7 dicembre 2021

Ultimo banco 99. Fare a pezzi le donne

Il corpo è trasparente e opaco, ri-vela (svela e vela) il mistero della persona. In questo sta il suo eros e per questo il punto più erotico del corpo umano è il volto: è soprattutto lì che il segreto viene raccontato o celato. Nel volto si offre la vita come unione inscindibile di spirito e carne, in forma di sguardo, parola, sorriso, lacrime, silenzio, respiro… tanto che un poeta descrive così il rapporto con l’amata: «Fra la tua verità più profonda/ e me/ metti sempre i tuoi baci./ La indovino, ormai vicina,/ la desidero, non la raggiungo;/ quando le sono accanto/ mi chiudi il cammino tu,/ ti offri a me nelle labbra./ E non vado più oltre./ Trionfi./ Dimentico, baciando,/ il tuo segreto» (P.Salinas, La voce a te dovuta). Questo bacio è erotico proprio perché dona e sottrae nel contempo: c’è eros dove il corpo non esaurisce mai la persona. Quando è così non ci si stanca dell’altro anche quando se ne conosce ogni centimetro, il suo segreto resta inesauribile, infatti Salinas continua: «Attenta/ Ti tradirai, così./ Perché un giorno il tuo bacio,/ da profondità così remote/ nascerà,/ che ciò che lì dietro nascondi/ proromperà tutto alle labbra./ E ciò che tu mi negavi,/ anima sottile e schiva,/ mi si abbandonerà, me lo darai/ senza volere/ dove volevi negarmelo». Si fa l’amore, lo si inventa, per raggiungere questo segreto, e il corpo è chiamato a diventare sempre più trasparente nel rivelarlo. Un corpo è veramente nudo solo quando ama ed è amato, altrimenti è solo svestito. In questo senso il volto è sempre nudo: se lo nascondiamo o mascheriamo è perché ci vergogniamo della nostra verità.

Il volto rivela il segreto della persona, che possiamo dire «sacro» perché è indisponibile alla mano dell’uomo e al suo controllo. Diciamo sacri la foresta, l’opera d’arte, l’altare, perché sono inviolabili. Sacra è la terra che bacio, perché ne sono ospite e custode. Quando Ulisse, naufrago, incontra Nausicaa le dice: «Ti guardo e stupore mi prende. A Delo un tempo, vicino all’altare di Apollo, vidi levarsi così una giovane palma, la terra non ne produsse mai una simile. Così io t’ammiro e stupisco, e di toccare le tue ginocchia ho paura». Toccare le ginocchia è il gesto di chi supplica un uomo, ma Ulisse teme di aver incontrato una divinità. Quando invece si vuole solo un pezzo del corpo, l’altro diventa una preda e perde il volto. L’animale umano si sente vivo possedendo, chi dice «mio» dice «io». In ambienti malavitosi si dice infatti «meglio comandare che fottere»: esisto nella misura in cui ho potere sull’altro o sul suo corpo. Eppure nella creazione biblica la donna esce «dal fianco» dell’uomo non per sottomissione ma perché gli è pari, appunto «a fianco». Adamo dice «è come me», soggetto non oggetto, ma anche «diversa da me»: «altro da me», non «altro per me». Se invece la donna non è «come me» e «altro da me», ora perché idealizzata (privata artificialmente di difetti o osannata solo se soddisfa certi standard) ora perché ridotta a cosa, smette di essere soggetto. La nostra cultura oscilla tra «idealizzazione» e «cosificazione» della donna: nell’uno e nell’altro caso atteggiamenti pornografici. Perché? Porno viene da porné, in greco, la prostituta del cui corpo l’uomo si serve a pagamento: quel corpo non è erotico, non rivela un segreto, ma erogeno, serve a eccitare i nervi del maschio. Non c’è pornografia solo nel consumo di video in cui la donna ha tale funzione, ma ogni volta che il corpo della donna diventa mezzo per altro: vendere oggetti, sentirsi forti, goderne la rispondenza ai canoni del gusto dominante, sfruttarne il lavoro… Per l’uomo che «tocca» la donna durante un servizio tv o in metro, lei esiste come «pezzo di donna» non come donna. Quel «tocco» è il contrario del «tatto», che è protezione e cura, quel tocco è «fare a pezzi»

Una frase di Cristo va alla radice del problema, tutto sta nell’educazione dello sguardo, cioè testa e cuore: «Fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per dominarla, ha già commesso adulterio con lei nel cuore» (Mt 5). La traduzione «ha già commesso adulterio con lei» nell’originale significa «ne ha distrutto l’integrità», cioè «l’ha corrotta»: rotta in tanti pezzi. In una cultura in cui il corpo femminile fa da Venere sacra (la sua presenza divina serve a erotizzare oggetti da vendere) o da Venere profana (è lei stessa l’oggetto che serve a eccitare), ci si abitua a «fare a pezzi» la donna con la mente e con il cuore, prima che con le mani. C’è quindi da lavorare, a casa e a scuola, sull’educazione dello sguardo maschile «all’integrità». Se un uomo «fa a pezzi» una donna è perché non ne sa riconoscere l’integrità e il segreto, ne vede solo pezzi o funzioni: si è abituato sin da piccolo, nei modi in cui la cultura e chi deve educare trattano le donne, a vedere la donna «al di sotto» e non «a fianco»; ha imparato a dire «è mia» e non «è come me».

Corriere della Sera, 6 dicembre 2021 – Link all’articolo e ai precedenti

One response to “Ultimo banco 99. Fare a pezzi le donne”

  1. Angelica ha detto:

    Caro Alessandro D’Avenia,
    le scrivo in onore dei 200 anni del Grande Maestro, che si celebrano oggi (Il messaggio è stato scritto in precedenza). Ho deciso di contattarvi perché il leggere Dostoevskij, Leopardi e tanti altri dei miei idoli, mi ha fatto capire che ogni cosa che sceglierò di voler fare sarà in nome della poesia, una poesia che vorrei non fosse soltanto mia, ma che possa essere parte anche della vita degli altri, nella loro ricerca del senso che vogliono e vorranno dare alla loro vita.
    Ho un sogno, e volerlo realizzare è ciò che, ogni giorno, mi rende più viva.

    Ma ciò che davvero vorrei è conoscere la sua opinione sulla mia poesia, come vi fa sentire e se vi emoziona, se è piacevole la sua lettura. Significherebbe davvero tanto per me.
    Vi ho inviato una e-mail con il file word, e spero con tutto il cuore che abbiate la possibilità di leggerlo. Vi sarei davvero tanto grata.

    Presentarsi è, più di ogni altra cosa, denominare. Dare una definizione per ogni singolo aspetto di sé stessi. E ciò che riassume tutti quegli aspetti, ciò che distingue un individuo da un altro, è il nome. Ma il nome basta per essere, esistere? Avere semplicemente un nome, ci permette di avere un’identità?
    Io sono qui, oggi, e le scrivo, perché non ho intenzione di parlare di me. Ho intenzione di donarle me stessa. Perché come Leopardi e Dostoevskij si sono donati a me, e sono scolpiti nel mio cuore, ho sentito il bisogno di fare lo stesso. Questo perché ho un sogno: donarmi al mondo. E farlo scrivendo.

    Questo è ciò di cui ho più prezioso al mondo, e che vorrei diventasse prezioso per il mondo. Vorrei che, un giorno, in un lontano futuro, qualcuno come me leggesse tutto ciò che avrò creato, sentendosi amato e compreso, con la voglia e la speranza di fare lo stesso.

    Le chiedo per favore di leggermi dentro, e farmi sapere cosa avrà scoperto.

    Le scrive Angelica Di Madero, 14 anni, dalla provincia di Napoli

    Sua grandissima ammiratrice, che la ringrazia dei libri e degli articoli che le hanno fatto amare il suo più grande idolo più di quanto non lo amasse già: Giacomo Leopardi

    Grazie di esserci, per noi giovani e per questo mondo

    Vi ringrazio se avrete la possibilità di leggere ciò che vi ho inviato

    Buona giornata

    Riguardo l’articolo concordo sul fatto che è dall’infanzia che l’uomo si abitua a vedere la donna come qualcosa di inferiore, non alla pari di ella, concetto che verrà difficilmente ripristinato in futuro. Fa tantissima rabbia il sapere di combattere per rendere la donna più libera ed essere presi in giro per questo. Vorrei che gli altri mi ascoltassero di più, oltre a rendere oggetto di scherno qualsiasi cosa scoprano grazie a me.

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