28 maggio 2015

Lettere sulla scuola: n.6 – La risposta ad una scuola noiosa non è una scuola divertente

Il giornale La Stampa mi ha affidato la rubrica delle lettere anche per questa settimana, il tema è la scuola. Ecco la sesta. Le trovate sul sito del giornale nella colonna di destra nella rubrica “Secondo me”. La rubrica dura sino a venerdì prossimo.

onelife

Gentile prof. D’Avenia,

molte famiglie si lamentano, da tempo, dei troppi compiti a casa assegnati da molti insegnanti.

L’esercitazione a casa è l’integrazione della lezione a scuola, della spiegazione della materia ricevuta durante le ore trascorse a scuola. Un po’ come l’atleta che prova il gesto che deve migliorare, a volte anche per intere ore. La verità è che il lavoro grosso dovrebbe essere quello fatto in aula, tutti insieme. Ecco, forse il punto è proprio questo. Bisognerebbe poter valorizzare il lavoro svolto in classe dagli insegnanti.

Mi spingo oltre. Bisognerebbe poter valutare meglio quei docenti che riescono a coinvolgere gli allievi in aula, evitando che si distraggano, che disturbino, non punendoli ma semplicemente catturando il loro interesse. Anche durante le interrogazioni dei compagni, dovrebbero «costringere» tutti a seguire e intervenire se sono in grado.

È il compito più difficile per un insegnante. Molti lo fanno, ma per la maggior parte è molto difficile «tenere» la classe.

Forse ci vorrebbe un voto agli allievi che valuti il loro interesse durante le lezioni.

Può darsi che molte scuole lo adottino già, in modo autonomo, come risorsa interna, io lo proporrei, servirebbe anche a dare una valutazione al docente.

Marco Gambella, Torino

Gentile Marco,

noi abbiamo una scuola eccellente dal punto di vista dei percorsi, proprio perché richiedono lavoro autonomo a casa. In altri Paesi sono più abituati al “problem solving” e al “dibattito”, ma il nostro stile è diverso: la nostra capacità di approfondimento un valore raro, anche se sarebbe ora di scrollarsi alcuni provincialismi (studiare Dostoevskij anziché Carducci, Cervantes anziché i petrarchisti minori…). Non dobbiamo sfornare piccoli storici della letteratura italiana, ma persone capaci di decodificare il mondo e identificare ciò che è vero-bello-buono rispetto a ciò che non lo è o lo è meno, e questo si fa solo acquisendo la giusta unità di misura: i migliori (come suggerito dal teorico delle intelligenze multiple H. Gardner in Verità, bellezza, bontà. Educare nel ventunesimo secolo). In questi anni ho visto molti alunni delusi da esperienze all’estero, proprio sotto questo aspetto: dicevano impietosamente, dopo tre, sei, nove mesi in una scuola straniera: «si fa poco». Si riferivano al tipo di percorsi frammentari (anche se qualche «opzionalità» farebbe bene anche a noi) e alla carenza di lavoro a casa. Mentre in classe si impara un metodo (cioè la strada da percorrere osservando attentamente la mappa) e il sapere ha presa sul mondo, a casa si affronta il percorso da soli ed è il momento in cui si impara «personalmente», e il sapere ha presa su me. In classe si svolge gran parte del lavoro in termini qualitativi: ti spiego la mappa di un territorio sconosciuto per darti gli strumenti necessari a orientarti da solo; ti spiego i fondamentali, ma poi sei tu che li acquisisci con l’esercizio e l’errore (l’uso dell’errore come fonte di conoscenza e non solo di frustrazione è un punto debole della formazione dei docenti). Lei poi usa la parola «interesse»: puntiamo tutto sulle conoscenze e meno sui metodi (non parlo di trucchetti digitali, il digitale è aiuto non soluzione). L’alternativa a una scuola noiosa non è una scuola divertente, con effetti speciali (la buona vecchia «parola» rimane la tecnologia più avanzata), ma una scuola «interessante», cioè in cui l’essere (-esse) dello studente è afferrato e messo dentro (inter-) qualcosa che lo aiuta a vivere meglio. Gli insegnanti capaci di creare questo collegamento tra «mondo» e «materia», abituati a trasformare ciò che insegnano in segnaletica orientativa per la vita del ragazzo, non hanno problemi di disciplina, perché il ragazzo si aggrappa a quelle parole, come bussola. Ne sono esempio i docenti che riescono in scuole delle periferie nostrane (C. Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca e S. Dai Pra’, Quelli che però è lo stesso) o francesi (D. Pennac, Diario di scuola o F. Bégaudeau, La classe), o americane (F. McCourt, Ehi prof!). Sono «i migliori» e ha ragione a dire che questo è un parametro essenziale di valutazione, perché sulle conoscenze siamo già stati esaminati nei concorsi ma, come «costruttori di un ambiente» di lavoro e scoperta, capaci, come postini, di recapitare l’argomento in questione proprio a quell’alunno con quelle caratteristiche, possiamo essere giudicati solo «in classe». In questo sono veri maestri i bravi insegnanti di scuole professionali, istituti tecnici, o collocate in ambienti socialmente più complessi, e sono i primi da sostenere in un progetto di riforma. Valutateci in classe: è lì che diamo il meglio (o il peggio) di noi stessi.

8 responses to “Lettere sulla scuola: n.6 – La risposta ad una scuola noiosa non è una scuola divertente”

  1. Antonella ha detto:

    Sono un’insegnante italiana all’estero (Germania).
    Conoscendo entrambi i sistemi scolastici, italiano e tedesco, ritengo che il fatto positivo del lavoro svolto in classe qui renda possibile la partecipazione attiva dei ragazzi.
    Non essendoci interrogazioni orali, il voto orale tiene conto anche del lavoro che svolgono in classe in lavori di gruppo, presentazioni, ecc.
    L’ora di lezione improntata sul “problem solving” risulta peró a mio avviso difficile da organizzare in materie come storia o letteratura. Agli alunni manca spesso un quadro generale di riferimento storico e culturale. Per l’insegnamento delle lingue straniere e delle materie scientifiche, trovo invece che sia un approccio adeguato. Grazie per il lavoro che svolge. La seguo con interesse.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie Antonella, proprio questo è quello di cui abbiamo bisogno: confrontare, imparare dagli altri, prendere il buono, correggerci a vicenda. Buon lavoro

  2. maria grazia ha detto:

    i compiti a casa servono a poco perchè gli alunni ( furbissimi ), si ingegnano in tutti i modi possibili e immaginabili per scaricare dispense e versioni già pronte!!!!Del resto l’ignoranza non è ancora diventata un REATO perseguito dalla legge (SE non sbaglio …). L’ipocrisia di noi adulti non serve a nulla , serve invece uno sforzo TITANICO , da parte di noi insegnanti e dei genitori, per cercare di inventare , OGNI GIORNO, un modo sempre nuovo per insegnare.DOMANDA : tutti gli insegnanti e i genitori sono pronti ad un sacrificio del genere ?????????sono pronti ad affrontare battaglie continue e a subire una vittoria e molte sconfitte ????oppure preferiscono fare finta di niente????????

  3. Federica Nettis ha detto:

    Prof. D’Avenia, volevo in qualche modo far arrivare a lei questa mia riflessione. Mi perdoni (lo chiedo sinceramente) il pazzesco off-topic, ma la pubblicazione di questa riflessione proviene da un’urgenza profonda di condivisione di un messaggio, nonostante abbia ormai 21, non sono più una liceale, bensì studentessa (che parola impegnativa) di Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche, presso l’Università di Bari.
    Il seguente è un mio pensiero di stamattina.

    In questo momento sono nella mia camera, con la faccia e le lacrime sul libro, a faticare duramente nello studio approfondito di qualcosa che nella vita molto probabilmente non mi servirà. E’ dura, durissima. La fatica di un esame è davvero un’impresa (oserei dire anche eroica), soprattutto quando ci si sente infinitamente stanchi e immensamente scoraggiati dall’idea dell’incertezza, dal dubbio sul futuro. In questi momenti, la testa parte e da questa sgorga una fiumana di pensieri e riflessioni molto profondi, profondamente umani. Nei momenti come questo, il mio pensiero va ai miei professori del liceo, che ho amato in maniera viscerale. Penso a loro ogni giorno, e ogni giorno ricordo il sostegno che mi hanno dato e le cose meravigliose sulla vita che mi hanno insegnato. Un ponte di amore vero tiene unita la mia anima che cresce all’insaziabile sete di conoscenza che da loro ho ereditato. Ed anche se ora sono su quei libri che ho amato più di me stessa, invasa dalla tremenda paura che potrei non farcela, io so che la passione per il vero sapere non sfiorirà mai. Grazie a voi, miei cari professori.
    Concludo la riflessione in cui ho svelato parte delle mie debolezze al pubblico: desidero un’università diversa. Sogno una sorgente accademica migliore, in cui ogni studente possa davvero coltivare se stesso e le soluzioni per la società, che ha tanto bisogno di menti calde. Bramo una scuola umana, dove si formino individui veri, per la quale non ci si debba bloccare per mere nozioni che andranno certamente dimenticate e potrebbero non dare alcun frutto.
    Un grazie quanto più sincero possibile va a coloro i quali credono in me e nella giovinezza. Auguro a noi giovani adulti di guardare sempre avanti, o anche in alto se si può, e di fare ogni giorno del coraggio e della pazienza le nostre più potenti virtù.

    Ringrazio infinitamente e rivolgo a lei i miei più sinceri auguri per la vita. Si merita tutta la mia stima.

    Federica Cristina Nettis

    • Prof 2.0 ha detto:

      Cara Federica, sono momenti che tutti attraversiamo nel nostro percorso. Si abbandona una forma di vita e se ne assume un’altra che, essendo ancora ignota, fa paura, ci mette in pericolo. Vorremmo tornare indietro, regredire, ma il ritmo della vita si esplica dall’interno verso l’esterno, da stadi più superficiali a più profondi. Accogli questa crisi e affrontala. Il tuo futuro lo costruirai giorno per giorno. Quanto al sistema non aspettare che cambi, resteresti delusa. Cerca i professori che già fanno quello che aneli. Per il resto prima esci dall’università, prima guarisci dall’autoreferenzialità di quel sistema, ma tu diventa bravissima nel tuo campo. Per te e per i tuoi futuri “pazienti”.

  4. Paola ha detto:

    Ciao Alessandro,
    mi permetto di darti del tu perché siamo colleghi. Mi sono imbattuta in questo post non casualmente: in questo periodo sono alla ricerca di soluzioni ai continui dubbi che mi attanagliano. Sono una prof al secondo anno di esperienza, insegno italiano e storia in un liceo, e, come tanti docenti, punto tanto sull’accensione dell’interesse nei ragazzi. Alcune volte, però, non ottengo gli effetti sperati: distrazione e noia, queste le conseguenze. Mi chiedo in continuazione dove stia sbagliando …Forse sono poco indulgente verso quel margine di variabilità che è fuori dal mio controllo. Ti chiedo lumi! Grazie, Paola.

    • Prof 2.0 ha detto:

      Non possiamo ottenere tutto quello che vorremmo, soprattutto quanto cominciamo questo mestiere pieni di entusiasmo. Però è vero che la scuola così come è strutturata spegne l’entusiasmo dei ragazzi, prima che il nostro. Trova il modo di renderli più protagonisti dell’apprendimento, solo quando è questione di scoprire qualcosa che veramente valga loro si mettono in gioco, ma purtroppo un’industria del sapere in cui i ragazzi assistono seduti per sei ora a conferenze non aiuta… Forza con la creatività! Che cosa avresti voluto tu al posto loro per appassionarti?

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