7 aprile 2020

Ultimo banco 31. Perché mi hai abbandonato

«Spense la luce, avanzò a tentoni nella camera da letto e si lasciò cadere sul giaciglio: le lacrime sgorgarono. Soltanto dormire, solo dimenticare, non essere. In preda all’angoscia giaceva accasciato sul letto. Nulla poteva più dargli consolazione, perché Dio l’aveva abbandonato ed estromesso dal sacro fiume della vita!». Così Stefan Zweig descrive la disperazione del grande compositore Georg Friedrich Händel, in uno dei magistrali racconti di Momenti fatali, libro che narra gli istanti in cui grandi uomini incontrarono il loro destino. Per Händel avvenne in una soffocante notte di agosto del 1741: la vena creativa era prosciugata, nessuno gli commissionava nuovi lavori e i soldi erano finiti. A 56 anni, senza musica, era perduto e voleva morire: «In un accesso di collera pronunciò le parole di Colui che moriva sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». Parole che mi fanno pensare a un amico solo e in fin di vita a causa del virus; e mi ricordano quei momenti in cui sembra di aver perso tutto: l’ispirazione, la fiducia, la speranza, la vicinanza degli altri e di Dio.

Questo abisso è in realtà un «passaggio» (questo significa Pasqua in ebraico): anche Cristo sperimenta il muro invalicabile della solitudine, ma lo trasforma in apertura. Il Figlio infatti chiede al Padre perché l’abbia abbandonato con le parole iniziali del profetico Salmo 21, che non sono un urlo disperato, ma l’atto di fiducia di chi, non potendo più confidare nelle proprie forze, si affida, come mostrano le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani metto la mia vita». Voler ricevere la vita dal Padre: questa è la fede, dono dato a chiunque accetti di non potersela dare da solo. Quando perdiamo ciò su cui puntiamo di più (amore, affetti, carriera), la vita ci si mostra nella sua nuda fragilità e: o ci si perde o ci si ritrova una volta per sempre, come accadde a Händel. In preda all’angoscia del suo Getsemani personale, si alzò ed entrò nello studio: sul tavolo c’era una busta dimenticata. Gliel’aveva recapitata un amico poeta, era il testo per una composizione sacra, che solo lui poteva musicare: «Alle prime parole tremò. “Comfort ye”, così iniziava. “Consolati!”: emanava un potere magico da questa parola, anzi no, non una parola ma una risposta, la risposta di Dio, che scendeva dai cieli fino al suo cuore dolente. «Consolati», resuscita l’anima al suono di questa parola creatrice, generatrice! Non aveva finito di leggere e già le parole si scioglievano in melodia e canto. Quale gioia, le porte si erano spalancate: sentiva di nuovo in musica!». Dio aveva risposto proprio a lui, che finalmente lo riconosceva come Fonte dell’unica cosa in cui credeva: la musica. E così dalle parole inattese dell’amico sgorgò il Messiah, capolavoro noto a tutti perché almeno una volta ne abbiamo sentito il portentoso Alleluia corale. Per tre settimane Händel si «abbandonò» alla creazione, dimenticando il giorno e la notte, come accade quando l’eterno apre un passaggio nella storia attraverso quella porta che solo noi possiamo aprirgli. Quando gli chiesero di donare a malati e carcerati i profitti della prima (il 13 aprile del 1742), rispose: «No, non voglio denaro per quest’opera, non ne accetterò mai, io che ne sono debitore a un Altro. Apparterrà per sempre ai malati e ai reclusi, perché io stesso ero infermo, e mi ha risanato, ero prigioniero, e mi ha redento». Così fu fino al 6 aprile (oggi) del 1759 quando, 74enne, cieco e malato, presagendo il «passaggio» finale, volle dirigere di persona il Messiah: era il suo a Dio. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, sabato santo, entrava nella vita eterna dalla porta che s’era aperta con la sofferta bellezza della sua opera.

La Pasqua è proprio l’opera che Dio fa per restituirci la somiglianza con Lui: essere creatori di vita. La cosa di cui più sono grato a Dio è infatti che posso attingere sempre alla fonte da cui sgorgano l’inventiva, l’iniziativa, il coraggio tipici di chi è innamorato, anche se non ne sono all’altezza. Noi ci realizziamo portando a compimento le potenzialità della vita (nel morire Cristo dice «Tutto è compiuto») nostra e altrui, ciascuno nel suo ambito, ma le nostre energie creative sono spesso bloccate. Fatti per ricevere e dare vita (creare e crescere hanno la stessa radice), quando creiamo qualcosa di vero, bello e buono, anche minimo, cresciamo e facciamo crescere il mondo. Se invece siamo preda di forze distruttive, tendiamo a strappare la vita a cose e persone: de-cresciamo e facciamo de-crescere il mondo. La Pasqua serve a ritrovare la gioia di «fare la vita», in e attorno a noi, diventando noi stessi il «passaggio» attraverso cui l’Amore entra nella storia, grazie a ciò che creiamo. Così fu per Händel, che salvò se stesso e tanti uomini abbandonati, attraverso la musica che pensava di aver perso. In realtà aveva perso Dio, non la musica: ascoltare per credere. Auguri!

Corriere della Sera, 6 aprile 2020 – Link all’articolo e ai precedenti

4 responses to “Ultimo banco 31. Perché mi hai abbandonato”

  1. Manuela ha detto:

    Grazie,
    in un momento difficile come questo in cui alle difficoltà che son di tutti se ne aggiungono altre, in cui tutto viene a galla come in una pulizia dolorosa ma necessaria che sembra disegnare una scala per l’inferno, il suo articolo arriva come una carezza.
    Grazie

  2. Maria Rosaria ha detto:

    Come spezzoni di filo ripresi e avvolti alla perfezione in una spagnoletta, in questo articolo, storie, vicende, emozioni si sovrappongono e combaciano l’una sull’altra: la solitudine e lo sconforto,la pandemia e la quarantena d’isolamento, la Quaresima e il suo significato di cammino per preparare l’animo alla Resurrezione di Cristo, lo stato di crisi e la gioia della creatività.
    Il contrastare l’espandersi del virus, in questi giorni, è occasione:
    -per molti di vivere in un modo più intimo e profondo la settimana Santa provando a scavare nel cuore delle Scritture ed estrarne un succo utile per arginare lo sconforto.
    -per altri di vivere in tranquillità all’interno delle loro dimore, riscoprendo forse valori smarriti.
    -per parecchi di sentire più pesantemente la desolazione dell’emarginazione.
    -per quasi tutti di pensare al virus come ospite indesiderato per il corpo ma anche per la mente, perché la vigilanza necessaria per tenerlo a bada ruba spazio alle altre attività cerebrali,toglie concentrazione. Oltre a prendere possesso delle cellule, soprattutto quelle dell’apparato respiratorio, tende a diventare anche parassita del pensiero a cui bisogna opporre continua resistenza cercando di restare attivi su altri campi con le membra e la mente.
    Nella situazione presente credo venga a molti la tentazione di piangere o di dormire almeno per non pensare il come sarà il dopo che verrà e se non lo fanno è per rispetto e responsabilità verso chi vive con loro.
    I bambini e i ragazzi vanno salvaguardati, hanno bisogno oltre che di condividere preoccupazioni, anche di sperare. I giovani per superare la crisi e poter pensare al futuro, con slancio e occhi sgranati, devono avere attorno genitori e adulti di riferimento capaci di affrontare una realtà così difficile con il sorriso negli occhi e un comportamento che siano per loro ormeggi sicuri.
    Questa pandemia ha disfatto il potersi ritrovare in gruppo fuori casa e ciascuno si trova a confrontarsi con il proprio io come non era abituato. E’ un fare esperienza dell’assenza, lo sperimentare il dover chiedere aiuto.
    La preghiera assume la forma di supplica e il silenzio di Dio appare insopportabile e allora conforta pensare che anche Gesù si era trovato in questa condizione nel Getsemani e sulla Croce .
    Il pianto di Handel è come il pianto dell’apostolo Pietro che è caduto nel peccato , non è stato coerente per umana fragilità ma ha saputo riconoscere poi i suoi errori, rifondare il suo amore, rialzarsi dopo la caduta. L’insegnamento più grande di quelle lacrime sta nell’ammettere il proprio peccato e farlo diventare amore nuovo da usare per sostenere, consolare, dare e chiedere perdono al prossimo.

    Lei seleziona e sparge semi buoni, trasforma le sue emozioni in energia da diffondere. La fede che l’accompagna le fa esprimere armonia, gioia, amore e attribuisce queste qualità a tutto ciò che lei dice, scrive,manifesta con creatività in vario modo senza stancarsi mai e ringraziando sempre.

    Auguro che ciascuno possa “ricevere vita dal Padre” e la Pasqua sia ponte verso ciò che ha da venire e ci renda capaci di consolarci.

    Sempre riconoscente!

  3. Ilaria marino ha detto:

    È molto toccante l’immagine di Handel che cede allo sconforto ricordando un po’ quello che in questi giorni, in forme diverse, con nomi diversi, sta coinvolgendo molti e rendendo più vicini tanti. È una storia di grande speranza ed io mi auguro che possa essere fonte di ispirazione come lo è stata per me. Ti sono sempre grata per la pazienza e la dedizione con cui cerchi di ricordare alle persone cosa significhi amare ed essere amati. Ps: mi dispiace tanto per il tuo amico e mi rattrista saperti addolorato. Sarebbe bello abbracciarsi come si fa con le persone più care ma, per ovvie ragioni, non è possibile, almeno non convenzionalme. Provo a farlo facendoti dono di un’altra hallelujah(giusto per rimanere in tema 😉), quella di L. Cohen, interpretata da Elisa, unico suono sempre capace di abbracciarmi da dentro, chissà che non ci riesca anche con te…. https://youtu.be/5PyU_hRF MsA buona Pasqua, Ale!!!! A presto.

  4. Pepita Jimenez ha detto:

    Penso che il problema di Handel non sia stato il non avere Dio, ma il non essersi abbandonato a Dio.
    Penso che il passaggio che dobbiamo fare sia :dal pensare che Dio ci abbia abbandonato all’abbandonarsi totalmente a Lui. L’abbandono del cristiano non è paragonabile alla Gelassenheit dei filosofi come Heidegger, intesa come passività. Al contrario, l’abbandono del cristiano è resistenza alla negatività, lavoro su di sé per fare spazio alla Grazia, affidare a Dio tutta la nostra vita. È questo il passaggio cruciale, soprattutto in questo tempo. Ritornare a credere che Dio possa tutto e lasciarlo lavorare in noi.
    In questo momento, noi siamo chiusi, blindati nelle nostre case, ma proprio adesso, se lo vogliamo, possiamo fare delle nostre anime un ortus conclusus, quasi un ambiente claustrale, dove pregare Dio, affidando la nostra vita e quella degli altri!

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