12 ottobre 2021

Ultimo banco 91. Ce lo chiede la scienza

Entro a scuola e mi viene chiesta, ogni giorno, la tessera verde. Entro in classe: tutti indossiamo la mascherina per 5-6 ore. Ci sottomettiamo religiosamente al protocollo dettato dalle certezze scientifiche sulla propagazione di un virus. Vorrei allora che con lo stesso rigore seguissimo quelle relative a come il cervello apprende, perché è assurdo che facciamo, da troppo tempo, il contrario di ciò che serve. Le conseguenze sono evidenti sugli studenti, affetti da quella che è stata definita «obesità informazionale», manifesta nei suoi sintomi: disattenzione, disinteresse, paura, noia, fuga, abbandono… Daniela Lucangeli, luminare nel campo dell’apprendimento (il suo A mente accesa è la riforma della scuola), già nel 2016 lavorava in una commissione ministeriale sul benessere a scuola degli alunni tra 14 e 16 anni: il 73% diceva di star male, il 23% così così. Perché? La scienza risponde: non rispettiamo, nell’età dello sviluppo, i bisogni del cervello, un organo che si modifica e cresce/decresce (ogni millesimo di secondo ognuno dei 100 miliardi di neuroni produce migliaia di sinapsi) in base a come viene stimolato. L’intelligenza è un aprirsi continuo di connessioni. Diciamo infatti che studiare «apre» la mente. Ma come si apre? E che significa aprire?

Il cervello dà energia e informazioni a tutto il sistema nervoso, in modo che il corpo agisca. Le informazioni viaggiano in tre modi: fuori-dentro (la lezione, lo studente ascolta l’insegnante: assimila), dentro-fuori (la prestazione o verifica, lo studente dice ciò che sa all’insegnante: ripete). Lo sviluppo del cervello non sta però in queste due modalità per lo più passive (assimilare/ripetere), ma in una terza, attiva, dentro-dentro: lo studente afferra ciò che l’altro sa e lo collega a ciò che lui è, cioè seleziona ciò di cui ha bisogno per generare vita nuova e duratura, come le radici traggono dalla terra solo quel che serve a svilupparsi. L’intelligenza cresce quindi quando io faccio mio, carne della mia carne, il sapere, trasformandolo e rinnovandolo. La scuola di oggi spesso marginalizza l’apprendimento attivo a lungo termine, privilegiando assimilazione-ripetizione (io insegno – tu apprendi – io verifico), cioè allena le funzioni cognitive dell’apprendimento passivo a breve termine. Infatti ottiene studenti che scoprono poco e forniscono prestazioni nell’immediato, ma che, dopo la verifica, dimenticano rapidamente quasi tutto. L’intelligenza non cresce se tutte le energie cerebrali sono impiegate a stabilizzare prestazioni e procedure: come riempire lo zaino per una scalata con così tante cose che poi non si riesce a camminare. Il cervello «ingozzato» non può trasformare in energia il nutrimento e deve quindi, come lo stomaco, liberarsi dall’eccesso di informazioni per usare l’energia per fare ciò che è suo nell’età dello sviluppo: scoprire, far crescere la persona e le sue potenzialità. Semplificando: passiamo il tempo a insegnare a nuotare con dettagliate istruzioni senza mai entrare in acqua o far venire voglia di entrarci. E che cosa serve per rendere l’apprendimento attivo? L’insegnante non è chiamato solo a conoscere la disciplina (attualmente i docenti sono selezionati in base alle nozioni e non anche alla capacità di creare un ambiente di apprendimento), ma a «energizzare» (erotizzare nel lessico del desiderio) le informazioni, perché a governare la mente è la parte più antica del cervello, deputata alle emozioni. Le emozioni alimentano il cervello perché dica al corpo cosa fare (emozioni positive danno picchi energetici alti e brevi, per dire: torna presto; quelle negative picchi bassi e duraturi: scappa sempre). Quel che apprendo si salda a ciò che provo in quel momento (gioia o paura), perché l’atto cognitivo diventa tutt’uno con le emozioni che veicolano l’informazione: associo la matematica alla paura di sbagliare che avevo da bambino, e se mi chiedono le tabelline, a 44 anni, mi confondo. È un meccanismo chiamato «impotenza appresa» (il «cervello chiuso») che blocca l’apprendimento nonostante le capacità di base (prima di dire «non è portato» bisogna chiedersi «è stato portato?»). Il nodo emozione negativa/informazione si spezza infatti solo con le “emozioni antagoniste”, cioè opposte a quelle provate in passato: è stato calcolato che un solo incoraggiamento modifica un errore commesso più di 89 rimproveri. Lo sguardo sorridente e una mano sulla spalla restano i più potenti generatori di intelligenza. Ma nella scuola di oggi, tra burocrazia e supplentite, gli insegnanti sono messi nelle condizioni di curare così i ragazzi?

L’apprendimento attivo a lungo termine in un contesto educativo di emozioni positive «apre» l’intelligenza: curiosità, attenzione, interesse, scoperte, tenuta… Questo è ciò che la scuola può e deve fare contro la pandemia di cervelli «chiusi» e «tristi». Ce lo chiede la scienza. O i ragazzi?

Corriere della Sera, 11 ottobre 2021 – Link all’articolo e ai precedenti 

6 responses to “Ultimo banco 91. Ce lo chiede la scienza”

  1. Daniele ha detto:

    tutto giusto e ben detto come al solito, grazie Alessandro. Ci aiuti ad essere genitori. Solo una cosa: non ci sono certezze scientifiche che impongano di mostrare una tessera verde. La scienza italiana non è diversa da quella di tutto il resto del mondo dove questo non viene fatto.
    Ciao e a presto

  2. Susanna ha detto:

    Grazie, una boccata d’aria sana !

  3. Mimma De Maio ha detto:

    Bravo, Alessandro, è questo che bisognerebbe sapere, non solo alunni e professori, ma tutti, proprio tutti. Non ci sarebbero tanti fallimenti di vita. Grazie.

  4. Renato R. ha detto:

    Da prof di Matematica e Scienze Naturali non posso che trovarmi molto, ma molto, d’accordo! E tra le righe vedo tante cose non fatte dalle “riforme” della scuola. Lo sguardo sorridente e un incoraggiamento agli alunni cerco sempre di darli. Quando ex-studenti tornano a salutarmi, allora mi confermano che ogni tanto riesco a non fare odiare la matematica e ad alimentare la curiosità sulla Scienza e la Natura (oltre ad aver fatto bene a consigliare di leggere, o almeno vedere, Bianca come il latte prima della spiegazione sull’apparato riproduttore, questa è una captatio benevolentiae, ma è vera!). Un saluto

  5. Clara Franchini ha detto:

    Grazie,grazie per le sue parole,per le sue idee,per le sue intuizioni e per il suo meraviglioso modo di scrivere. Persone come lei dovrebbero essere d’esempio per tutta la comunità scolastica e non solo.Ancora grazie.

  6. Maria ha detto:

    Poveri noi insegnanti, compilatori disciplinati ed immensamente annoiati di verbali e controverbali, griglie, schede, questionari, Ptof e altre amenità che lasciano stremati anche i più energici e volenterosi. Ma proprio qui sta il nodo del problema: la docente o il docente competenti e appassionati riescono a conservare e mettere in circolo energie, nonostante tutto. Quindi prima di tutto è la scelta del corpo docente che va ripensata. E poi va rivoluzionato il loro ruolo: non compilatori di schede ma educatori appassionati.

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