5 novembre 2019

Ultimo banco 9. Regalare bruchi a una donna

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«Io non penso, da vario tempo, ai miei sogni letterari, alterno lo studio alle cure entomologiche: allevo una straordinaria colonia di bruchi. Immaginatevi che in una cassetta ho circa trecento crisalidi di tutte le specie, ottenute da bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane. Fra pochi giorni saranno farfalle. Anzi, voglio mandarvi qualche crisalide: non ridete, vi prego. Mi attira il pensiero che si schiuderanno nella vostra camera. Estraetele dalla scatola dove ve le invierò, senza toccarle, e deponetele senza smuoverle dal letto di cotone in una scatola più ampia, dove la farfalla nascitura abbia sufficiente spazio per distendere le ali. E lasciatele in pace, come bimbi che dormono: senza toccarle, né agitarle… E non sorridete tanto di queste cose, più belle e più profonde di molte altre, per consolare la nostra malinconia». Era il 3 settembre del 1908 quando Guido Gozzano, uno dei nostri poeti più grandi e meno letti, scriveva queste righe in una lettera ad Amalia Guglielminetti che amò intensamente, pur restandole a distanza, forse per l’amarezza del proprio destino: l’anno prima s’era ammalato di tubercolosi di cui morirà nel 1916 a soli 32 anni. Ma proprio lo scorrere dei giorni lo spinse a cercare ciò che poteva fermare il tempo. Dove e come?

Tutto ciò che ci rende umani comincia dalla meraviglia. Non c’è scienziato, artista, filosofo che abbia scoperto qualcosa di eterno senza aver cominciato da lì. Aristotele apre la sua Metafisica dicendo che dalla meraviglia nasce la filosofia, che per lui comprende le scienze naturali come l’indagine sul fondamento delle cose. Secoli dopo Einstein ribadiva che il senso della meraviglia è la culla della vera arte e della vera scienza, l’attitudine necessaria per una vita ricca di senso, perché la meraviglia è il sentimento che chiama a cercare il senso della vita. Le foglie autunnali, il gesto atletico dello sportivo, le stelle cadenti, i trucchi del mago di strada… seducono e portano a chiedersi: come ha fatto? come accade? Spesso le nostre vite si spengono per la prolungata assenza di questi rapimenti: affaticati dalla routine, dai problemi da risolvere, dalle brutture vomitate dai media, perdiamo d’occhio la bellezza e quindi la speranza. Gozzano le trovava nella meraviglia delle piccole cose: per esempio nelle farfalle, a cui dedicò il suo ultimo poema incompiuto. La sua non è una regressione ingenua al bambino perduto, ma la visione lucida e matura di un uomo a cui resta poco da vivere e lotta per fermare il tempo, a colpi di meraviglia. Egli osserva con l’attenzione dell’entomologo (lo studioso degli insetti) il miracolo della trasformazione: Epistole entomologiche è infatti il sottotitolo del poema, quasi fossero lettere inviate direttamente dai bruchi per i quali il tempo non conduce alla morte ma a prodigiosa metamorfosi. È una lezione che non dimentico: se la tristezza morde troppo è perché ho perso il senso della realtà, cioè della meraviglia. E la «cura» sarà «prendersi cura» di qualcosa che ridesti lo stupore e la ricerca. Il senso della meraviglia cresce infatti in una innamorata e paziente cura di ciò che ci mostra che il fondamento delle cose non invecchia ed è bello e buono. Di chi e cosa ci prendiamo cura? Che sia una persona, ma anche una pianta, un animale, un posto, una canzone, un libro… ci servono esercizi quotidiani di meraviglia, situazioni in cui la vita ci stupisce e la sua bellezza non può essere consumata, comprata, distrutta, ma solo ricevuta, amata, indagata e cantata. La meraviglia spinge a cercare il fondamento delle cose e il fondamento delle cose appaga il bisogno di senso, perché vince l’incessante scorrere del tempo.

Nonostante la fama di poeta malinconico e amaro, Gozzano, proprio nei suoi ultimi anni, scrisse bellissime poesie, un meraviglioso diario di viaggio in India, incantevoli fiabe per bambini, un documentario scientifico sulle farfalle, una sceneggiatura per un film su Francesco d’Assisi… Cercava la vita in cose e persone che ridestavano in lui la meraviglia, perché aveva capito che non muore chi trova e dona «la grande tenerezza per le cose che vivono» come dice un verso della poesia dedicata all’Ornitottera Pronomus, una farfalla australiana dalle ali di velluto nero e schegge di smeraldo, che ho conosciuto grazie al poeta: al solo guardarla vien voglia di stare al mondo. Gozzano è poeta delle piccole cose non per ristrettezza d’animo o amara ironia ma, al contrario, per sete di concretissima vivente meraviglia, necessaria a trasformare ogni solitudine e tristezza. Pensate che mondo sarebbe se ognuno di noi si prendesse cura di qualcosa di bello per poi regalarlo agli altri, come i bruchi di Guido ad Amalia: «Fra quindici giorni nasceranno. Mi scriverete e mi descriverete i loro colori; e mi direte che v’hanno detto da parte mia». Le avranno detto: «Ti amo»?

Corriere della Sera, 4 novembre 2019 – Link all’articolo e ai precedenti

4 responses to “Ultimo banco 9. Regalare bruchi a una donna”

  1. Pepita Jimenez ha detto:

    Penso che la farfalla sia una splendida metafora per indicare una metamorfosi che avviene o che deve avvenire nel cuore dell’uomo.
    Nella canzone “Farfalle” di Modugno, esse vengono descritte come “i fiori del cielo e le stelle dei prati”.
    Le farfalle o le libellule hanno un altissimo valore simbolico che è appunto quello del cambiamento, della trasformazione e forse è per questo che molte donne indossano spille, ciondoli a forma di farfalla o di libellula considerandole come amuleti porta fortuna.
    Purtroppo, a causa dell’inquinamento climatico tendiamo a vedere di meno questi stupendi animali.
    A causa dell’inquinamento spirituale, invece, rischiamo l’estinzione della meraviglia e dello stupore, avviene una paralisi della vita.
    La società industriale ha ridotto la visione dell’uomo come essere spirituale intendendolo come uomo-macchina, come uomo “a una dimensione” come direbbe il filosofo e sociologo Marcuse.
    Se la società blocca la metamorfosi dell’uomo, se anestetizza sentimenti ed emozioni, se paralizza l’umano nell’uomo, favorisce la proliferazione di “malattie spirituali”.
    Alla nostra società non interessano le farfalle, i fiori e le piccole cose perché non sono produttive.
    Oggi solo i criteri aziendalistici vengono presi in considerazione, tralasciando tutto ciò che è fondamentale.
    A causa dei ritmi di lavoro a volte estenuanti, a causa di pressioni sociali e altro, facilmente si rischia di perdere il proprio baricentro. Per questo motivo indagare il mondo naturale non dovrebbe essere l’azione di un’unica persona ma un’azione collettiva. Probabilmente, la rivoluzione inizia da qui e probabilmente anche la metamorfosi della nostra società 🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋

  2. …nella casa di campagna, dedicai gli ultimi crepuscoli del settembre 2004 a scrivere la tesi sul rapporto fra Guido Gozzano e il cinema.

    La intitolai “gli ozi dilettevoli”, illuminante definizione che il poeta stesso dà al cinema.
    Ma i rapporti fra Gozzano e l’hollywood dell’epoca (Torino) non furono molti: a parte la sceneggiatura del san Francesco partecipò ad un documentario in qualità di “fornitore di farfalle” per la scena.

    Del grande Guido (che mi pare sia il nome proprio più ricorrente nella storia poetica italiana: guinizzelli, cavalcanti, gozzano, catalano) si leggono (poco) le sue meravigliose poesie crepuscolari, che, per molti aspetti (dall’ironia all’inettitudine) sono il contraltare in versi alla prosa di Svevo (Gozzano scrive incastrandosi esattamente nel periodo di silenzio di Ettore Schmitz)…
    …ma del Torinese si leggono ancora meno le sue poesie sulle farfalle e, in generale, sulla natura.

    Recuperarle, come hai fatto tu oggi, Alessandro, è importante perchè danno conto della crescita interiore di Gozzano che, stanco di essere un “gelido sofista”, risorge a nova vita poetica, interessandosi a qualcosa che non sia il suo “umbilico”, cioè le farfalle, la Natura.

    Del resto l’aveva già preannunciato nella poesia che dà il titolo alla sua prima raccolta: la sua meditazione filosofica è disturbata proprio da una farfalla, catturata dalle nipotine.

    La Natura, nell’ultima parte della sua vita, lo salva dalla disperazione di essere destinato all’incontro con la “signora vestita di Nulla”.

    Ah! La Natura non è sorda e muta;
    se interrogo il lichène ed il macigno
    essa parla del suo fine benigno…
    Nata di sé medesima, assoluta,
    unica verità non convenuta, 35
    dinanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.

    Essa conforta di speranze buone
    la giovinezza mia squallida e sola;
    e l’achenio del cardo che s’invola,
    la selce, l’orbettino, il macaone, 40
    sono tutti per me come personae,
    hanno tutti per me qualche parola…

    Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
    in visïoni pallide fugaci,
    per altre fonti va, per altra meta… 45
    O mia Musa dolcissima che taci
    allo stridìo dei facili seguaci,
    con altra voce tornerò poeta! 48

    Grazie!

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie di cuore a te, Matteo, perché non ricordavo questo dettaglio della farfalla regalate dalle nipotine, un dettaglio così poco casuale e profetico per un poeta così attento ai dettagli…

  3. Maria Rosaria ha detto:

    Una sensibilità eccezionale quella di Gozzano, un dono ineguagliabile quello che vuol fare, delicato e prezioso che racchiude la fragilità e la forza della vita. E’ un modo assolutamente insolito di dimostrare amore con una bellezza nascente che fa andare la mente alle “Metamorfosi”di Apuleio e alla storia di Amore e Psiche (che in greco significa farfalla ma anche respiro, soffio vitale, anima). L’idea di spedire crisalidi che daranno modo di osservare da vicino la nascita di meravigliose farfalle non può che far rimanere attoniti (infatti Guido chiede di non ridere a chi le riceverà forse perché teme che il suo intento potrebbe non essere compreso).
    Lo stupore di fronte a qualcosa d’inatteso avvia un atteggiamento d’improvvisa immobilità, incapacità di parlare, fissità dello sguardo che in pochi secondi fa accedere ad una novità che gratifica. E’ un’esperienza che coinvolge tutto l’essere e permette di percepire un dettaglio sconosciuto che diventa decodificante.
    I bambini, con la loro innocenza, sono quelli che meglio di tutti manifestano con l’espressione del viso e il linguaggio del corpo questa esperienza e appena passa quel momento strabiliante, incuriositi iniziano a fare domande o esclamazioni di sorpresa e gioia per quanto hanno sperimentato. Ma per rimanere capaci di stupirci come bambini dobbiamo imparare ad essere vigili, ad usare attenzione, dedizione e disponibilità e a fare un lavoro costante di cura verso tutto ciò che ci sta attorno. Questo ci farà diventare testimoni di qualcosa di veramente appagante non visibile a tutti. Essendo lo stupore qualcosa d’improvviso e involontario, deve essere supportato da una qualità che è la curiosità per diventare un atteggiamento costante di meraviglia che dia valore quotidiano a ciò che ci è dato da vivere, da vedere, da udire. Allora da una parola, da un sorriso come da una lacrima, da uno scorcio, da un alito di vento che ci accarezza il viso, dall’odore penetrante del mare in burrasca, dal fiore straordinario di una pianta grassa che vive poche ore, ci verrà quell’intuizione tipica del tempo breve tra il sonno e la veglia che riesce a portarci oltre. Qualcosa in più si affaccia nel pensiero e se chi crede in ciò che ha osservato rintraccia l’orma di Dio, chi non crede in Lui non potrà comunque rimanere indifferente.
    GRAZIE di averci portati a riflettere sulla meraviglia come capacità generativa per migliorare le nostre vulnerabilità e prendere coscienza che poiché non a tutto sappiamo dare risposta intanto almeno dobbiamo sentire il cuore disposto e la necessità di avere rispetto e riverenza per la natura che ci fa restare incantati e ci fa riprendere fiato nei momenti di debolezza, di prostrazione spirituale, di avversità.

    M.R.D.M.

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