31 marzo 2021

Ultimo banco 73. Precipitare

«Sono una mamma e una maestra di scuola primaria. Anni fa sono stata nominata insegnante di sostegno di Laura, una bambina gravissima e bellissima. La maestra prevalente mi accoglie sbrigativa: “Stai attenta alla madre, cercherà di tirarti dentro alla sua sofferenza e poi è fissata con il fatto che la figlia può far tutto, capisce tutto, ed è presente”. Resto zitta. Mi dice che in mattinata è prevista un’uscita e la madre di Laura si è “fissata” che debba andarci anche lei. Intanto incrocio gli occhi della bimba e dentro di me le parlo e le sussurro: “Stai tranquilla, ti ci porto io”».

Così inizia «Il precipizio dell’amore», titolo che Mariangela Tarì — madre di Sofia, bambina disabile e Bruno, colpito a 5 anni da un tumore al cervello — ha dato a quelli che definisce «solo appunti di una madre», ma sono invece bombe interiori: «Laura sorride, però nessuno, tantomeno la maestra che la conosce da anni, sa dirmi quali siano le sue competenze, e la diagnosi funzionale è troppo generica. Parlo con la maestra di sostegno precedente che mi scarica addosso una serie di cattiverie sulla madre e sul fatto che non si può lavorare con un handicap così grave. Le chiedo se ha mai usato la Comunicazione Aumentativa Alternativa o la tecnologia. Ribatte che non può sapere tutto. Resto ancora zitta. Intanto sono completamente innamorata della mia bimba. Le risposte le ho da lei. Uno scricciolo accartocciato su se stesso che indica in modo corretto tutti i colori, le forme, le lettere, i numeri, risponde esattamente alle mie domande con gridolini che interpreto come lei vorrebbe».

Questo libro mi ha ricordato i versi di «Venerdì santo nei corridoi della metropolitana» di un poeta che amo, Adam Zagajevski, morto pochi giorni fa:
«Ho ascoltato la Passione secondo Matteo
che tramuta in bellezza il dolore.
Ho letto Fuga di morte di Celan
che tramuta in bellezza il dolore.
Nei corridoi del metrò il dolore non si tramuta, solo perdura, senza tregua».

Si può mutare il dolore in bellezza? Quando l’autrice scopre la gravità del tumore del figlio scrive: «Ero così incazzata che mi precipitai in chiesa e tirai giù il crocifisso». Il crocifisso erano diventati il bambino, lei, il marito. Ma il racconto proprio allora comincia a mostrare che ciò che non sappiamo fare, le soluzioni che non sappiamo trovare, sono solo carenze di amore verso il pezzo di realtà, anche il più ferito, che ci è stato affidato.

Tarì impara a «precipitare» nella ferita (dal latino prae più caput, a testa in giù, che io tradurrei con metterci anima e corpo) e così fa con Laura: «Le ho dato mille baci e lei mi ha fatto mille carezze. A fine giornata, la maestra di classe mi dice: “Sei molto portata, ne avevamo bisogno!”. Mi giro e riesco a dire d’un fiato: “Corro. A casa c’è mia figlia completamente disabile che mi aspetta”. Il giorno dopo le maestre cercano di chiedermi scusa, ma replico: “Sentite, io non sono la maestra di questa bambina, sono una maestra di classe, a supporto della classe, la bambina è di tutti, quindi o si programma insieme o sono cavoli amari”».

Tramutare il dolore in bellezza è possibile solo così, e la Pasqua lo racconta: un uomo ucciso brutalmente torna nel quotidiano vivere dei suoi e si fa riconoscere dalle ferite («Metti il dito nei buchi» dice all’incredulo Tommaso, lo invita a «precipitare» nel dolore trasformato in vita dall’amore), perché «risorgere» è precipitare — per amore — nella vita, come afferma Tarì alla fine del libro: «Più il dolore ti schiaccia più la reazione della vita è forte. Come se il male premesse su una molla e ne saltasse fuori il bene. Per chi ha una vita serena è incomprensibile, ma per noi attaccati dalla malattia e dalla morte la vita diventa un bene da spolpare fino all’osso. Sofia ci ha costretti a sorridere quando non ne avevamo la forza, a cantare per ore, a leggere favole, a essere il suo corpo. Quello che inizialmente sentivamo come una forzatura, ha invece insegnato ai nostri cervelli a tracciare una strada alternativa, ha creato nuove sinapsi, prodotto ossitocina. L’esercizio di forzare la felicità alla fine l’ha resa possibile».

Risorgere è l’esercizio quotidiano di precipitare (guardare, ascoltare, cercare soluzioni) nella realtà: solo così sboccia la vita in e attorno a noi.

Amare non è un’emozione ma un’azione di testa, cuore e corpo, una presa di posizione di fronte alle cose e alle persone, come Tarì dice alle colleghe: «Se vedeste quello che vedo io in lei (Laura), se vedeste dentro questo corpo che non risponde una ragazzina come le altre desiderosa di scoprire, di sapere, di giocare, di interagire, allora tutta la classe sarebbe migliore, voi sareste delle persone migliori e il mondo sarebbe una favola». Solo quando «precipitiamo per amore» anche il dolore dei corridoi del metrò (o della scuola) si trasforma in bellezza ed è Pasqua di resurrezione. Ne abbiamo bisogno tutti: me lo e ve lo auguro.

Corriere della Sera, 29 marzo 2021 – Link all’articolo e ai precedenti

9 responses to “Ultimo banco 73. Precipitare”

  1. Francesca Bacci ha detto:

    Da madre di una giovane donna autistica, e da prof di giovani donne in una società che non dà loro né diritti né voce, volevo lasciare una traccia del fatto che queste parole mi hanno folgorata, hanno risuonato di senso in me, e mi hanno regalato un significato inedito per la Pasqua di quest’anno così difficile. Grazie.

  2. Brigida sardo ha detto:

    Caro fratello Alessandro,
    Nei tuoi scritti trovo la fratellanza dell’umano. Mi sento così vicina a quanto scrivi, ai tuoi pensieri quanto a quelli di un fratello. Un fratello é colui con cui condividi un sistema di valori, colui che ti é vicino nel tuo cammino , colui che combatte nelle stesse grandi battaglie e gioisce delle stesse piccole vittorie.
    Insegno in una scuola speciale, fondata con un gruppo di “fratelli “ nella quale cerchiamo di “insegnare” prevalentemente la bellezza, (a volte basta solo vederla e al resto pensa Lei…) dell’arte, del lavoro con le mani, del pensiero ben costruito, della musica, dello stare insieme.
    Dopo 15 anni di lavoro spesso penso che la vera grazia che é stata data all’essere umano, é proprio quella di tramutare il dolore in bellezza. Credo che noi educatori abbiamo la fortuna di vedere come ogni “crisi” dell’essere umano sia generatrice di nuove forze sempre più individuali che rendono lentamente l’uomo libero e forte. Questa é bellezza e di questo sono infinitamente grata al mio lavoro.
    Buon cammino, fratello.
    Brigida

  3. Clotilde ha detto:

    Grazie Alessandro per la cura e l’attenzione che continui a dare agli altri!
    Vivo ogni giorno nel mio lavoro, sono insegnante di classe di scuola primaria, la gioia della rinascita nei bambini speciali che ci donano con i loro piccoli successi: la bellezza del “qui ed ora”!
    Sono fatiche che condividiamo nel nostro percorso con tutti i colleghi ed i bambini dell’intera classe in primis!
    Loro fanno la differenza, ci permettono di essere migliori e di arricchire la classe!
    Anche io nella mia vita privata ho avuto sofferenze e ostacoli, ho “lottato” come potevo prima di arrivare in una scuola che considera l’altro, non bisogna arrendersi e credere che Gesù è Lì, nella croce di quel bambino, di quella famiglia…
    Buona Santa e serena Pasqua!

  4. Federica Salvan ha detto:

    Salve Alessandro,

    nella settimana dopo Pasqua, leggo la testimonianza della maestra, leggo le tue considerazioni su di essa .

    Sono Federica, insegnante di scuola superiore, laureata ed appassionata di Filosofia in cui proseguo gli studi con Botteghe di Filosofia, Diesse, Licei Malpighi di Bologna.
    Ho scritto più volte in passato.
    Il dolore è la mia essenza di vita, con cui compartecipo in una singolare, bizzarra reciprocità da molti anni: una affezione neurologica che produce uno stato permanente di invalidità.
    A scuola, ho sempre trovato, è Alberghiero, nel settore di Accoglienza, familiarità, ma non ricopro più la cattedra da alcuni anni, ho un servizio in Biblioteca e fino a quando si poté, facevo codocenza nelle classi prime.
    Ho cercato di capire perché non potessi più guidare una classe, sono abilitata e titolare con L.107 finché in Febbraio, ad un colloquio con la Preside con il Sindacato ho scoperto la verità: il mio stato di salute con riferimenti ad una ipotesi di dichiararmi non idonea fino al licenziamento.
    La mia affezione, nella documentazione sanitaria non contempla nessuna incapacità, è solo di natura fisica che chiede accompagnamento, in genere, personale ATA o gli scolari quando si poteva.

    Quelle parole minacciose mi hanno schiacciata fino a provocarmi un malore; già il precedente Preside mi aveva non trattata bene anche all’ esterno in sede di Esame.
    Da allora, vive, facendomi forza, reagendo, ho lottato il più possibile nella vita, quando assumevo la terapia, nei malesseri.

    Per questo, dopo questa breve introduzione, semplice, pronunziò grazie per avere scritto della Bellezza del dolore che chi lo vive, per che e esperienza, illumina con luce scintillante.
    Sono precipitata, ancora accade in date circostanze,ma è implicazione tutta intera, mente e corpo, nel Cuore: mi rigenera, è Resurrezione, incipit vita nova.
    Ho sempre seguito ed applicato i tuoi profondi scavi etimologici.
    La mia educazione consiste nel tentativo, essenziale, senza pretese,dialogo con l’ umano, di narrare, usando la parola, autentica corporeità; è un minuto gruppo di allievi/e in ” Si è cio’ si comunica”Prof.Grandi, Rosy Russo dal Manifesto Parole_ostili.
    Grazie, perciò e camminiamo con resistenza.Ciao, Federica che risponde all’ appello

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie a te, Federica, per le tue parole e per la tua storia. Spero che, passo dopo passo, la tua “fragilità” possa dare forza a molti…

  5. ISY ha detto:

    Non finirò mai di imparare dalle persone che trasformano il dolore in bellezza, come questa madre e insegnante. Non è facile operare una trasformazione. Il dolore per definizione è brutto. È ciò che si contrappone alla gioia, ma chi riesce a trasformare in bellezza il suo dolore, merita veramente degli elogi. Il titolo del libro mi ricorda, per contrasto, un racconto di Dino Buzzati : “Ragazza che precipita”, anche se il significato è completamente opposto. Nel caso del racconto di Buzzati questo precipitare è angosciante. In questo caso, è un procedere e avanzare nell’amore. Percorso che prevede battute ed arresti, ma che va avanti.
    Un’altra persona che mi ha colpito molto per la sua straordinaria trasformazione della dolore in bellezza è Carlotta Nobile, abile musicista che riscopre la fede quando si ammala di cancro a soli 24 anni. Sue queste parole : “Non lascio che il dolore /cancro mi fermi, ma mi formi”.
    Quanto c’è da imparare da queste persone. Ed è questo che dobbiamo fare : vedere oltre, oltre il buio di un tunnel, oltre una malattia per riscoprire la luce, l’armonia! Non è per niente facile, anzi è difficilissimo, ma proprio per questo val la pena di provarci, anche quando si ha la tentazione di mollare tutto. È questa la grande ricchezza. Molte persone, che non voglio giudicare, sono a caccia di soldi e ne fanno l’obiettivo, lo scopo della loro vita, ma al primo dolore che capita si disperano e non dicono : “Questa è una sfida”, ma “questa è una sfiga”. Certo, perché sono conformati all’ideologia di questa società per cui il dolore è una sfiga, non una sfida… Ed è anche questo che dobbiamo fare : non solo cercare di trasformare il dolore in bellezza (beato chi ci riesce), ma di trasformare la sfiga in una sfida!

  6. Katia ha detto:

    Grazie. Siamo così schiacciati, a volte, davanti all nostre piccole umiliazioni, a causa della nostra piccola fede….e una testimonianza così ci fa assaporare per un po’ la grandezza che tanto desideriamo vivere.

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