Ultimo banco 283. Mica sulla Luna
Lunedì (giorno dedicato alla Luna) scorso, detto Lunedì dell’Angelo (Pasquetta per intendersi), camminavo su un sentiero di montagna. E l’angelo era lì: nessuna allucinazione, era l’evidenza delle cose. Era nel sentiero che incastonava tutte le stagioni. Alcuni tratti erano coperti di neve o di ghiaccio vivo, altri stendevano già un tappeto asciutto fatto di aghi di pino, altri erano così fradici che gli scarponi affondavano lasciando impronte che il Sole avrebbe reso calchi perfetti. Ai bordi cespugli piegati e ingrigiti da mesi di neve erano interrotti dall’invincibile verde del ginepro e dai timidi bottoni rosa dell’erica, e rari, i primi crochi, viola o bianchi, sbucavano su aiuole ritagliate dal caso, a segnalare con cocciuta gentilezza che la primavera avrebbe avuto ancora una volta la meglio. Profumi congelati lentamente evaporavano da tronchi, licheni, barbe, radici e muschi. Poco sopra i 2.000 m, obbedienti al legame armonico tra tutte le cose, gli alberi, che poco sotto sgranchivano al Sole cortecce e rami, affidavano il sentiero all’essenziale: l’intrico di radici lasciava il passo a rocce e neve, tutto era vero e bello, due dei tre nutrienti di cui necessita l’anima per non morire. Il terzo è il buono, ed era mia moglie accanto. E qualche viandante da salutare come si fa in montagna. Senza questa trinità terrena si è infelici, senza dover neanche indagare il perché.
L’angelo era poi in cima, sotto il Blu Maiuscolo (Pantone 2027?): compatto, inesauribile, privo di fumi. Rare folate di vento freddo e improvvisi fischi di invisibili marmotte facevano parte del silenzio, qualche aereo rompeva invece quiete e cirri. All’orizzonte una corona di cime che un tempo erano fondali oceanici ribadiva che cosa ci sarebbe ancora stato tra millenni. E io? E noi? Mi sono chiesto commuovendomi. Si vede veramente solo con le lacrime, di dolore o di gioia, perché non ci permettono di mentire: il dolore ci spoglia, la gioia ci abbraccia. Le lacrime sono preghiere, quelle di dolore perché il dolore passi, quelle di gioia perché la bellezza non passi, in entrambi i casi chiediamo: Qualcuno si occupa di me, del mio destino, o siamo gettati qui a caso?
L’angelo era lì tra le cose che avevo sotto gli occhi: l’affidabilità del cosmo e delle relazioni sono il primo credo (fede, fiducia), le crepe di mente e cuore provengono dall’inaffidabilità di queste relazioni primarie. Guarda il cosmo, è affidabile, e infatti gli astronauti della spedizione Artemis II (Artemide, gemella di Apollo) hanno aggirato la Luna con una danza millimetricamente dettata dalla forze di gravità terrestre e lunare. Proprio loro, i Lunatici, avevano più fede nella Terra di noi, i Terrestri, come ha detto il pilota della navicella, Victor Glover, a Pasqua: «Siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, la prospettiva che ho quassù è vedere la Terra come un tutt’uno. E sapete, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi che siamo stati creati… Avete questo posto incredibile, questa astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza che ci separa da voi vi fa pensare che ciò che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi: siete voi ad essere speciali. In tutto questo vuoto che chiamiamo universo, avete quest’oasi, un posto meraviglioso dove possiamo esistere insieme. Penso che a Pasqua – che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno – questa sia un’occasione per ricordarci dove siamo, chi siamo, che siamo tutti uguali e che dobbiamo superare tutto insieme». Anche io, in fondo, godevo dello stesso sguardo. Dall’astronave Orion hanno osservato la faccia che la Luna, data la perfetta sincronia di rotazione attorno a se stessa e di rivoluzione attorno alla Terra (27 giorni circa), non mostra mai. Novità: ha colori inattesi, perché «affidabile» non significa ripetitivo, grigio, noioso, ma tanto certo quanto inesauribile. L’angelo dice che c’è sempre da scoprire qualcosa in ciò a cui presti attenzione, a patto che ti alzi e con cura (da cui curiosità) ci giri intorno (ricerca dal latino «circa», intorno, preceduto da ri-, significa «girare intorno ancora e ancora» come i pianeti), per questo una vita senza ricerca si spegne, perché non presta attenzione a niente, non ama nulla, e per questo dobbiamo proteggere la nostra attenzione dall’estrazione violenta e continua che ne fanno le trivelle dei social.
E poi il barattolo di una nota crema spalmabile ha fluttuato per qualche secondo nella cabina di Orion (nessuno spot potrà mai fare altrettanto) rendendo tutto «familiare», come i biscotti con cui gli astronauti hanno festeggiato. Casa e avventura, dice l’angelo, le due dimensioni della vita felice, i due bisogni del Sapiens: appartenere ed esplorare, Itaca e il viaggio. Alla domanda su come erano stati i 43 minuti in cui la connessione radio con la navicella era impossibile perché nascosta dalla Luna, gli astronauti hanno risposto: «Bello!». Ci saremmo aspettati sentimenti di paura provocati dalla buia solitudine lunare. E invece bello era stato proprio il silenzio affidabile e disconnesso dal casino che combiniamo quaggiù, dove il 40% dei Paesi ha innalzato le spese militari al 2% del PIL, cifra mai raggiunta dalla Seconda Guerra mondiale. Segnali anche questi, dice l’angelo. Lassù invece c’era tutto: la fiducia nelle leggi della fisica e nella compagnia fisica di chi deve muoversi per e insieme agli altri con perfezione da orchestra. Il male che l’uomo fa all’uomo e al creato è mancanza di questa fede primaria nella vita che ci è data. Nel mio Lunedì, dice l’angelo, infatti tutti avete cercato un posto bello, cibo buono e amici veri: ancora loro, bello-buono-vero, trinità terrena.
E quel lunedì si chiama così proprio perché lunedì è il giorno più faticoso e perché è stato l’angelo (parola greca che significa semplicemente messaggero) a dire alle donne al sepolcro che il morto non è lì: «È risorto, vi aspetta in Galilea», la regione a nord della Palestina dove tutto era cominciato. Una storia scritta meglio avrebbe previsto un trionfo a reti unificate, a Gerusalemme, dove tutto era finito, invece il messaggero dà appuntamento con il risorto in periferia, nel silenzio, sulle sponde tranquille del lago di Tiberiade, dove i discepoli vivevano e lavoravano. Il messaggero dice: svegliati, ricomincia da dove sei, altrimenti stai solo sognando o solo soffrendo. Il luogo per risorgere non è lo straordinario, è il quotidiano, risorgere significa rialzarsi tante volte quante sono le cadute, più una. La resurrezione non cambia il «mondo» ma il «modo» di guardarlo, anche il lunedì. Casa e avventura, appartenere senza spegnersi, esplorare senza perdersi. Un circolo virtuoso di «Bentornato!» e «Buon viaggio!»: il «per sempre» nel «di sempre», il «nuovo» nel «di nuovo». Questo dice l’angelo, che non ha le ali (neanche il testo gliele attribuisce) ma gliele diamo perché la notizia può raggiungerci ovunque se cerchiamo: certo nelle cose della festa (bello-buono-vero) è più facile, ma solo così tutte le cose solite, spente, grigie, morte rinascono. Se rinasci tu.
Come fare? Proprio in Galilea, prima di sottrarsi definitivamente alla loro vista ascendendo in cielo (che non è quello esplorato da Artemis ma il modo per dire «ovunque»: «che sei nei cieli» non è tra le nuvole, ma dappertutto), il Cristo risorto lo rivela: «Andate in tutto il mondo e date la bella notizia a ogni creatura. Chi crederà sarà salvo». Bisogna darla a ogni creatura! Alla Luna, alle piante in balcone, al gatto, al vicino di casa, allo studente, al collega, al coniuge… Che notizia? Che il segreto è credere, cioè fidarsi. Credere non è, come si pensa, una consolatoria e irrazionale adesione a una favola, un’autosuggestione per chi non sopporta la vita, ma cercare tra tutto e tutti, visibile e invisibile, ciò che non viene meno, come il naufrago cerca prima l’aria e poi il salvagente. A chi e cosa puoi dire (mi chiede l’angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna… La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l’angelo.
Corriere della Sera, 13 aprile 2026 – Link all’articolo e ai precedenti
e mi vien in mente il detto “guarda la Luna e non il dito”….
la mirabilia del vero bello e buono è oltre noi, ma senza di noi ,senza quel dito, la mirabilia non sapremmo individuarla e il fidarsi sarebbe cosa vana.
grazie come sempre per le suggestione che riesce ad elicitare
Premessa: scrissi questo testo qualche mese fa, dopo la consueta lettura del tuo articolo sul Corriere del lunedì. Sono mesi che mi domando. Sono mesi che resto incerta. E provo ogni volta a ripartire dalle tue domande, dalle tue parole “angeliche”. Provo a ripartire dalla scrittura, dove cerco la mia identità. Oggi ho deciso di scriverti e commentare perché per ogni confronto che si semina, nasce un prato fiorito e prezioso. Ogni dialogo è una ricchezza. L’ho imparato anche da te.
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«A chi e cosa puoi dire (mi chiede l’angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna… La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l’angelo» .
Oggi mi lasci con queste parole, stampate sul Corriere.
E in me si ridisegna impervio il consequenzialismo di ogni “scelta sbagliata”. Allora chi sono? mi chiedo di continuo. Chi voglio essere?
In ogni mia domanda sfuma il grigiore di una preghiera.
Come divento la persona che vorrei essere, senza sapere chi sono io?
Mi immobilizza la paura: un muro di cemento che non mi lascia scrutare oltre. Pure in ogni lacrima ho cercato le risposte. Ma è un incerto vagabondare, senza risposte. Cerco indizi. Il cielo mi suggerisce gli stati migliori, nasconde qualche consiglio in quell’infinito blu di misteri. Il cielo è indiziario perché non è mai lo stesso. È per questo che amo osservarlo.
E ancora, mi guardo indietro. Rileggo con cura le pagine in cui ho inciso ogni mio pensiero.
Ma mi perdo. Di consueto.
Fidarsi per me è simile ad un sentimento d’amore – avere fede vuol dire amare. Cosa significa, però, amare?
Secondo te si può amare leggere, scrivere, il cielo sereno (di giorno o stellato che sia), eppure fare fatica ad amare le persone? Perché non mi fido di chi ho attorno ma riesco a credere alle parole di chi non ho mai incontrato? Perché mi sembra più vero credere ai petali di un fiore che non alle labbra di una persona?
Perché amo il dialogo, l’ascolto attivo, la parola, eppure cerco imperscrutabile il silenzio melodico della mia solitudine?
So di amare l’amore, in ogni sua configurazione, ma fatico a credere sia vero quando c’è attorno qualcosa che gli somiglia. Amo cercare mani che si incastrano con le mie; amo guardarle, le mani degli altri, perché sembrano quasi ricami. Amo l’iride di occhi distratti, e amo ancora di più le nostre pupille quando tessono fili invisibili. Amo un dialogo che sorge spontaneo, quello che non avevi minimamente pensato. Amo affondare nel calore di braccia nuove, la notte, senza alcun fine, se non per il puro bisogno di sentire i propri cuori vicini.
Amo le forme in cui l’amore si rappresenta, ma non so incastonarlo in un unicum, come un marito farebbe con la moglie, come una madre farebbe col figlio. Non mi piace dover dare livelli di rappresentazione, perché è il modo in cui opera un mondo impaurito dalla purezza di gesti spontanei, semplici ed innocenti.
Cediamo all’irriducibile per dare spazio al prepotente, che la società irrimediabilmente difende. Ma cosa c’è di virtuoso nell’apparire come ciò che a cui non si somiglia affatto?
La mia sola paura vera è quella di diventare schiava, stancarmi e cedere al muro del consumismo superficiale, ridurre le mie fantasie a vuoti gesti d’inerzia – automatismi.
Non ho mai voluto essere un automa senza ragione.
Ho sempre amato la vita ed essere in lei, senza finzione.
Come si valica o rompe il muro di questa paura che mi ingrigisce?
“Di cosa hai paura davvero?” mi chiedo.
Ho paura quando mi guardo attorno e vedo solo insoddisfazione. Mi ripeto che ogni mio gesto, ogni mia piccola attività debba essere svolta con cura e con il massimo del rigore, perché su questo mio modo di agire si edifica e configura un giorno migliore. Resto paziente. E con gentilezza sorrido. Ma sono come incastrata in un vortice che mi rende inabile spettatrice, mentre vorrei soltanto danzare sul palco della vita da me stessa scelta. Non scelta da qualcun altro.
Ma questa mia acuta paura mi affligge. La paura mi sterilizza. Ho paura che il futuro già danzi prima che io salga sul palco.
Forse è solo paura di scegliere. Perché ogni mia scelta somiglia a un mattone che dà forma al mio domani. Ho paura di stare al mondo, se questo è ciò che si prova: perché devo restare indecisa e non esistere coraggiosa?
Perché si può amare tanto e avere paura di stare al mondo, allo stesso tempo?
Non so da dove partire. Ma so che la bussola è dentro di me. Forse la bussola sono io.
Ma allora chi sono io?
Forse siamo solo domande. E cercare è il nostro cammino.
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