29 aprile 2012

Pensare l’amore

“L’amore non è cosa che s’impara, e tuttavia non c’è cosa che sia così necessario imparare”. Così scriveva Giovanni Paolo II in Varcare la soglia della Speranza. Queste parole mi sono tornate in mente quando un papà di una bimba di sei anni, qualche giorno fa, davanti ad una pizza, mi confidava di essere un padre che non sa mai cosa sia giusto fare. Quello sguardo e quelle parole mi hanno fatto riflettere.

Educare richiede una continua creatività e capacità di invenzione nella mutevolezza del reale, delle persone, delle situazioni, ma allo stesso tempo la necessità di conoscere – come si fa nel jazz – quegli accordi di base su cui costruire l’improvvisazione non improvvisata a cui costringe ogni “sessione”: quella conoscenza irrinunciabile della natura umana alla quale improntare le concrete scelte educative. Ci prepariamo tutta la vita per un lavoro e siamo convinti che occorra studiare e fare esperienza per diventare bravi professionisti, invece ci siamo illusi che l’amore si improvvisi e che non ci sia bisogno di studio e preparazione. Invece proprio l’amore richiede continue messe a punto a partire da qualcosa che rimane fermo: la volontà di amare.

Per questo quando affronto un colloquio con i genitori di uno studente chiedo spesso: Su cosa state puntando? Quale punto di forza avete notato? Quale punto debole è emerso?

Educare, che un modo di amare chi ci è in qualche modo affidato, richiede non solo affetto, ma anche e soprattutto studio, preparazione, riflessione. Non si può improvvisare del tutto, bisogna riflettere e preparare ricette adatte alla dieta della persona: cosa gli/le serve di più? Di cosa ha più bisogno per crescere in questo momento?
Ma a che serve studiare? A che serve riflettere sull’amore?

A diventare in qualche modo profeti dell’altro. A sapere come e cosa guardare, così che l’altro intraveda il meglio di se stesso negli occhi di chi lo ama e vi tenda, superandosi in compagnia dell’amato.
A questo proposito voglio segnalare due libri sull’educazione e la famiglia. Credo che la famiglia sia la soluzione alla crisi della nostra società, crisi che emerge soprattutto in ambito educativo.

Il primo testo è “Papà sei tu il mio eroe” di Meg Meeker, nel quale l’autrice, una psichiatra di grande esperienza, afferma con chiarezza che la persona più importante per una figlia femmina è suo padre. L’autrice rivolgendosi direttamente ad un padre gli suggerisce:

“Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per proteggerla e darle insegnamenti su Dio, sesso e umiltà. Significa semplicemente essere un papà. Non ho scelto a casaccio alcune caratteristiche proprie del papà: ho osservato e ascoltato le figlie per molti anni e ho sentito quello che dicono di te. Ho parlato con una miriade di padri. Ho letto testi di psichiatria, ricerche scientifiche, riviste di psicologia. L’ho fatto per lavoro. Ma ti dirò che nessun articolo, né alcun manuale di patologia, né alcuna istruzione, può iniziare a cambiare la vita di una ragazza tanto quanto lo faccia una chiacchierata con suo padre. Dal punto di vista di tua figlia non è mai troppo tardi per rafforzare la relazione con te. Quindi, fatti furbo. Tua figlia vuole i tuoi consigli e il tuo sostegno; ha voglia e bisogno di un legame intenso con te. E, come sanno tutti i bravi papà, sei tu ad aver bisogno di una relazione profonda con lei. Questo libro ti mostrerà come rafforzare questo legame oppure come ricostruirlo e come sfruttarlo per migliorare la vita di tua figlia e la tua”.

Il secondo libro è un vero e proprio gioiello per questi tempi in cui la famiglia è bersagliata invece di essere sostenuta e incoraggiata. Il titolo è “La coppia imperfetta” di Mariolina Ceriotti Migliarese, che spiega in poche, profonde e delicate pagine, perché i difetti sono un ingrediente indispensabile per l’amore. Vedo tanti ragazzi schiacciati dalla incapacità loro e dei loro genitori di accettare il fatto di avere difetti, di non essere perfetti. Una cultura che rimuove Dio non può permettersi il lusso della debolezza, e vuole che gli uomini siano dei. L’autrice, neuropsichiatra infantile e madre, afferma con chiarezza che la coppia ha tutte le risorse per reggere alle tempeste che tentano spazzare via la casa, le cui fondamenta sulla roccia sono la coppia stessa, paradossalmente con le annesse debolezze:

“Incontrare Dio andando in un monastero è una cosa abbastanza ovvia. Ma incontrare Dio andando verso Micheline, proprio quella che ha appena bruciato l’arrosto, ecco una cosa alquanto inesplicabile. La trovo una frase perfetta per sintetizzare quello che è il cuore della sfida che il matrimonio rappresenta: unire gli aspetti più pratici e prosaici della nostra vita con quelli più elevati e spirituali, all’interno della quotidianità”.

Magari nessuno dei consigli contenuti in queste pagine servirà al caso concreto in cui ci si trova, ma solo la riflessione può tradursi in amore in atto, perché l’amore pienamente umano non è solo affetto, ma anche pensiero.

Rubrica Per chi suona la campanella, aprile 2012

33 responses to “Pensare l’amore”

  1. Gabriella ha detto:

    Quelle parole sul rapporto padre – figlia mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi. Niente di più vero, e lo dico io che a diciassette anni non ce l’ho un rapporto così, non riesco a costruirlo e non ho nemmeno il coraggio di abbracciarlo.
    Ci vuole preparazione per amare, si, ma fondamentalemente un sacco di coraggio. E a uest’età anche un paio di occhi che ti sappiano guardare e sostenere, e anche braccia dove rifuguarsi. Vogliamo essere e sembrare forti, ma nessuno lo é senza essere amato.

  2. ha detto:

    Caro Alessandro,
    mentre leggevo le prime righe del tuo articolo avevo proprio in mente i due libri da te poi indicati. Due “perle” per ciascun uomo/donna che in questo periodo si trovi nella vita nella magnifica avventura di essere moglie/marito, madre/padre.

  3. Cristina Z. ha detto:

    L’amore è tensione verso l’alto e verso l’altro. Quindi coinvolge tutti i nostri sensi, impegna tutta la nostra persona. All’amore, se si è fortunati, si viene educati e/o comunque ci si educa, di continuo. E’ lavoro di studio, ricerca, improvvisazione, di crescita.
    In questo senso quello per i figli è una delle espressioni più belle e difficili dell’amore. Forse perchè in esso sperimentiamo un frammento dell’Amore del Padre per le sue creature. Questo sentirsi in bilico tra l’orgoglio di guardare chi ci somiglia e che abbiamo contribuito a far nascere e la gratuità dell’amore profondo che ci urla che lui/lei non è una nostra propaggine su cui proiettare un ego irrisolto, ma una persona a sè stante da amare lasciandola libera anche di soffrire, sbagliare; anche quando soffochi in te l’impeto con cui vorresti spianargli la strada e risparmiargli il dolore.
    Quanta fatica, quanto peso, ma che grande gioia è l’amore.

  4. Raffaella ha detto:

    Educare… un parolone.
    A volte invece di proporre devi fermarti un attimo a guardarli meglio, dentro. Oltre quel fuori che ostentano, oltre la maschera e credere più di loro stessi nell’uomo che intravvedi dietro. Nel bello che va fatto crescere in modo che soffochi il brutto o per lo meno lo superi in splendore. Ho visto il film “Il primo uomo” l’altro ieri e il vecchio maestro di scuola dice che “Il bambino è il germoglio dell’uomo che verrà”. E’ come coltivare un piccolo pezzetto di verde: lo tieni d’occhio, strappi le erbacce, metti il concime e… speri che piova nei giorni bui in cui non ce la fai a star lì ad innaffiare.

  5. Piero ha detto:

    salve e buona domenica a tutti (anche se il Genoa ha ri-perso)
    Ho 51 anni e sono padre di due bambini: Nicolò Benito di 12 e passa e Silvia che, appena ieri, ha compiuto 9 anni.
    A volte, parlando con mia moglie (che amo profondamente), le confido alcune mie paure, tra queste quella di essere troppo “vecchio” per avere la pazienza di fare il papà.
    Mi sono sposato tardi (a 37 anni)per il semplice fatto che, sposarmi tanto per sposarmi non fa parte del mio carattere. Per me e mia moglie il matrimonio è una scelta D E F I N I T I V A, affrontiamo tutto insieme, il bello ed il brutto.
    Altro motivo delle mie paure è che, prima di conoscere mia moglie, ho vissuto 10 anni da solo, in una specie di eremo nell’entroterra spezzino e, inoltre, sono anche militare di carriera da 32 anni, abituato a dare e ricevere ordini e disposizioni da attuare subito.
    A volte mia moglie esclama sorridendo: ma non puoi mica pretendere che i nostri figli siano due “Arditi Incursori” sempre pronti e sempre al pezzo…ha ragione.
    Essere genitore è quello che ho sempre desiderato fin da quando ero bambino, non è facile ma è, al contempo, meraviglioso.
    Sbaglio un sacco ma, non faccio mai mancare la mia presenza ed il mio aiuto.
    Non mi piacciono i genitori “amici” e mi impegno a non esserlo mai.
    Ora vi lascio con un semplicissimo suggerimento a Gabriella: trova il coraggio di abbracciarlo tu per prima, io non ho avuto vergogna di chiedere scusa ai miei figli quando sapevo di aver sbagliato.
    saluti
    Piero e famiglia

  6. Roberta ha detto:

    …”l’amore pienamente umano non è solo affetto, ma anche pensiero”…

    Questa splendida affermazione fa nascere in me due riflessioni: il pensiero dell’amato e l’amore pensato.

    Qualche tempo fa, in un momento particolare della mia vita, un amico di grande sensibilità e grandezza d’animo mi ha confidato che ogni tanto gli venivo in mente: allora sentiva che la mia presenza nei suoi pensieri era il modo attraverso cui Dio gli suggeriva che io avevo bisogno delle sue preghiere. Questa rivelazione ha commosso il mio animo. Quel suo accogliermi nei suoi pensieri e quel suo pregare per me mi hanno fatto sentire profondamente amata.
    Ogni volta che si fa spazio nella propria testa per accoglier il pensiero di qualcuno e si rimane con qualcuno nell’intimità dei propri pensieri, si sta scegliendo di amare l’altro, ci si sta prendendo cura di lui nella forma più elevata perché al di fuori del tempo, dello spazio e della prossimità. Nell’eternità. E, ogni volta che il pensiero di questo amore si calerà nell’incontro dell’altro, l’affetto assumerà una forma che profumerà d’infinito perché sarà un frammento di un vissuto profondo.

    Eppure per amare qualcuno non basta pensarlo. Ogni giorno arrivo a scuola e sono attesa da qualcuno “speciale” al fianco di cui ho la gioia di camminare in questo anno scolastico. Il sorriso con cui m’accoglie e il suo “ti aspettavo”, mi ricorda che il mio prendersi cura di lui non può risolversi nel buon senso, nella casualità, nell’ordinarietà di prassi educative. La forma che avrà il mio accompagnare, l’agire ma anche il rimaner ferma, le parole ed anche il silenzio, l’esortare e nello stesso tempo l’attendere, la vicinanza e la distanza vanno pensate… l’amore va pensato. Allora lascerà una traccia e diventerà un percorso di crescita, per lui, per me.

  7. Patrizia, Acireale ha detto:

    L’amore è anche pensiero, niente di più vero e forse niente di più di disatteso in questi nostri tempi caotici e poco pensierosi. E deve essere pensiero forte, “roccioso”,proprio perchè costituisca la base da cui partire ripartire ogni giorno. Che a ben vedere, la vita è proprio questa sfilza di giorni,belli e brutti, che ci vengono incontro e altro non chiedono che di essere attraversati e vissuti con umanità. Grazie, come sempre, per i preziosi consigli bibliografici!

  8. marco ha detto:

    Essere genitore e senza ombra di dubbio il lavoro più difficile al mondo, ma quello che dà sicuramente una soddisfazione e una gratificazione che non hanno pari.
    Non esiste una scuola che insegni questo ” lavoro ” ma si impara sul campo,giorno dopo giorno,e ogni volta sembra la prima e i risultati sono sempre diversi.
    Amare dei figli è il modo piu concreto per sentirsi vivi, è il modo per rendere vivo il proprio amore verso tutte le persone, è il rendere umano l’amore di Dio per gli uomini.
    Sicuramente le difficoltà e gli imprevisti non sono pochi ma bastano pochi gesti,poche parole per ritrovare la forza per ripartire ogni giorno.Nella consapevolezza che questo dono ( i figli)è prezioso e va conservato,accudito,coltivato come tale così da diventare il vero valore aggiunto alla nostra vita.

  9. Silvia ha detto:

    “Una cultura che rimuove Dio non può permettersi il lusso della debolezza, e vuole che gli uomini siano dei.” questa frase mi colpisce. La cultura rimuove Dio perchè non lo conosce, forse.

    Come ti capisco Gabriella, siamo coetanee, so cosa provi. Ma voglio un mondo di bene a mio padre (ci pensavo proprio oggi, accendo il computer e leggo questo: un caso?) e a parte qualche grande litigio ho un ottimo rapporto con lui.
    Se posso darti un consiglio un modo per avvicinarti a lui può essere fare qualcosa insieme: andare in bici, fargli ascoltare della musica che a te piace, condividere il tuo mondo con lui… è difficile, ma funziona 🙂

  10. francesca ha detto:

    le parole che hai scritto sulla capacità di amare, il rapporto che padre e figlia dovrebbero avere sono semplicemente vere, lo dico da ragazza, che ancora con il proprio padre non fa altro che discutere o parlare del più e del meno, che ha sempre avuto un rapporto brusco, fatto di litigate, incomprensioni, e chiusure.. alla fine so che mi vuole bene e anche io glie ne voglio ma la comunicazione non c’è .. sei stato illuminante!

  11. Lanfranco ha detto:

    Amare i figli oggi è donare loro tempo più che spazio. Ma il tempo è diventato un bene di lusso. Quindi amare i figli è diventato un lusso.

  12. Maria Rita Tarantino ha detto:

    Ho letto con attenzione le riflessioni di due ‘maschietti’: Piero e Marco. Niente di più vero! Mi ritrovo, dala mia, con l’uno e con l’altro. Capacità di chiedere scusa: rafforza i nostri figli, sanno che non siamo supereroi, tanotomeno ‘amici’. Siamo deputati alla loro crescita, spronando quando è sacrosanto spronare; frenando quando sacrosanto lo è ancora di più, riuscendo a dire ogni volta NO ogni qualvolta quel NO fa diventare loro più forti.
    Il lavoro di genitore è sì il più difficile, ma anche quello che non ci insegna nessuno. Nel bene e nel male l’unica ‘bottega’ è quella da dove veniamo, l’esperienza della nostra famiglia, ripercorrendo passi adeguati ai tempi o correggendo errori quando errori ci sono stati. E poi Dio ce la mandi buona, perchè con tutto lo sforzo e l’Amore possibili, gli errori sono sempre dietro l’angolo.
    Una cosa però non accetto, lasciatemelo fare come sfogo.
    I miei bambini sono con me da cinque anni (avevano 8 e 4 quando ci siamo adottati!), sono bambini buoni, legatissimi alla famiglia e molto amorevoli con tutti (avolte anche troppo), abituati a condividere e a vivere ‘insieme’. Da sempre a scuola mi dicono della loro vivacità, ma pure della loro educazione, un Dio ha voluto che fossero amati e cresciuti bene nonostante la mancanza di mamma e papà finche non siamo arrivati noi. Eppure… sono sempre scrutati, osservati, girati sottosopra come un calzino, loro… e noi. Se ridono chissà perchè, se piangono c’è un retaggio sconosciuto. Se prendono posizione non hanno carattere, ma stanno prevaricando; se stanno buoni al loro posto non sono educati ma non stanno uscendo dalloro guscio.

  13. Maria Rita Tarantino ha detto:

    …scusate non avevo finito di scrivere e per errore è andato in stampa…

  14. Maria Rita Tarantino ha detto:

    … la cosa più brutta che mi sono sentita chiedere è se ci rispettano perchè ‘non sono nati da noi’, se li viziamo perchè ‘non sono nati da noi’. Anche la maestra di uno dei due. Quel giorno ero allibita, dopo che la signora mi ha sciorinato tutti i consigli possibili e immaginabili appena il piccolo ha cominciato la prima ‘perchè in fin dei conti… eravamo catapultati da subito nel mondo della scuola, con noi aveva fatto poca strada’… ha detto proprio così! Stupefatta poi dall’attaccamento che mio figlio ha per noi, alla famiglia, orgoglioso pure delle sue origini. Nella sua testa era come se a noi mancasse un qualcosa, quell’essere pronti ad affrontare le difficoltà che invece tutti gli altri genitori, armati e bagagliati per bene, affrontavano con diversa capacità. Sono rimasta a dir poco senza parole; non solo non ci conosceva, non conosceva le nostre vite, i nostri percorsi personali… ma era come se ci dicesse: voi avrete per natura più difficoltà degli altri perchè vostro figlio sarà per natura portato a crearvi più problemi, non è nato da voi non siete pronti! Credetemi ero senza parole come mamma, che di ‘anormale’ non ha nulla… e come docente! No, non è per niente facile educare, come genitori tantomeno come insegnanti. Ma credo che una sola regola viga per tutti, proprio quella dell’Amore di cui parla Alessandro. L’Amore suggerisce il buon senso, la buona strada, i buoni propositi. E agire con Amore è anche discutere, affrontare difficoltà, dire NO anche ad alta voce, ma sapersi cercare, abbracciare e ritrovare, per camminare insieme. Un saluto a tutti.

    • Piero ha detto:

      salve
      sono Piero e la capisco perfettamente; le maestre(?) radical-chic hanno colpito anche noi.
      Il nostro figlio più grande è decisamente vivace (viviamo in campagna, in mezzo alla natura e lui è sempre scalzo, corre, gioca, mi ruba e si mangia la verdura cruda dall’orto, eccetera) e, dalla seconda elementare in poi, con l’arrivo di una “simpatica maestrina pasionaria” sono cominciati i problemi:
      una volta mio figlio bestemmiava (falso, appurato), poi (a 8 anni) si masturbava in classe (falso, appurato), poi era addirittura razzista (iper falso). Aveva, in classe con lui, una bambina della Nuova Guinea, vivace come lui che, guarda caso, l’unico della sua classe che ha invitato per la festicciola del suo compleanno, è stato proprio quel “razzista” di mio figlio.
      Questa signora ha preteso che portassimo il nostro da una psicologa infantile…quando ce lo ha detto, mia moglie ha dovuto tenermi e trattenermi (sono stato poi male per tre giorni).
      Alla fine lo abbiamo portato ( su consiglio della pediatra di mia moglie) per sentirci dire cosa? che nostro figlio è normalissimo e che magari i problemi li aveva qualcun altro…
      Nei quattro anni che lo ha avuto, ogni 20 giorni ci convocava per la malefatte del nostro o lo riempiva di note ( il profitto era, comunque, altissimo)…io e mia moglie, fidandoci di lei, ogni volta davamo castighi diversi a Nicolò, poi…due mamme ci hanno preso da parte e ci hanno confessato: le nostre bambine ci hanno riferito che la maestra in questione e un’altra (la moglie del vicesindaco PD) ogni volta che sentono rumore in classe, non alzano neanche la testa e chiamano Nicolò alla cattedra con il diario.
      La cosa ci è stata confermata da altre mamme.
      la moglie del vicesindaco ha avuto la sfrontatezza di affermare che nostro figlio è un teppista. Volete sapere perchè ? per due motivi; il primo perchè a mensa
      spruzzava la buccia del mandarino in faccia agli altri (che la spruzzavano a lui) e poi perchè, all’epoca, Nicolò giocava a rugby (sport violento, quindi fascista)
      Mi fermo per non tediarvi oltre, mi limito solo a dire che ho nostalgia del maestro/a unico e della Riforma Gentile.
      saluti
      Piero e famiglia

      • Piero ha detto:

        …dimenticavo, volete sapere chi era l’unico insegnante delle elementari che mio figlio va ancora a salutare e con il quale sono diventato amico (ha anche nostra figlia)?
        Quello di Religione che insegna con il Catechismo di San Pio X…
        saluti
        Piero e famiglia

  15. Monica ha detto:

    Ho l’impressione che siamo sempre vittime dello stesso equivoco o, meglio, perseveriamo nello stesso errore: crediamo di avere qualcosa da insegnare, mentre alla tavola dell’amore ci si siede come chi ha tutto da imparare. Forse l’amore ci fa anche paura, perchè è insondabile, coinvolge e stravolge tutto il nostro essere, impegna, non lascia tranquilli. E, quindi, corriamo ai ripari, cerchiamo di incasellare tutto, razionalizzare, uniformare, invece che metterci in ascolto, osservare, lasciarci stupire. Il rapporto figli-genitori, poi, è sempre in divenire, richiede la costante volontà di mettersi in gioco e assistere vigilando allo sbocciare di una creatura unica. Oggi sembra che la spontaneità, l’originalità, la libertà siano un pericolo e così ci siamo inventati la pedagogia, gli educatori e, naturalmente, lo psicologo…ogni posto di lavoro ne deve annoverare uno tra le sue fila, se no pare che risulti difficile persino fissare la data della verifica o mandare un ragazzo in bagno!!
    E quella dell’amore è una scuola dura, richiede sacrificio, non è merce immediatamente disponibile o un bene consumabile che si logora e poi si cambia.

  16. marco ha detto:

    “Una cultura che rimuove Dio non può permettersi il lusso della debolezza” .. e’ da incorniciare questa!

  17. Beatrice ha detto:

    E’ vero il padre è la figura più importante per una bambina, ma non lo è stato per me. Aveva sempre qualcosa di meglio da fare che trascorrere del tempo con la sottoscritta: quando non lavorava, stava a leggere il giornale o a guardare la tv e se malauguratamente gli chiedevi qualcosa, ti cacciava via in malo modo dicendo che era molto stanco. Nella mia fantasiosa mente di bambina, lui era come una specie di orco, immagine alimentata ulteriormente dagli strani rumori che faceva di notte quando russava vistosamente. Non aveva mai tempo per me, ma ogni volta che dovevo essere sgridata per qualcosa d’un tratto si materializzava in tutta la sua severità e metteva in atto la sua punizione. In compenso mia madre mi ha dato tutto l’amore che non ho ricevuto da parte paterna. Spesso mi chiedevo perché una donna così bella, buona e dolce avesse scelto proprio lui tra le migliaia di uomini con cui avrebbe potuto trascorrere tutta la vita. Mio padre era un po’ come il padre di Jack nella serie televisiva Lost: quando sbagliavi rimarcava i tuoi errori come se fossero la cosa più grave che potessi fare, ma se facevi qualcosa di giusto, mai un complimento o una parola gentile manco a pagarla, era come se fosse tutto dovuto. Man mano che crescevo il rapporto con mio padre divenne via via sempre più conflittuale, molto più “complicato” di quello che lui aveva con i miei fratelli. Forse perché siamo entrambi impulsivi e non appena parte una discussione ci accendiamo come due cerini, scatenando fuoco e fiamme. Quando litighiamo ammetto che in parte è anche colpa mia, perché a volte non ho un carattere così facile, ma molto spesso il mio provocarlo, il mio rispondergli, il mio fare la ribelle era solo un modo per attirare la sua attenzione: era molto meglio essere insultata piuttosto che non essere mai considerata. Ora però mi rendo conto che sono stata troppo severa con lui, certo non vincerà mai il premio di miglior padre dell’anno e sicuramente ha commesso molti errori con me, ma in fondo ha fatto del suo meglio. Ha subito molti traumi nella sua infanzia, traumi che non si sono trasformati in perle ma gli hanno solo procurato carenze affettive incolmabili: all’età di tre anni gli è morto il padre e sua madre, che non era proprio la donna più affettuosa del mondo, lo ha sbattuto in collegio, perché doveva lavorare e non aveva tempo per seguirlo. Penso che mia madre sia stata il premio che la vita gli ha donato per risarcirlo di tutto il dolore patito in passato. Comunque il punto è che mi sono sempre lamentata di non avere un padre modello, ma dopotutto almeno io un padre ce l’ho, non è così per molte persone che sono rimaste orfane o sono state abbandonate come la Margherita di “Cose che nessuno sa”. Mio padre avrà anche mille difetti, ma almeno sono certa di una cosa: so che su di lui potrò sempre contare, so che sarà sempre al mio fianco ogniqualvolta ne avrò bisogno e so che non si sottrarrà mai alle sue responsabilità di genitore. Con gli anni poi ho imparato a interpretare i suoi gesti e le sue parole e a vedere sue manifestazioni d’affetto anche quando non sono proprio palesi, d’altronde non è neanche colpa sua se non è una persona espansiva di carattere. Ognuno ha il proprio modo di dimostrare affetto, che non sempre è facilmente intelligibile, così ho allenato i miei occhi a vedere il suo amore celato dietro piccoli gesti all’apparenza privi di significato. E se proprio capita, dopo aver litigato con lui, che io dubiti ancora del suo affetto, prendo la poesia che ha scritto per me quando sono nata e penso “un uomo che mi ha scritto parole così dolci non può non volermi bene!”. In fondo devo ringraziare mio padre se sono diventata la persona che sono oggi. Lo ringrazio per avermi fatto conoscere il lato forte del mio carattere, lo ringrazio per avermi insegnato ad accettare le critiche, lo ringrazio per avermi allenato ad incassare i tiri mancini della sorte, ma soprattutto lo ringrazio perché nonostante tutti i nostri litigi e nonostante tutte le volte che l’ho deluso, continua a volermi bene.

    • Silvia ha detto:

      Quello che dici mi fa pensare ad una frase che non ho idea di dove ho sentito ma adoro: se anche qualcuno non ti vuole bene come vorresti, non è detto che non lo stia facendo con tutto se stesso.

  18. Maddalena ha detto:

    Leggendo le tue piu’ recenti riflessioni,ho pensato a mio padre…insegnante alle scuole medie fino all’eta’ della pensione.Ha sempre frequentato corsi di aggiornamento e credo che il suo impegno sia sempre stato rivolto al tentativo di indicare una strada un modo per risolvere le equazioni della vita (insegnava matematica)… ho apprezzato nei tuoi pensieri e nel modo in cui li hai espressi una sfumatura piu’ profonda, una sensibilita’che ti regala il vantaggio di poterti avvicinare al cuore delle persone. I tuoi alunni sono dei privilegiati.

  19. diletta ha detto:

    Come al solito, un articolo bellissimo.
    Non ho figli ma credo che amare qualcuno, che sia un figlio, un genitore, il coniuge ecc., sia il regalo più prezioso che possiamo fargli. Perchè se attraverso il nostro amore lui si potrà sentire meglio, se il nostro amore può spingerlo a fare la scelta giusta, a migliorarsi, avremo fatto del bene non solo a lui, ma anche al resto del mondo.

  20. Germana Versaci ha detto:

    Auguri professore

  21. silvia ha detto:

    grazie prof,
    perchè ancora una volta riesci a farmi commuovere nel sentire quanto sia bello e importante educare all’amore…e questo anche dal punto di vista professionale, per chi come me fa l’educatore anche di lavoro!

  22. Federica ha detto:

    Sono felice che mia figlia abbia un bellissimo rapporto con il papà. Ha solo 6 anni, ma si vede che loro due si capiscono alla perfezione. Non ha un temperamento facile, talvolta si ribella e fa i “capricci”, è il suo modo per dire qualcosa che non riesce a fare altrimenti.
    Io fatico un po’, anche se sto trovando il “mio” modo di relazionarmi con lei quando è più nervosa (la complicità su tante piccole attività femminili, la lettura di un libro insieme, il memory, la scelta e visione di un telefilm che piace a entrambe).
    Però papà è sempre papà e spero che questa bella intesa cresca e si evolva, adeguandosi alle età di nostra figlia.
    Penso che leggerò i due libri segnalati.

  23. Simona C. ha detto:

    Un ottimo libro che mi aiuta spesso, come sposa e madre di tre figlie, è Di padre in figlio. Conversazioni sul rischio di educare di Franco Nembrini.

  24. Marzia 73 ha detto:

    ma chi di voi ha letto

    “Cose da salvare in caso di incendio della Tyler?!”
    Non c’entra nulla, ma io avrei salvato mio padre—in caso di incendio!

  25. Daniela Agnelli ha detto:

    Anche se ormai i figli sono cresciuti non si finisce mai di essere genitori…..ho letto con attenzione l’articolo ed ho intenzione di acquistare i libri consigliati , dopo averli letti potrei chissà consigliarli a genitori dei miei alunni di scuola media. Grazie….. Daniela

  26. susanna ha detto:

    I figli crescono solo nutriti d’amore,così come noi siamo cresciuti.E’ l’amore che colma il vuoto dell’imperfezione sino a renderla perfetta.Quando vedo che i miei figli non crescono,vado in crisi finchè non capisco in cosa devo ancora crescere io,affinchè loro crescano.Ecco perchè si cresce insieme,in successione ma insieme.Che fatica!Tormentata e felice fatica.

  27. NICOLA ha detto:

    Grazie Alessandro per questo articolo molto bello, leggendolo ho conosciuto questi due splendidi libri…da papà separato di una bimba di sette anni posso dirti che son stati entrambi molto utili!!! Grazie!

  28. Chiara ha detto:

    Salve Prof, grazie per questo articolo.
    Io ho sedici anni e un rapporto davvero difficile con mio padre, che non vedo come la mia figura di riferimento.
    Forse però il dolore che mi provoca mi ha aiutato a trovare il mio talento: me la cavo a disegnare e a dipingere, sono le cose che amo di più fare.
    Grazie perchè lei mi sta insegnando tante cose, un abbraccio.

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