26 maggio 2026

Ultimo banco 289. Non ho l’età

Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un’odissea: l’Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l’ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l’impresa. «Sì – risposi – per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l’unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un’impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove?

Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l’atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l’intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell’attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi… Non c’è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull’Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l’intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.

Un’intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea…

Nel poema più volte l’eroe parla a se stesso, mostrando l’unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l’incompiuto in sfida.

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant’anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l’arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell’educazione: solo puntando più in alto si fa centro.

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima.

Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un’opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l’Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell’aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l’interrogazione ma con la densità dell’esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un’intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c’è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell’umano e dell’umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio… ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell’accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi.

Basterebbe un’ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l’ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l’anno, o 2 da 400 o 4 da 200…). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande.  Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne. 

Corriere della Sera, 25 maggio 2026 – Link all’articolo e ai precedenti

5 risposte a “Ultimo banco 289. Non ho l’età”

  1. Silvia ha detto:

    Prof, sei un mito!!!

  2. agnese ha detto:

    Gentile Alessandro,
    la grandezza dell’Odissea, di altri classici e ancor più dei Promessi sposi su cui ora mi soffermo, talora vegono scoperte dall’insegnante stesso, per esempio da me (ma se ben ricordo, anche da te) proprio nell’atto della lettura quasi integrale in classe; forse Manzoni quando scriveva “venticinque lettori” pensava proprio a qualcosa di simile a una classe: è lì, nella lettura insieme, teatralizzata, seguita da riflessioni, dialoghi commenti, paragone con la vita, che viene fuori quanto l’opera è bella, interessante ed utile. Perciò è fondamentale che resti nelle Nuove indicazioni al biennio, quando c’è tempo per letture ampie: se molti di noi insegnanti non avessero “dovuto” leggerli agli alunni perchè indicati dai programmi, forse non li avremmo mai assaporati e trasmessi così. D’altra parte le indicazioni dovranno pur servire a proporci ciò che la nostra tradizione, nel senso migliore del termine, ci ha consegnato come valido per aiutarci a vivere…
    Spero la tua autorevole voce si spenda in questa direzione, perchè è necessario… . Inoltre -detto tra noi- Ulisse è splendido, ma Renzo molto di più: il primo ha il fascino dell’uomo, il secondo del giovane cristiano, che è infinitamente di più…

  3. Daria ha detto:

    Caro Prof,
    potresti darci una tua personalissima lista di classici immancabili dai 6 ai 18 anni, da regalare e leggere insieme ai nostri figli ??
    per provare a cominciare da lì…
    Grazie!

  4. Danila ha detto:

    Caro Alessandro,
    sono commessa dopo la lettura del tuo blog. Ti ringrazio!
    Anch’io sono insegnante in Francia, e da qualche anno mi chiedo quale sia la migliore maniera di trasmettere la nostra passione artistica e anche la nostra ossessione intellettuale.
    Sono d’accordo con te: l’intelligenza non è legata alla capacità mnemonica ma alla capacità di giudicare, di discernere, di scegliere. Ma soprattutto, per me, alla capacità di sentire. E questo diventa secondo me il punto più delicato oggi.
    Non voglio dichiararmi in disaccordo con l’entusiasmo del maestro Dostoevskij rispetto alla bellezza e allo spirito di luce intellettuale della gioventù contemporanea, perché in realtà vedo molte cose positive nelle generazioni più giovani: ribellioni, apertura, coraggio, ostinazione. Eppure, ogni tanto mi domando se la capacità di sentire (nel senso etimologico latino di “percepire, intendere, ritenere e giudicare” non sia indebolita e compromessa da un sistema sociale che non li accompagna più. I giovani crescono circondati dagli schermi, dai telefonini, dai computer e perdono la facoltà di concentrarsi, di svolgere un’attività a lungo (la lettura, la scrittura, l’osservazione delle cose, le attività manuali, ecc.), di trovare il gusto di imparare e di scoprire cose nuove. Vedo che spesso la pigrizia gli impedisce di trovare scopi e sfide ogni giorno. Perfino la capacità di ascoltare l’altro, di comprendere quello che dice (se quello che sta dicendo dura più di cinque minuti).
    Capisco e concordo con te su una cosa: l’importanza della scoperta dei classici, perché sono porte che si aprono e invitano i giovani a viaggiare, a scoprire mondi e vite diverse dalle loro, molteplici forme di esistere e di guardare il mondo. È la migliore maniera di capire che non siamo soli e che il mondo è vasto e infinito, che i punti di vista possono essere diversi, che le culture sono numerose e che non apparteniamo a una piccola comunità, ma ad una famiglia umana immensa.
    Qualche anno fa in Francia hanno anche riformato i programmi del liceo professionale. Ricordo i miei amici e colleghi di Lettere (francese) assolutamente sconvolti. Perché gli studenti più svantaggiati socialmente non avrebbero più avuto la possibilità di leggere poesia o prosa classica scritta dai più grandi maestri? Il sistema di insegnamento diventa sempre più mediocre e perde la sua diversità e la sua capacità di sfidare a comprendere un altro mondo: il passato, il futuro, il presente globalizzato e multiculturale in cui abitiamo. Sono preoccupata perché non so come si può ritrovare questo accompagnamento personalizzato in cui la lettura ritroverebbe il suo posto giusto. Oggi, con classi di 30 alunni in, per esempio, spagnolo, tutti i progetti di lettura di un’opera classica mi sembrano quasi impossibili. L’anno scolastico passa rapidamente, le condizioni di insegnamento sono dure e forse non abbiamo il tempo necessario per comprendere, per riappropriarci delle parole di altri. Ma la tua analisi mi interessa e mi invita a proseguire la riflessione e per questo ti ringrazio dal profondo del mio cuore.

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