24 marzo 2021

Ultimo banco 72. Che cosa vuoi fare di grande?

«Facciamo una torta con i libri!». Quando le hanno chiuso di nuovo la scuola, mia nipote Beatrice, tre anni, ha voluto disporre per terra tutti i libri che possiede, formando un enorme tappeto sul quale ha cominciato a rotolarsi (mia sorella ha fatto appena in tempo a immortalare la scena).

Senza storie l’uomo non scopre di che pasta è fatto e non trova quindi la propria storia. L’ho imparato da Dante (voglio celebrare così il giorno a lui dedicato: il 25 marzo), che ha descritto in pochi versi l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo. Nel XV canto dell’Inferno (parentesi umanissima nel luogo senza speranza), Brunetto Latini, politico, poeta, filosofo di cui Dante aveva ascoltato lezioni e con cui aveva spesso conversato, riconosce il discepolo e ne afferra la veste, gridandogli: «Qual meraviglia!». Il rapporto maestro-discepolo comincia da qui: il primo prova stupore di fronte alla novità (unicità) del secondo, e così Brunetto chiama Dante «figliuol mio» e gli chiede di conversare un po’, camminando insieme. Maestro e discepolo sono due che esplorano la vita e il primo è chiamato, guardandolo bene, a dire all’altro che cosa vede, perché il secondo da solo non riesce ancora a vedersi: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorioso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella». Così Brunetto indica la costellazione dei Gemelli, generosa in doni intellettuali e segno di Dante, o semplicemente il suo destino, perché un maestro sa che ogni uomo ha un porto glorioso.

L’aggettivo «glorioso», in Dante sinonimo dell’azione divina nella realtà, non indica la fama ma l’impegno di Dio per il compimento di ogni creatura, il completo venire alla luce della sua unicità, le cui potenzialità sono già presenti ma da attualizzare, e questo è affidato agli altri uomini. L’uomo fiorisce solo attraverso la cura: è l’unico essere vivente che viene educato e non semplicemente addestrato. Per questo invece di chiedere ai bambini che cosa vuoi fare «da» grande, dovremmo domandare che cosa vuoi fare «di» grande, perché la grandezza dell’umano non è qualcosa che si raggiunge per età o successo, ma è già tutta lì. Si tratta di portarla a compimento e i maestri esistono per aiutare a farlo: dare luce e dare alla luce. Brunetto infatti si rammarica: «s’io non fossi morto,/ vedendo il cielo a te così benigno,/ dato t’avrei a l’opera conforto». Il maestro dà «conforto», cioè protegge e dà forza a qualcosa che c’è già, è un giardiniere che conosce l’essenza del seme, ne rispetta le stagioni e offre le cure specifiche. Dante risponde infatti come un figlio grato di quanto ha ricevuto: nella «mente m’è fitta, e or m’accora,/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uomo s’etterna». Il maestro segnala al discepolo come «eternarsi», cioè diventare chi, solo lui, può diventare: il modo unico in cui realizza l’umano. L’eredità dei maestri sono infatti le vite «eterne» (uniche) dei discepoli. Per questo noi ricordiamo i maestri (Gabriella, Aldo, Mario, Pino i miei…) che ci hanno guardato in modo unico, ci hanno fatto «sentire grandi» (si diventa ciò che si vede in anticipo negli occhi di chi ci educa), ridimensionando la nostra paura di non essere abbastanza o all’altezza, oggi evidente nella forma dell’ansia, prodotta dalla cultura della perfezione (anziché del compimento) e della prestazione (anziché della presenza). Attraverso un libro, uno sguardo, una chiacchierata… un maestro segnala al discepolo come diventare eterno, cioè come «vivere», e non gli permette di accontentarsi di «vivacchiare». Nel sistema scolastico odierno farlo è difficile, per questo dovremmo trasformare la scuola-catena-di-montaggio in scuola-bottega: l’umano non è mai in serie, è sempre un pezzo unico.

Troppi ragazzi, dopo 13 anni di scuola, sono persi sulla scelta futura e quindi in balia dei copioni dominanti, quelli a cui ci si aggrappa quando si sa poco o nulla di se stessi. Per ognuno invece c’è un porto glorioso e la scuola è il tempo di scoprirlo sulla mappa del desiderio (infanzia e adolescenza hanno questo fine e non quello di trovar lavoro), invece spesso i ragazzi escono da scuola sapendo poco di tutto e nulla di sé, esito del divorzio tra istruzione (il cui fine è la cultura) e educazione (il cui fine è la libertà). Se ciò che imparo non serve a conoscermi e diventare più autonomo (unico) sono al circo (addestramento e ripetizione), se invece mi fa crescere in libertà, sono a scuola (scoperta e coraggio). Che cosa vuoi fare di grande non significa inseguire miraggi di fama, ma aiutare l’altro a riconoscere la sua grandezza, anche nei limiti, come la rosa nel seme. Dice un proverbio: «Il diavolo non puzza di merda, ma ti fa dubitare che la rosa profumi». Un maestro, al contrario del diavolo, ti racconta il profumo, mentre concima il seme. Anche con il letame.

Corriere della Sera, 22 marzo 2021 – Link all’articolo e ai precdenti

6 responses to “Ultimo banco 72. Che cosa vuoi fare di grande?”

  1. Lisa ha detto:

    Tea, la mia bimba, coetanea di Beatrice, sostiene che i libri siano i suoi quadri e che, quando li legge, vi trovi immagini e parole che la fanno sognare. Auguro a queste “ragazze” di trovare nei libri la loro storia.
    Grazie per splendide riflessioni, ciao.
    Lisa

  2. ISY ha detto:

    Ciao Alessandro.
    Sono d’accordo con te. Fare qualcosa di grande non significa avere successo e nemmeno fare qualcosa di stra-ordinario, ma qualcosa di ordinario. Anzi, trovare lo straordinario nell’ordinario.
    Non è facile trovare un “porto glorioso” in questo mondo, ma nemmeno la propria strada perché ci sono tante cospirazioni contro il bene in questo mondo. Ed è questo che auguro a me stessa e agli altri : di trovare non tanto un porto glorioso, ma la propria strada, seppur accidentata, che altro non è che la propria vocazione – missione.
    Viviamo in un mondo pieno di cospirazioni contro il bene, ma il bene esiste. Purtroppo, però, non fa notizia, non fa audience. Conviene di più diffondere notizie negative che non notizie positive.
    In un mondo che fa del successo il proprio stendardo, del potere il proprio scudo e del possesso/dominio il proprio porto, ribadisco che fare qualcosa di grande è fare qualcosa, qualunque cosa, di bello, ma straordinariamente ordinario senza aspettarsi applausi o consensi.
    La maggior grandezza è la piccolezza evangelica, anche se molto difficile da attuare.
    Non voglio persuadere nessuno a credere in quello che dico, però ne sono io persuasa e questo mi basta.

  3. ISY ha detto:

    Comunque grazie per l’articolo : è bello sentir parlare di eterno, di trascendenza, di “eternarsi”.
    Il pragmatismo della nostra società non consente di guardare in alto, verso queste cose… Ed è bello e giusto parlare… Chi parla di eternità, di trascendenza nell’immanenza è come un fiore nel deserto.

  4. Egle ha detto:

    In classe, mentre leggevamo il Suo articolo, mi sono soffermata sulla seguente affermazione: “Non bisogna chiedere cosa si vuole fare da grandi ai bambini ma cosa si vuole fare di GRANDE”. Mi trovo perfettamente d’accordo con ciò che ha detto, perché, ognuno di noi dovrebbe realizzare qualcosa di GRANDE. Ma a questo proposito Le faccio io una domanda: come possiamo noi giovani a progettare qualcosa di “grande” quando in una situazione come questa nemmeno le semplici e scontate azioni, i pensieri, i sogni o desideri vengono calpestati completamente?
    Mi capita spesso di pensare all’estate, costruendo come si suol dire i “film” o “castelli”, poi però rifletto e torno con i piedi per terra dicendomi : “Ma se ora possiamo soltanto andare a fare una passeggiata nei dintorni, cosa pensi di realizzare quest’estate?”
    Questa situazione penso stia portando molti giovani a non sognare più come prima, non sappiamo cosa succederà tra due mesi figuriamoci pensare in grande come dice Lei!
    Spero che tutto questo finisca presto per poter riaccendere la scintilla della speranza in tutti noi.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Il grande si costruisce dentro, non è questione di limiti esterni. Si tratta di usare la vita con il materiale che ti dà, come Michelangelo con il blocco di marmo bucato. Tutti ci vedevano un pezzo di marmo inutile, lui ci trovò il David.

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