18 maggio 2013

Col talento non (sempre) si mangia, ma si vive

Ed eccoci alla terza puntata del percorso intrapreso nella complessa ed entusiasmante selva del talento. (Qui trovate la seconda e la prima).

8157ff299c47fb60c42fb2fdbd2a11dc   Non dobbiamo correre il rischio di confondere il talento con la professione. Quando incontriamo una persona per la prima volta, gli chiediamo: che fai?

È vero, il fare – oggi più che mai purtroppo –  definisce l’essere come sua lampante (e non esaustiva) manifestazione, ma se avessi posto questa domanda ad un mio caro amico qualche anno fa mi avrebbe risposto: l’impiegato in banca. Dopo cinque anni di studi di economia era felicemente sistemato. Ma soffriva come un cane, il suo talento era altrove, non nella sicurezza economica. Così ha mollato tutto per dedicarsi alla sua vera vocazione e talento, con tutti i rischi del caso, trattandosi del mondo delle storie e dei fumetti. Adesso guadagna meno di prima e probabilmente lavora anche di più di prima, ma è contento.

Il talento riguarda l’essere non il fare (anche se il fare ne è fortemente determinato).

Imbarazzante forse, ma giusto, sarebbe chiedere ad una persona: tu chi sei? Cioè, secondo la definizione che del talento ho dato: quale centro di gravità fonda, attrae e nutre la tua vita?

Il talento riguarda l’essere: è un modo di stare al mondo e di relazionarsi con il mondo, gli altri, Dio. Il lavoro è una parte importante ma non totale di questa relazione. Molti sono costretti dalla vita a svolgere lavori non rispondenti al loro talento, ma non smettono di coltivare quel loro sguardo sapendo che è l’unico modo di affrontare tutto il resto. Chi ha la fortuna di unire professione e talento ha il privilegio di poter rispondere alla domanda “che fai?” con un “chi sono”.

Un mio amico che si occupa di cinema mi ha raccontato che la sua passione per il cinema è cominciata da ragazzino. Nella sua famiglia si leggeva molto. Tutti tranne lui, che per questo era la pecora nera: leggeva la prima pagina di un libro e poi preferiva immaginarne il seguito. C’era in soggiorno uno scaffale pieno di numeri di una rivista che dedicava alcune pagine alle recensioni dei film. Così si divertiva a leggere quelle recensioni e a immaginare il film, dato che il cinema del suo paesino non proiettava un granché. Ancora una volta, come spiegavo qualche tempo fa, una mancanza diventa fondamento di un talento. Si è laureato e dottorato in cinema e da poco è stata pubblicata la sua bellissima tesi di dottorato. Si occupa di critica cinematografica e scrive storie per il cinema. Ed è felice, nonostante la crisi e l’ambito di cui si occupa sia ancora più in crisi.

Chi ha coraggio e fortuna di portare fino in fondo il suo talento perseguendolo a livello anche professionale rischia di essere felice. Il lavoro lo alimenta anziché logorarlo e basta. Ma non a tutti è dato questo privilegio di guadagnare con l’aria che amano respirare. È quindi necessario scoprire il proprio talento e coltivarlo per tutta la vita, indipendentemente da ciò che nella nostra vita servirà a campare. Perché anche l’anima deve campare ed è proprio il talento che le consente di farlo, perché il talento è l’alfabeto di cui Dio ci ha dotato per dialogare con lui attraverso il pezzo di mondo che ci è affidato.

Chiaramente questo tipo di “coltivazione di sé” – se non ha paletti professionali e non è retribuita – è più minacciata dalle urgenze della vita, e proprio per questo va difesa con forza.

Ho una collega di storia dell’arte che non ha rinunciato a dipingere e sta realizzando varie mostre in giro per l’Europa; un collega di lettere appassionato di ebraico, lo sta imparando e passa regolarmente qualche mese a Gerusalemme a studiare i testi biblici nella lingua originale; una collega dedica molto tempo al volontariato con i bambini; un amico commercialista cura il giardino di casa come fosse l’eden; un collega di storia e filosofia ogni weekend scala montagne e ghiacciai con moglie e figli…

Tutte le volte che chiediamo ad una persona “chi sei?”, inevitabilmente ci parlerà del suo talento. Credo che nella scuola una parte considerevole dello sforzo educativo dovrebbe passare da questa domanda, per poi coltivare e proteggere quel centro di gravità, minacciato spesso dai copioni dettati dalle pretese certezze sul futuro, dalle aspettative familiari e culturali, dalla semplice contingenza della vita. Dimenticare il proprio talento è la vera minaccia alla nostra vita, perché è la vera minaccia alla nostra anima. Quando una persona parla del suo “talento” è capace di affascinare chiunque, perché è come una rosa fiorita: ti imbatti in lei e non puoi non guardarla.

Se si chiedesse ad una rosa: che fai? Risponderebbe con il chi sono: la rosa. A questo dovremmo guardare.

E sul talento non finisce qui.

***

La scuola cosa può fare? Vi propongo un video che offre qualche spunto di riflessione.

32 responses to “Col talento non (sempre) si mangia, ma si vive”

  1. Laura ha detto:

    Ciao Ale,
    inseguire il talento potrebbe essere rischioso…
    La vita spesso ci impedisce di inseguire i propri sogni…
    un abbraccio.
    Laura

  2. ROSARIA ha detto:

    “Col talento non (sempre)si mangia”.
    Col talento però ti mangi la vita a piccoli, gustosi bocconi. Assapori ogni giorno il gusto di fare bene e seriamente quello che “semplicemente” ami fare.
    Col talento non solo si vive, ma ti vivi.
    Conosco persone con tasche e pancia vuote, ma con un cuore così pieno di passione che sfamerebbero una tribù.
    La scuola deve educare i ragazzi ad una nuova dieta del talento.

  3. Giulia ha detto:

    Ok ma se una persona come dici tu non ha la fortuna di poter far coincidere il “chi sono” e il “cosa fa”, e il “cosa fa” non gli permette di far sfogare il proprio talento? A volte credo che sia più comodo non sapere di essere portata per qualcosa perchè essere bloccati ed incatenati in un’occupazione che non ti gratifica sapendo che c’è qualcosa che potrebbe renderti felice fa male. E non sempre si può fare come il tuo amico. Dico che a volte ci sono necessità che ti obbligano a prendere una strada quando sai che il tuo talento sta nel binario parallelo e sai che non si incontreranno mai. Portare il talento nel proprio cuore è possibile ma io stessa non riesco a esprimere il mio talento per mancanza di tempo e perchè non utile. Finchè si è bambini si può, ma quando si cresce, come nel mio caso, sono gli adulti stessi a chiedermi di rinunciare ad una mia passione/talento perchè non da certezze ed al contrario impegnarmi in qualcosa di duraturo.

  4. maria rita ha detto:

    Penso di essere una di quelle persone fortunate nelle quali il “che fai?” concide con il “chi sei?” e sono felice! E continuerò ogni giorno anche se “chi sei” non è mai sazio mentre “che fai” arriva a sera stravolto! (Sarà l’età) Non siamo mai appagati nella realizzazione del nostro sogno, infatti continuiamo a sognare: solo così il talento si rinnova e realizza nel “che fai”.

    ps: dove farai i prossimi incontri? il tuo talento si comunica talmente a chi ti ascolta che non siamo mai stanchi di trascorrere un’ora con te! Buon fine anno|!

  5. gemmaf ha detto:

    e tu, che talento pensi di avere? uno solo: quello più importante per te…

  6. Marco ha detto:

    Ho cercato di inseguire il mio talento abbandonando un lavoro “sicuro” dopo tanti anni per abbracciare un sogno, con grandi responsabilità familiari da mantenere e persone da sfamare. Per ora ce la faccio e nel mio lavoro sono felice, mi illumino quando ne parlo e mi appassiono nello svolgerlo. Uno dei miei errore è stato però di essere troppo centrato su me stesso e far passare la passione davanti a tutto, anche alle persone che più pensavo di amare. Ho imparato sulla mia pelle che ad inseguire il proprio talento c’è il rischio di non trovare il giusto equilibrio e di non mantenere rapporti corretti soffocando chi ti sta attorno.

  7. Cristina Z. ha detto:

    “Dimenticare il proprio talento è la vera minaccia alla nostra vita, perché è la vera minaccia alla nostra anima.”
    A mio parere non è sempre così.
    Se il “che fai” non coincide con il “chi sei” puoi ritrovarti a dover decidere se dedicare il poco tempo e
    l’energia residua al talento, oppure magari alle persone vicine che ne hanno bisogno (marito/moglie, figli).
    A volte il talento viene sacrificato in nome dell’amore.
    Che sia talento anche questo?!

    • Marco ha detto:

      Penso sia il talento più grande di tutti. Gratuito, non esibito e a volte, purtroppo, non capito…

    • narcisa ha detto:

      Concordo pienamente con te Cristina Z. oltre quello che hai detto mi vengono in mente anche le famiglie che hanno una persona ‘diversamente abile’ o malata in casa… il talento lo devi mettere in secondo piano… e non è per niente facile, anche se la serenità/gratitudine della persona ti ripaga del tuo sacrificio e scopri che anche quello forse è un ‘talento’ che non sapevi di avere…

  8. Giovanni ha detto:

    Grazie Alessandro per questa tua nuova e bellissima provocazione.
    In realtà, leggendo: . Tutte le volte che chiediamo ad una persona “chi sei?”…
    Mi è venuto in mente questo:
    – … i grandi che amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual e il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?”.
    Ma vi domandano: “Che eta ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo… (naturalmente tutti hanno capito che si tratta de “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry).
    Speriamo continuino ad essereci tante persone che ci chiedono con amore: chi sei?

  9. Manel ha detto:

    “Perché anche l’anima deve campare ed è proprio il talento che le consente di farlo, perché il talento è l’alfabeto di cui Dio ci ha dotato per dialogare con lui attraverso il pezzo di mondo che ci è affidato.”
    Qué bonito y qué cierto: el talento siempre es apertura al otro. Decir talento es decir comunicación, unidad. Y cuando no ocurre esto, es porque no se está siendo justo con el propio talento, y se lo está envenenando.

  10. Giuliana ha detto:

    Grazie per l’articolo e per questo meraviglioso video!
    Bisogna davvero muoversi per far sì che non si insegni
    dati e fatto ma si guardi all’alunno, al figlio, come un
    individuo diverso dagli altri. Se già ci sono Paesi come
    Canada e Australia e Finlandia e altri in cui il sistema
    scolastico funziona, perché non prenderne esempio?
    Bellissimi verissimi spunti, meravigliosa ironia intelligente inglese!
    Thank you Alessandro dear!

  11. Giuliana ha detto:

    Dati e fatti

  12. Diego ha detto:

    Non la vedo così. A volte pur di stare a galla sei costretto a fare il tuo lavoro e basta, senza avere la possibilità di poter esprimere il proprio talento. Lo vedo con mio papà. Lavora dalla mattina alla sera e la sua passione della pittura l’ha dovuta mettere da parte perchè non aveva tempo. Ad un certo punto si sceglie: talento, vita (con tanto di famiglia intendo). Beh forse farei la scelta di mio papà, anche se mi costa fatica ammetterlo. C’è una scelta più importante, talento o amore?

    • Prof 2.0 ha detto:

      Mi chiedo perché continuiate a mettere talento e responsabilità verso gli altri in contrasto. Siamo proprio devastati dall’idea capitalista di talento: io ce l’ho e mi serve a fotterti. Tornerò su questo tema. Grazie Diego.

      • Diego ha detto:

        In che senso mettere talento e responsabilità verso gli altri in contrasto? Io trovo che se tieni ad una persona o tieni alla tua famiglia e il tuo talento non ti permette di soddisfarne i bisogni primari, allora sei costretto a trovare un’occupazione che garantisca ad essa una sussistenza. Il più delle volte questa garanzia non ti permette di conciliare le tre cose e alla fine ci rimette sempre il talento che coincide con la passione. Non capisco cosa intendi per essere devastati dall’idea capitalista di talento. Comunque spero che tu possa ritornare su questi temi, mi aiuteresti a ragionare su delle scelte che dovrò prendere per l’anno prossimo.
        Grazie a te.

        • Prof 2.0 ha detto:

          Il talento è la vita stessa nelle condizioni in cui si dà, sono anche le relazioni. Per questo ho ripetuto che non va confuso con il semplice fare. Ma la riflessione continua, grazie anche ai vostri punti di vista. Alla prossima, Diego.

  13. Daniela F. ha detto:

    Non sono d’accordo con i tanti che hanno commentato scrivendo che se si ha famiglia o qualche altra difficile situazione, si sia costretti necessariamente a mettere da parte il proprio talento. Secondo me il talento é qualcosa che si ha, indipendentemente dal fatto che potrà essere motivo di guadagno economico. Intendo dire che se si ha il talento per cantare, non credo importi se ad ascoltare ci siano tre persone o trentamila. Penso sia una questione di benessere interiore piú che economico. Secondo me la felicità non puó essere determinata dal riuscire a vivere facendo ció per cui ci sentiamo nati, perché questo é per davvero un privilegio concesso a pochi. Tutti gli altri quindi dovrebbero essere condannati a una vita di quieta disperazione? Un mio amico lavora in banca, anche se non gli piace, e non cambierebbe mai lavoro perché ha una famiglia a cui pensare, ma passare gran parte della giornata a fare qualcosa che non ama non gli ha impedito di realizzarsi come marito e padre, nè di scoprire e coltivare il suo talento, é infatti un bravissimo catechista in parrocchia e ha anche scritto un romanzo. Non so se sarebbe pienamente d’accordo, ma io guardandolo direi che é felice. Per me é questa la cosa piú bella, quando qualcuno ti incontra e, per quanto banale e faticosa gli possa sembrare apparentemente la tua vita, guardandoti non possa fare a meno di pensare “ma guarda come é felice! Ma come fa?”. Penso che questo non abbia prezzo, tutto il resto lasciamolo veramente a mastercard, perché non é importante.

  14. Giulia ha detto:

    Questo articolo è bellissimo, mi sono emozionata nel leggerlo e voglio farle tanti complimenti e GRAZIE!!!

  15. Annalisa ha detto:

    Solo una conferma: sono un’insegnante come Te. Mi rivedo tanto nella prima parte della tua storia, grazie ai prof di un tempo ho scelto di diventare prof … e l’esserci riuscita penso che sia proprio un grande dono! Mi dicono sempre che ho una grande fortuna a fare ciò che mi piace e a metterci passione …. A volte esagero e in certi momenti come questo soffro, sono in infortunio per 12 giorni e senza scuola e bambini mi sento persa!!!! Complimenti per tutto! Annalisa

  16. erika ha detto:

    dopo aver letto questo post non posso che chiedere anche a te: tu chi sei?!
    e non è scontato, anche se ciò che fai un po’ lo sappiamo -e da questo si inizia a intravedere una risposta-…ma sono schiettamente curiosa: se dovessi dirlo, chi diresti di essere?!

  17. Marian Montoya ha detto:

    Inoltre l’intelligenza che si traduce in successo nella vita sembrerebbe comprendere delle abilità distinte: pensiero analitico (capacità di valutare, analizzare, confrontare e confutare informazioni), pensiero creativo (capacità di inventare e scoprire) e pensiero pratico (capacità di capire le situazioni, di darsi obiettivi e raggiungerli, di essere consapevoli e curiosi del mondo, e infine di scegliersi i contesti che meglio permettono di esprimere le proprie personali capacità analitiche e/o creative).

  18. Federica ha detto:

    Mi sono laureata in matematica per diventare insegnante di liceo. A questo mi sentivo chiamata. Volevo aiutare ad amare una materia bellissima, ma ostica per molti.
    Per varie ragioni (soprattutto di tipo economico, avevo bisogno di uno stipendio sicuro), non ce l’ho fatta e confesso che a volte mi chiedo come starei se avessi percorso con tenacia quella strada.
    Però, piano piano si è dischiusa un’altra strada. E penso che qui c’entri il talento, cioè il centro.
    Le mie abilità matematiche mi sono utilissime nel mio lavoro di impiegata che mi dà enormi soddisfazioni e apprezzamenti.
    E poi c’è tutto il resto. Ho trovato anche il modo di sviluppare conoscenze ed abilità in ambiti che al liceo mi affascinavano ma all’università ho dovuto tralasciare, come la filosofia. Ho potuto poi studiare teologia, psicologia, pedagogia e svolgere attività educative parallele (e non retribuite) che riempiono la mia vita e mi fanno pensare che l’intera me stessa sta davvero perseguendo l’ideale di vita buona, piena, compiuta, riuscita, trovo il mio centro, guardando fissa all’orizzonte.

  19. alberta ha detto:

    L’anno scorso mi era capitato di sperimentare sulla pelle un incontro incalzante con una persona che mi chiedeva “Cosa fai?” come “Chi sei?”. Un interrogativo stridente. Avevo scritto un post a riguardo (http://liberinbottiglia.blogspot.it/2012/01/chi-fai.html?view=flipcard).
    Ora leggo la tua riflessione; mi colpisce l’annotazione che, quando uno ti chiede: “Chi sei?”, si risponde con il proprio talento. Completa quell’intuizione iniziata ma acerba.

  20. Roosevelt Franklin ha detto:

    Bisogna scegliere se essere felici o essere artisti. Se essere nella vita o essere nell’arte. L’arte vuole ben piu’che dedizione. Vuole tutto il nostro essere. La convenzionalità non porta alla sua strada. E nemmeno il dolore, per quanto grande, se è convenzionale. E’ l’atteggiamento, il distacco dalla convenzione con cui siamo immersi nell’esistenza, che stabiliscono il primo passo. E non escludo che molti l’abbiano fatto quel passo, e poi, sconvolti, siano tornati indietro.

  21. Lavinia ha detto:

    Ho fatto il liceo classico e mi sono sempre piaciute moltissimo le materie letterarie. Purtroppo, però, non offrono grandi prospettive future. Diventare insegnanti è difficile. E non è un lavoro ben retribuito. Inoltre, ho una grande paura della routine che caratterizza il lavoro dei dipendenti. Al liceo, comunque, in queste materie non eccellevo, ero fissa sull’otto, mentre andavo benissimo nelle materie scientifiche. In realtà non ho mai avuto un’intelligenza logico-matematica, anzi, credo che da piccola avessi anche molti problemi in matematica. Forse proprio per questo complesso, mi sono impegnata molto e dopo il liceo ho deciso di intraprendere una facoltà scientifica. Medicina, ma, non passando il test, biotecnologie. Affascinante a suo modo, certo più di Giurisprudenza, a cui avevo pensto avendo già lo studio di mia madre ben avviato. Ora, dopo un anno di biotecnologie, dovrei decidere. In realtà mi sento ormai ancora più lontana dalla mia propensione letteraria. Non so più se davvero lo voglio..Ma so che è ciò che avrei dovuto fare..

  22. […]    Alessandro D’avenia Professore 2.0 […]

  23. Allebasi ha detto:

    Buongiorno Ale D’Avenia.
    Mi sento di ringraziarla perché mette il suo talento e la sua passione a servizio della comunità e, in particolare, a servizio di ognuno di noi. Cerca di migliorarci e, soprattutto, la ringrazio perché non si scoraggia nonostante le contrarietà e le difficoltà che pur fanno parte della vita. Ha sempre fiducia nell’educabilita’ dell’uomo nonostante le negatività e fiducia nella vita!
    Grazie infinite!!!

  24. Allebasi ha detto:

    Dico semplicemente la verità. Sarebbe un mondo migliore se ognuno di noi seguisse i suoi insegnamenti e consigli.
    A proposito : sto leggendo Ogni storia è una storia d’amore. L’ho iniziato a Dicembre. Il lavoro ha rallentato molto le mie letture, ma piano piano riprendiamo.
    Ho un pentimento: non averlo iniziato prima! Mi avrebbe risparmiato qualche errore esistenziale.
    Comunque continui così.
    Io sto cercando di mettere in pratica i suoi insegnamenti, ma ci riesco maldestramente per ora. Per fortuna abbiamo la possibilità di migliorare!

  25. daniela linda ha detto:

    Scopro solo oggi questo blog!
    Coltivare il proprio talento significa trovare la realizzazione della propria vita. Non è cosa da poco….ci vuole coraggio. Coraggio di scontrarsi anche con i familiari, se serve, nel pieno rispetto delle opinioni e dei ruoli. Ciascuno del resto, potrà rispondere solo per sè stesso su come avrà vissuto e le scelte quindi diventano determinanti.

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