10 settembre 2019

Ultimo banco 1. Alta tensione

Ogni vita che incontro in classe potrebbe essere descritta con il posto che decide di occupare in aula. Quelli dell’ultimo banco, per esempio, amano vedere senza esser visti, celati nella loro piccola trincea fatta di timidezze e rinunce o di clandestinità e spavalderia. Alle elementari mi nascondevo nelle retrovie per dedicarmi a ciò che più amavo: parlare e giocare. Così venivo regolarmente «punito» con le prime file. Oggi, all’ultimo banco ci siamo un po’ tutti: perennemente distratti, l’ultimo banco è diventato una condizione interiore. Ma la vita, prima o poi, fa l’appello, e ci chiama, con nome e cognome, a giustificare la rinuncia a venire alla luce o la mancanza di felicità. Vivere non è girare a vuoto, ma tendere a un fine: c’è vita se la vita ha un senso, attendiamo (verbo composto da tendere e ad) ciò che può rispondere alla nostra incompiutezza, che è la spinta senza cui il presente non diventa mai futuro, e che chiamiamo desiderio. Però l’attesa comporta attenzione (hanno la stessa radice di tendere), grazie alla quale si alimenta il desiderio, fonte di coraggio e iniziativa, e si soffoca la paura, che produce ansia e dipendenze (dal cellulare alle droghe). Dipendere è infatti l’opposto di tendere: chi dipende (pende da) s’aggrappa a qualcosa per paura e non cresce, chi tende, invece, nella vita si lancia intensamente, costi quel che costi. Ma tendere a cosa? A ciò che è intenso (altra parola che viene da tendere): la vita si «intensifica» dove trova ricchezza di senso, cioè dove non solo è custodita, ma si compie un po’ di più e quindi cresce.

Prendiamo l’esempio dei cellulari. Hanno colonizzato i nostri sensi, ipnotizzato l’attenzione, spento l’intensità del presente, relegandoci all’ultimo banco: è kriptonite (il misterioso minerale che priva Superman dei poteri) del desiderio. L’ho capito meglio quest’estate facendo un trekking di due settimane sulle Alpi con un gruppo di 15enni. La montagna spesso «scampa» dal segnale e invita a fare, di sé, degli altri e delle cose del mondo, il «campo» dell’attenzione. Il presente così offre la sua intensità e risveglia la tensione alla vita che in noi vuole crescere. Abbiamo anche proposto loro di liberarsi dei telefoni per 48 ore, e alla fine erano entusiasti, ringraziandoci per aver liberato energie in loro addormentate: «Mi sono sentito più vivo! Ho fatto e visto molte più cose! Mi sono divertito di più con gli altri!». Chi di noi riesce a stare senza la propria kriptonite per 48 ore? Il multitasking è in realtà uno degli inganni peggiori del nostro tempo. Provate a uscire a cena, a passeggiare, leggere… senza portare il cellulare: vi sorprenderà quante volte lo cercherete (dipendenza) e quanto sia intenso il segnale emesso da ciò che abbiamo sotto gli occhi. Per questo dopo i Letti da rifare voglio esplorare l’Ultimo banco: non un nostalgico ricordo del passato, ma un banco di prova per l’arte di vivere felici. Disattenti, ci auto-esiliamo in fondo all’aula: nelle relazioni e negli affetti, nella comprensione di noi stessi, degli altri e del mondo. Ma dove il desiderio retrocede, paura, noia e rinuncia hanno la meglio: non attendiamo più nulla, anzi, come nella Storia infinita di Michael Ende, aspettiamo, senza più speranza e immaginazione, che proprio il nulla ci divori. L’attenzione, che è l’unica possibile «presenza del presente», invece, distrugge un po’ di nulla (il vivere senza senso, cioè male) in noi e attorno a noi: la vita diventa «intensa» solo se siamo «attenti» a viverla.

Ogni lunedì sarà una pagina o un personaggio ad «alta tensione» a illuminare un ultimo banco dell’esistenza, per restituire luce al «qui e ora», e futuro al presente perduto. Oggi scelgo l’Ulisse di Dante: il suo «ardore» di «divenir del mondo esperto» ci strappa dalla paralisi del desiderio e spinge a mettersi in «mare aperto» per cercare, con i nostri amici, il compimento del desiderio ultimo di felicità. Così mentre l’Ulisse omerico torna e si ferma a Itaca, quello dantesco (alter ego del poeta) la lascia, non gli basta: il primo è un cerchio, il secondo una freccia del desiderio tesa al bersaglio della vita totale e piena. La vita terrena è una «breve vigilia dei sensi» da non sprecare, veglia di chi riceve l’alba, l’amore, la festa… proprio perché, vigile, li attende: noi diventiamo ciò a cui tendiamo. Il discorso pieno di eros dell’eroe risveglia nei compagni un desiderio tanto «acuto» da indurli a partire verso l’ignoto. Vivrebbero da «bruti», animali senz’anima, desideranti senza desiderio, se rinunciassero a «virtute e canoscenza», cioè il bersaglio della vita. E se Ulisse naufraga nell’abisso del desiderio, mostrando dove l’uomo arriva con le sue forze, Dante parte da quell’abisso, in cui scopre che il desiderio infinito di essere amato non è altro che il desiderio infinito di Dio di amarlo. E noi, come Ulisse e Dante, non siamo fatti per l’ultimo banco del desiderio, ma per il primo.

Corriere della Sera, 9 settembre 2019 – Link all’articolo

11 responses to “Ultimo banco 1. Alta tensione”

  1. Samuele ha detto:

    Ciao sono Samuele, un ragazzo di 15 anni, ho letto tre dei tuoi libri e mi sono piaciuti tantissimo, mi sono ritrovato in molti personaggi e nei loro sentimenti. Mi piace la sua riflessione perché ho capito come staccarsi dalle dipendenze come il cellulare sia importante per scoprire il nostro mondo interiore che a volte dimentichiamo. Seguirò il suo blog e spero un giorno di avere un professore come lei. Buon inizio di anno e “tendiamo” insieme.

  2. Francesca ha detto:

    Le sue parole sono coinvolgenti, riaccendono nell’animo quel desiderio di “tendere” verso qualcosa di più grande di noi. Mi auguro che sia un’anno proficuo anche per me che sono un’insegnante come lei. Buon inizio di anno scolastico prof, avrei voluto avere un professore come lei ma adesso siamo colleghi e spero di amare sempre il mio mestiere e i miei bambini proprio come lei ama i suoi ragazzi.

  3. Padre Bruno ha detto:

    Grazie prof. Illuminante, come sempre. Mi hai ricordato alcune righe del buon vecchio Chesterton:
    “Per i cattolici è dogma fondamentale di fede che ogni essere umano senza eccezione alcuna viene particolarmente fatto, formato e aguzzato come freccia lucente allo scopo di colpire nel centro della Beatitudine”

    • Prof 2.0 ha detto:

      Mi sembra perfetta! Una pedagogia del desiderio è quanto di più urgente per liberare la vita dalle prigioni dei desideri mancati.

  4. Pepita Jimenez ha detto:

    Questo articolo è stupendo, meraviglioso… Non ho più le parole per descriverlo…
    Anche meglio di come lo avevo immaginato.
    La ringrazio!!!
    Sono sincera : per me girare a vuoto non è sempre sinonimo di negatività. Può servire in alcuni casi. L’importante è non fermarsi,nel senso di arrendersi,smettere di camminare, di stupirsi, di riparare se stessi e gli altri.
    L’uomo è proprio un essere errante: nel duplice senso di sbagliare(errare) e di vagabondare.
    Inoltre, per me il desiderio non esclude la paura, anzi…
    Però ha ragione : invece che rintanarci e relegarci all’ultimo banco come passivi spettatori, dobbiamo avere il coraggio di “metterci la faccia” al primo banco da protagonisti.
    Chissà da cosa dipende la paura e il timore degli ultimi banchi?
    Anche io per certi versi ero così. Adesso ho deciso di mettermi in gioco sempre e comunque perché ho capito che se hai un sogno lo devi realizzare se rientra nelle tue possibilità. Ma devi provarci anche quando pensi di fallire.
    Se nemmeno ci provi e molli tutto, rischi di rimanere frustrato e insoddisfatto.
    La ringrazio ancora per questo articolo… ad alta tensione!
    Mi ha ricaricato di nuove energie e grinta!!!

  5. Pepita Jimenez ha detto:

    Aspetti, aspetti Prof 2.0.
    Mi può argomentare in modo approfondito perché, secondo lei, il desiderio allontana la paura e se succede sempre, in ogni caso ?
    Perché penso di non aver capito il messaggio fino in fondo…
    La ringrazio!
    Pepita🐬

  6. Roberto ha detto:

    “Noi diventiamo ciò a cui tendiamo”. È proprio così : per questo è importante comprendere quale sia la volontà di Dio su di noi ed aderirvi pienamente. Solo questa è l’unica strada per la felicità; non ve ne sono altre.

  7. Faccinasorridente ha detto:

    Prof.due punto zero,
    Io ho scoperto questa rubrica tramite la mia prof d’italiano e mi è veramente piaciuta anche perchè unisce me(studentessa liceale ) e mia madre (Professoressa). Aspetto con ansia il prossimo capitolo.

  8. Maria Rosaria ha detto:

    Bentornato professore, con il suo entusiasmo contagioso e con “Ultimo banco” che già appassiona .
    La classe è una “cartina” che lei sa leggere alla perfezione. Di quel microcosmo ha imparato ad ascoltare ogni fruscio ed è capace di interpretare anche il più piccolo dei segnali :pericoli, vulnerabilità, conflitti, passioni inespresse, energie che non si riescono o non si possono convogliare, rabbie, paure che sono anche fenomeni macroscopici per le vie del mondo. Nel suo scritto parla di tensione, che è una condizione interiore caratterizzata da uno stato di agitazione tipico di chi in aula occupa un posto nell’ultima fila di banchi ma questo è un atteggiamento di molti anche fuori dalla scuola. Numerose persone non fanno altro che aspettare che la vita porti loro qualcosa però aspettare indica staticità e/o passività a differenza di attendere che esprime dinamicità. L’attesa è un lasso di tempo, in cui emerge un sentimento che abbiamo nel cuore, tra il preavviso di un accadimento e il suo realizzarsi, mentre restiamo in trazione. L’attesa che fa nascere il desiderio di attraversare una soglia è pensiero che progredisce, che avanza e nella tensione c’è una forza dinamica indirizzata ad un oltre verso cui orientiamo la nostra concentrazione fino a poter dare un senso agli eventi.
    Trovo molto attinente al suo articolo la poesia di Clemente Rebora “Dall’immagine tesa” e bellissime le parole che il poeta disse a Montale che era andato a trovarlo “La voce di Dio……è sottile…. Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto.”

    Grazie infinite!
    M.R.D.M

    P.S. Ci provo ma non ho la capacità, dei più in questo spazio, di esprimere il mio pensiero in modo breve. Me ne scuso.

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