che i suoi colori, prima vivi, giacciano sulla tela come una parvenza senza vita, come una carogna pittorica. La decadenza della forma è la decadenza dell’anima, ossia il contenuto. E la crescita della forma è la crescita del contenuto, ossia dell’anima».

Così come nell’arte accade nella vita: se la vita perde colore e gioia è perché abbiamo tradito il centro, non stiamo crescendo, e ci illudiamo di farlo gettandoci in attività febbrili o aspettando che la felicità venga da forme esterne, che però si riveleranno insufficienti perché siamo noi a non averle generate. Quante volte crediamo di desiderare qualcosa che una volta raggiunto ci delude? Camminando lungo la spirale del Museo e guardando i quadri in ordine concentrico si è portati a toccare, in ogni punto, giro dopo giro, l’origine di tutto.

Per Kandinskij il cerchio è infatti la forma geometrica che meglio rappresenta la vita spirituale, dove avviene la sintesi di tutte le opposizioni: «il cerchio combina concentrico ed eccentrico in un’unica forma e in equilibrio. Delle tre forme primarie, indica la quarta dimensione».

La quarta dimensione nei quadri di Kandinskij è spesso uno sfondo di colore uniforme ma vivo, trattato in modo simile all’oro delle icone sacre: il livello della realtà da cui nascono tutte le forme della vita, sempre nuove anche nel ripetersi dei giorni. Sono rimasto ipnotizzato di fronte al quadro «Alcuni cerchi», in cui ho contemplato una notte piena di luce in cui il cosmo prende forma in una varietà di cerchi e colori in relazione dinamica tra loro: sono ora pianeti, ora occhi, ora pozzi sulla quarta dimensione, cioè l’infinito a cui anela il nostro cuore, a cui tornare sempre e da cui sempre ripartire.

Non abbiamo forse deciso di rappresentare come una spirale anche il Dna, codice irripetibile di ciascuno di noi in ogni singola cellula? Noi siamo questo viaggio a spirale, unione di cerchio e linea, vita interiore e movimento esteriore, fedeltà e tradimento del centro… Quando si arriva al culmine della spirale, come quando guardiamo le nostre foto da bambini, si scopre nelle prime opere di Kandinskij, figurative a differenza di quelle astratte della maggior parte della sua produzione, che la ricerca è stata la stessa, ma nel tempo è diventata essenziale, che non significa più facile perché ha richiesto l’invenzione di forme inedite nel panorama artistico. Ed egli è stato originale quando è stato fedele al suo centro, perché le forme riuscite sono quelle da lì scaturite, come anche Cesare Pavese scriveva nel suo diario: «Come mai, senza saperlo, hai diretto tutto a un centro? Logica interna, provvidenza, istinto vitale?». Qualunque sia la risposta, gli artisti ci ricordano che essere «centrati» ci porta a diventare essenziali, semplici, autentici, originali perché originari, ed è il segreto di una vita compiuta, perché fedele a quello che solo noi possiamo essere e fare.

Corriere della Sera, 25 aprile 2022 – Link all’articolo e ai precedenti

2 responses to “Ultimo banco 118. Centri, cerchi e linee”

  1. Ornella ha detto:

    «Alcuni cerchi» di Kandinskij mi fa pensare al paradiso quaggiù, ai momenti in cui in paradiso accade sulla terra, cielo e terra insieme. Il cerchio, la quarta dimensione, è il tempo che in quel momento è eterno. I cerchi sono fedeli al loro centro e questo permette loro di prendere colore, e proprio il fatto di essere legati all’origine e quindi essere fino in fondo sé stessi li fa entrare in relazione con gli altri cerchi. Ogni cerchio supera la sua ultima solitudine per incontrare l’altro cerchio. Nella zona di intersezione, di relazione, si crea un colore nuovo, imprevedibile e mai visto, che diventa ricchezza per i due cerchi e per il mondo intero. In questo dipinto non c’è nessun dolore, non ci sono linee spezzate, angoli acuti e taglienti, non ci sono semicerchi senza colore, non c’è guerra, solo armonia. Il mistero è il nero che non è indifferente ai cerchi, sembra infatti con le sue modulazioni di nero prendere parte al loro movimento. Il nero è il mistero come è colto dall’uomo, è l’incomprensibile, l’inaccessibile. Ma il mistero è anche il bianco, come lo vedono i mistici forse, solo luce abbagliante. Poi il mistero è anche il centro di ogni cerchio, legato al nero e al bianco.

  2. Isabella ha detto:

    Al centro del cerchio della nostra vita cosa c’è?
    È questa la domanda che dobbiamo porre a noi stessi. Mi sovviene alla mente una frase del suo libro :”Ciò che inferno non è” : “Togli l’amore e avrai l’Inferno. Metti l’amore e avrai ciò che inferno non è”. La Chiesa,
    da secoli, ha inculcato la paura, anzi, il terrore per L’Inferno, mentre esso è il frutto di una libera scelta da parte delle creature intelligenti. L’Inferno non è solo un luogo, ma è anzitutto uno stato dell’anima. L’Inferno è spaventoso non tanto per le pene e le sofferenze, ma per la mancanza di amore e di rispetto verso di sé, verso gli altri e verso il Creatore. La disperazione è proprio quel vuoto che nasce dall’aver rifiutato l’Amore: l’unica cosa che riempe la vita senza crearti dipendenza e schiavitù. È così che gli uomini si fabbricano il loro vitello d’oro che si rivela essere di piombo. Gli uomini, senza amore, hanno bisogno di colmare quel vuoto che hanno nell’animo e così si dedicano al denaro, al potere, alla guerra. Il potere diventa un surrogato dell’amore, ma facendo così la vita non si riempe, ma si svuota ancora di più. La scelta spetta a noi : scegliere il Paradiso da vivere sulla Terra o il paradiso fiscale : luogo illusorio dove proiettare tutte le nostre aspettative e i nostri desideri,magari facendo del male al malcapitato di turno. La vita non è teatro. Al teatro si recita, impersonando personaggi estranei da noi. L’esistenza si vive senza recitare con libertà. Libertà non è fare ciò che si vuole con chi si vuole quando si vuole. Questa è schiavitù, ma vivere la propria vita senza maschere, conforme ai propri principi, senza badare troppo al giudizio e con-senso altrui. Torniamo a quel centro di noi stessi, cercando di non perdere la nostra umanità.

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