31 marzo 2020

Ultimo banco 30. Portare il fuoco

La strada - Film tratto dal romanzo di Cormac McCarthy

«Erano sulla strada. Lui spingeva il carrello. Negli zaini c’erano le cose essenziali. Casomai avessero dovuto abbandonare il carrello e fuggire. Scrutò la terra devastata in lontananza. La strada era deserta. “Tutto bene?” chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro». In uno dei romanzi più belli del nuovo millennio, La strada di Cormac McCarthy, sullo sfondo oscuro e freddo di un mondo colpito da una ignota catastrofe, brilla la luce della relazione di un padre e del suo bambino, che viaggiano tra mille pericoli in cerca di salvezza. Su una terra sterile e disabitata si aggirano ormai solo sparute bande di uomini disposti, per mangiare, a divorare gli altri. Padre e figlio sono il fuoco in mezzo alla fredda tenebra del mondo. Non è un caso che, nel libro, la parola usata più di frequente sia proprio «fuoco», non solo quello che i due cercano di accendere ogni sera (a rischio di tradire la loro presenza) per sopravvivere al gelo e per cucinare, ma un fuoco simbolico: «Ce la caveremo, vero, papà?», “Sì. Ce la caveremo». «E non ci succederà niente di male». «Esatto». «Perché noi portiamo il fuoco». «Sì. Perché noi portiamo il fuoco».

Venerdì scorso il Papa ha benedetto una piazza San Pietro deserta e battuta dalla pioggia, sollevando sulla città e sul mondo l’Eucarestia, presenza costante di Cristo nella faticosa storia umana, in un silenzio rotto soltanto dal contrappunto di campane e sirene. L’evento ha colpito tutti, credenti e non, per la sua potenza simbolica. Anticamente il «simbolo» era un disco di terracotta spezzato in due per identificare una persona (non esistevano ancora gli indirizzi o i documenti): un messaggio veniva recapitato a chi mostrava l’altra metà del «simbolo» (etimologicamente significa infatti: mettere insieme). I simboli, quindi, mettono insieme parti della realtà che sembrano separate: l’uomo è l’unico essere simbolico, cioè capace di dare un significato spirituale alla materialità delle cose, tanto che se emetto il suono «ti amo», accade qualcosa che va molto al di là dello spostamento d’aria. Nell’Esodo (3,14) quando Dio dice il suo nome a Mosè, la sua presenza è segnalata da un roveto che brucia senza consumarsi: un simbolo in cui terreno e divino sono uniti. In ogni cosa terrena c’è una parte divina, ma la metà divina è invisibile e si offre solo a chi sa metterla «a fuoco». Nel romanzo di McCarthy portano il fuoco solo coloro che ne sono abitati, come il padre rivela al figlio: «Devi portare il fuoco». «Non so come si fa». «Sì che lo sai». «È vero? Il fuoco, intendo». «Sì che è vero». «E dove sta? Io non lo so dove sta». «Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo». Il fuoco è nel figlio, perché il padre lo ama ed è pronto a dare la vita per lui. Senza amore perdiamo lo sguardo simbolico sulle cose, e prevale il «cannibalismo»: usiamo tutto e tutti per accrescere noi stessi. L’amore gratuito di Dio invece ci cura e protegge dall’egoismo che porta a impostare le relazioni in modo utilitaristico. Quando il fuoco abita nell’uomo, la sua vita, come il roveto, arde, illumina e riscalda senza distruggersi e distruggere. Senza questo Amore divino o gratuito è difficile mettere «a fuoco» la parte invisibile della realtà, che però è essenziale per darle un senso pieno (ad esempio per me: il volto acerbo di un alunno mostra già il frutto da far maturare; la pagina vuota diventa la dura terra che aspetta parole da far crescere). Senza questo Amore si vede tutto «sfuocato», si giudicano le cose e le persone solo dalla metà visibile, cioè inadeguate alle nostre aspettative o da usare per i nostri scopi. Quando invece si educa lo sguardo simbolico, che è quello gratuito di poeti, bambini e innamorati, si mette tutto «a fuoco», si scorge nelle imperfezioni di cose e persone un’occasione di scoperta e di cura: tutto diventa pieno di senso perché, nel dedicare impegno e attenzioni a ciò che è fragile e incompiuto, la vita cresce in e attorno a noi.

Non so se il virus sia stato creato in laboratorio e sia sfuggito al controllo ma, comunque sia, ci sta mostrando che non possiamo controllare tutto e ci sono cose e persone non a nostra disposizione. Per combatterlo metteremo in campo tutte le risorse materiali, ma senza una riscoperta di quelle spirituali, l’amore gratuito per tutti gli esseri viventi, sarà stato tutto inutile. Nel corso della storia il bambino comprende che chi porta il fuoco «non mangia la gente», non manipola e distrugge la vita, soprattutto quella fragile, ma la serve con tutto se stesso, come i medici e gli infermieri in queste ore, perché «il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno». Di questo fuoco abbiamo bisogno, oggi più che mai: ma ce ne ricorderemo anche domani?

Corriere della Sera, 30 marzo 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

7 responses to “Ultimo banco 30. Portare il fuoco”

  1. Maria Rosaria ha detto:

    27 marzo 2020, Piazza San Pietro deserta sul far della sera, con il cielo plumbeo, immersa in un silenzio e una luce soffusa da preghiera, con il fuoco divampante dai bracieri sul sagrato colpito da vento e pioggia. Il Santo Padre ha reso omaggio alla Vergine e baciato i piedi del Crocifisso, prima di iniziare la solenne cerimonia. Il Papa, un uomo con tutta la fragilità dei suoi anni sembrava portare su di sé il peso e le esperienze della sua vita insieme a quelle di tutta l’umanità.
    Di intensità rara, potente il momento in cui ha portato in alto, nella solitudine piena di spiritualità il radioso Ostensorio contenente la SS. Eucarestia a BENEDIRE l’intera umanità . Ostia che non è solo simbolo di passione e resurrezione di Cristo ma reale presenza di Lui lì nel luogo, percepibile però solo da chi ha “il fuoco” che lo abita. Nel romanzo di MC Carthy, il figlio chiede al padre:”E dove sta (il fuoco)? Io non lo so dove sta” e il padre risponde:” Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo”.
    Nello scenario apocalittico della narrazione il bambino, obbligato a crescere in fretta per la situazione, protetto dal padre, è innocente, intatto dal male, ha imparato il coraggio di alzarsi ogni mattina, resistere ad ogni costo agli orrori, sperare e vivere. In lui, nei suoi gesti, nelle sue parole c’è il protagonista invisibile del romanzo : L’AMORE , capace di rischiarare il buio, restituire pietà per i viventi e aprire ad una possibilità per l’avvenire.

    Un grande grazie!
    Non solo per questo articolo
    ma anche per le bellissime spiegazioni :
    -del “C’era una volta”.
    -dell’amore come chiamata al quadrato.
    -dell’infatuarsi e invaghirsi.
    nella seconda serie delle lezioni al virus.

  2. Ilaria marino ha detto:

    L’immagine di questo padre che sprona suo figlio a tirare fuori il fuoco è molto dolce. L’amore non è innato nell’essere umano. Sono i genitori (e gli adulti in generale) che lo raccontano ai giovani nella vita quotidiana con l’accudimento, la premura, la continua attenzione.Solo così l’amore diventa un’eco che finisce per risuonare nelle giovani vite permettendo loro di appropriarsene e di raccontarlo a loro volta al mondo. Di questo fuoco noi abbiamo l’obbligo morale di ricordarci, ancor di più quando tutto ciò sarà finito, ancor di più quando tutti noi saremo chiamati alla ricostruzione. Danilo Dolci si è inventato l’impossibile nel dopoguerra, con mezzi davvero inesistenti e noi, ti pare che potrmmo mai essere da meno nell’uso della nostra creatività 😉. Non eri tu l’uomo delle sfide? A presto, Ale. Forza, sempre!

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    Questo articolo è molto bello e veramente denso di riflessioni .
    Il fuoco ha un grandissimo valore simbolico. Può rappresentare l’amore, la conoscenza, la purificazione etc.
    Infatti nel Vangelo si ripresenta molto spesso associato al battesimo (ma anche all’inferno).
    Lo stesso Gesù disse:” Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla Terra e come vorrei che fosse già acceso” (Lc 12, 49_50).
    Anche nella mitologia ritorna il fuoco con le sue simbologie: Prometeo ruba il fuoco agli dei e lo dona agli uomini.
    Tra gli elementi fondamentali spiccano proprio il fuoco e l’acqua associati ai colori caldi e freddi.
    Il rosso simboleggia la passione, l’impetuosità, l’aggressività, la forza così come il fuoco.
    Il blu simboleggia la calma, il mistero.
    Ritornando al discorso principale, ho trovato delle analogie e delle differenze tra la modalità di portare il fuoco da parte dei protagonisti de “La strada” e la modalità di portare il fuoco da parte di Gesù. Le analogie riguardano il fuoco come simbolo di affetto, di amore, di benedizione.
    Le differenze: il padre e il bambino della storia cercano di proteggersi dai cannibali. Il fuoco è solo per loro , non destinato ad altri. Gesù, al contrario, dona il fuoco a tutti indistintamente. Protegge la sua identità, ma non protegge se stesso, donandosi anche ai cannibali.
    Questo mi ha fatto riflettere molto: il tentativo del padre e del figlio rappresenta il bisogno umano di proteggersi dagli altri . Un atteggiamento comprensibile ( a volte c’è davvero l’esigenza di proteggersi), ma che può rappresentare, anch’esso, un ripiegamento egoistico di protezione, escludendo altri dal fuoco, quindi dalla salvezza. Il Padre e il Figlio si donano a tutti, sacrificandosi per l’umanità. Gesù stesso “è venuto per i malati”.
    Mi tornano in mente le parole di Papa Francesco , la pioggia di quella serata… Sono due le frasi che mi sono rimaste particolarmente impresse: “non ci si salva da soli”, non dobbiamo “crederci sani in un mondo malato”… E’ così: dobbiamo avere una prospettiva comunitaria, anche se difficile, complessa.
    Concludo con un ritornello di una canzone di Venditti : Figlio dell’amore.
    “Un padre e un figlio con un solo abbraccio squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio. Cani randagi nella notte scura la vita no, non fa paura”.

  4. Giovanna ha detto:

    E’ stata una coincidenza incredibile, e chissà come tale quale significati avrà.
    La notte prima di leggere l’articolo pensavo proprio alla lotta tra due invisibili, da un parte il virus, dall’altra l’amore. In questa situazione che stiamo vivendo, è proprio la forza di un sentimento invisibile (ma assolutamente concreto nei suoi infiniti risvolti) come l’amore a mantenere quelle relazioni che ci tengono uniti nonostante la distanza, che ci fanno entrare nelle case degli amici e delle persone care.
    Sarà proprio l’amore, il fuoco che conserviamo dentro, a sconfiggere il virus.
    Grazie, dunque, perché con le tue parole ho potuto arricchire il mio pensiero, come sempre accade leggendoti.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie per questa tua considerazione, Giovanna, che arricchisce il testo e il mio pensiero di una sfumatura più profonda.

  5. Mamma ha detto:

    Mia figlia mi ha dato questo libro da leggere, qualche anno fa…. .
    E ho pensato in questi giorni al messaggio di questo libro, al regalo che mi ha fatto questa mente giovane ed inesperta.
    Guardiamoli ora che sono chiusi fra queste quattro mura, e troviamo il coraggio di stupire di fronte a tanta meraviglia.

  6. Antonella ha detto:

    Salve prof. , i suoi post sono stati uno spunto per me e un mio amico. Infatti abbiamo deciso di buttare giù qualche pensiero e pubblicarli anche per ”ammazzare” la noia da quarantena e combattere questo nemico comune. Abbiamo imparato dall’arte di essere fragili che le debolezze sono una ricchezza per questo devono essere urlate . E’ proprio questo il nostro obiettivo e per noi sarebbe un onore se lei si facesse un giro e magari darci qualche consiglio. Chiunque voglia scrivere è il benvenuto!
    Un abbraccio!
    Antonella e Alessio.
    Ecco il link https://peparole.blogspot.com/

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