17 settembre 2019

Ultimo banco 2. Oreste o del futuro

Risultati immagini per oreste eschilo

Che cosa devo fare? È la domanda che ricevo più spesso dai ragazzi per le scelte che contano: scuola, università, lavoro, ma anche amicizie, relazioni… È l’essenza dell’essere giovani: chiedere a chi precede il senso da dare al futuro. Nel 458 a.C. questa domanda echeggiò nel silenzio del teatro di Atene, a pronunciarla è Oreste, un giovane che deve scegliere tra uccidere la madre per vendicare il padre o disobbedire al comando ricevuto direttamente dal dio Apollo. Il suo miglior amico Pilade, a cui Oreste pone il dilemma, risponde che è meglio farsi nemici tutti gli uomini piuttosto che gli dei. L’alternativa è tragica: l’orrore del sangue materno o la persecuzione divina… ma scegliere è necessario. Eschilo, che quell’anno trionfò nel concorso teatrale col suo capolavoro, racconta la cruenta vicenda di una famiglia nella trilogia di tragedie detta Orestea, perché tutto ruota attorno alla decisione del malcapitato ragazzo. Il padre Agamennone, partito per Troia a capo dell’esercito greco per riavere indietro Elena, moglie del fratello Menelao, torna vincitore nella città di cui è re. Qui, sua moglie Clitemnestra si vendica del fatto che il marito ha sacrificato la loro figlia Ifigenia per vincere la guerra e, complice l’amante Egisto, lo assassina. La catena di sangue non si ferma e il dio Apollo incarica Oreste, figlio di Agamennone e Clitemnestra, di vendicare il padre. Il ragazzo deve scegliere tra matricidio e sacrilegio: «che cosa devo fare (tì dràso)?» (Coefore v.899). Si tratta del futuro di drao, uno dei verbi che i Greci usavano per dire «fare». Noi usiamo un solo verbo «fare» (soprattutto i miei alunni) per fenomeni molto eterogenei: torte, gite, poesie, sorprese, figli, anni, sacrifici… I Greci, per dire «fare», avevano due verbi: poìeo (da cui poesia) per il fare creativo, pràsso (da cui pragmatico) per quello operativo. E quindi drào (da cui dramma)? Eschilo lo usa per il fare necessario, determinato dal destino, infatti la domanda di Oreste non è un semplice che farò ma un che cosa mi deciderò/obbligherò a fare. Il Futuro è il tempo grammaticale dei giovani, ma il modo usato da Oreste è il Tragico, qualsiasi cosa scelga. L’essenza della tragedia è infatti dover decidere tra opzioni ugualmente senza speranza, come in uno degli scatti più drammatici dell’11 settembre, nel quale vediamo un uomo lanciarsi nel vuoto pur di non bruciare vivo: The falling man. Anche noi, a volte, ci sentiamo così e scegliamo ciò che in quel momento ci sembra il male minore.

Ma un altro ragazzo, cinque secoli dopo Oreste, ha la stessa domanda. Anche lui usa il futuro, ma questa volta il verbo è poìeo: quello del fare libero e creativo, che nasce dal desiderio di realizzare qualcosa di inedito a cui ci si sente chiamati. Di questo giovane racconta Marco nel Vangelo (10,17), quando va a cercare Cristo per porgli la domanda sul destino: «Che cosa devo fare (Tì poièso) per avere la vita eterna?». La vita eterna non è quella biologica protratta quantitativamente all’infinito, né quella che viene solo dopo la morte, ma la vita che già adesso non conosce infelicità e usura, perché qualitativamente infinita, cioè piena di senso. La traduzione di entrambe le domande suona «Che farò?», ma la scelta di Oreste è «drammatica», imposta, mentre quella del giovane di Marco è «poetica», libera. Se, per esempio, oggi un ragazzo rinuncia alle proprie passioni/attitudini guidato solo dalla convenienza (pressioni culturali, familiari, paure, soldi…), non fa altro che una scelta «drammatica»: rinuncia a se stesso e la libertà, dissolta dalla necessità, prima o poi lo metterà in crisi. Se fa invece una scelta «poetica», più incerta e pericolosa, sperimenterà la paura della libertà, propria di chi rischia per qualcosa a cui si sente chiamato. Le scelte che hanno a che fare col senso della vita sono drammatiche quando subiscono il destino, poetiche quando inaugurano una destinazione. Oreste è prigioniero di un passato che non ha scelto e obbedisce al comando divino per timore, il giovane senza nome cerca il futuro e riceve da Gesù l’invito a diventare suo discepolo. Entrambi sono di fronte a scelte decisive per la vita, ma mentre il primo deve scegliere tra due mali, l’altro è libero di scegliere tra il bene che ha già, ma non gli basta, e un bene più grande e rischioso.

Ognuno di noi deve affrontare scelte che possono mettere in crisi. Ma è vitale renderle «poetiche», anche quando sono drammatiche. Le scelte poetiche nascono dal desiderio di «fare», con la propria vita, qualcosa di nuovo-vero-buono-bello per noi e per gli altri. Esse danno gioia a prescindere dal risultato perché hanno il senso in se stesse: fanno crescere la vita in noi e attorno a noi. Non occupare l’ultimo banco dell’esistenza comporta «fare poeticamente», cioè scegliere, rischi e fatiche annessi, ciò che porta la vita, nostra e altrui, a pieno compimento: così comincia la vita eterna.

Corriere della Sera, 16 settembre 2019 – Link all’articolo e ai precedenti

4 responses to “Ultimo banco 2. Oreste o del futuro”

  1. Pepita Jimenez ha detto:

    Anche Don Milani in “Lettera ad una professoressa” risponde a un’insegnante che gli chiede che cosa deve fare per essere una brava docente : “Non cosa devo FARE, ma chi devo ESSERE”. L’essere precede sempre il fare.

  2. Maria Rosaria ha detto:

    Questo lunedì il quesito posto in apertura alla rubrica è la “Domanda”per eccellenza.
    Fanno seguito degli elementi su cui ragionare:
    -La narrazione del mito da cui ha origine una delle tragedie di Eschilo.
    -La spiegazione dell’uso del futuro del verbo “fare”e delle sue diverse accezioni.
    -L’emblema della tragedia dell’età contemporanea: un’immagine delle torri gemelle
    mentre era in atto l’attentato dell’11 settembre 2001.
    -La domanda che un giovane pone a Cristo riportata dall’evangelista Marco.
    -Considerazioni (che richiamano al libero arbitrio e a quale vuol essere il messaggio del
    “banco”espresso dal titolo:” Oreste o futuro”) sulle scelte che ciascuno dovrebbe fare
    con volontà buona e oculatezza ma anche con ardimento per poter dire un giorno di
    aver almeno provato ad investire i talenti che gli erano stati assegnati.
    L’atteggiamento con cui mi accingo a leggere i suoi articoli è lo stesso che di solito uso quando mi metto al tavolo per risolvere un problema di matematica, non proprio facile, con molti dati che può essere corredato anche da una figura esplicativa. Alla prima lettura attenta prendo coscienza dell’assunto su cui ragionare, alla seconda sono in grado di “visualizzare” i dati uno ad uno. Rileggendo meglio qualche riga, una parola o una pausa mi aiutano ad entrare in quel dettaglio che mi permette, anche tramite conoscenze pregresse, d’ immaginare come poter arrivare ad una risposta. Una ulteriore analisi di tutto ciò che ho a disposizione rivela improvvisamente una connessione tra le parti facendomi intuire la cosa giusta che devo afferrare quando solo poco prima mi sembrava di dovermi arrendere ammettendo di non essere all’altezza di arrivare ad una conclusione.
    Questo è un lavoro che mi appaga, ha per me una bellezza che come per altre cose non riesco a descrivere ma so che mi fa star bene.
    Grazie! Grazie per la sua particolare scrittura, che è stata giustamente definita
    ” scrittura pro-creazione” ,che ha infatti più piani di lettura e, a chi dedica ad essa tempo, impegno, flessibilità di pensiero ,apre la mente.

    Un caro saluto
    M.R.D.M.

  3. Maria Rosaria ha detto:

    Lasciando in questo spazio alcune mie considerazioni su “Ultimo banco 2” mi sono accorta di aver scritto il titolo in maniera sbagliata, ho tralasciato la preposizione “del”. Invece di “Oreste o del futuro” ho scritto “Oreste o futuro”. Me ne scuso.

    M.R.D.M.

    P.S. Mi ha molto incuriosito l’immagine che ha messo come simbolo di questo articolo, così mi sono documentata e ora so che lo strano coniglio imbrattato ,appeso per le orecchie ad un gancio da macelleria, che mi era apparso spiazzante, è “Il coniglio corifeo” di un allestimento teatrale molto originale della trilogia eschilea di Castellucci……..

    Complimenti e grazie professore anche per la sua capacità di stimolare tutti ad aprirsi a nuove conoscenze.

Rispondi a Pepita Jimenez Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *